Racconti Fantascienza

Pavin iniziò la sessione di routine dei processi di pulizia. La corazza esterna della conchiglia era continuamente minacciata dai nanoorganismi vaganti, che dovevano essere prontamente eliminati, perché non intaccassero la superficie. Alcuni erano solo di passaggio, cercavano un appiglio sul quale stanziarsi, altri erano avanguardie, lì per saggiare la prontezza di riflessi del nemico. Ma il grosso delle truppe aspettava a distanza, in una remota regione della terra.

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Il Cacciatore braccava le sue prede di notte, quando la maggior parte degli Altri si lasciava sopraffare dal sonno e da altri vizi.

La maggioranza degli Altri si illudeva che niente fosse cambiato: istupiditi dai loro stessi limiti, non riuscivano a vedere, a capire, a reagire. Avevano persino la pretesa di vivere, dormire, lavorare, riposare con gli stessi orari di Prima. Inevitabile che riuscissero a campare a stento, rimediando solo stupidi lavori di controllo macchine a distanza che non li avrebbero mai fatti premiati rispetto ai Concorrenti. Ciò che il Cacciatore riteneva il massimo dell'incredibile era che molti crescevano ancora i loro figli con la speranza che qualcuno si prendesse cura di loro, pagandoli per un qualunque lavoro stabile.

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Hirz ad-Grutufinis sperava tanto di ritornare sul suo mondo in tempo per il saad-ad-suud, ormai mancavano pochi mesi e si augurava di non superare il periodo di scadenza del perno temporale. In genere quel tipo di missione non durava più di mezza rivoluzione, circa due mesi di questo mondo, poi tutto finiva e si tornava a casa in tempo per dare modo al perno temporale di compensare i mesi passati fuori. Ma su quel mondo, che i nativi chiamavano Terra, le cose si stavano mettendo per le lunghe. Wode ad-Trodose, il rappresentante di quel progetto per la grande famiglia, aveva fatto male i calcoli e lui rischiava di superare il limite massimo per il ritorno. In questo modo invece di ritornare a casa dopo poche ore sarebbe tornato dopo sei mesi, che era appunto il limite massimo per i perni temporali installati a ogni ciclo di missione.

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All’alba, la pianta-albero aprì gli occhi.

Quella notte, le sue percezioni crepuscolari non avevano captato minacce dal Verde.

Cautamente  lasciò affiorare i sensi diurni.

Dopo l’Armageddon, il Verde aveva conquistato la Terra, ma la lotta per la supremazia continuava: specie contro specie, famiglia contro famiglia. Albero contro albero.

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Dal diario di Damiano, o forse di Giovanni

Venezia, lì 10/10/2010

Mi sveglio nel mio letto. Eppure non è mio. No, per niente. So, di una certezza viscerale e profonda, che Damiano è morto. ieri però io ero Damiano. Adesso, non lo sono più. È chiaro che come logica conseguenza io sono da dichiararsi defunto. Bene, allora perché sento le coperte ruvide di questo letto, appartenuto a Damiano, grattarmi le braccia? Poi mi rendo conto dell'ennesima stranezza: una personalità completamente diversa da quella precedente sta prendendo forma in questo mio, mio?, corpo. Avverto il rimpianto del fisico per il defunto Damiano.

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Il gocciolio veloce e incalzante era il preludio a qualcosa di più consistente. Dal davanzale di una finestra, dall'alto del terzo piano di una palazzina senza il tetto, l'acqua scura scendeva a insozzare il marciapiede, già straziato dalle macchie e dalle crepe della lunga incuria. Il gocciolio divenne un piccolo scroscio e delle parti viscose si spiaccicarono al suolo. Un grosso mollusco tremante si affacciò al parapetto della finestra e scivolò nel vuoto, andando a sfracellarsi nella pozza che lo aveva annunciato. Durò soltanto un attimo. Un fantasma gli sfrecciò dinanzi e lo fece sparire dentro una grossa crepa nella parete, lasciando al suo posto la parvenza di una lunga coda sottile che avesse frustato l'aria.

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Aveva sempre odiato la pioggia.

Tutta quell’acqua che cadeva lo rendeva estremamente nervoso.

Il dover tenere in mano l’ombrello era un’inutile spreco di energie mentre andava a lavorare.

Aprì il portone dando un’ostile occhiata alle gocce che cadevano sull’asfalto del marciapiede. Uscì e rimase un attimo ad osservare la via coperta di pozze mentre il portone si chiudeva dietro di lui. Sollevò l’ombrello mentre con la mano sinistra lo apriva. S’incamminò con passo attento ma deciso.

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Il capitano Omar Alì Assad non amava le azioni segrete, né le iniziative indipendenti, dei singoli comandanti. Era sua opinione che la rigida gerarchia dell'esercito della Federazione le desse un vantaggio indiscutibile su quello dei loro avversari, i cui soldati mettevano il proprio interesse individuale al di sopra dello Scopo. Per questo, da quando ne era stato informato, mesi prima, pensava con disapprovazione all'operato del comandante della roccaforte di Amman.

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“In questo pianeta ci sono molti pazzi…” pensò Zobrai, mentre con la sua astronave si allontanava dalla radura in Amazzonia dove le gigantesche ruspe avevano disintegrato, durante la notte terrestre, centinaia di grandi alberi.

Uno di questi, un’alta copaiba, aveva rappresentato una comoda base di atterraggio, prima che venisse abbattuto alle prime luci del mattino.

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L'agente globale Terra 1 stava iniziando il suo periodico giro di controllo alle postazioni dei suoi agenti locali.

Quella volta toccava alla postazione “Italia” e un leggero velo di disperazione scese sul suo volto. Non che fosse la peggior postazione da controllare, anzi, ma tutte le volte che l'ha controllata non c'è stato verso di farla funzionare a dovere.

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Johan quel giorno si poteva ritenere fortunato, la luce stava quasi per calare oltre il bordo dell’orizzonte e ancora nessuna di quelle brutte bestie lo aveva divorato. Da quando si era risvegliato in mezzo a quella fitta foresta non aveva fatto altro che scappare cercando di evitare di farsi mangiare. A dire la verità quella era la prima volta che riusciva a vedere la luce che moriva oltre il lontano confine. Forse stava diventando bravo? Ma forse era solo fortuna.

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