Caro Roberto, come è nata la tua passione per la fantascienza? Tutti noi abbiamo un libro o un film che ci ha colpito e ci ha avvicinato al genere. È stato lo stesso anche per te?
Sono sempre stato un discreto lettore, ma i miei primi interessi erano rivolti ad altri generi della narrativa, nella fattispecie il giallo e l'avventura.
In una certa misura c'era anche la fantascienza, ma in modo trasversale: non ero accattivato dalla SF fine a se stessa, ma la apprezzavo come espediente per realizzare opere ascrivibili ai filoni che attiravano maggiormente il mio interesse (mi viene in mente il celeberrimo 20.000 leghe sotto i mari di VERNE, dove la fantascienza si rivela un ottimo strumento per intessere un grande romanzo d'avventura).
In seguito mi imbattei nella "Saga Galattica" di ASIMOV, che si rivelò una scoperta straordinaria. Quei libri riuscivano a raccontare delle avventure straordinarie, dove il risvolto "mistery" assumeva un ruolo importante, e in cui le spruzzatine di romanticismo erano gradevoli e mai invadenti. Senza dimenticare, ovviamente, il contributo che Asimov dava al bagaglio culturale del lettore, con i riferimenti scientifici contestualizzati all'interno della narrazione, che spesso erano in effetti uno straordinario metodo di divulgazione.
Fu proprio questo a conquistarmi: la capacità della fantascienza di fondere in una soluzione unica ed omogenea avventura, giallo, rosa e divulgazione. Una proprietà di cui verosimilmente non gode nessun'altra corrente letteraria. In seguito ho cercato anche l'efficacia stilistica e la critica sociale (trovandole nella New Wave), ma questa è un'altra storia...
Ad ogni modo, ora che ci penso, la fantascienza è sempre stata presente nella mia vita, in qualche modo. Risalendo ai più sbiaditi ricordi della mia infanzia, ritrovo le mie prime improbabili fantasie a proposito di eroici astronauti alla conquista dello spazio. Si vede che il morbo fantascientifico si era già sibillinamente impadronito di me.
Come è nata Continuum? Pensavi forse che alle altre fanzine mancasse qualcosa, o hai voluto semplicemente dimostrare che si può far bene anche con pochi mezzi?
Per chi amava i racconti, sul finire degli anni Novanta in rete c'era quella splendida rivista telematica che era Delos (recentemente risorta, in un'altra forma e sotto una nuova gestione). D'altra parte, entrare nel giro della SF era allora abbastanza difficile (in particolare, se volevi pubblicare narrativa, il tuo nome doveva già godere di un minimo di prestigio, magari attraverso precedenti pubblicazioni o vittorie di concorsi letterari). Quando si parla di autoreferenzialità del fandom, non si dice di certo una bugia. Decisi allora di aprire un mio sito personale dove pubblicare le mie cose, senza alcuna velleità . Nel 1998 conobbi Fabio Calabrese, che aveva già una notevole esperienza nel settore e che era guidato da una passione veramente irrefrenabile. Cominciammo una frequentazione piuttosto assidua, sia di persona che via e-mail, attraverso la quale ci scambiavamo opinioni, racconti e articoli. Fino a quando mi venne in mente di chiedergli il permesso di pubblicare qualcosa di suo sul mio piccolo e modesto sito, suscitando il suo entusiasmo. Fabio mise a mia disposizione una mole considerevole di materiale (articoli, recensioni, racconti...): abbastanza da farmi pensare che, con l'aiuto di altri amici che avevo conosciuto via e-mail, si potesse trasformare il piccolo e modesto sito in una piccola e modesta rivista.
Ad ogni modo, è anche vero che avevo notato che alle altre fanzine mancava qualcosa, quel qualcosa che è il caposaldo della linea editoriale di Continuum: occuparsi di fantascienza a 360°, ma senza commistioni di genere. Le varie testate che dichiarano di essere "di fantascienza" spesso e volentieri pubblicano indiscriminatamente qualsiasi cosa sia ascrivibile al fantastico (e quindi horror, fantasy, paranormale, ufologia...), oppure eccedono nel verso opposto, esasperando il settorialismo e riducendosi a livello di puri fan club.
