I racconti delle "Opali Magiche"
01. L'Opale Nera: Legami di Sangue
02. L'Opale di Fuoco: La Caccia
04. L'Opale Nobile Bianca: l'Ultima Battaglia
Appendice: TEOgonia
Fumetto
Quando Jeb entrò nell'ampia tenda al centro del campo, la trovò impegnata a esaminare i piani d'attacco e le mappe in vista dell'imminente battaglia: tutti ne conoscevano lo zelo nel portare avanti il proprio lavoro, e qualcuno dubitava anche che dormisse, immaginandola costantemente impegnata a pianificare ogni singola mossa, così da rendere pressoché perfetta la sua macchina da guerra. Un Condottiero come pochi, a comando di una delle più ricercate e accreditate compagnie mercenarie del mondo conosciuto, il cui nome a detta di molti sarebbe certamente entrato nella leggenda, dopo aver di diritto fatto ingresso nella Storia, per velocità , straordinarietà e unicità di una vita piena di trionfi. Il titolo: Condottiero della Invitta Compagnia Aurea. Il nome: Nym di Mocha.
«Sei in anticipo» rimproverò la donna senza neanche voltarsi, mentre la luce di lucerne e candele metteva in risalto la tonalità biondo-rossa dei sui corti capelli sfrangiati.
Il Primo Luogotenente di Compagnia lasciò allora andare la tenda che ricadde in un fruscio sull'entrata alle sue spalle. Il viso, segnato dal sole e da diverse piccole cicatrici, diede spazio a un sorriso sornione.
«Non amo far aspettare il mio Comandante.»
Comandante, un nome più di un titolo: nessuno nella Compagnia si riferiva a lei con altro appellativo che non fosse questo. Jeb era l'unico che si sentisse autorizzato a chiamarla invece Nym, e per questo la frase suonò palesemente affettata e ironica.
Nym scosse il capo, divertita. Era il Comandante, e poteva avere qualunque uomo desiderasse, sarebbe bastato un ordine, un ordine che non si era certo negata in passato, ma Jeb era diverso: la conosceva forse meglio di chiunque altro, e lo preferiva. Per questo, sempre più spesso ormai, la scelta ricadeva quasi esclusivamente su di lui.
La donna si voltò fissando gli occhi azzurro-ghiaccio in quelli dell'uomo, che aveva imparato a lasciare che lo sguardo del Comandante lo sovrastasse e gli entrasse dentro, senza opporre resistenza. Del resto non sarebbe valso a nulla: non c'era sfida con occhi come quelli, nessuno riusciva a tener testa all'intensità di uno sguardo che sembrava scevro da ogni tribolazione. Si diceva fossero occhi ricevuti in dote da suo nonno, Kurnym di Mocha, un guerriero la cui fama e abilità erano sì davvero leggenda, e che alcuni sostenevano riuscisse a incutere timore finanche agli dèi. Uguale forza sembrava ora spingere sua nipote verso un analogo destino.
Senza dir nulla, Nym si slacciò parte della leggera armatura da viaggio, sganciando i giunti in metallo e lasciando che le coperture in cuoio le scivolassero addosso, ricadendo ai suoi piedi. Si muoveva con estrema sensualità , e la stessa eleganza e fluidità che mostrava nel combattere la rendeva ora una perfetta ammaliatrice. Presto restò vestita solo di un chitone, stretto in vita da una cintola e che le arrivava fino a mezza coscia; dei calzoni di pelle coprivano invece le gambe, alla maniera degli uomini del Nord, ma di certo Nym era dotata di una sensualità che nessun uomo avrebbe mai potuto avere. Era magra ma ben allenata, e i lineamenti androgeni del viso le donavano un fascino delicato e ambiguo, di certo non tradizionale.
A quel punto sembrò invitare Jeb a proseguire da solo: era una preda da cacciare e che non offriva il capo facilmente. L'uomo comprese e agì di conseguenza, avvicinandosi alla snella e minuta figura della donna, ambivalente portatrice di amore e morte. Adesso erano uno di fronte all'altro, quasi a toccarsi: a ogni respiro Nym sentiva i propri capezzoli urtare contro il corpetto di cuoio del Luogotenente. Attraverso la sottile striscia di stoffa i piccoli seni della donna mostravano già l'eccitazione che stava lentamente prendendo piede in lei e il suo sguardo divenne ora più intenso, ma in modo diverso: alla selvaggia determinazione del guerriero stava sostituendosi la febbrile attesa dell'atto sessuale.
L'odore dell'uomo arrivava a lei distintamente, e le piaceva: un sapore grezzo di cuoio e terra. La pelle invece reagiva alla tensione presente nell'aria come a tocco di mano invisibile, mentre luci rossastre scolpivano i loro visi.
Un corto pugnale pendeva ancora dai fianchi di Nym, e Jeb l'afferrò, sguainandolo. Lentamente il frusciare della lama sul bordo del fodero damascato si diffuse nell'aria: un sibilo felpato ma invadente. Un brivido lungo la schiena della donna accompagnò la risalita della lama lungo la custodia.
«Ottimo momento per attentare alla vita del tuo Comandante» ironizzò, ma malizia e non paura era quello che il tono di voce trasmetteva.
«Un momento perfetto...» rispose Jeb, che avvicinò il viso a quello della donna, lasciando che il profilo ruvido scivolasse sensualmente lungo le guance di lei, mentre la mano sinistra cominciava a scorrerle lungo la vita sottile. Intanto la lama aveva lasciato la consueta dimora per pungolarle la coscia. Nym sentì la punta premere attraverso i calzoni e immaginò, senza mai calare gli occhi, il braccio dell'uomo salire, curvare dolcemente verso sinistra e, sfiorando l'incavo dell'inguine, risalire lentamente verso il ventre. Un ferro rovente non sarebbe riuscito a ottenere maggiore attenzione dal suo corpo, mentre ne cominciava intanto a cercare le labbra, che si concessero solo per brevi e sensuali morsi; quando infine si unirono, erano ormai premuti l'uno contro l'altro e Nym poté avvertire l'eccitazione dell'uomo.
Allora il pugnale venne pericolosamente spinto verso l'addome, che si ritrasse d'istinto. Fu allora che con un movimento unico, lei afferrò il polso di Jeb, torcendolo e impadronendosi così della lama, che passò abilmente tra le sue mani, mentre facendo leva sulle gambe e ruotando il busto, lo costrinse a sedere al suolo. Ai suoi piedi.
Lo spinse poi con un'energica manata, facendo sì che si stendesse sulla terra battuta mentre gli stringeva le gambe con le ginocchia. L'uomo sorrise.
Nym invece calò violentemente il pugnale verso il basso in un movimento deciso: la lama divenne sempre più grande e più vicina, e Jeb la vide arrivare. Inesorabile. Impietosa. Letale.
Un suono sordo lo investì quando il coltello si piantò a un soffio dall'orecchio destro. Il ferro lambì la pelle e alcuni capelli brizzolati calarono verso il suolo, recisi. Nym si lasciò poi scorrere all'indietro lungo il corpo del proprio amante, accarezzandolo sensualmente con il proprio, e quindi risalendo in direzione del viso; lì indugiò, mentre le sue mani cercavano i giunti dell'armatura. Li trovò e strinse con forza, ma attese prima di sganciare i fermi.
Stettero lì, immobili, per alcuni istanti, nei quali respirarono la stessa aria, a un ritmo costante, gonfiando il petto, quindi liberando i polmoni da quel fardello che diveniva, nell'eccitazione del momento, insostenibile.
Quello fu l'attimo in cui Jeb raggelò, trovandosi a un soffio dai propri occhi le fiamme azzurre che bruciavano in quelli della donna: era completamente nelle sue mani, sconfitto e incapace finanche di muovere un dito. Non avrebbe mai più dimenticato l'intensità di quello sguardo. Morte, passione, sì, e dominio, ma non amore. Un istante per chiedersi come sempre se gli importasse, ma conosceva già la risposta.Â
Subito dopo, la donna cominciò a spogliarlo dei suoi indumenti.
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Non molto distante dall'accampamento, il gruppo di ricognizione si preparava a risalire il fianco di una bassa collina: il territorio di Gamesia era caratterizzato da enormi distese pianeggianti, intervallate da brevi tratti ondulati del terreno, mai però eccessivamente elevati, con una vegetazione arborea discontinua e un clima clemente. Una terra desiderabile e desiderata, adatta per essere coltivata o da usare per i pascoli, e che segnava il confine meridionale delle grandi pianure centrali, un tempo considerate i giardini dell'antico Impero Hyrriano, strette tra l'impenetrabile foresta occidentale, il freddo e stepposo altopiano meridionale, e infine il corso dell'Ìllir, oltre il quale vi erano i selvaggi regni del Nord.
Dal breve picco gli uomini in arme avrebbero dominato con lo sguardo un'ampia area pianeggiante, da dove sarebbe giunto, di lì a pochi giorni, l'esercito avversario: l'Incubo d'Oriente, come era soprannominato dai suoi avversari, a causa dell'aura di imbattibilità che sembrava aleggiargli attorno. Un popolo misterioso, giunto da levante, ben oltre i confini del mondo conosciuto, e che in meno di un anno, come un vento impetuoso, aveva investito tutti i regni incontrati sulla strada: gli unici a essere risparmiati, coloro che si dichiaravano sottomessi al Path Gòman, il comandante supremo di quell'orda inarrestabile. Altro non si sapeva, se non che sembravano cavalcare il vento tanto si mostravano rapidi negli spostamenti.
Ad attendere l'arrivo di quell'orda anche una timida falce di luna che spandeva nell'aria il proprio bagliore, circondata da migliaia di stelle di varia grandezza e intensità , mentre nel silenzio della pianura non si avvertivano significativi rumori, tranne qualche lontano verso, proveniente da una piccola macchia arborea sulla destra, e lo scalpiccio di tre cavalli sull'erba. I mercenari in groppa procedettero dunque in silenzio fino alla cima, certi di non doversi aspettare granché dall'altro lato, e per questo lo stupore si dipinse sui loro volti quando lì dove avrebbe dovuto esserci un piatto mare erboso, cupi, facevano mostra di sé decine e decine di alloggiamenti militari: grosse tende circolari, alcune già montate altre prossime a esserlo, disseminate ovunque e che contribuivano, unite a tante piccole anomalie, a fornire l'immagine di un esercito esotico, di una minaccia nuova e aliena, che rimarcava a ogni respiro dei loro occhi la sua preoccupante atipicità .
E così, l'Incubo d'oriente era già arrivato.
«Maledetti figli di cane!» esordì l'esploratore a comando del gruppo. «Com'è possibile che siano già qui? Nessuno può percorrere tanta strada in così poco tempo.»
«Te lo dico io, Coronio» intervenne uno dei due al suo fianco. «Quei mostri cavalcano progenie demoniaca invece che cavalli: non c'è altra spiegazione!»
«Sia come sia, dobbiamo tornare immediatamente al campo: il Comandante deve...»
Uno strano fischio, simile al verso di un animale, risuonò nell'aria, interrompendolo.
I cavalli scartarono, innervositi.
«Cos'era?»
Seguirono altri strani sibili.
I tre esploratori si guardarono in viso, quindi Gà lia, il più giovane dei tre fu trafitto da una freccia che gli trapassò il collo da parte a parte.
In un attimo le spade furono sguainate e baluginanti bagliori lunari squarciarono la semioscurità .
«Presto! Andiamo via!» ordinò il Capo, ma un secondo dardo gli si piantò nel petto. L'ultimo degli esploratori si ritrovò invece circondato da cinque uomini armati di aste appuntite, almeno due spanne più alti di lui e dalla carnagione scura come la notte, su cui bianche pennellate di luce tratteggiavano definite masse muscolari. Due enormi corna ricurve cingevano infine il loro capo, rendendoli ancor più inquietanti alla tremula luce lunare.
«Dèi e demoni!» imprecò Zsar prima di lanciarsi al galoppo verso i due più vicini nel tentativo di forzare il blocco, ma un dardo gli trapassò una spalla, sbilanciandolo. A disarcionarlo ci pensarono poi i due guerrieri appiedati.
Intanto, poco distante, disteso al suolo e agonizzante, il capo del gruppo vide avvicinarsi tre dei cinque guerrieri. Da quella prospettiva gli parvero veri e propri demoni, e le leggende di una vita tornarono a tormentare d'incubi la sua agonia.
«Shuran Kab'lah nòi!» sentì pronunciare, senza riuscire a capire chi o cosa avesse parlato.
«Nemacai» rispose un'altra voce.
Coronio riuscì a stento a emettere qualche suono, e l'aria uscì dalla gola in un rantolo strozzato, mentre il sangue gli riempiva ormai la bocca. Poco lontano sentì Zsar urlare, implorando pietà e non poté fare altro che osservare uno dei cacciatori nemici avvicinarsi e terminare il lavoro iniziato.
Nel misto di frasi e suoni per lui incomprensibili e che avrebbero potuto essere canto o verso animalesco, sentì pronunciare distinta un'unica parola. Tagliente e affilata come lama di spada.
«Kush!»
Quella parola fu l'ultimo saluto del mondo ai suoi sensi.
