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2, Place Lamartine

«Più piano.»

Guardo stupito il mio compagno, inconsapevole della velocità che sto tenendo, una volta raggiunta finalmente l’autostrada.

Tuttavia rallento, impercettibilmente; e poi rallento ancora, finché l’andatura non scende sui 70 orari, e gli sbuffi di fumo tornano a vagare nella macchina, disperdendosi insieme alla tensione.

«Vincent, così non arriveremo certo in serata.»

Ma l’uomo dai capelli rossi e dagli zigomi sporgenti non risponde subito, la pipa in mano e lo sguardo ora perso nei campi che si stendono a Sud di Parigi; campi di un colore giallo intenso che tuttavia mal contrastano con un cielo caldo e lattiginoso. Sarà blu, il cielo della Provenza?

«Vincent, non credo che potremo arrivare prima di domani pomeriggio.»

«E importa?» risponde il mio compagno, nel suo fiammingo ormai ricco di inflessioni francesi. «Non ti sembra strano avere fretta, quando si ha potere sul tempo?»

Sì, lo trovo strano; ma una certa inquietudine mi spinge a correre verso Arles, quasi sia io quello che desidera tornare a rivedere il Rodano con i suoi ponti e le sue barche…

Ma posso davvero trovare strano qualcosa? Io, che mi trovo in macchina con un uomo diverso da tutti gli altri? Mi giro verso di lui, e ancora una volta la vista del suo orecchio, tagliato per metà, mi riporta all’interno del mio sogno…

*

Auvers, 27 Luglio 1890

Non sono poi così vicino al fiume, ma l’umidità, con questo caldo, è ugualmente insopportabile.

È molto che sto seguendo Vincent, avanzando a fatica attraverso i campi di grano. Campi non certo sterminati; ma il sole, il silenzio rotto solo dall’orrendo gracchiare dei corvi, rendono tutto più difficile.

Quanto manca al tramonto? Poco; poi lo vedo: più vicino, stavolta, col suo cappello di paglia, la sua bisaccia, le sue tele.

Osserva una casa colonica, deserta o forse abbandonata del tutto, alla ricerca di un’inquadratura, di un tocco di luce. Ma il sole è sempre più vicino all’orizzonte.

Poi entra nella casa, e sento come un brivido salirmi lungo la schiena. Dove può aver trovato la pistola? Non si è mai saputo…

Non posso aspettare oltre; raccolgo tutte le mie energie, e lo chiamo a gran voce, pronto allo scontro.

Potrò convincerlo? E poi, avrò la forza di usare ancora una volta il cristallo, a neanche un giorno di distanza da quando sono arrivato qui?

E infine Vincent mi sente, ed esce dalla casa.

Non c’è nessuno scontro, ed è un uomo sereno, in cerca solo di una luce e di un’inquadratura, quello con cui parlo.

*

Auxerre è da tempo alle nostre spalle; la E15 si snoda davanti a noi, mentre tutti gli altri veicoli ci superano senza difficoltà… Vado piano, cosa che fa sembrare la strada ancora più interminabile; o forse è rallentato il tempo, in modo che io possa assaporare più a lungo la compagnia dell’uomo dai capelli rossi?

Vincent comincia a chiedermi del cristallo, dei miei progetti, dei miei sforzi: ma come spiegare a un uomo del secolo precedente, per di più digiuno di nozioni scientifiche, qualcosa che neanche i nostri migliori scienziati riescono a capire?

Il cristallo riposa in una tasca interna della mia giacca; piccolo, ma carico di misteriose radiazioni che solo pochissime persone riescono a percepire e a controllare, riuscendo, anche se con uno sforzo enorme, a viaggiare nel tempo e nello spazio con la sola forza della mente.

Io posso farlo; ma nessuno ha veramente capito come e perché, da quando il cristallo è stato ritrovato all’interno di un meteorite, anni fa.

Perché proprio io? Perché ho voluto riportare Vincent nel nostro mondo? La mia ammirazione per lui non basta, né la voglia di sapere qualcosa di più della sua fine misteriosa; e tantomeno l’idea di sperimentare il potere del cristallo o andare alla ricerca di qualche paradosso.