Continuum invece nasce con il proposito di pubblicare esclusivamente fantascienza (anche contaminata da altri generi, ma la fantascienza dev'essere sempre presente) in ogni suo filone.
Come ti procuri i collaboratori? Come hai "costruito" il nucleo iniziale?
Il metodo di "reclutamento" più semplice è quello classico: i webnauti che sbarcano su Continuum e desiderano collaborare con la testata scrivono una e-mail alla redazione (il cui indirizzo è continuum_sf@yahoo.com) sottoponendoci qualcuna delle loro opere. I testi vengono dunque letti (da Fabio Calabrese o, più spesso, da me) e se vengono considerati adeguati alla pubblicazione sulla rivista vengono destinati a uno dei numeri a venire.
È però vero che all'inizio le cose non sono state così semplici, dovevamo essere Fabio ed io a cercare i collaboratori. Fortunatamente, avevo già contattato via e-mail qualche esponente attivo del fandom, dopo averne letto degli scritti (fu così per Vittorio Catani, Luca Masali, Antonio Piras, Gianni Sarti...), e avevo avuto modo di conoscere di persona un'altra fetta della fantascienza italiana all'Italcon di San Marino del 1999 (ad esempio Alberto Cola).
Altri pilastri della fanzine si aggiunsero in seguito: incontrai Gianfranco Sherwood in occasione di un suo breve transito nella mia città , durante la quale riuscimmo a parlare quel tanto che bastò per far diventare Gianfranco "uno dei nostri" (poco dopo esordì su Continuum con Lux Aeterna, vincitore del "Courmayeur 2000"); conobbi Gianni Ursini nell'anno zero del rinato Festival Internazionale della Fantascienza; più tradizionalmente, alla casella di posta elettronica della redazione scrissero tra gli altri Giovanni De Matteo, Simone Conti... e Andrea Carta.
Quanto è gravoso tenere in piedi una fanzine come Continuum? Hai mai pensato di gettare la spugna?
La cura di Continuum è un'attività sicuramente onerosa, soprattutto perché spesso e volentieri collide con quella che è la mia occupazione principale (a tal proposito è opportuno precisare, a beneficio dei lettori, che Continuum è una rivista amatoriale, per la quale nessuno dei suoi artefici percepisce denaro: chiunque offra il proprio contributo alla nostra testata lo fa esclusivamente perché spinto dalla passione per la fantascienza, mentre per guadagnarsi da vivere si occupa di tutt'altro).
A volte conciliare i propri "doveri contrattuali" con quelli morali nei confronti dei lettori è complicato, e ti confesso che ogni tanto la cosa mi è sembrata insostenibile, ma poi ho sempre optato per continuare a gestire entrambi gli impegni, perché non mi andava di rinunciare a una testata che avevo creato dal nulla e che grazie all'irrinunciabile aiuto di un gruppo di collaboratori strepitoso avevo visto assumere un'importanza affatto trascurabile in seno alla fantascienza italiana. Il perseguimento di questa finalità è possibile solo grazie a qualche compromesso: i lettori perciò sono talora costretti a sopportare qualche ritardo nelle uscite, però credo che il pagamento di questo prezzo sia ampiamente preferibile all'alternativa.
Non ho mai preso seriamente in considerazione l'idea di chiudere Continuum, anche se qualche anno fa sono stato vicino a farlo, mio malgrado. Un episodio spiacevole e per certi versi doloroso, dal quale la rivista è uscita sicuramente rinvigorita.
C'è stato qualche articolo, di quelli pubblicati su Continuum, che è stato notato "al di fuori", o che ha provocato reazioni polemiche? Pensi che ne sia valsa la pena?
È capitato, soprattutto con gli articoli dedicati all'Italcon. È il discorso a cui accennavo prima quando menzionavo l'autoreferenzialità della SF: nessuno farebbe mai polemica con chicchessia per difendere la propria visione della fantascienza. Le polemiche nascono quando qualcuno si sente pestare i piedi più o meno volontariamente da qualcun altro.