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Il rantolo di morte dell'esploratore non arrivò mai alle orecchie del suo comandante: Nym era chiusa nella propria tenda, distesa sul robusto tavolo da lavoro e prossima al culmine del proprio piacere. Era così anche per Jeb, poteva avvertirlo chiaramente, e non si sorprese nel sentirlo lasciarsi andare in un ultimo e significativo gemito. Nym, al contrario, emise un languido mugolio di protesta quando lo sentì terminare prima di quanto sperasse, mentre l'estasi di poco prima rallentò la sua corsa, lasciandola distesa, fremente e insoddisfatta, sulle robuste assi di legno.
«Che i demoni ti portino!» fu infine il suo primo commento, quindi proseguì tra l'ironico e il provocatorio: «L'età ti ha fatto forse dimenticare come si soddisfa una donna?»
L'uomo, di una decina d'anni più anziano di lei, scosse il capo divertito.
«Se non ti sta bene puoi sempre farmi fuori.»
Nym rise serenamente, mostrando una dentatura chiara e ancora indenne dai malanni del tempo. Aveva ancora il viso rivolto verso l'alto e a ogni respiro il torace sobbalzava come vittima di gioiosi singhiozzi.
«Lo farò» minacciò bonaria. «Stanne certo che lo farò: quando non mi servirai più.» Detto ciò si alzò in piedi e si diresse verso la tinozza posta vicino al proprio giaciglio. Lìcominciò a ripulirsi, quindi si accorse che Jeb la stava osservando impalato, dall'altro lato della tenda.
«Allora?!» disse stizzita. «Cosa ci fai ancora lì, immobile come uno sterco di cane?! Guarda che se ti aspetti che...»
Una fragorosa risata dell'altro, le impedì però di chiudere. Nym scosse la testa, con fare rassegnato.
«Di' la verità » esordì poi nuovamente serio Jeb «pensi ancora a lui? Perché giurerei che poco fa fossimo in tre a spassarcela» non lo avrebbe ammesso, ma qualcosa nell'atteggiamento di Nym l'aveva urtato, quindi provocò con l'intento di colpire duro, forse troppo, si rese conto solo in un secondo momento.
La considerazione, inattesa, fu per la donna come una secchiata d'acqua gelida.
Per un attimo Nym sembrò mostrare una punta d'imbarazzo, emozione inedita sul suo viso, e che naturalmente scomparve l'istante successivo.
«Lui chi?» rispose invece placida, riacquistando immediatamente il controllo e scrutando il proprio luogotenente con un'occhiata carica d'odio e, Jeb sapeva, d'amore... ma non per lui purtroppo, quanto per il terzo incomodo di quella sera.
«Lo sapevo che ci pensi ancora» sentenziò allora, cominciando a rivestirsi: conosceva Nym meglio di chiunque altro ma in quest'occasione avrebbe tanto voluto sbagliarsi. «E rimettiti qualcosa addosso!» inveì poi, riversando nella frase la frustrazione provata. «Potrebbe entrare qualcuno e non sarebbe decoroso per il Comandante...»
L'uomo non riuscì a terminare la frase perché una lama sfrecciò verso di lui, tagliandogli uno zigomo e piantandosi in un paravento di legno alle sue spalle: il fauno sul dipinto, fino ad allora intento placidamente a suonare con una siringa, si ritrovò così un terzo corno di metallo al centro della fronte. La mano di Nym restò invece distesa davanti a lei, mentre il pugnale che per tutto il tempo era stato al suo fianco sul tavolo era ora naturalmente sparito. Aveva agito più rapida di un serpente.
«Che io ti lasci infilare il tuo lurido membro dentro di me non ti da il diritto di darmi ordini!» lo rimproverò, secca. Jeb abbassò immediatamente lo sguardo, non riuscendo a sostenerlo. «IO sono il Comandate qui! IO ho creato l'Invitta Compagnia Aurea! IO ho ucciso più uomini di chiunque altro in questo letamaio! E sempre IO decido chi, quando e in che modo deve rivolgermi la parola! Chiaro, lurido verme?!»
«Sì Signore» rispose prontamente Jeb, seppure con palese disappunto.
«Ora esci, e lasciami sola!»
L'uomo terminò di allacciarsi la leggera armatura, quindi lasciò la tenda, così come ordinato.
Nym ci mise un po' per riprendersi, scossa dai fremiti della rabbia che era improvvisamente sorta dalla parte più profonda di lei.
«Adesso ci manca anche il Luogotenente geloso» mormorò, mentre si distendeva sul letto, ancora completamente nuda e ignorando il freddo che, con lo sfumare del calore della passione, cominciava a lambirle la pelle.
Lì chiuse gli occhi, lasciando che la propria mente vagasse libera. L'immagine arrivò immediata, come sempre. Un luogo lontano, appartenente al suo passato; una magica terra protetta dagli dèi, in cui la guerra e la violenza erano banditi per volontà superiore. Una terra e la sua capitale: Vallibera.
Odiava quel luogo come gran parte della propria idilliaca infanzia, ma non poteva fare a meno di tornarci col pensiero, ogni giorno, ogni volta che pensava a lui, all'unico uomo che aveva fatto di lei una schiava, imbrigliando il suo cuore in legacci che odio, sangue, potere e violenza non erano riusciti neanche a scalfire.
Inesorabilmente la sua mente andava perciò a Parnèo, l'unica sfida che aveva perso nella sua vita.
E così fu anche quella notte, fino a che non arrivò il sonno e con esso l'oblio.
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Nym si vide correre, poco più di una bambina, verso una figura indistinta ma che sapeva nota: l'uomo, un adulto, si stagliava contro l'azzurro del cielo, cornice al paradisiaco paesaggio della Piana degli dèi, terra raggiante e ricca, dove la natura stessa sembrava compiacersi nel donare grazia all'uomo, fosse sotto forma di colori, profumi, o qualsiasi altra cosa gli occorresse per vivere. Sulla cima della piccola collina, dove il familiare simulacro umano mirava il placido orizzonte, si ergeva anche la raggiante chioma di un ippocastano, illuminata dai caldi raggi solari e che facevano risplendere di un verde intenso le sue grandi foglie palmate.
Quell'uomo era parte di lei, e lei di lui, lo sentiva, perciò il suo sguardo indagò l'ombrosa figura con devoto amore filiale. Un sentimento nuovo per Nym, cresciuta invece nel disprezzo della figura paterna, tanto lontana da lei per indole, e simbolo assieme alla Piana di tutto ciò che le era avverso. Alla fine della corsa però, quando i raggi del sole rischiararono il volto dell'uomo, Nym si accorse che quello che stava andando ad abbracciare non era Sòlom di Mocha, suo padre, bensì Kurnym, il nonno che non aveva mai conosciuto. Il leggendario Guerriero dell'Opale, trasfigurato prima ancora della propria morte da uomo a mito, e che ancora oggi si portava dietro un carico di storie e leggende da pochi altri eguagliato in numero. Non lo aveva mai incontrato, perché morto poco prima che lei nascesse, in un cruento duello per la conquista della magica pietra, simbolo di potere e gloria per ogni guerriero, e per questo ambita e desiderata.
Ciò nonostante per Nym fu come averlo conosciuto, tanti e tali erano i testi e i poemi che narravano delle sue gesta, così come le storie dei cantori. In giro per il mondo ne aveva anche visto molti ritratti e sculture. A detta di tutti la ragazza portava in sé gli stessi identici occhi di suo nonno: stessa forza, determinazione e intenso colore azzurro, freddo come il ghiaccio.
Al contrario, tra Nym e suo padre Sòlom c'era sempre stata una distanza insormontabile: niente li univa, né lo spirito, indomito e coraggioso nella ragazza, prudente e placido nell'uomo, né la forza di spirito, in cui lei lo sopravanzava nettamente. Questo, tra gli altri, fu uno dei motivi che la spinse ad abbandonare Vallibera e la Piana senza dir nulla a nessuno, il giorno stesso in cui Parnèo sposò la sua Enà riel; partì, pronta a conquistare fama e gloria nel nome e nel solco di Kurnym di Mocha, suo padre spirituale; un padre a cui porre le mille domande cui Sòlom non sarebbe mai stato capace di rispondere.
«Cosa impariamo oggi?» chiese perciò al nonno, ansiosa di apprendere.
La voce stentorea dell'uomo sembrava facesse vibrare l'essere stesso della ragazzina, muovendone le corde più recondite. Il fragile e minuscolo corpo di Nym quasi spariva dinanzi alla possanza del guerriero, simile a un grosso orso dallo sguardo severo ma non malvagio.
«T'insegnerò che un guerriero» rispose «per esser tale, deve mantenere il cuore libero e la mente sgombra da ogni affetto. Non ci devono esser pianti alle sue spalle, perché solo così egli affronterà con maggior libertà il proprio destino, qualunque esso sia. Solo così sarà pronto alla morte, perché già morto nei propri affetti.»
«Vuoi dire che un guerriero non potrà mai amare?» adesso era la Nym adulta che parlava, secondo leggi proprie dei sogni, e non erano più neanche ai piedi dell'ippocastano, ma accomodati uno dinanzi all'altro, nella casa paterna. Il guerriero sedeva sullo scranno che aveva personalmente intagliato dopo il suo arrivo a Vallibera, quando il combattente aveva giocoforza dovuto cedere il passo al padre di famiglia, ruolo che in realtà gli andò sempre stretto e al quale a detta di tutti non riuscì mai del tutto ad abituarsi. Un sottile fascio di luce alle sue spalle tagliava l'aria e lo sfondo, mettendo in risalto il pulviscolo che galleggiava elegantemente sospeso nel vuoto.
Gli occhi di Kurnym, che in vita nessuno aveva osato sfidare, si specchiarono allora in quelli della bambina, ora donna e guerriera. Nym però non riuscì ad avere risposta alla propria domanda: poteva dunque amare?
Qualcosa infatti la riportò alla realtà .
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Il mercenario entrò nella tenda del comandante di corsa ed estremamente agitato. Il respiro affannoso rivelava che aveva dovuto attraversare l'intero campo base senza mai rallentare, e questo era sicuramente sintomo di notizie importanti. Le guance arrossate, gli occhi sgranati e l'elmo di cuoio spostato sul lato, urlò tutto d'un fiato, ingaggiando una lotta senza speranza con i propri polmoni:
«Comandante! Comandante!» berciò, lanciandosi nella tenda, e Nym saltò letteralmente giù dal letto, così come vi si era posata la notte prima: nuda.
«Ci sono noti...» l'uomo zittì di colpo, non riuscendo a proseguire: fu come avesse visto un fantasma, e un leggero velo d'imbarazzo sembrava essergli calato sul viso.
«Scusa» biascicò «avrei dovuto farmi annunciare, ma...»
«Smettila, da quando in qua un cane rognoso come te si fa annunciare!?» Nym lo accolse con la consueta durezza, caratteristica del proprio comando.
«Avanti parla! Non hai mai visto una donna prima d'ora? Piuttosto spera che siano notizie importanti.»
Dicendo questo, diede le spalle all'entrata, cominciando a raccogliere i propri abiti ai piedi del letto. «Dove accidenti è?» si lagnò, mentre rovistava nel disordine lasciato la sera prima.
«E vuoi parlare maledizione?!» urlò poi improvvisamente alla volta dell'uomo, stufa del suo inutile quanto prolungato silenzio.
«Sì, Comandante» sembrò scuotersi l'altro. Nym ricordò solo allora che quella mattina il soldato sarebbe dovuto essere di sentinella ai limiti del campo. «Ma è meglio se vieni a vedere di persona» un respiro, per sottolineare la frase e riprendere fiato quindi il sottoposto specificò: «c'è qualcuno che vuole parlarti.»
La donna allora indossò rapidamente il chitone sfilato la sera prima, quindi braghe e calzari.
«Pronta! Possiamo andare» disse infine, raccogliendo al volo il pettorale di cuoio dell'armatura e la corta spada di ferro hyrriano che portava sempre con sé.
Uscendo urtò in malo modo il proprio attendente. «Fammi strada» ordinò.
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In tutto il mondo conosciuto c'erano battaglie da combattere, in uno stato di lotta perpetua, e l'arte della guerra aveva perciò assunto un'importanza strategica per tutti i popoli: non essere capaci di difendersi equivaleva a una fine certa. La soluzione per molti fu perciò assoldare compagnie di mercenari, oramai proliferate ovunque in gran numero. Sempre più spesso punta di diamante di ogni esercito, erano capitanate da comandanti di grande esperienza, capaci di far tesoro di ogni nuova tecnica o innovazione in cui si imbattessero nei loro viaggi: una cultura militare in continuo progresso e movimento quella dei mercenari, che imparava dai propri errori e dai meriti degli avversari. L'Invitta Compagnia Aurea era appunto il risultato di tale esperienza, spirito d'osservazione, e soprattutto grande abilità e carisma del suo Condottiero.
