Racconti Horror

Sono in un’ampia sala ettagonale. Non vedo le pareti celate da fitte ombre, semplicemente sono certa dell’esistenza di sette grandi muri. Tuttavia non sono conscia del tempo passato lì, ogni riferimento temporale è svanito. So che lo stesso faranno quelli spaziali, a breve. Per il momento resto in piedi, o così pare, su un solido pavimento di pietra rozzamente livellata.

Credo sia da quando la mia coscienza si è risvegliata qui che lo faccio, ma solo ora mi accorgo di guardarlo, solo ora lo vedo.

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Rose Muttel, dopo aver fatto il consueto segno della croce, si alzò e cercò a tentoni nel buio un candelabro. Triste, e nello stesso tempo molto frustrata, si accontentò di un piccolo lume che, calcolò, sarebbe durato un'ora massimo.

Sospirando si diresse verso le oscure profondità della cripta.

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“Ho fame!”

Quella voce, indefinibile, mi svegliava tutte le mattine. Era infantile, melliflua. Aveva un timbro strano, come un rimbombo ovattato riflesso fra sogno e risveglio, e che non sai se l'hai sentito davvero o stavi solo ascoltando a occhi aperti gli echi delle tue elucubrazioni oniriche.

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Sono sveglio, disteso nel bel mezzo di un enorme tappeto persiano, quello preferito da mia moglie.

Tento di alzarmi ma non ci riesco. Provo a muovere le dita delle mani ma rimangono ferme e flaccide. Vorrei urlare ma non posso. Lancio messaggi al cervello, rimangono inascoltati.

Non sento nemmeno il mio respiro, sono completamente paralizzato. Ho gli occhi aperti, vedo tutto. Mia moglie è comodamente seduta sul divano, le belle gambe accavallate elegantemente, di fianco a lei la mia amante. Sono in atteggiamento molto amichevole. Che diamine sta succedendo? L'odore del fumo delle loro sigarette raggiunge le mie narici. Troie tutte e due, sanno bene quanto non lo sopporti! Hanno un'aria molto soddisfatta, conversano come se niente fosse, incuranti di me, come se non esistessi. É un incubo? Sono morto? Forse la morte è così, ma cosa ci fa la mia amante qui?

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"Il Signore vide che la malvagità degli uomini

era grande sulla terra e che ogni disegno

concepito dal loro cuore non era altro che

male."

(Genesi 6, 5 - 12)

 

Martha Mckenzie girò la testa sul cuscino, avvertì l’uomo sopra di lei baciarle il collo. Rabbrividì alla bava che colava sulle sue spalle.

Decise di partire per uno viaggio. Immaginò la collina di Watton-at-Stone, nella periferia londinese. Nella realtà, c'era stata solo due volte e prima di restare orfana. Ricordava i grandi alberi secolari che, come torri, percorrevano la circonferenza del piccolo promontorio.

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"Oggi c'è l'alta marea". Marco indirizza un'occhiata distratta all'orizzonte, quindi torna a concentrarsi sul cruciverba.

La moglie osserva atterrita il mare che avanza. Sembra un gigante rabbioso intento a sbranare a morsi la spiaggia. Gli ombrelloni abbarbicati in equilibrio precario, i bagnanti ammassati come sardine in scatola. Una sottile lingua di terra è tutto ciò che resta del litorale, un cielo plumbeo promette aria di tempesta e la cosa più terrificante è che, a parte lei, nessuno sembra farci caso.

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Andrea doveva incontrarsi assieme alla sua ragazza, Sara, davanti ad un museo storico. Quando la vide lei era un po' agitata. Non aveva voglia di entrare, era venuta giusto per far piacere ad Andrea. Gli restò vicino, mentre percorrevano i corridoi del museo, fino ad arrivare a un'ampia sala poco illuminata. Varcando la soglia Sara lo prese sottobraccio per farsi coraggio. La stanza era riempita di scaffali, in essi erano posti un'infinità di vasetti colmi di un liquido verdastro imbalsamante, vecchio di due secoli. Vi erano immersi piccoli esseri deformi, alcuni avevano un abbozzo di coda, altri testa enorme e arti sottili.

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Il sangue colava lentamente dalle lettere e dalle cifre bianche. Macchie dello stesso colore cupo spiccavano sul gancio centrale, sul respingente sinistro, sui cavi dell’alimentazione e dei freni che pendevano inerti. Poco lontano, davanti al fabbricato della stazione chiusa da anni, un infermiere del pronto soccorso cercava di calmare il macchinista, ancora in preda allo shock. L’altro infermiere camminava lungo le rotaie, i guanti di lattice usa e getta imbrattati ed un sacco bianco in una mano, pallido in volto nonostante l’abitudine.

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Il sotterraneo di Snuff è come t'immagineresti il posto in cui si fabbricano gli incubi.

Il Grande Macello. Lui lo chiama così. La versione truculenta del Grande Fratello.

Quando entro nella sala principale, lo trovo che armeggia con la schiuma da barba. Avvolto com'è nel suo buio perenne, ci metto un tot a capire cosa sta facendo. Ci vuole un po' affinché i contorni si delineino come si deve. Ha i calzoni abbassati, e in una mano impugna una lametta usa e getta. Si sta depilando le parti basse. Alzando lo sguardo e incrociando la sorpresa dei miei occhi, dice:

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Il vecchio magazzino era infestato, non serviva essere esperti per rendersene conto.

Torme di ratti sopravvissuti alle trappole e ai veleni passeggiavano sulle travi tarlate, guardando gli uomini riuniti di sotto a discutere, cercando una soluzione.

Questi esemplari si erano rivelati pericolosi e aggressivi, e divenne presto chiaro che era necessario rivolgersi a un professionista.

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Oggi

Il detective Michael Stewing era stato chiamato a investigare su un evento misterioso. Il suo pane quotidiano.

In questa particolare occasione, si trattava della morte di un anziano giapponese, il signor Satou, il cui cadavere era stato ritrovato dopo la segnalazione di una vicina di casa, preoccupata dal fatto di non vederlo uscire da giorni.

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