In particolare, ricordo una disputa tra Fabio Calabrese e il giornalista de La Stampa Giovanni Arduino, il quale se la prese per delle considerazioni piuttosto negative che Fabio aveva espresso nei confronti di un suo articolo sulla ventisettesima Italcon (Torino 2001). Sono cose che ci possono stare. La responsabilità di ogni articolo che appare su Continuum è del suo autore, in ossequio alla norma basilare della libertà di opinione: se un articolo ha dei contenuti interessanti ed è ben scritto lo pubblico, a prescindere dalle idee che vengono espresse, purché il carattere dell'articolo non sia ingiurioso.
Del resto, se la serietà del nostro impegno ci induce a comportarci con la dovuta onestà intellettuale, la natura amatoriale di Continuum ci garantisce la libertà di avanzare critiche anche dure verso chiunque, accantonando servilismi e compiacenze. Non mi sono mai pentito di aver pubblicato quell'articolo di Fabio, né ho mai provato rimorsi quando le cose uscite sulla fanzine hanno generato polemica. Se persino il fandom si genuflettesse dinanzi ai centri di potere della fantascienza italiana, saremmo davvero alla frutta, e io voglio sperare che non sia così.
C'è qualche argomento particolare di cui vorresti Continuum si occupasse in futuro? O qualche argomento che avresti voluto trattare senza riuscirci?
Ci stiamo già lavorando sopra. Il numero 26 sarà infatti una monografia sul connettivismo, il neonato filone tutto italiano che si sta facendo strada nel nostro immaginario. Idealmente, l'uscita della monografia in preparazione dovrebbe dare origine a una sorta di gioco di contrasti con quella del n° 24 dedicata a Mino Milani: se in quell'occasione abbiamo descritto uno scorcio della SF italiana del passato incentrando il discorso su un protagonista assoluto del periodo, ora ci apprestiamo ad offrire una panoramica sulla nostra nuova SF in tutte le sue sfaccettature.
Fino a qualche tempo fa mi rammaricavo perché su Continuum si parlava troppo di rado delle attuali tendenze della fantascienza internazionale, poi siamo riusciti a rimediare grazie ad una serie di interessantissimi articoli del nostro prezioso Giovanni De Matteo, in cui l'autore ci introduce alle derive della moderna fantascienza britannica e non solo.
Come mai Continuum è dedicata solo alla fantascienza, e non ama parlare di fantasy, horror ecc.? Pensi che ci sia una netta divisione tra appassionati di fantascienza e di fantasy?
Recentemente ho avuto modo di conversare con Gianni Ursini a proposito del nostro modo di vedere la fantascienza anche in rapporto agli altri generi letterari. In quell'occasione, ho rilevato come, tra le bizzarrie della lingua, ci sia quella di poter rappresentare uno stesso concetto con due termini diversi, uno dei quali assume un'accezione positiva e l'altro un'accezione negativa. "Tolleranza zero" è infatti l'altra faccia della medaglia di "intolleranza", solo che la prima espressione viene utilizzata per dare al contesto un significato positivo (di risolutezza, decisione, pragmatismo), la seconda per dargliene uno negativo (di superbia, prepotenza, insofferenza). Analogamente, al minaccioso termine "ghettizzazione" corrisponde quello molto più rassicurante di "specificità ".
Credo che tutelare l'individualità della fantascienza in quelle che sono le sue caratteristiche costituenti, senza per questo sfociare in scelte settarie come può essere quella di fondare qualche fan club mascherato da rivista, sia un servizio non indifferente che si fornisce al movimento.
D'altro canto, di riviste-minestrone dov'è possibile trovare qualsiasi cosa (dalla SF al fantasy, dall'horror all'avantpop, dal surreale al science fantasy...) ce ne sono a bizzeffe, e noi le rispettiamo solo che abbiamo scelto un'altra strada: quella della specificità , appunto.
Trovo che questa strategia sia particolarmente attenta all'eterogeneità dei lettori, tra i quali non tutti apprezzano indistintamente ogni ramo del fantastico.
Come vedi l'esperienza di Terre di Confine? Ritieni che la sua veste grafica, così curata, contribuisca al suo successo, o contano soltanto i contenuti?