Proprio per questo, la Compagnia era stata ingaggiati per opporsi all'avanzata del Path Gòman assieme ad altre tre armate; quattro eserciti dunque, per quattro distinti accampamenti. Tra questi, il più ordinato e funzionale era proprio quello dalla Invitta, la cui abilità nel gestire i tempi d'attesa era nota almeno quanto quella nel muovere contro i propri avversari al momento opportuno. Di forma rettangolare, il campo era delimitato da un basso fossato e un terrapieno, al di sopra del quale una robusta palizzata mobile completava l'opera di fortificazione; l'alloggiamento era montato con abilità e velocità dagli stessi uomini che componevano l'armata, secondo un uso ormai consolidato. Quella di Nym era una delle poche compagnie ad aver infatti istituito anche cariche speciali, quelle dei Prefetti, per gestire il solo campo a riposo.
Il loro lavoro, puntualmente e meritevolmente svolto, sfilò davanti agli occhi di Nym, mentre la sentinella la conduceva lungo la Norma, una larga strada interna che scorreva perpendicolarmente all'Asse, altra via maestra dell'accampamento e che invece lo tagliava longitudinalmente. All'incrocio delle due strade sorgeva invece l'ampia tenda del Comandante, da dove provenivano, sorvegliata e protetta notte e giorno, dodici ore su dodici, da un gruppo scelto di guardie personali di origine nordica. Tra i commilitoni erano noti come i Portabrache, a causa dell'usanza tutta particolare di indossare calzoni di pelle a protezione delle cosce, costume che in realtà stava lentamente diffondendosi anche tra i restanti mercenari, soprattutto nei periodi più freddi dell'anno, e che aveva contagiato la stessa Nym, ora nei pressi della porta destra del campo, a Est; l'entrata segnava un confine anche per l'intero accampamento alleato, dato che alla Invitta Compagnia spettava appunto il compito di sorvegliare il levante, da dove, non a caso, ci si aspettava potessero giungere sgradite sorprese dall'Incubo d'Oriente.
In modo del tutto inatteso per i propri uomini, Nym vide da lontano un capannello disordinato di soldati raccolto lungo il lato est dell'accampamento, in gran parte richiamati lì da qualcosa che aveva evidentemente stuzzicato la loro curiosità . Ben presto si vide affiancare da Jeb. Il Luogotenente le si avvicinò: la ferita sullo zigomo si stava rimarginando.
Fu il primo a rivolgerle la parola.
«Dice che vuole parlare con te» la informò.
«Chi?» chiese Nym, procedendo a passo spedito, mentre intorno a lei la calca si apriva, lasciandole un corridoio per il passaggio.
«...Eccola...» sentì alla propria sinistra.
«...Il Comandante è arrivato...» ancora un'altra voce.
«...Per gli dèi, guarda che pelle scura hanno quei demoni...»
«...Non sembrano neanche umani...»
«...Sono davvero dei mostri...»
Voci su voci giungevano alle orecchie di Nym, alcune riguardavano lei, altre presumeva riguardassero chi le aveva chiesto quell'incontro. Jeb l'accompagnava in silenzio. Uomini e visi di ogni tipo le scorrevano dinanzi mano a mano che procedeva.
«Ecco chi vuole parlarti» la informò infine il Luogotenente, invitandola a proseguire oltre le porte dell'accampamento.
Quattro guerrieri di pelle scura, seminudi, coperti unicamente con strisce di cuoio a protezione dei punti vitali e un copricapo cornuto, attendevano armati di lunghe aste e asce. Circondavano un uomo decisamente più basso di loro, ma a cavallo, una bestia tozza e dalle zampe robuste, diversa da qualsiasi altra razza vista in precedenza; l'uomo indossava invece un'inquietante armatura di cuoio, rivestita con placche di metallo scuro. Uno spallaccio si allungava leggermente da un lato, terminando con un breve corno ricurvo. Ciò che però maggiormente rendeva straniero quel combattente era lo strano copricapo indossato, arricchito da due corna, dritte e molto lunghe, tra le quali aveva origine una striscia di crini neri e che ricadeva poi all'indietro in una lunga coda, fino alle scapole. Tutto sommato, considerò Nym, l'armatura doveva essere più comoda e leggera di quanto dovesse apparire, considerando anche la corporatura minuta del cavaliere, mentre l'arco che accompagnava l'uomo lo identificava come un arciere. Si trattava di una strana arma, piccola e di forma inconsueta, e fu l'elemento che più attrasse l'attenzione della guerriera.
«Mi cercavi?» esordì, avanzando di un passo, e mantenendo Jeb alle proprie spalle.
Questi accennò a far resistenza. «Coman....»
«Non ti preoccupare» lo acquietò secca lei.
L'uomo a cavallo la guardò, quindi cominciò a ridere.
«Us Nai, Nym! Invitta Compagnia Aurea» pronunciò il nome scandendo ogni parola, dimostrando così di aver perso del tempo al fine di impararlo a memoria. «Comando!» ripeté poi mostrandosi alterato.
L'interpellata fece un ulteriore passo in avanti. «Sono io Nym. Cosa vuoi?»
L'arciere, il cui viso bruciato dal sole era incorniciato in una folta barba nera, la guardò per alcuni istanti, incredulo, quindi fece segno a uno dei guerrieri appiedati di avanzare.
«Kuma te kai, Nym» ordinò infine, e il gigante nero si mise in posizione d'attacco.
Immediatamente decine di uomini alle spalle della donna sguainarono le spade: nessuno avrebbe sfidato il Comandante senza prima esser passato sui loro cadaveri.
«Non ti crede, vuole metterti alla prova» ironizzò invece Jeb.
L'altra sorrise. «Un paio di morti lo convinceranno.»
Aveva già portato una mano alla spada quando una voce arrivò dalle sue spalle: «Fermi!»
«Ci mancava solo quell'idiota!» commentò Nym, sputando al suolo in segno di noncuranza e disprezzo. Si voltò poi verso Jeb: «Sei stato tu ad avvertirlo?» rimproverò quindi, più che chiedere.
Il Luogotenente alzò le spalle. «Sai che non potevo fare altrimenti, è la regola: qualsiasi cosa...»
Nym lo zittì però con un gesto di stizza della mano.
«Lascia perdere» chiuse.
La voce appena udita apparteneva al Comandante Generale dell'intero esercito alleato: Gà len Fònia, Maà r di Ià li.
«Comandante!» esordì questi, rivolgendosi a Nym con un tono che avrebbe dovuto essere di rimprovero ma che suonò piuttosto come una caricatura dello stesso. Si fece poi avanti, spalleggiato dalla sua guardia personale, e dalla quale non si separava mai; i suoi occhi corsero immediatamente alla mano destra di Nym, troppo vicina per i suoi gusti alla spada. «Non credo che le trattative siano il tuo forte» puntualizzò con fare arrogante e sprezzante. «Pensa a combattere piuttosto, che è quello per cui sei pagata, e lascia che sia io a parlamentare con il nemico.»
La donna non rispose, limitandosi a indietreggiare e lasciarlo passare.
Il purpureo mantello del Comandante Generale, ampio e avvolto in modo da formare un elegante quanto abbondante panneggio, copriva quasi per intero la sua figura, donandogli così un'aria rispettosa e nobile, a cui contribuivano pregio e orlatura dorata del tessuto. Un clangore metallico faceva invece da sottofondo alla scena: i comandanti, soprattutto all'interno delle milizie ufficiali, vestivano rigorosamente con elaborate corazze di ferro e oro, più decorative che altro, e decisamente troppo pesanti per i gusti del Comandante della Invitta Compagnia Aurea. Di quella indossata dal Maà r era visibile in particolare l'elmo, con tanto di vistoso cimiero giallo, a richiamare le bande e gli altri elaborati fregi che ne impreziosivano il disegno in ogni sua parte; dai paraguance mobili fin sul capo era tutto un luccicare di argento e oro, quasi come se l'armatura stessa, quella mattina, ci tenesse a far miglior mostra possibile di sé dinanzi all'inaspettato visitatore, che invece sembrò non badarvi per nulla.
«Nym?» si limitò a chiedere, indicando Fònia, e per nulla impressionato.
«Sono il Maà r di Iali e, se vuoi, può conferire con me» fu la risposta dell'ufficiale, in un misto di cortesia e autorità .
Il guerriero straniero non sembrò gradire quell'inutile perdita di tempo, quindi quasi ruggì nel ripetere con il solito accento: «Nym! Comando, Compagna!» stavolta non si preoccupò di storpiare il nome della Compagnia: era stanco di giocare, cosa aspettavano a presentargli l'uomo che cercava?
Intanto alle loro spalle cominciò a nascere un certo vocio tra i militari che assistevano alla scena, che nel frattempo erano quasi raddoppiati in numero. Fònia appariva invece sempre più irritato dalla inaspettata richiesta dello straniero e che lo poneva di fatto in subordine a Nym, un semplice, dal suo punto di vista, prezzolato Capitano di ventura.
«Credo che voglia parlare con me» chiuse infine Nym, stanca ancor più dell'altro di quell'inutile balletto diplomatico.
Avanzò perciò nuovamente in prima fila.
«Per l'ultima volta» riprese, ma con meno diplomazia. «Sono io Nym di Mocha» e si indicò «vuoi deciderti a dirmi cosa vuoi? O quelle corna ti hanno schiacciato il cervello?»
Qualcuno alle sue spalle sorrise, Gà len Fònia invece rabbrividì per il modo in cui si era rivolta all'unico loro contatto con l'esercito invasore. La donna stava giocando con le vite di centinaia, più probabilmente migliaia di uomini, nonché con il futuro di Gamesia, e quindi quello dello stesso Maà r di Ià li.
A ogni modo il cavaliere nemico, evidentemente meno sensibile di quanto l'altro pensasse, o forse del tutto ignaro dell'esatto significato delle parole appena udite, parve finalmente convincersi dell'identità della donna, quindi lasciò le redini e si piegò a raccogliere un sacco rigonfio che attendeva appeso al proprio destriero.
«Usa degli appoggi per i piedi» osservò Jeb, sottovoce.
Nym annuì, mostrando di aver notato anche lei. «In questo modo può cavalcare e avere le mani libere» attese come per riflettere, poi chiuse ironica: «che sia un acrobata?»
Non era sua intenzione sottovalutare quel particolare ma non voleva mostrarsi in qualsiasi modo impensierita davanti ai propri uomini: aveva costruito l'Invitta Compagnia in modo che si muovesse guidata da un'unica anima e perciò se il Comandante era agitato o preoccupato allora lo era tutta l'armata, e questo era una cosa da evitare, soprattutto alla vigilia di una scontro tanto decisivo.
Intanto, una volta preso il sacco di juta, l'uomo dell'Est lo gettò ai piedi di Nym, quindi aggiunse:
«Messaggio uta Comando Invitta Compagnia Aurea. Tuoi uomini parlare biene dite. Dico Tu grande guerierro...» sembrava faticare non poco a pronunciare il messaggio in modo comprensibile, anche se chiaramente lo aveva studiato e imparato a memoria, quindi fu costretto a fermarsi spesso. Riprese: «Dico Path Gòman deve tèmere tus. Allora Path Gòman manda tus ix messagio... futura capo es tuo.»
«Futura capo? Cosa intendi dire?» chiese Nym, mentre faceva segno ad alcuni uomini di controllare cosa l'altro avesse gettato ai suoi piedi.
L'uomo a cavallo rise, senza rispondere, quindi osservò i mercenari della Invitta Compagnia Aurea svuotare il sacco, studiando attentamente la reazione della donna nel veder rotolare fuori la testa di Coronio.
«La prossima testa» mormorò Jeb al suo fianco. «Ecco cosa vuol dire.»
Un intenso vocio si sollevò alle spalle della donna e le facce di tutti si fecero più tese: adesso le spade erano puntate contro l'ambasceria nemica. Nym al contrario si mostrò cinicamente impassibile, gli occhi di ghiaccio fissi sullo straniero a cavallo.
«Porta questo messaggio al tuo Path Gòman, digli che è di Nym di Mocha.»
L'altro, fino a quel momento indifferente a ogni tentativo di impressionarlo, palesò invece chiaro disagio sotto quegli occhi che trasudavano odio, freddezza e determinazione. «Dime» rispose.
«Il messaggio è semplice: "che si prepari a morire."»
Detto ciò si voltò allontanandosi, senza attende replica.
«Comandante, aspetta!» la riprese il Maà r di Iali. «Ti rendi conto che hai in questo modo compromesso la possibilità di risolvere la questione in modo pacifico?»
Nym si fermò e senza voltarsi rispose:
«Lo hai detto tu: sono pagata per combattere. Alla pace pensateci voi, ma per quanto mi riguarda il Path Gòman è un morto che cammina.»
Un unanime grido di consenso si levò tra i suoi uomini.
MORTE MORTE MORTE
Il coro proseguì per un po' anche quando Nym si era ormai allontanata. L'ambasceria straniera se ne andò invece in silenzio, e a nulla valsero i tentativi del Comandante Generale di riprendere il dialogo.
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In cammino verso la propria tenda, Nym fu nuovamente affiancata da Jeb. Il sole si era intanto nascosto dietro una nube passeggera e tutto nel mondo perse luminosità e colore.
«Cosa intendi fare?» chiese il Luogotenente.
L'altra proseguì dritta, mantenendo lo sguardo fisso.
«Nessuno può fare questo ai miei uomini e passarla liscia» rispose.
Jeb annuì, quindi si fermò e insistette: «Comandante.»
