Rusalka, di C.J. Cherryh Schede libri

Rusalka


Anteprima testo

CAPITOLO UNO

L’inverno pian piano si stava allontanando e le giornate erano offuscate dalla nebbia, ma le sere avevano assunto un colore ambrato: la neve si stava sciogliendo trasformandosi in una miriade di pozzanghere. Il ghiaccio si liquefaceva scricchiolando fra gli ultimi cumuli di neve e provocava dei rumori improvvisi.

Un pezzo di ghiaccio particolarmente grande si trovava nel punto in cui l’acqua scolava davanti al lato ovest della veranda del Galletto, ma il rumore che udì Pyetr Kochevikov, mentre si avvicinava al portico con il suo cavallo, non era quello del ghiaccio che andava in frantumi, ma lo sbattere della paletta del burro della zia Ilenka.

Sasha Misurov, con due secchi in mano, faceva molta attenzione al ghiaccio, mentre il cavallo nitriva dirigendosi verso il margine della strada e slittava contro il recinto, cadendo nel fango e riuscendo per un vero miracolo a non rompersi le gambe.

La zia Ilenka si precipitò fuori dalla cucina agitando la paletta, invocando il Padre Cielo, lo Zar, e tutti i suoi dignitari.

«Pyetr Kochevikov! Guarda come sono ridotti la mia veranda ed il vialetto! Oh, mio Dio…», esclamò poi, accorgendosi che il latte si era rovesciato fuori dalla pentola. Quindi afferrò la scopa che stava nell’angolo.

«Attenzione!», gridò uno dei giovani. «Fai attenzione, Pyetr! Sei in pericolo!» La zia stava agitando la scopa, ma Pyetr si stava già allontanando con il suo cavallo dopo essersi tolto il cappello ed aver accennato ad uno scherzoso inchino; gli altri giovani ribaldi, intanto — secondi o terzi figli di ricche famiglie di Vojvoda, come era appunto la famiglia di Pyetr — si stavano godendo la scena tenendo a freno i loro cavalli per gustarsi lo spettacolo di quella battaglia casalinga.

La zia Ilenka riuscì a bloccare Pyetr costringendolo con le spalle al muro in un angolo fra la stalla, il cortile e la stanza dei bagni, ma Pyetr fece fare un salto al suo cavallo, che oltrepassò il recinto andando ad urtare contro lo steccato del vialetto dove fece schizzare del fango che imbrattò da capo a piedi la zia Ilenka.

Quest’ultima sgranò gli occhi ed afferrò nuovamente la scopa preparandosi ad un nuovo assalto, ma quei teppisti erano già fuggiti via facendo schizzare fango da tutte le parti, dopo averle lanciato una piccola manciata di monete. «Per la pentola del latte!», gridò Dimitri accompagnato dalle risate dei compagni, e Pyetr, agitando di nuovo il cappello, aggiunse «Per la bevuta!». Poi gettò un’altra moneta e si allontanò dal Galletto attraverso il cancello della stalla, ben fermo sulla sella e sempre schiamazzando e ridendo.

Un ultimo schizzo di fango raggiunse il recinto quando quei furfanti erano già lontani.

Sasha si sedette, posò a terra i secchi, poi corse a riprendere la scopa che era caduta nel fango nei pressi del cancello: quando la riportò alla zia, questa si dimostrò molto meno lieta di quel che il ragazzo si sarebbe aspettato.

«Furfanti!», gridò Ilenka, quindi, dando bruscamente un colpo sulle gambe di Sasha con la scopa, gli ordinò: «Pulisci!».

Come se fosse stata colpa sua! Ma, in un certo senso, lo era; lui, Sasha Misurov, era perseguitato dalla sfortuna e, se la pentola del latte della zia Ilenka si era rotta ed il burro era andato perduto, se Pyetr Kochevikov ed i suoi turbolenti amici avevano creato tutta quella confusione nel cortile della taverna, ecco, dipendeva tutto dalla malasorte di Sasha, soprattutto perché lui era rimasto lì fermo come uno stupido.

Grazie a Dio, Dimitri Venedikov aveva gettato quelle monete, altrimenti Ilenka avrebbe usato senza misericordia la scopa contro di lui.

E lo zio Fedya…

… lo zio Fedya avrebbe sicuramente detto, dopo averlo sopportato per dieci anni: «Perché teniamo ancora con noi quel ragazzo?».