La veste grafica gioca un ruolo importante, in quanto determina buona parte della forma dell'offerta. L'importante è che una testata non inverta mai le gerarchie, privilegiando la forma ai contenuti. A tal proposito, da un po' sto pensando di ritoccare l'aspetto di Continuum con l'aiuto di un paio di web designers (tra cui l'illustratrice Sabrina Moles). La cosa curiosa è che tra i collaboratori e i fedelissimi della rivista c'è chi si oppone a questa innovazione: tra il popolo della rete esiste un legame con le tradizioni molto più forte di quanto si sia portati a pensare. Riguardo Terre di Confine, direi che la cura estrema della grafica non va a scapito della polpa, per cui non c'è quella dannosa inversione delle gerarchie di cui dicevo prima.
Dal mio punto di vista, quindi, Terre di Confine va benissimo così... Mi piacerebbe che fosse un po' più "leggera" (ogni numero occupa diversi megabyte di disco rigido), ma è come desiderare di avere la botte piena e la moglie ubriaca, quindi fossi nei panni del direttore non cambierei assolutamente nulla.
Credi che le fanzine, nel mondo, e in particolare in Italia, stiano diventando un punto di riferimento per tutti gli appassionati, o la strada in questo senso è ancora lunga? Quale influenza credi che possano avere sulle scelte editoriali, sui concorsi e così via?
Le fanzine (e in particolare le e-zine) sono già un punto di riferimento per gli appassionati, specie per quelli ascrivibili al cosiddetto "fandom passivo". Tra le ragioni del ruolo centrale delle riviste amatoriali nella diffusione dell'immaginario c'è quella squisitamente economica: un appassionato che legge fantascienza per passatempo non ha voglia di spendere centinaia di euro in abbonamenti.
Il lettore vuole materiale a portata di mano e a portata di tasca. Le riviste web soddisfano questa esigenza, e, poiché spesso sono dotate di una qualità paragonabile a quella delle testate professionali, appare evidente che Internet offre un'eccezionale alternativa ai precedenti metodi di divulgazione del fantastico. Se l'editoria di genere è boccheggiante, una delle possibili spiegazioni è appunto quella di una concorrenza forte, di buoni standard qualitativi, gratuita, la cui disponibilità sia immediata, variegata e pressoché illimitata.
Ma la crescita dell'importanza delle fanzine si deve anche a degli aspetti meno veniali: il carattere amatoriale permette loro quella sperimentazione e quella ricerca che all'editoria sono praticamente precluse. Basti guardare gli scaffali riservati a fantasy e fantascienza di qualsiasi libreria: vedremo che vengono riproposti sempre gli stessi cliché, gli stessi prototipi, le ennesime variazioni sul tema.
"Cavallo che vince non si cambia", è così che si dice, no? Allora perché una casa editrice dovrebbe rischiare di pubblicare qualcosa di realmente innovativo che il pubblico potrebbe rigettare, quando riesce a tenersi a galla con saghe che ricalcano Il Signore degli Anelli o che offrono altre odissee spaziali?
La SF britannica si sta sviluppando molto attorno ai filoni del postumanesimo, grazie ad autori che si stanno facendo largo nella scena internazionale quali IAIN M. BANKS, KEN MCLEOD e CHARLES STROSS, ma qui in Italia non ne abbiamo praticamente traccia.
Ecco allora che le fanzine possono ricoprire l'incarico di propellente culturale, in grado di vincere le inerzie e opporsi al manierismo di un fantastico stereotipato.
Hai mai pensato alla possibilità di entrare nel mondo dell'editoria "vera", di fare il gran salto in edicola o in libreria, insomma? Qualche editore ti ha mai contattato?
A dire il vero no. Tempo fa si erano prospettate le possibilità di una collaborazione con la Perseo Libri per un'iniziativa che avrebbe dovuto coinvolgere la saggistica di entrambe le testate, ma per ora non se n'è fatto ancora nulla. Vedremo cosa accadrà più avanti. Per il resto, credo che l'approdo di Continuum in edicola potrebbe risultare un errore strategico: in anni recenti abbiamo visto come altre riviste fantascientifiche abbiano cercato questa strada senza successo. Riviste, detto per inciso, con delle linee editoriali molto meno fiscali di Continuum e quindi atte a compiacere un numero ben più nutrito di lettori rispetto a quanti potrebbe accontentarne una pubblicazione che del rigore ha fatto il proprio modo di essere e di proporsi.