Solo allora Nym si voltò finalmente a guardarlo, glaciale.
«Niente e nessuno sarà risparmiato» chiarì, rispondendo alla domanda precedentemente rivolta. «Donne, bambini o anche solo animali. Niente che respiri dovrà sopravvivere al nostro attacco, chiaro? Qualcuno mi ha apertamente provocato e questo è intollerabile.»
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Quella del Maà r di Iali era certamente la più confortevole delle tende presenti al campo principale, con una capienza forse tre volte superiore a quella di qualunque altro ufficiale dell'esercito e neanche paragonabile agli alloggiamenti delle reclute comuni. Vista dall'interno appariva come la versione mobile di una casa: divisa in almeno quattro ambienti, il primo era rappresentato da uno spazio esterno di raccolta, una sorta di veranda coperta da una tettoia di pelle e sorretta da due pali intagliati, seguiva poi all'interno una breve anticamera rettangolare in cui far attendere eventuali visitatori, quindi un ampio spazio quadrato da utilizzare come sala comune per riunioni tattiche e festeggiamenti privati, e infine, ben celate da occhi indiscreti mediante un ulteriore elemento divisorio mobile, quelle che dovevano essere le stanze private del Comandante Generale, e alle quali ben pochi, se non prezzolate accompagnatrici e giovani schiavi, avevano avuto accesso. Il tutto era arricchito poi da un arredo ridondante e spesso superfluo per un campo militare, e ancora, tappeti, arazzi e vessilli a donare colore e varietà alle altrimenti scarne e monocrome pareti di pelle, quindi vasi e altri recipienti per unguenti e profumi, spesso modellati con fattezze femminili, e dai quali piacevoli fragranze fuoriuscivano mescolandosi nell'aria. L'unico effetto che tale sfarzo aveva però sempre avuto su Nym, che pure alloggiava in una confortevole tenda, ma dal gusto più marziale, era quello di un forte senso di vacuità , almeno dal suo punto di vista. No, non si sarebbe trovata a suo agio in un alloggio simile, non su un campo di battaglia almeno, ma ammise di aver visto di peggio nella propria vita, e tende acconciate in modo anche più bizzarro.
Nella sala tattica, attorno al tavolo da lavoro e circondati da lettini da convivio, ora opportunamente addossati alle pareti, erano dunque raccolti i sei comandanti dell'armata che si preparava ad arrestare l'avanzata dell'Incubo d'Oriente. Quattro appartenevano all'alta gerarchia dei vicini regni di Gamesia e Bora, prossimi a essere colpiti dalla furia straniera e primi organizzatori dell'estrema difesa, e due, invece, erano i condottieri che avevano messo al servizio di questi la propria abilità nel combattere: Sà phia Vandrion, della Compagnia dell'Orso, e naturalmente Nym di Mocha, che dava ordini alla Invitta Compagnia Aurea.
Entrambi erano abili comandanti che avevano fatto molto parlare di loro, tanto da meritarsi compensi decisamente sopra la media. Sà phia era un uomo basso ma ben messo, con spalle larghe, collo taurino e mani che, chiuse a pugno, ricordavano due martelli da fabbro: aveva combattuto in gran parte dei conflitti che infuriavano nella regione, passando da un regno all'altro con la stessa disinvoltura di una prostituta. La Compagnia dell'Orso era nota per la capacità di sfondare le linee nemiche e per avere uno dei reparti di fanteria meglio equipaggiati della ragione: nulla sembrava resistere al loro cuneo d'attacco. Allo stesso modo la Invitta Compagnia, capeggiata dall'unica donna comandante in un raggio di molte leghe, era composta da oltre tremila abili fanti, appoggiati da duecento uomini a cavallo e un nutrito reparto di arcieri, per un effettivo di circa quattromila unità . Di questi, solo il reparto di cavalleria era di recente formazione, aggiunto alla compagnia dopo che sotto il comando di Nym si era riorganizzata quella che una volta era nota coma la Lancia Ambrata, capitanata dal defunto Sèban Farra, cui la donna aveva preso uomini, vita e alcune interessanti tattiche di guerra, riguardanti appunto l'arte della cavalleria.
I quattro comandanti dell'esercito erano invece un misto di ambizione, smodata alterigia e modesta esperienza, e sia Sà phia che Nym li ritenevano degli incapaci. Ciò nonostante erano al comando e finché avessero avuto in mano le borse dei loro sovrani i due Condottieri ne avrebbero assecondato i piani, contando sul fatto che la rispettiva esperienza fosse sufficiente a colmare le loro lacune.
Dei quattro superiori in comando, Dà ren Miletra, che vantava una nominale esperienza sul campo di battaglia, conduceva le danze muovendo le dita sulla grossa mappa della regione ed esponendo così le proprie valutazioni in merito alle forze in campo, il loro schieramento, e i tempi di attacco.
«Non sappiamo nulla di preciso sul loro modo di combattere dato che i racconti dei sopravvissuti sono frammentari e confusi, per certo si sa che sono forti, veloci, e che lottano maledettamente bene, oltre naturalmente a svariati riferimenti riguardo un abbondante uso di cavalli» Nym pensò se dovesse riferire del particolare dei sostegni per i piedi ma, prima ancora di decidere, l'altro era già andato avanti. «Ci posizioneremo su tre lati: al centro, in ranghi compatti, andrà la fanteria, che avrà il suo punto di forza nel cuneo della Compagnia dell'Orso, mentre ai lati le truppe a cavallo saranno pronte a dar man forte una volta sfondate le linee nemiche.»
La voce pulita dell'uomo era piacevole da ascoltare, così come piacevole era l'aspetto con cui si presentava: una corta e ben curata barba canuta, e un viso che sembrava aver goduto delle stesse attenzioni gli davano un'aria rassicurante e protettiva. Le battaglie che aveva combattuto sembravano non averlo segnato molto in realtà , e Nym fu portata a pensare che quel vecchio dall'aria paciosa non avesse mai realmente incrociato le armi con un nemico degno di questo nome.
Al suo fianco, il Maà r di Iali ascoltava annuendo ogni tanto con il capo, dando così l'impressione di saperne abbastanza riguardo tattiche militari e affini; in realtà tutti ritenevano a ragione che le uniche battaglie di cui fosse esperto fossero quelle combattute a un livello più alto, dove la spada era sostituita dalle parole, e gli scontri campali da intrighi di palazzo. Una volta che ebbe ascoltato tutto quanto l'altro avesse da dire sullo schieramento delle forze alleate aggiunse:
«Sono d'accordo, anche se proporrei però di aspettare altri tre giorni prima di dare battaglia: i rinforzi promessi dai Botiani dovrebbero ormai essere quasi arrivati, e nel frattempo sfrutteremo il tempo che ci rimane per tentare un'ulteriore, e più adatto» sottolineò la parola «approccio pacifico con questi barbari orientali.»
«Hai forse dimenticato il motivo di questa urgente riunione?» intervenne però Nym, sentendosi chiamata in causa. «Tre uomini morti e una testa messa in un sacco in segno di sfida, ti suggeriscono qualcosa, Maà r?» il tono ironico ma non per questo meno violento della donna indispettì ulteriormente Fònia che scelse però di mascherare il proprio disappunto, mostrandosi impassibile. Senza scomporsi, ordinò perciò a uno schiavo di mescergli un po' di vino in un corno modellato a forma di testa di montone; il servo eseguì attingendo da un vicino cratere, quindi porse la bevanda all'alto Comandante, mentre sia Nym che gli altri presenti attendevano una sua replica. Un sorso, quindi alcuni istanti di attesa in cui i suoi occhi spiarono i visi dei propri sottoposti, e poi finalmente il Comandante Generale si decise a rispondere all'appunto, in modi e tempi propri, e senza curarsi della crescente irritazione di Nym.
«La morte di tre mercenari» precisò «è una perdita più che accettabile in guerra. Io non metterò a rischio l'incolumità di padri, figli e fratelli dei nostri regni per combattere una battaglia che si può ancora evitare. E con questo l'argomento è chiuso, Comandante.»
Gà len Fònia aveva così sbattuto la porta in faccia a un Capitano di ventura tra i più noti del suo tempo, a una donna il cui nome era noto in luoghi in cui la parola Maà r non aveva neanche un significato proprio, eppure, ammantato di una provvisoria e caduca autorità locale, l'uomo aveva trovato il coraggio e l'ardire di negargli anche il comune rispetto dovuto, se non a un proprio pari, quantomeno a un alleato. Se lo avesse fatto per curare i propri interessi o quelli del suo popolo per Nym non faceva alcuna differenza.
«Chiuso un corno!» sbottò dunque di rimando. «Quelli erano miei uomini e la mia opinione è che il loro sangue dovrà essere lavato con quello dei nostri nemici. Il Path Gòman ci ha apertamente sfidato e non possiamo lasciare che si prenda gioco di noi in questo modo» un attimo di pausa, quindi la guerriera riprese con una formula molto usata tra i mercenari: «Se il mio nome vale qualcosa...»
«Sei tu a essere stata sfidata, Comandante» le ricordò il Maà r interrompendola, ma senza esagerare nei toni, serenamente, come se davvero la questione non lo riguardasse. «Se è vendetta quella che cerchi allora muoviti da sola se credi, ma lascia fuori Gamesia o Bora. Per quanto riguarda noi, manderemo una delegazione ufficiale al campo nemico e tenteremo di trattare.»
Avvicinò impercettibilmente il capo all'altra, mostrandosi ancor più deciso. Aveva un viso stretto e allungato, in realtà molto gradevole alla vista, con una lunga barba ricciuta acconciata in modo da assottigliarsi fino a terminare a punta, mentre il labbro superiore era lasciato glabro. I capelli, anch'essi lunghi e ondulati ricadevano alle sue spalle, mentre gli occhi scuri, leggermente allungati, erano dotati di un'intensità artificiale, dovuta soprattutto al lieve trucco che ne impreziosiva il taglio.
«Ancora una volta Comandante» scandì, «spero che la questione sia definitivamente chiusa.»
Ma non fu così, perché Dà ren Miletra non era della stessa opinione:
«Per quanto assurdo possa sembrare, ritengo che il Comandante della Invitta Compagnia Aurea, la cui abilità qui nessuno può mettere in discussione» con quest'ultima precisazione restituì un po' di giustizia all'onore di Nym «abbia ragione a suggerire un più tempestivo attacco alle forze nemiche.»
Il Maà r di Iali non si aspettava quella presa di posizione da parte del secondo in grado dell'esercito, ma incassò senza darlo a vedere, e con calma dapprima guizzò le iridi color nocciola verso destra, in direzione del comandante amico, quindi si ritirò tornando in una posizione di difesa, e infine invitò l'altro a esporre le proprie convinzioni. Nym non poté fare a meno di notare che a lei non era stata data la stessa possibilità , ma ormai si era rassegnata all'evidente ostilità che il Maà r provava nei suoi confronti, e verso i Capitani di ventura in generale.
Miletra argomentò: «Abbiamo avuto modo di valutare, tramite i rapporti dai precedenti fronti, e dagli ultimi avvenimenti, il modo d'agire dell'Incubo d'Oriente e non possiamo permetterci di perdere altro tempo nel tentare una conciliazione a mio avviso improbabile. Sono qui per invaderci, non credo accetteranno alcuna offerta se non la resa incondizionata.»
Nym annuì.
«Inoltre non siamo sicuri che i Botiani abbiano davvero inviato i loro uomini, e l'esperienza ci insegna a diffidare delle promesse pronunciate a Bote» c'era un vecchio adagio sull'inaffidabilità botiana, che il Comandante non recitò, e che sosteneva: "Non sa a Bote la mano destra cosa fa la sinistra". Naturalmente tutti lo conoscevano, nella tenda, e non fu difficile lasciarsene influenzare. Miletra però aveva anche altri argomenti e proseguì: «Sappiamo poi che a questo punto il nemico è già pronto alla lotta, al contrario di quello che pensavamo. Non possiamo rischiare sortite notturne o provocazioni che farebbero ulteriormente innervosire i nostri uomini, rendendoli più vulnerabili in battaglia. Inoltre... mostrare decisione e determinazione nello schiacciare l'invasore aiuterebbe a risollevare il morale» qui mise una pausa enfatica. «E gli dèi sanno quanto ce ne sia bisogno con quello che si dice su questi demoni orientali.»
Seguirono un paio di occhiate di intesa a Nym, quindi il gioco passò nuovamente nelle mani del Maà r, che annunciò una sua parziale resa: «Il mio spirito patriottico mi spinge a dar credito alle tue posizioni, Dà ren» concesse. «Ciononostante la ragione mi impone di valutare ogni possibilità per evitare rischi inutili. A ogni modo se le posizioni sono queste, mi interesserebbe conoscere le opinioni al riguardo anche degli altri ufficiali presenti. Naturalmente sarò comunque io a decidere il da farsi.» Fu una specifica inutile all'atto pratico, tutti conoscevano il suo ruolo e gli enormi poteri che aveva ottenuto in commessa da entrambe i sovrani di Gamesia e Bora, ma che andava comunque fatta, se non altro per riguardo nei confronti degli altri comandanti.
