Bubblegum Crisis Recensioni anime

Bubblegum Crisis


Tra i maggiori esponenti ottantini della ‘dottrina Macross’, Bubblegum Crisis è, a partire dal titolo, una predisposizione a una massimizzazione visiva e danzereccia che nel suo tempo ha filosoficamente tiranneggiato, spargendo semi pop in un’intera generazione. Distribuito nelle videoteche giapponesi dal 1987 al 1991 con ottimi incassi, dei tredici episodi inizialmente previsti solo otto vedono la luce (a causa di dispute legali tra i due produttori Artmic e Youmex), ma ciò non impedisce alla miniserie di diventare in pochi anni una ramificazione di trasposizioni, seguiti, prequel, spin-off e rifacimenti, firmandosi come opera fondamentale per il suo approccio stilistico e musicale, accanto ai vari Dancouga (1985), Megazone 23 (1985) ecc.

Non si tratta naturalmente solo di sfarzo visivo; o meglio, non è questo l’unico elemento a risaltare e dare sostanza storica a Bubblegum Crisis: per quanto la fisicità robotica, l’assurda ricchezza di dettagli e la potenza delle animazioni siano necessari a sostenere il progetto di Toshimichi Suzuki, creatore e sceneggiatore (nonché presidente della stessa Artmic), è paradossalmente nel suo insieme che l’opera funziona e dà soddisfazione, crescendo di puntata in puntata in una trasformazione tecnica raramente così esemplare.

Ambientato in un futuro non troppo lontano, dove la corporazione Genom domina invisibile la politica e lo scenario producendo i granitici ‘boomer’ (cyborg utilizzati tanto nella quotidianità quanto nei progetti militari), un gruppo di giustizieri femminili, le Knight Sabers, protegge il popolo dalle sperimentazioni belliche a cui è continuamente sottoposto. Difficile immaginare qualcosa di più semplice e spartano per una serie OVA: appena uno spunto per ‘episodicizzare’ di volta in volta un antagonista diverso che, con meccaniche collaudate, viene puntualmente sconfitto dalle nostre eroine in uno splendore di animazioni e di particolari, di esplosioni e di cazzute scene d’azione. Eppure Bubblegum Crisis acquisisce con il passare del tempo una maturità e una completezza che gli permette di sfoggiare avventure sì molto elementari, ma scritte e dirette con una mano professionale, che bilancia miracolosamente spettacolarità e attenzione per i personaggi, tanto da raggiungere proprio nell’ottavo OVA una sorta di perfezione in cui ogni elemento, dal ritmo all’ironia, dalle mazzate robotiche all’espressione musicale, sostiene indissolubilmente l’altro.

Certo, non abbiamo mai a che fare con grandi intrecci; Suzuki preferisce volare sempre basso e fare ogni cosa a modo, senza ambire ad argomentazioni più complesse o che stravolgerebbero un progetto in realtà sempre straight in your face. Non c’è la voglia né la necessità di travestimenti intellettuali per aggiornare e rafforzare il cyberpunk su cui il progetto si basa: è proprio nella schiettezza che l’autore dà il suo meglio. E se, negli episodi iniziali, è soddisfacente saziarsi dei bellissimi disegni di Kenichi Sonoda, dell’intricatissimo mecha design in cui compaiono nomi importanti come Masami Obari e Shinji Aramaki, e delle tentacolari animazioni (che deflagrano tra sparatorie che sbriciolano e spargono in giro sangue e bulloni), è da metà in avanti che Bubblegum Crisis conquista una sorta di maturità nel tratteggio di personaggi ed eventi, tale da fortificare un’esperienza visiva già sostenuta dalle regie solide e magniloquenti di Katsuhito Akiyama, Masami Obari, Fumihiko Takayama e Hiroaki Gohda.

Le quattro Knight Sabers si spogliano progressivamente delle vesti semplici e simpaticamente superficiali della prima manche di episodi, e accanto all’appeal bishōjo a uso e consumo del pubblico, fatto di sfoggi di bellezza fisica, moto lanciate a gran velocità, velate malizie durante la svestizione e lunghe esibizioni live su palchi colorati e colmi di synth, si aggiungono storie personali, motivazioni più profonde, legami d’affetto e un’ironia più radicata nei caratteri, non dettata da una demenzialità slapstick. Quattro personaggi per quattro approcci molto pratici alla caratterizzazione: abbiamo una leader silenziosa e intelligente (Sylia Stingray) che, come una madre, guida tre amiche, una ribelle (Priscilla ‘Priss’ Asagiri), una ingenua (Nene Romanova) e una sensuale (Linna Yamazaki). Ma, nonostante la forte schematicità di base, si spendono molti minuti a spiegare e ad approfondire, impedendo alle armature e ai combattimenti di prevalere e far sbrodolare tutto l’impianto. Anche un personaggio secondario come l’agente Leon passa da un’innocua comparsata sbavante sul corpo di Priss a uomo d’azione e di gran coraggio, tanto che la stessa sciocca spalla comica che gli viene affibbiata si guadagna uno spessore altrimenti insperato.

Ciò che resta grossomodo sullo stesso livello sono le intenzioni criminali della Genom: la multinazionale semina dirigenti anziani e avvoltoi arrivisti senza differenziarne troppo motivazioni e risate infernali; Suzuki però è bravo a dare continuità, non spezzando sistematicamente gli episodi in avventure autoconclusive ma creando uno scenario vivo e dotato di memoria, dove ogni evento possiede una certa importanza e ricade inevitabilmente su ciò che succede in seguito, annodando ogni elemento con quel minimo di serialità che alza l’OVA un gradino sopra la media, già altissima, dei vari colleghi del periodo.

Bubblegum Crisis rimane in fondo uno dei prototipi della visione disimpegnata, apparentemente dedicata a pallottole e calci sui denti, ma la sua visione richiede attenzione e questo rende l’opera ben più piacevole, nonostante si tratti di un prodotto in qualche modo tronco, privo di un reale inizio e soprattutto di una fine (nonostante si vociferi – senza reali conferme ufficiali – che il successivo Bubblegum Crash, 1991, basi le sue vicende sugli ultimi cinque episodi mai prodotti). La miniserie pare più che altro fotografare una porzione della storia di una Tokyo futuristica. Ma il gioco vale la candela: è raro incontrare opere che sappiano resistere al trascorrere del tempo con questa energia, mostrando difetti e ingenuità che esse stesse hanno però saputo correggere in corsa.


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