Diverso è il discorso della libreria: più volte sono stato sfiorato (ma anche accarezzato a piena mano, per dire la verità ) dall'idea di proporre a qualche editore una raccolta del "meglio di Continuum", cioè un'antologia con una decina di racconti selezionati tra quelli che abbiamo pubblicato dal 2000 a oggi, o in alternativa di chiedere ai nostri autori delle storie inedite da scrivere appositamente per l'iniziativa. È un'idea che non ho ancora abbandonato, e a tempo debito vedrò cosa si potrà fare.
Pensi che esista la possibilità , per i molti appassionati che scrivono e costruiscono queste fanzine, di venir notati da qualche editore? O ritieni che il mondo dell'editoria "seria" abbia le sue regole, le sue "preferenze", per così dire?
Credo di no: ho l'impressione che le case editrici non cerchino e non si guardino attorno. Aspettano che sia tu ad andare da loro, piuttosto di essere loro a dover trovare te. Chi vuole approdare nel mondo dell'editoria professionale (ma quella amatoriale non è meno seria, e soprattutto non è meno competente) ha una sola strada da praticare: quella di scrivere un romanzo (non racconti, che pur essendo delle forme espressive altrettanto valide sono molto meno "piazzabili") e spedirlo al "Premio Urania", al "Premio Odissea" o a qualche grande casa editrice specializzata.
Chi di dovere, leggerà le prime dieci pagine: se sarà soddisfatto proseguirà nella lettura, altrimenti cestinerà il dattiloscritto e all'aspirante romanziere non resterà che proporre il proprio lavoro da altre parti.
Per passare questo filtraggio è indispensabile che il prodotto che si presenta sia rispettoso di certi cliché, come dicevo prima, senza discostarsi più di tanto dai modelli che vanno per la maggiore. Se un romanzo venisse giudicato poco digeribile da un'utenza abituata a determinati prototipi, questo romanzo verrebbe scartato, per quanto originale e coraggioso. Nessuno ha voglia di perdere denaro, neanche per amore della fantascienza.
Cosa pensi dei concorsi che si tengono in Italia? Il "Premio Urania" e il premio di Fantascienza.com, in particolare?
Il prossimo anno il premio di Fantascienza.com non si terrà , a causa di alcune comprensibilissime difficoltà organizzativa della Delos Books. Al suo posto (e al posto di qualche altro concorso) ci sarà il "Premio Odissea", che però sarà destinato al genere fantastico nel senso più ampio del termine. Non nascondo che sono un po' dispiaciuto per questa svolta, proprio per quel discorso relativo alla "specificità " che facevo in precedenza. Oltretutto nello stesso anno dovremo rinunciare anche al "Premio Alien", che era forse il più interessante concorso di SF riservato ai racconti dopo la scomparsa del "Courmayeur".
Quanto al "Premio Urania", è forse l'unico concorso italiano che offre sbocchi professionali (o semi-professionali) nell'ambito della narrativa fantascientifica. Emblematici sono i casi di VALERIO EVANGELISTI e LUCA MASALI, i cui romanzi sono stati pubblicati anche all'estero ricevendo enormi consensi da parte di lettori e critica. Allo stato attuale, credo che il "Premio Urania" rappresenti un'opportunità assolutamente imprescindibile per la nostra SF.
Ritieni possibile che uno scrittore esordiente possa "sfondare", oggi, senza avere le conoscenze giuste, ma solo il suo talento? E all'estero?
Il talento non basta: ci vuole sicuramente anche l'esperienza che ti permette di sfruttarlo al meglio. Del resto, se è per questo, all'estero le cose vanno molto peggio: basta che il figlio, l'assistente, il fratello o il miglior amico di un grande scrittore deceduto affermi di aver trovato degli appunti del caro estinto per avere la possibilità di pubblicare un romanzo a suo nome, magari senza possedere nemmeno quel briciolo di talento che dovrebbe essere il punto di partenza.
In Italia è sufficiente vincere il "Premio Urania" e sperare che il romanzo venda bene. Non è la più semplice delle cose, però quantomeno permette di avere delle chance anche senza godere dell'appoggio dei santi in paradiso.