Nym pensò che il Maà r avesse commesso un errore, e infatti sia Sà phia Vandrion che gli altri due ufficiali presenti, Krein Ordona e Valek di Maritios, appoggiarono la posizione interventista degli altri due.
"Non vali poi tanto come politico" concluse Nym pensando all'errore di valutazione fatto da Gà len Fònia, "era prevedibile che tutti noi fossimo d'accordo nell'attaccare, siamo pur sempre soldati di professione, e temporeggiare non fa parte della nostra natura".
I suoi pensieri si sovrapposero però alle conclusioni del Maà r di Iali e ne riuscì perciò a sentire solo la conclusione.
«...nel tardo pomeriggio, alla Terza Parte di Tùahni, aggiorneremo la seduta e vi comunicherò la mia decisione in merito all'attacco.»
Era fatta, pensò Nym, l'indomani avrebbe avuto la propria vendetta sul Path Gòman.
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Il mattino seguente il sole si presentò al mondo quale unico attore del palcoscenico celeste; limpido e terso, il cielo sovrastava uomini e armi, a qualsiasi fazione appartenessero, irridendo o quasi sbeffeggiando con la sua calma il continuo guerreggiare umano in cento, mille, infiniti scontri mortali. A perdita d'occhio neanche una nuvola sembrava intenzionata a intromettersi nel luminoso assolo dell'astro diurno e così terra e prati si scaldarono in poco tempo, riempiendosi di colore e vita. Nell'aria intanto, alcuni garruli rapaci compivano mattutini volteggi nella speranza di avvistare nuove prede, le quali invece sfrecciavano tra l'erba alta e bassa, a ridosso di rocce e arbusti, secondo uno schema naturale ben rodato, al quale faceva da sottofondo il canto di quegli uccelli che nidificavano all'ombra degli alberi, e che qua e là impreziosivano come gemme verdi il paesaggio tardo primaverile delle pianure centrali.
Il passo marziale di un soldato irruppe poi improvviso, e il cuoio dei suoi calzari schiacciò l'erba, il cui lamento fu avvilito dal clangore delle armi. Dopo quel primo passo, migliaia di altri simili seguirono, di un'armata in movimento e che come un sol essere, dall'andatura cadenzata e pesante, andò a disporsi in una vasta area, secondo uno schema non suggerito dall'istinto ma da intelletto umano. I combattenti si mossero secondo linee precise, battendo sugli scudi, e annunciando così il proprio arrivo al nemico: ben presto un ritmato canto militare, fatto di passi cadenzati, frastuono metallico, ordini e vibrante suonare di corno, andò a sostituirsi a quanto la natura aveva fino ad allora intonato. Musiche contrapposte e che si contendevano l'anima degli uomini, la prima ispirando ansia, frenesia e violenza, l'altra serenità , quiete e pace. Durò un po', finché alla fine delle operazioni due eserciti erano ormai schierati uno dinanzi all'altro, nell'ampia pianura oltre la collina teatro dello scontro tra l'avanscoperta alleata e l'avanguardia orientale.
Gà len Fònia aveva delegato il comando delle operazioni alleate a Dà ren Miletra, limitandosi a dare il suo beneplacito per l'attacco, inoltre non avrebbe partecipato direttamente allo scontro, rintanandosi, questa fu la parola che Nym trovò più congeniale per definire la sua azione, in una sorta di campo avanzato, che ospitava lui e un centinaio di uomini, e che gli avrebbero coperto la fuga se le cose si fossero messe male. Il resto dell'esercito, che contava circa ventimila soldati, più le due compagnie di ventura con le quali arrivava a sfiorare i ventottomila, era pronto a dar battaglia. Le ultime disposizioni del Comandante in capo avevano optato per un fronte centrale di due ordini, con davanti il cuneo di sfondamento della Compagnia dell'Orso; questa avrebbe fatto da apripista al grosso dell'esercito, pronto poi a far strage di nemici, subentrando ai mercenari. Nym e l' Invitta Compagnia Aurea erano stati posizionati invece sul fianco destro, a rinforzo della cavalleria leggera di Bora, guidata dal Comandante Krein Ordona, mentre dal lato opposto la cavalleria pesante di Gamesia, guidata da Valek di Maritios, chiudeva la parata. A Dà ren Miletra era stato dato il comando del blocco centrale dell'esercito, dal quale ci si aspettava il massimo in termini di impegno e risultati.
La tattica era semplice, affrontare le linee nemiche e sventrarne il corpo centrale, fino ad arrivare all'eliminazione dei vertici militari; questo, nell'ottica di Dà ren Miletra, avrebbe reso la battaglia breve e poco dispendiosa in termini di vite umana. Prima di osservare il nemico a Nym sembrò anche una tattica accettabile, sulla carta, e alla quale aveva infatti dato il suo tacito assenso, ma dinanzi all'Incubo d'Oriente fu costretta a cambiare idea. L'esercito invasore appariva infatti più leggero e mobile del loro, schierato su un'ampia superficie, con più del doppio della cavalleria degli alleati e un ridotto numero di fanti in prima fila. A Nym quei grossi uomini neri, seminudi, apparivano come prede fin troppo facili, e le poche migliaia di fanti che li sostenevano dalle retrovie non sembravano essere il vero cuore dell'esercito, non almeno quanto le robuste ali, formate da decine di migliaia di uomini a cavallo, per lo più in assetto leggero, anche se si notavano reparti anche più corazzati.
«Ci stiamo cacciando in una trappola» sentenziò.
Al suo fianco, Jeb annuì, anche lui intento a osservare lo schieramento nemico: una striscia scura che vista nel suo insieme poteva apparire come una fitta nube temporalesca posata al suolo. Aspetto che contribuiva a rendere meno piacevole la prospettiva di quello scontro campale.
«Ora capisco la velocità di spostamento... cavalli: ne hanno un numero incredibile. E immagino ce ne siano altrettanti pronti a dare il cambio, non lontano da qui.» Tra di loro avevano ripreso a parlare nell'idioma comune a tutti i mercenari, un misto di svariati dialetti e lingue.
Nym scosse il capo. «Ho l'impressione che questi demoni nel loro paese imparino a cavalcare prima ancora di camminare. Se non stiamo attenti rischiamo di essere schiacciati, e sarebbe la fine.»
«Non credi di dover segnalare...» Jeb non riuscì a terminare, perché il suo comandante già scuoteva il capo in senso di diniego.
«Già fatto» il riferimento era al particolare delle staffe, «ho informato Dà ren Miletra ieri sera, ma è stato fiato sprecato» ci fu una pausa, poi concluse. «Per quanto mi riguarda tutto l'oro di Gamesia e Bora non vale il massacro dei miei uomini: combattiamo, ma se questi incompetenti cercano di portarci alla morte, allora andiamo via il prima possibile. La nostra furia troverà un modo diverso e più sicuro per abbattersi sull'Incubo d'Oriente.»
«Tutto l'oro di Gamesia e Bora...» ripeté Jeb, sogghignante. «Un pensiero molto nobile da parte tua Comandante, ma tutti abbiamo un prezzo, e anche tu hai il tuo, solo che magari non si misura in oro.»
Nym non replicò alla provocazione: sapeva che per Jeb il danaro era un bene fondamentale, diversamente da lei, e l'uomo era abituato a dare un prezzo a tutto, se l'aspettava, e poi imputò quell'uscita al modo in cui lo aveva trattato la sera prima: questo la infastidiva, ossia che i suoi affari privati potessero incidere sul morale degli ufficiali, e forse fu per quello che decise che difficilmente Jeb avrebbe rimesso piede nella sua tenda per questioni non militari. Poi, per un attimo, si chiese per lui quanto valesse la testa di Nym di Mocha.
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Dà ren Miletra arringò i propri uomini come meglio sapeva e in parte, a parere di Nym, era anche riuscito a risollevare il loro morale, cosa determinante prima di uno scontro campale come quello. Era chiaro a tutti che un uomo motivato ne valeva almeno tre che combattevano con un occhio alle vie di fuga.
Quando toccò a lei dispensare gli ultimi consigli ai propri uomini fu meno prosaica e più diretta dell'altro Comandante. Si limitò a poche frasi di rito, ma nel momento di lanciare il loro grido di risposta gli uomini della Invitta Compagnia misero come sempre l'anima, al pari di tutti gli altri.
«Darebbero la vita per te, Comandante» commentò Jeb, sempre al fianco di Nym.
La donna non lo guardò, ora nuovamente concentrata sull'esercito invasore, concedendosi un prolungato silenzio, che coincise con l'attimo prima dell'inizio della battaglia. Un silenzio estremamente teso.
Gli occhi di tutti erano piantati davanti, trovando solo occhiate colme di odio da parte dei nemici. Si sarebbe combattuto per il futuro di Gamesia e Bora: la loro non era una guerra di conquista ma di difesa, e questo dava alla battaglia un sapore diverso perché, in fondo, in una situazione come quella c'era solo da perderci.
In un tempo che sembrò infinito, Nym ripassò mentalmente ogni possibile variabile di quella battaglia, cercando di pensare al modo più sicuro per vincere, ma soprattutto portare a casa la pelle del maggior numero di propri uomini: il suo non era un esercito di stato e ogni guerriero morto era difficile da rimpiazzare, significava un nuovo sbandato da accogliere, educare e ammansire, voleva dire molti giorni di duro addestramento senza poterlo utilizzare efficacemente. E se i caduti erano tanti, allora avrebbe dovuto rinunciare a molti ingaggi per lungo tempo, e nel bene o nel male guerreggiare le dava da vivere. Poi si riprese, era raro che avesse pensieri tanto disfattisti; possibile che quell'orda di invasori nomadi riuscisse a infonderle tanta insicurezza? A lei, Nym di Mocha? Strinse il pugno intorno all'elsa della spada e trasse un lungo respiro: l'aria era calda e pesante. Presto si sarebbero letteralmente cotti al sole. "Altro motivo per fare in fretta" pensò, quindi con un urto quasi materiale sentì abbattersi su di lei il grido di battaglia dei nemici: era cominciata!
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Un nugolo di frecce senza pari si sollevò verso l'alto, sparendo per un attimo alla vista e quindi ricadendo con maggior forza. Molti furono i caduti dopo quel primo attacco, molti udirono i mortali dardi sibilare al loro fianco chiedendosi quale dei loro amici fosse stato colpito, ma molti di più furono quelli che ne uscirono vivi. Dà ren Miletra ordinò di continuare la corsa, mentre il loro reparto di arcieri si sarebbe occupato di coprire l'avanzata della fanteria.
Prima ancora che l'ordine fosse eseguito un'altra selva di frecce raggiunse gli uomini in carica, mietendo altre vittime. A decine furono costretti a calpestare i corpi dei propri compagni, ma questo non fermò la loro avanzata: ormai il nemico era vicino, non bisognava fermarsi. Le spade vibravano nell'attesa di falciare vite e l'ansia di lottare era maggiore a ogni passo.
«Morte all'Invasore!» era il grido più diffuso tra gli uomini.
Poi l'urto, il tremendo impatto che portò i due eserciti a scontrarsi. Per un attimo le prime file si massacrarono, sulla spinta dell'assalto iniziale. Decine e decine di teste volarono, e crani si aprirono in vistosi spruzzi di sangue che investirono gli uomini sopraggiunti dalle spalle. Braccia lunghe e tozze, pelle nera e bianca, unite però dal comune umore color rubino, mentre un noto sapore metallico cominciò a riempire le bocche a molti.
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Sul fianco destro Nym non poteva e non voleva interessarsi di quanto stesse accadendo nel cuore della battaglia: aveva un compito da portare avanti e finché le insegne alleate fossero state irte doveva andare avanti, per fare il proprio dovere. Incitò gli uomini, mandando avanti la cavalleria leggera, e che assieme a quella guidata da Krein Ordona avrebbe dovuto inserirsi nelle linee nemiche dal fianco sinistro, in modo rapido e veloce, fornendo al contempo una sicura via d'accesso ai fanti della Invitta Compagnia Aurea.
Nym vide i cavalli partire al galoppo, montati da uomini in equipaggiamento leggero e armati di spade, prontamente alzate verso l'alto e destinate ad abbattersi sugli omologhi avversari: non i guerrieri neri seminudi ma i loro veri nemici, con le armature di metallo scuro e gli elmi cornuti, simili a demoni furiosi. Quello che Nym non riuscì a vedere, almeno inizialmente, fu quanti morti avesse provocato la pioggia di frecce che si era improvvisamente levata dal reparto di cavalleria dell'Incubo d'Oriente.
«Lo sapevo, maledizione! Arcieri a cavallo!» ringhiò la donna, ricordando quanto aveva visto il giorno prima al campo. Sia lei che Jeb avevano pensato che l'uomo che li avesse sfidati in nome del Path Gòman fosse abituato a servirsi dell'arco, e quanto stava accadendo in quel momento sembrava confermare le sue più nere previsioni. Ciononostante dubitava che potessero resistere molto, il tempo di essere raggiunti dalla carica alleata e per loro sarebbe stata la fine, senza un'efficace difesa contro uomini armati di spada sarebbero stati infilzati come budella arrosto.
"A quel punto la battaglia prenderà il giusto corso", pensò.