Pyetr non aveva preoccupazioni. Aveva lo stomaco pieno di alcool, il giorno prima aveva vinto un bel cavallo ai dadi, aveva amici molto vicini allo stesso Zar Mikula, e parecchie donne e ragazze erano innamorate dei suoi occhi e della sua intelligenza. Pyetr Kochevikov era ormai abituato a quella fortuna, tanto da non ricordare con chiarezza i tempi in cui aveva sofferto la fame, e quasi non rammentava di avere dei parenti in città, dal momento che nessuno di loro gli aveva mai rivolto la parola se non per chiedergli del denaro.

Non era, per così dire, nato nella ricchezza. Ma cercava di procurarsela.

Non aveva ricevuto una buona educazione, ma era dotato di un ingegno vivace e di una rara facoltà nell’apprendere dalle persone. I figli non primogeniti delle famiglie benestanti di Vojvoda, che non avevano prospettive — e ancora meno responsabilità — avevano trovato in Pyetr Kochevikov un antidoto, che era appunto il modo in cui si definiva anche lui: un antidoto alla noia ed un rimedio contro la troppa serietà.

Così, quella sera, mentre si allontanavano dal Galletto, quando Vasya gli disse: «Vieni con noi alla locanda!», Pyetr gli strizzò l’occhio e rispose sogghignando: «Ho ben altro da fare!» Vasya comprese ed annuì, ma quello stupido di Ivan chiese: «Cos’hai da fare?» A quelle parole, Vasya e Andrei si tolsero i cappelli con i quali lo colpirono ripetutamente.

«Solo un poco di buono farebbe il nome della signora. Ma chi è costei che il nostro Pyetr preferisce ai dadi?», chiese ‘Mitri.

Pyetr rispose con un lieve sorriso: «Un gentiluomo non parla!», e s’incamminò con passo deciso lungo la Via del Mercato di Vojvoda, fermandosi poi per sistemare il suo nuovo cavallo nella scuderia del Fiore, dove alloggiava, e per comprare una manciata di dolci.

Poiché la temperatura era abbastanza mite, il vecchio Yurishev sedeva fuori a giocare a carte con dei suoi amici, vecchi come lui, e la bella e compiacente Irina era assolutamente libera da impegni, o così almeno, aveva giurato la sua domestica.

Pyetr girò intorno al cancello del giardino dove abitava la donna, quindi saltò sul tetto della stanza dei bagni fino a raggiungere le scale, e poi da lì sul balcone del piano superiore, diretto alla finestra che, secondo quanto gli aveva assicurato la domestica, avrebbe dovuto essere aperta.

Qualche minuto più tardi, Pyetr Kochevikov si era allontanato dal davanti della casa e si stava arrampicando verso la finestra del secondo piano che era ancora chiusa, quando il vecchio Yurishev in persona, con la spada in pugno, si precipitò nel vialetto del giardino dopo aver voltato l’angolo della casa gridando: «Aiuto! Guardie! A me!»

Pyetr raggiunse con un salto la strada piena di fango cercando di arrivare di soppiatto al Fiore, ma i servi di Yurishev comparvero dal lato ovest della casa costringendolo a tornare indietro proprio nel momento in cui il loro padrone svoltava l’angolo ad est brandendo la sua spada.

«Dannazione!», gridò Pyetr, cercando di fuggire e di allontanarsi da lì ma, inciampando in un vaso di erbe raccolte da Irina, fece un ruzzolone a terra nel tentativo di evitare i furiosi colpi di Yurishev.

«Ti ucciderò!», urlava Yurishev cercando di colpire Pyetr, mentre quest’ultimo rotolava per terra e si lamentava a causa di un dolore al piede che si era procurato urtando i frammenti del vaso sparsi lungo la strada. «Canaglia!», continuava intanto a gridare Yurishev.

Pyetr stava barcollando fra i cocci del vaso delle erbe quando sentì qualcosa colpirlo e, abbassato lo sguardo, vide che la vecchia spada di Yurishev gli si era conficcata nel fianco. Allora alzò lo sguardo sul volto di Yurishev: entrambi erano terribilmente turbati. Pyetr gridò, mentre Yurishev, sempre più alterato, estraeva con forza la spada.

Forse lo shock del momento fece indugiare il vecchio.

Pyetr barcollò tenendosi una mano sul fianco, poi si voltò e corse via prima che i servi riuscissero a fermarlo; attraversata la strada, entrò nel cortile della stalla del Fiore che era delimitato dal cancello posteriore e dal vicolo.

Trattenne il respiro nel buio e si appoggiò al cancello: poteva udire quelli che lo cercavano e che si aggiravano nello spazio antistante la stalla, protesi in una caccia che aveva come obiettivo principale quello di…


Leave a Comment