Nel vedere il proprio reparto muoversi con incertezza comprese però che qualcosa non stava andando come doveva. Dov'era il rumore dell'impatto? Perché non sentiva le grida di morte dei nemici raggiunti? Cosa stava succedendo?
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Sà rin Kòrdoa, il Legato che guidava il reparto di cavalleria della Invitta Compagnia non riusciva a credere ai propri occhi, non aveva mai visto nessuno montare a cavallo con tale maestria. I demoni orientali riuscivano a guidare le loro cavalcature senza l'ausilio delle mani, lanciando frecce in continuazione, e con una precisione che rendeva il rapporto colpi vittime molto vicino al pareggio. Quando poi finalmente lui e i propri uomini sembravano aver ridotto le distanze, pronti a pareggiare i conti, ecco che il suo peggior incubo aveva preso forma. Un'operazione che egli riteneva innaturale, e sicuro frutto di qualche barbaro incantesimo: i guerrieri del Path Gòman prendevano a indietreggiare, continuando a bersagliarli però di frecce anche mentre fuggivano, o meglio si ritiravano strategicamente, sfuggendo alla loro carica.
«Essere uccisi guardando le terga di un cavallo è troppo! Avanti uomini! Morte! Morte!» urlò, ma un po' lo sconcerto dinanzi a una pratica fino ad allora mai vista, un po' il veder cadere uno dopo l'altro tutti i propri compagni, le sue grida non ottennero grandi risultati.
Allo stesso modo Krein Ordona non riuscì a riprendere in mano la situazione e presto il fianco destro fu nel caos più totale, con entrambe le cavallerie alleate allo sbando.
«Uomini di Bora!» Si rivolgeva ora ai propri concittadini. «Continuate ad avanzare, al galoppo! Forza!»
In risposta una freccia quasi gli tranciò un orecchio, andandosi a piantare nel viso del suo luogotenente, e che lo seguiva a poca distanza. Subito dopo dovette egli stesso alzare lo scudo per difendersi da un nuovo attacco: ormai il piccolo e leggero cerchio di legno sembrava un puntaspilli, tanti erano i dardi dal quale lo aveva protetto. Una vera e propria pioggia di frecce. Ininterrotta. Continua. Asfissiante.
Infine venne anche il suo momento, quando un dardo gli trapassò la fronte, scalzandolo da cavallo e riducendolo a un ammasso di carne morta al suolo. La gloriosa carriera militare di Krein Ordona terminò sotto gli zoccoli dei propri cavalieri in fuga.
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«Prepariamoci al peggio» ringhiò Nym, e Jeb non comprese se si trattasse di un ordine o una sorta di imprecazione, a ogni modo, cominciò a eseguire il comando inespresso.
«Serrate i ranghi! Davanti i lancieri, avanzare in formazione compatta! Schema di difesa!» gridò, e come in un meccanismo perfettamente oliato, i propri uomini cambiarono disposizione, via via che l'ordine si diffondeva ai vari reparti, secondo una gerarchia che partiva da Nym, e finiva all'ultimo dei capitorma. Presto l'armata prese ad avanzare come un unico blocco, schermata sul davanti dalle lance tese e sull'alto dagli scudi, per evitare di essere ulteriormente danneggiati dalle frecce.
«Con la cavalleria presto fuori uso, non avremo molte speranze contro una carica nemica» informò Jeb, sottovoce, forse però più che con Nym, sembrò parlare con se stesso. Intanto nel centro della battaglia le cose non sembravano andare male, Dà ren Miletra, assieme alla Compagnia dell'Orso, sembrava avanzare a passo spedito, decimando le linee avversarie, ma sia Nym che Jeb cominciarono a dubitare che sarebbe andata avanti così a lungo. A ogni modo il vessillo di Sà phia Vandrion era ora nel cuore dell'esercito avversario, come previsto il giorno prima, e Nym dovette complimentarsi mentalmente con il proprio pari per come stesse svolgendo il proprio dovere. Non altrettanto, pensò, poteva fare con se stessa. E questo non andava bene.
In quel momento vide realizzarsi l'inevitabile: la definitiva rottura del fronte a cavallo e una precipitosa ritirata dei propri uomini, ma soprattutto quelli di Krein Ordona. Fu allora che capì, quando vide cadere il vessillo di Bora e, assieme alle prime fughe, giungere il boato. Un suono sordo che trasmetteva un unico messaggio: il Comandante era caduto.
La donna allora impartì ordini con maggior decisione, minacciando e usando tutta l'influenza che aveva sui propri uomini, cercando di mantenerli saldi sulle loro posizioni, pronti, come era inevitabile che fosse dopo il cedimento della cavalleria, a sostenere un urto e una carica di grande potenza.
«Che nessuno lasci la propria posizione!» urlò Jeb e l'ordine fu ripetuto da ogni ufficiale ai rispettivi sottoposti. Intanto i cavalli, molti dei quali ormai privi di cavaliere, se non quando se li trascinavano penzoloni su un lato, sfrecciavano a destra e a sinistra. Lentamente cominciò così ad aprirsi una faglia davanti allo scudo che sulla carta avrebbe dovuto coprire l'avanzata della Invitta Compagnia. Poi, fu l'orrore.
Facendosi largo tra la cavalleria in rotta, un folto gruppo di cavalieri in armatura pesante, equipaggiati con grosse lance, asce e lunghe spade, caricarono a testa bassa sul quadrato inerme di fanti, agnelli sacrificati al dio della sconfitta.
Nym diede fiato ai propri polmoni: «Pronti con le lance!»
«Sarà un impatto tremendo...» preavvisò Jeb, e l'altra annuì. L'uomo allora continuò la propria analisi: «Sarà dura non farci spazzare via come fuscelli: potremmo non farcela.»
A questo punto dovette però interrompere il prematuro epitaffio, leggendo rabbia e rimprovero negli occhi di Nym. La donna avrebbe voluto ammazzarlo per quanto aveva detto: si era arreso al nemico prima ancora di combattere davvero, e questo la fece infuriare. Ringhiò allora qualcosa, che nel rumore assordante del galoppare dei cavalli in fuga e di quelli in carica, si perse completamente. Jeb la vide poi volatilizzarsi, superare gli uomini che le stavano davanti e correre verso il campo aperto.
«Avanti, figli di cane!» ora la voce della donna era stentorea e riuscì a catalizzare l'attenzione di tutti. «L'Invitta Compagnia non sarà schiacciata! Siamo i più forti! Finché Nym resiste, la Compagnia resiste! Finché il vostro Comandante vive, voi vivete! Finché Io combatto, voi combatterete!» urlò in modo da farsi sentire da tutti, e a chi non arrivò la sua voce, arrivò il grido di rimando di chi aveva udito. Tutti gli ufficiali ripeterono l'invocazione: «Finché il Comandante combatte, l'Invitta Compagnia combatte!»
Fu un coro unico che si sollevò dal fianco destro, che aumentò a dismisura quando la donna intercettò uno dei cavalli scossi e vi montò sopra. Ora tutti avrebbero potuto vederla, tutti avrebbero visto il loro Comandante lottare e vendere cara la pelle. Tutti avrebbero saputo che Nym c'era e che nessuno poteva permettersi di cedere.
Allora urlando il proprio grido di battaglia si lanciò in una carica solitaria contro la cavalleria pesante nemica, ormai sempre più vicina.
«Copritela!» urlò Jeb, e subito decine di frecce si levarono dalle sue spalle, volando al fianco e al di sopra del Comandante in corsa.
«Coraggio!» urlarono i vice: «Finché il Comandante lotta, lottiamo anche noi!»
Intanto Nym aveva sguainato la spada, sfidando a viso aperto il nemico. Doveva dimostrare ai propri uomini che potevano farcela, e lo avrebbe fatto.
«Morte! Morte! Morte!» continuava a urlare. Sotto di lei gli zoccoli del cavallo macinavano terreno inesorabilmente. La cavalleria nemica era intanto sempre più vicina, e presto vi si sarebbe schiantata contro; allora avrebbe venduto cara la pelle.
Intanto alle sue spalle poteva udire le urla dei propri uomini: stavano incitando il loro Comandante, incitavano lei, e questo le dava una spinta maggiore. I suoi occhi erano ormai dardi fiammeggianti, senza umanità né pietà , uno sguardo di intensità assoluta.
«Vendetta!!» urlò prima di scontrarsi con il primo cavaliere corazzato. Evitò di essere infilzata e con un colpo preciso gli infilò la spada nel collo, sotto il mento, tra la corazzatura e l'elmo, quindi estrasse la propria arma in uno spruzzo purpureo e calò verso il basso, quasi decapitando il cavallo di un altro nemico. Senza fermarsi, affrontando qualunque cosa gli si parasse davanti. Nessun pensiero, non c'era tempo, ma solo puro e selvaggio istinto omicida.
Infine, quando superò la seconda fila di cavalieri, scomparve alla vista di tutti.
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Sà phia Vandrion continuava ad avanzare seminando morte e devastazione tra le fila nemiche. I grossi uomini dalla pelle scura erano sì forti e più grossi di loro, ma si presentavano troppo poco corazzati per offrire un valido ostacolo. Erano più simili a un muro di carne, un muro che la Compagnia dell'Orso stava abbattendo a colpi di spada.
«Avanti!» continuava a urlare il Condottiero, e con lui, in posizione arretrata, Dà ren Miletra, che in sella al suo cavallo incitava i suoi a entrare sempre più nel cuore dell'armata nemica. Arti volavano in ogni direzione e il sangue ricopriva ormai tutti, dopo che il campo di battaglia era divenuto un vero e proprio mattatoio, con in testa la Compagnia dell'Orso e il suo cuneo d'attacco. Gli uomini di Gamesia e Bora non dovettero far altro che raccogliere i cocci lasciati dall'avanzare dei mercenari e terminare il loro lavoro, limitandosi a finire i pochi sopravvissuti all'attacco. Ben presto erano avanzati a tal punto che credevano ormai di aver completamente sfondato le linee nemiche, quando compresero la realtà della loro situazione.
Il primo ad accorgersene fu Dà ren Miletra, che dall'alto della sua posizione vide cadere dapprima lo stendardo di Krein Ordona, quindi sulla destra anche quello di Valek di Maritios. Un attimo dopo due ondate sembrarono spazzare via le rispettive cavallerie, superando sul lato il corpo centrale dell'esercito. Fu la carica più violenta che egli avesse mai visto o immaginato.
«I fianchi sono caduti!» urlò qualcuno.
«Ci stanno chiudendo!» fece eco un'altra voce, ma il peggio doveva ancora venire, perché improvvisamente i grossi uomini seminudi che fino ad allora erano stati più che decimati, considerarono terminato il loro compito, quindi cominciarono una rapida ritirata e, nello stesso tempo aprirono uno spazio per il vero Incubo d'Oriente.
«Serrate i ranghi!» fece appena in tempo a ordinare Sà phia Vandrion, prima che un mare di cavalieri in assetto da guerra caricassero lui e i propri uomini, in gran parte sfiancati da una lotta che durava ormai già da un po' e nella quale avevano speso molto, più di quanto non sembrasse. I guerrieri dalla pelle d'ebano avevano in questo ben svolto il loro compito, come quei combattenti che sfiancavano la fiera in attesa che il vero protagonista dello scontro facesse il proprio ingresso nell'arena.
All'impatto con la Cavalleria pesante il centro indebolito non resse, travolto e ridotto a una mera formalità , e con loro anche quanti tra i giganti neri non si erano ritirati con eccessiva prontezza; come se non bastasse un continuo bersagliare di frecce proveniva poi dalle retrovie, dove un numero incredibile di arcieri a cavallo, colpivano con rapidità e maestria senza pari, decimando i sopravvissuti alla prima devastante carica.
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Jeb non sapeva se Nym fosse sopravvissuta o meno, ma di una cosa era certo: se c'era anche una sola possibilità di farcela allora lei sarebbe tornata.
Intanto l'impatto con la cavalleria era stato meno devastante di quanto previsto, in buona misura il non essere stati colti di sorpresa, e l'abilità dei propri uomini, fecero sì che molti attaccanti, o i loro cavalli, finissero impalati o infilzati da frecce e lance, e che gli altri cadessero poi vittima degli attacchi incrociati dei fanti. Ma erano in troppi, e tante erano state le loro perdite dopo la prima ondata; Jeb sapeva che non avrebbero mai potuto resistere a lungo, inoltre per ogni istante che Nym tardava nel tornare il morale diminuiva. L'effetto galvanizzante della sua carica andava infatti scemando. Il Luogotenente allora cominciò a vagliare la possibilità di battere in ritirata, prima che venissero travolti da un'altra e più decisa carica nemica.
«È viva!» urlò improvvisamente qualcuno.
Jeb si voltò verso la voce, ma non riuscì a vedere nulla, ma qualcosa all'altezza dello stomaco cominciò a stringere. Poi arrivò la conferma alle proprie speranze: a cavallo di un destriero nemico, Nym cominciò a farsi strada nella confusione della battaglia. Menava fendenti ovunque vi fossero nemici da abbattere, esibendo un tetro stendardo, fissato alla bardatura del cavallo: la testa di un nemico sulla punta di una lancia.
Un motto riprese a girare tra gli uomini: «Finché il Comandante lotta, l'Invitta Compagnia lotta!» e la voce divenne nuovamente potente, e galvanizzati dall'incredibile impresa della donna i mercenari ripresero a opporre una resistenza maggiore.
La stessa Nym sembrava indemoniata, affrontando la morte a viso aperto. Nulla sembrava potesse farle del male: le ferite erano numerose, e una freccia spezzata nella gamba le impediva di tenersi saldamente ferma sul cavallo, ma continuava a combattere. La sua lama roteava e mieteva vittime in un turbine di morte, mentre con l'altro braccio schiacciava corazze con forti colpi di mazza: si era in qualche modo fissata alla bardatura del cavallo e con l'ausilio delle staffe riusciva a tenersi in sella. Tutto con una capacità nettamente superiore a chiunque le stesse intorno, quasi soprannaturale. E su ogni cosa i suoi occhi glaciali, azzurri come il ghiaccio in un viso ormai lercio di sangue e brandelli di cervella.
Per un attimo a molti sembrò di vivere una delle tante imprese che si narravano su Kurnym di Mocha, il leggendario Guerriero dell'Opale. E forse davvero lo spirito dell'uomo stava in qualche modo lottando al fianco della nipote: non furono in pochi a pensarlo. E tra questi lo stesso Jeb che sembrò a sua volta rinascere, riprendendo a falciare nemici con maggior convinzione; ciononostante sapeva in cuor suo che l'inevitabile era accaduto: il centro era ormai caduto, e l'esercito tutto era in rotta. Non importava però, perché in quel momento vigeva un'unica legge sul campo di battaglia, che né lui né nessuno dei propri uomini avrebbe infranto: finché il Comandante combatte, tutti combattono!
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L'ordine ufficiale di ritirata infine arrivò e colse Nym in uno stato di furia cieca, incapace di rendersi conto di qualsiasi cosa che non fosse quello che sentiva come un dovere imperante, ossia annientare il nemico, a ogni costo. Fu Jeb ad affiancarla, sporco di sangue, e anche lui montato a cavallo. In un attimo di tregua riuscì a comunicarle della disfatta subita e che l'ordine era quello di sgombrare il campo e coprire la ritirata di Gà len Fònia e il suo seguito.
Nym però sembrò non badargli, continuando a uccidere o mutilare chiunque avesse il coraggio di sceglierla come obiettivo, e assieme a lei continuavano la lotta tutti gli altri mercenari al suo servizio. La battaglia però era persa, terminata per tutti tranne che per l'Invitta Compagnia Aurea e il suo Comandante, che ancora a lungo si opposero all'esercito avversario, in un'operazione suicida e che vide in molti cadere inutilmente, spinti in quell'impresa disperata dalla cieca fedeltà al proprio Comando.
«Comandante!» continuava a chiamare Jeb, quindi insistette: «Nym, accidenti! Dobbiamo ritirarci!» ma fece l'errore di arrivarle troppo vicino e per poco non venne scalzato da cavallo quando parò con lo scudo un colpo di mazza della donna. Schegge di legno volarono ovunque.
«Jeb!» Nym sembrò chiedersi per un attimo perché il proprio uomo più fidato fosse passato al nemico, quindi ritrovò la ragione e prevenne: «Dobbiamo ritirarci, la battaglia è persa, è inutile tenere ancora il fianco destro: salviamo il salvabile!»
Il Luogotenente si limitò ad annuire e gridare i nuovi ordini, senza dire altro: l'importante era ritirarsi, chi lo avesse suggerito a chi, contava poco. La sorte sembrò però sfidarlo quella mattina, in quanto improvvisamente i nemici allentarono la loro morsa e in parte parvero addirittura ritirarsi. Fu in quel momento che un nuovo cavaliere si fece strada tra di loro, avanzando tranquillamente, come farebbe un sovrano tra i propri sudditi. E del resto, dai cori levati dai demoni orientali sembrava davvero essere qualcuno di importante.
Nym si accorse del suo arrivo leggermente in ritardo, ancora impegnata con qualche nemico particolarmente ardimentoso, o che aveva più fretta di altri di morire, ma quando lo vide comprese immediatamente cosa stesse accadendo.
«È venuto a sfidarmi, come promesso» disse sottovoce, ma Jeb riuscì comunque a sentirla. Adesso il cavaliere, il cui volto era coperto da un elmo completo, ornato da enormi corna, puntava una lancia contro di lei, come per indicarla.
Jeb le si affiancò, afferrandola per una spalla ormai rossa di sangue nemico. «Il Path Gòman? Ma che senso ha? Ormai ha vinto. Andiamo via!»
Nym scosse il capo in segno di diniego: «Esiste un codice d'onore Jeb. Se mi sfida, anche se intorno a noi il mondo stesse crollando, io debbo accettare e, se vuoi proprio saperlo, lo farò con piacere.»
Detto ciò si liberò dalla debole presa del compagno e si lanciò al galoppo, mulinando la spada con una mano e gettando la mazza per tenere più saldamente le redini con l'altra. Dietro di lei una scia di sangue simile a pulviscolo disegnava nell'aria la rotta seguita.
«Accetto la tua sfida! Nym di Mocha ti porterà la morte!»
Anche l'altro cavaliere le corse incontro, bardato di una sinistra armatura di cuoio, coperta di piccole scaglie nere dai riflessi violacei e tutte finemente decorate, mentre un copricapo cornuto andava a chiudersi attorno al capo e al viso, mascherandolo. Una faccia, che avrebbe potuto essere di un demone, era modellata sulla maschera in metallo, storta in un'espressione ghignante, a metà tra l'irridente e la sfida. La striscia di crini neri diveniva poi qui una vera e propria chioma che ricadeva vaporosa sulle spalle, e un'enorme ascia, che l'altro impugnava a una sola mano, pareva minacciare il mondo con la sua lama nera.
Nym però non si fece intimorire e proseguì ansimante con il cuore che le batteva sempre più forte. A ogni passo.
Allo stesso modo il cavallo sembrava pervaso dalla stessa furia, puntando dritto davanti a sé, ubriaco della rabbia di Nym.
«Muori!» fece in tempo a urlare la donna, prima che all'unisono con il suo rivale sferrasse il proprio colpo. Il Path Gòman andò a vuoto, poco sopra la testa dell'altra, e Nym colpì invece di striscio il posteriore del cavallo, mentre impegnata ad abbassarsi aveva concluso goffamente il proprio attacco.
Entrambe si ritrovarono al suolo, il Path Gòman a causa della rovinosa caduta del proprio destriero, e Nym perché scossa dalla rabbia, con un braccio e una gamba malandati, non era riuscita a tenere la sella, perdendo l'equilibrio.
Ciononostante, in un unico movimento entrambi i guerrieri rotolarono al suolo, rialzandosi subito dopo e caricando in direzione dell'avversario, per urlargli allo stesso tempo la rispettiva condanna a morte. La spada di Nym si scontrò a mezz'aria con la possente ascia del Path Gòman, che scoprì avere una forza e un vigore nettamente superiore al suo, tanto da farla rovinare al suolo. Per un attimo Nym, con gli occhi pieni di sangue, riuscì a scorgere una splendente pietra bianca che rimandava pregevoli giochi di luce riflessa, come se una miriade di venature colorate ne ricoprissero la superficie. Si chiese se non stesse sognando ma poi comprese tutto: la strana sensazione provata fin dalla mattina, la sfiducia e il timore che l'Incubo d'Oriente riusciva a imporre negli uomini prima ancora di lottare, e non ultimo la determinazione e la forza dei colpi del proprio avversario.
Il Path Gòman non era un guerriero comune, ma uno dei quattro possessori di Opale, come suo Nonno, Kurnym di Mocha, e come prima di loro i più valorosi guerrieri della storia. Solo i più grandi potevano fregiarsi di possederne una: l'Opale di fuoco, l'Opale d'acqua, l'Opale nera e l'Opale nobile Bianca, di cui ormai si era persa traccia in tutti i regni d'occidente. Ora Nym la vide ricomparire al collo del Signore dell'Incubo d'Oriente, proveniente direttamente dai limiti del mondo conosciuto.
Per un attimo sembrò ritrovare le forze, e come spinta da una disperata determinazione, tentò di falciare le gambe dell'avversario, ma i movimenti dell'altro, grazie anche alla qualità e alla leggerezza della sua armatura, furono altrettanto rapidi nel portarlo fuori portata. La donna ne approfittò per alzarsi e roteando la spada si rimise in posizione di guardia.
«Sei un uomo morto.» Adesso era nuovamente pronta alla lotta.
Il Path Gòman rise e per la restante parte del combattimento si limitò a schernirsi di lei, evitando i suoi attacchi uno dopo l'altro, sfiancandola più di quanto non lo fosse già . Gli uomini intorno osservarono la scena coscienti dell'enorme svantaggio in cui gravava il loro Comandante: una freccia ancora piantata nella gamba destra, un braccio tagliato in più punti e una violenta lotta contro decine di uomini sulle spalle. Jeb dovette trattenersi dall'aiutarla e forse l'unica cosa che lo spinse a non intervenire fu la certezza che Nym gli avrebbe mozzato la testa sul colpo se solo ci avesse provato.
«Sei forte» ammise la donna, regalandosi un attimo di riposo, quindi sputò del sangue al suolo, si passò una mano sulla fronte, sporcandosela ulteriormente di sangue, e infine aggiunse: «Se puoi uccidermi, fallo. Non potrei sopravvivere a una sconfitta senza onore» Nym intendeva con questo l'essere lasciata in vita.
Il Path Gòman non poteva capire cosa intendesse dire l'altra, ma sembrò intuire qualcosa perché cominciò ad attaccare con maggior impegno. Ogni colpo mandava Nym sempre più dietro, e la costringeva a piegarsi sempre di più sulle gambe, e più di una volta dalla ferita alla coscia della donna sgorgarono fiotti di sangue vivo. Infine sembrò arrivare la sua ora, perché ormai in ginocchio, vide l'arma del Comandante nemico calare su di lei. Allora diede fondo alle sue ultime forze, per un'ultima azione. Non aveva mai conosciuto Kurnym di Mocha, ma sapeva, sperava che suo nonno fosse al suo fianco in quel momento, per darle la forza di colpire un'ultima volta. O andava a segno o era la morte.
Si lanciò in avanti, dando una spallata allo stomaco dell'altro, quindi mentre questi era sbilanciato e cercava di fermare il proprio affondo ormai inutile, ruotò su se stessa, facendo leva sul corpo del Path Gòman, di certo ben più saldo del suo. L'attimo dopo era alle sue spalle, senza voltarsi ruotò allora i polsi e colpì all'indietro. Ancora una volta si ripeté che non avrebbe avuto una seconda possibilità .
Un urlo di stupore si levò tra i demoni invasori e un grido di gioia invece si alzò verso il cielo dalla Invitta Compagnia, quando la spada di Nym perforò l'armatura del nemico andandosi a infilare nel fianco. Il successivo movimento della donna, misto di una caduta e di un goffo tentativo di affondo ulteriore, segnò la fine della sua spada che si spezzò in due, ormai rovinata da una lunga e dolorosissima battaglia.
Il Path Gòman accusò il colpo, ferito ma non gravemente, perché l'armatura aveva assolto bene il proprio compito, limitando la capacità di penetrazione della lama, e perché questa non sembrava aver leso alcun organo interno. Non perse però occasione per chiudere lo scontro, soprattutto adesso che aveva perso l'iniziale vantaggio, alzò perciò l'ascia e si voltò per colpire una Nym ormai inerme al suolo e senza forze. Avrebbe dunque avuto la sua testa, come promesso?
Non riuscì però a terminare l'affondo perché tre uomini, tra cui Jeb, si staccarono dal contingente della Compagnia per spingerlo via, lontano dal loro Comandante.
«Portatela in salvo!» ordinò il fido Luogotenente, sguainando la spada e puntandola verso il Path Gòman: un uomo senza volto, il cui elmo completo lasciava aperto solo uno spiraglio per gli occhi. Occhi duri, ma non quanto quelli di Nym, pensò Jeb, che li sfidò apertamente, e con lui almeno una dozzina di suoi fedelissimi, pronti anche alla morte pur di mettere in salvo il Comandante.
Il Path Gòman disse qualcosa nella propria lingua, quindi si fece dare un cavallo e si ritirò: la sua battaglia, quella per la conquista, l'aveva vinta, Nym di Mocha poteva aspettare e poi, pensò, non si era rivelata l'avversario che sperava.
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Trascorse un intero giorno prima che Nym riprendesse conoscenza e sei ne occorsero per permetterle di alzarsi dal letto. Alla fine della convalescenza due vistose fasciature le cingevano la coscia e la spalla destra.
Jeb, invece, dalla fine della battaglia si divideva tra il ruolo di comandante, infermiere e diplomatico, saltando da una tenda all'altra del ricovero alleato, senza disdegnare di tanto in tanto anche qualche visita di piacere all'interno delle mura cittadine. Da quando Gamesia e Bora avevano perso la battaglia, i rifornimenti scarseggiavano, dato che le campagne e le vie di comunicazione erano praticamente in mano al Path Gòman che stava ora discutendo i termini della resa con i due regni sconfitti. La penuria di cibo e di moneta costringeva inoltre molte cittadine a concedersi più facilmente pur di racimolare qualche soldo; Jeb sapeva che era una cosa scorretta approfittare della situazione per soddisfare le proprie voglie a basso costo, ma era un mercenario e per lui tutto aveva un prezzo... o quasi. Il giorno della battaglia non aveva esitato a sfidare apertamente il comandante nemico pur di portare in salvo Nym. Al contrario, si trovò a pensare, Nym aveva messo la sfida col Path Gòman e il proprio orgoglio davanti a tutto e a tutti, prima non fermandosi appena era stato chiaro che la battaglia fosse stata persa, e questo era costato la vita di molti amici e uomini valorosi, poi nel successivo duello col conquistatore straniero. Lei, che con tanta sicurezza aveva affermato che mai avrebbe venduto i propri uomini per denaro, li aveva poi pesati sulla bilancia assieme all'orgoglio, giudicandoli perdenti.
«Perché avete interrotto il combattimento?» chiese la donna, interrompendo i suoi pensieri. Era in piedi davanti all'entrata della tenda, ombra scura sullo sfondo luminoso.
«Perché eravamo stanchi di combattere» mentì Jeb, sapendo di farlo. «Sai com'è la legge: finché il Comandante combatte, combattono tutti. Come ti ho detto, eravamo stanchi.»
Nym non rispose, non gli interessava farlo, ma aggiunse: «Il Path Gòman, quell'uomo, aveva un Opale... sai questo che significa?»
Jeb sorrise: «Che è un pazzo fanatico. Nessuno con del sale in zucca darebbe importanza a cose come le Opali magiche.» Sapeva che Nym era ossessionata da quelle pietre e sapeva anche che suo nonno, Kurnym di Mocha, ne possedeva una, e forse proprio per quello fu così duro.
«Lo so che per te cose come questa non hanno valore» sentenziò Nym, sempre dandogli le spalle. «Per te conta solo il denaro... per te tutto ha un prezzo» fu allora finalmente in grado di rivolgergli la domanda che le era venuta in mente prima della battaglia: «E a me, sentiamo, che prezzo dai?» voleva ferirlo e ci riuscì. Perdere una sfida non era una bella esperienza e l'essere stata tratta in salvo come un cucciolo ferito non migliorava certamente il suo morale. Aveva molta rabbia da scaricare e Jeb era lì.
L'altro non replicò, dal suo punto di vista una domanda del genere non meritava risposta, significava solo darle un credito che non meritava.
Nym ne rimase contrariata, come poteva rifarsi le unghie se lui non reagiva? «Va' via, lasciami sola adesso» ordinò senza neanche degnarlo di uno sguardo.
L'uomo annuì e stava per andarsene, ma poi si fermò al fianco del Comandante: stavolta non poteva lasciar correre, non dopo che aveva messo a rischio la vita di tante persone per puro orgoglio. "Per gli dèi, non questa volta!" pensò e partì all'attacco:
«Non hai esitato un attimo quando hai visto i tuoi uomini in difficoltà » le disse, e Nym finalmente si voltò; aveva alcuni graffi sul viso che sarebbero guariti di li a poco, ma che le donavano un'aria truce. «Fosse dipeso da te ci avresti mandati tutti a morte, altro che "per l'oro di Gamesia e Bora". Hai permesso che la Compagnia fosse decimata per molto meno.»
Nym serrò le mascelle, sempre di più a ogni nuova parola, ma Jeb sembrava non badarvi. «Almeno con l'oro ci si può divertire» proseguì «ma il tuo orgoglio non paga, e noi siamo mercenari. Inoltre tutto questo è successo solo per la smania di misurarti con lo spettro di tuo nonno.» Ecco lo aveva detto, che adesso lo uccidesse anche sul colpo, ma avrebbe dovuto prendere atto della realtà .
«Dovrei passarti per le armi, lo sai?» ringhiò Nym, guardandolo negli occhi. Istintivamente Jeb abbassò il capo scuotendolo in segno di rassegnazione. In realtà stava evitando il muso contro muso, perché sapeva di non poter reggere uno scontro di quel tipo, non contro il proprio Comandante, e poi... poi temeva che se l'avesse fissata troppo, a quella distanza, gli sarebbe venuto voglia di baciarla.
Il viso della donna si indurì ulteriormente, irritata per il modo in cui l'altro la evitasse: evidentemente non sembrava avere gli stessi problemi di Jeb nel resistergli. Sembrò invece valutare davvero la possibilità di ammazzarlo. «Mio nonno... è un'assurdità !» liquidò infine, poi spiegò: «Non è così semplice e poi ci siamo comunque ritirati, solo lo abbiamo fatto con più stile. Cosa volevi? Che fuggissimo con la coda tra le gambe!? E chi ci avrebbe più assunto dopo? Se abbiamo ancora un credito è solo perché abbiamo tenuto il fianco fino alla fine: forse, nonostante tutto, qualcuno ci offrirà ancora lavoro. Del resto si sa che per un mercenario il nome è tutto: "se il mio nome vale qualcosa" non è forse il nostro giuramento?»
«Sciocchezze!» sbraitò Jeb, stufo di sentirsi prendere in giro. «Sai bene che non è al nostro buon nome che pensavi quando hai continuato a combattere, e non è certamente ai tuoi uomini che hai pensato quando hai deciso di accettare la sfida a battaglia finita: è quella pietra che ti ha fatto impazzire, prima ancora che la vedessi aveva già preso il controllo su di te.»
Nym si chiese per quale motivo non gli avesse già staccato la testa, senza perdere ulteriore tempo. «E se anche fosse?» riprese. «Sono una guerriera, prima che una mercenaria, e per me conquistare un Opale è uno scopo per cui morire.» Non gli avrebbe concesso oltre, era stufa ed era il Comandante.
Jeb scosse il capo, quasi con disgusto: «Quanto poco valore dai alla tua vita. Eppure io...» ma non terminò.
Nym lo guardò dubbiosa: «Tu cosa?»
«Lascia perdere, tanto hai altro per la testa... quel tuo, come si chiama: Parnèo.» Ma come gli era venuto in mente di tirare in ballo quell'argomento? Se ne sorprese lui per primo.
La donna scoppiò in una risata isterica: «Ancora con questa storia? Parnèo è acqua passata» ma la pausa che seguì indicava chiaramente il contrario.
Si allontanò, quasi come per ritrarsi. Riprese: «E poi non era la mia ossessione per l'Opale che ti preoccupava? Deciditi.» Voleva cambiare discorso, e voleva farlo alla svelta.
Jeb non fu della stessa opinione, anche perché era riuscito a trovare il collegamento: prima la sua bocca si era mossa in anticipo sulla mente, ma adesso aveva recuperato e poteva risponderle a dovere.
«Sai cosa pensò?» iniziò, accorciando le distanze. «Non sei riuscita a conquistare una cosa che per te valeva più di ogni altra, l'amore del tuo uomo, e allora ti sei lanciata a capofitto sull'altra cosa che ha importanza nella tua vita. Le maledette Opali!»
«Sei pazzo» si limitò a dire Nym. «Non vedo il nesso tra le due cose» ma l'obiezione era debole, tirare in ballo Parnèo l'aveva spiazzata e giustificare le proprie scelte in battaglia era una cosa, ma il resto...
Jeb l'afferrò per le spalle, e le parlò cavalcando la sua momentanea debolezza: «Pensaci bene: hai un conto aperto alle tue spalle, e non troverai pace finché non sarà chiuso»
«Sciocchezze» sentenziò la donna.
«Non hai avuto Parnèo e allora cerchi le Pietre per rimediare alla tua frustrazione da innamorata delusa» l'altro era deciso ad andare avanti. «Altro che leggendaria guerriera: non sei diversa da qualsiasi altro essere umano, anche se fai di tutto per nasconderlo.»
Nym si liberò dalla sua presa, indietreggiando di un passo.
"Colpita" pensò Jeb e riprese l'affondo: «Accettalo: sei ancora innamorata di quell'uomo e finché non vincerai o ti dichiarerai sconfitta non troverai mai la tranquillità .»
Un forte manrovescio gli colpì la guancia facendolo sanguinare a un labbro. Restò al suo posto: «Questo non risolverà i tuoi problemi... e i nostri. Sì, nostri, perché se tu hai un problema, lo abbiamo automaticamente anche noi.»
In quel momento a Nym tornò alla mente un vecchio modo di dire che la tradizione assegnava a suo nonno, ossia che un guerriero, prima di una battaglia, dovesse avere la mente libera dagli affetti, senza nessuno che piangesse alle sue spalle. Questo gli avrebbe fatto affrontare meglio il proprio destino, e con esso anche la morte.
Sospirò, non poteva uscirne, Jeb l'aveva stretta in un angolo senza possibilità di fuga.
«Hai ragione» si rassegnò ad ammettere alla fine. «Ho un conto col mio passato da saldare, e allora? Chi non ne ha.»
Il Luogotenente sorrise. «Tutti» rispose, ma aggiunse anche: «L'importante è saperci convivere, e questo non è il tuo caso.»
Si accostò ulteriormente e quasi si toccarono, quindi a voce un po' più alta spiegò: «Maledizione, tu sei Nym di Mocha!» e spalancò le braccia, come a identificare tutto ciò che li circondava, l'intera Compagnia Aurea, con lei. «Se vuoi continuare a esserlo, allora devi saldare questo debito. L'alternativa è buttarti in ogni impresa senza speranza mettendo inutilmente a rischio la tua e le nostre vite.»
Nym raccolse in silenzio, rimuginando su quanto l'altro le stesse rimproverando. Andò a sedersi su di uno sgabello, le gambe leggermente divaricate e i gomiti poggiati sulle cosce, scaricandovi il peso, fisico e mentale, che gravava in quel momento sulle sue spalle. Dopo lunghissimi attimi esordì, alzando gli occhi verso l'amico:
«Questo potrebbe significare partire e lasciare il comando della Compagnia. Ci hai pensato Jeb?» un avvertimento più di una domanda. Un vecchio motto suggeriva di stare attenti a ciò che si chiedeva agli dèi, perché talvolta poteva capitare che questi esaudissero poi per davvero il desiderio.
Jeb sarebbe stato pronto in tal caso?
«È una tua scelta» si limitò a chiarire questi, celando bene ogni proprio pensiero: non gli avrebbe offerto alcun alibi.
Nym tornò muta, quindi il Luogotenente uscì, chiudendosi la tenda alle spalle.
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«Cosa farai, allora?»
Era trascorso un giorno dalla loro discussione, dodici lunghe ore e che a Jeb sembrarono ancor più lunghe di quanto non fossero state in realtà . Nym era rimasta chiusa nella propria tenda per tutto il tempo, e lui a sua volta aveva evitato di fargli visita, poi d'improvviso se l'era ritrovata alle spalle. «Vieni» gli aveva semplicemente ordinato, e ora erano ancora uno di fronte all'altra, lontano da orecchie indiscrete, all'ombra di un robusto e frondoso albero, preludio a una verde macchia arborea poco distante.
«Parto. Domani mattina» fu la decisione comunicata dalla donna. «Hai ragione: sono più forte di un tempo e posso affrontare anche una sconfitta, ma che sia tale. Non questo eterno dubbio che mi porto dentro.»
Il sole illuminava solo in parte il viso della donna, accendendo d'oro i capelli.
«E con la Compagnia?» si limitò a chiedere calmo l'uomo, soffocando le sensazioni e le emozioni che lo avevano improvvisamente assalito a quella notizia.
Non le aveva consigliato lui di andare? E allora perché ora sembrava che qualcuno gli avesse strappato il cuore dal petto?
«La lascio in buone mani: è tua, rendila ancora più grande.» Nym volse poi lo sguardo al sole, alla ricerca di calore; i raggi della stella la costrinsero a socchiudere gli occhi. Deglutì e sospirò in silenzio.
«Allora ci lasciamo qua» chiuse Jeb. «Una volta partita, per te sarò il passato.» Attese che l'altra rispondesse, che magari lo invitasse a un ultimo incontro, ma si scontrò contro un muro di silenzio. Nell'aria solo il suono delle foglie smosse e il loro piacevole profumo. Allora si diede dello stupido, quindi si congedò freddamente per nascondere la delusione:
«Più tardi riunirò gli ufficiali nella tua tenda, così potrai, se vuoi, prender commiato anche da loro» e fece per andare.
«Un'ultima cosa» lo fermò però Nym, e stavolta si voltò a guardarlo negli occhi, con quello sguardo che bruciava l'anima a chiunque lo incrociasse. «Se perderò la prossima battaglia» ed entrambi sapevano che si riferiva a Parnèo. «Allora ti giuro che mi dichiarerò sconfitta e tornerò al mio posto, e non ci saranno più sfide impossibili. Se non dovessi tornare però, considerami morta. Vivi la tua vita e dimenticami.»
Jeb temette di essere arrossito: a quanto pare Nym aveva letto ben oltre le sue parole. Forse meglio di quanto non avesse fatto lui stesso.
Si allontanò senza aggiungere altro.
"Addio."
"Addio."
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FINE
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"L'ultima battaglia"@2004-2010 - Stefano Marinetti
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