Tutte queste cose insieme, certo. Ma un vero motivo non esiste; passando per Auvers, ieri, sono stato sulla sua tomba, e ho sentito di doverlo fare.

*

Auvers, 27 Luglio 1890

Vincent fuma, adesso. È questo l’uomo che tutti considerano pazzo? L’uomo che è venuto qui solo perché un medico ha garantito al fratello di poterlo curare?

Forse lo è davvero, se accetta tranquillamente quello che gli dico, il discorso che ho preparato con tanta cura…

Non è forse vero che verrà un giorno in cui lui non sarà più considerato un povero demente che cerca di sbarcare il lunario, campando delle elemosine del fratello? Sarà invece considerato un genio, il più grande pittore olandese dopo Rembrandt…

Ma qualcosa in quello che dico mi suona artificioso; Vincent non ha bisogno di essere convinto, inesplicabilmente; e dietro il fumo della sua pipa non sembra neanche curioso di quello che potrà aspettarlo nel mio mondo; è un uomo che ha già deciso di accettare il suo destino, e il suo destino sono io, adesso.

Sorrido senza sapere il perché, e la mia mano si chiude sul cristallo.

*

Col tramonto inizio a sentire la stanchezza: non solo sto guidando da molte ore, ma ho scoperto che andare piano può essere più faticoso che correre, come sono abituato a fare… Comunque Lione è vicina: usciamo dalla E15 allo svincolo di Villefranche, e dopo pochi chilometri ci fermiamo davanti a un albergo dall’aria tranquilla.

Quello che mi stupisce, in Vincent, è la sua sicurezza: sembra a suo agio anche in un albergo moderno, dotato di ogni comfort, lui, che non solo è un estraneo nel nostro mondo, ma ha condotto, finora, un’esistenza stentata, quasi miserabile, vissuta tra prostitute, locande malfamate e locali fumosi. Gli interessa davvero questo mondo? O è il suo genio che gli permette di sentirsene così distaccato?

E tuttavia, dopo che ad Auvers abbiamo parlato per tutta la sera precedente e parte della notte; dopo aver visto le rive dell’Oise, e aver girato per le strade quasi deserte di Pontoise; dopo aver bevuto e mangiato insieme… Vincent è voluto tornare ad Arles; non c’è un motivo, né una risposta, ed io sono qui, guidando l’automobile in una discesa verso sud che sembra non aver mai fine.

Ceniamo; Vincent consulta il menù e approfitta della mia ospitalità ordinando una ricca cena, annaffiata da una buona dose di Beaujolais: scopro in lui anche un intenditore di vini, e la nostra conversazione prende una piega particolarmente piacevole.

Poi l’incanto si rompe; nell’angolo semibuio in cui io e lui continuiamo la nostra discussione si materializzano due persone; e solo allora torna alla mia mente, come un’eco lontana, il rumore delle portiere sbattute, di un motore spento… qualcuno ci ha trovato.

Non sono giornalisti, e neanche francesi. Sono due Giapponesi, vestiti con eleganza, e non privi di cortesia, visto che aspettano il mio cenno per sedersi al nostro tavolo.

Vincent li guarda con aria interrogativa, mentre io sfodero un sogghigno, pregustando la scena; poco importa, in fondo, come siano riusciti a trovarci. Probabilmente ci seguono da Parigi.

Il più basso dei due parla fiammingo, e parla anche a nome dell’altro; ci spiega che il suo compagno è un pezzo grosso, molto grosso, di una casa automobilistica giapponese, una delle più importanti al mondo, e si dilunga a descrivere l’importanza che l’arte europea ha nel suo paese, e così pure la musica e la letteratura.

Quando finalmente cambia tono, fuori si è fatto buio.

«Il suo ritorno in quest’epoca, Vincent, è un evento straordinario, un miracolo per l’umanità. Pensi al bene che potrà essere fatto attraverso le sue opere, all’immenso valore che acquisteranno i suoi quadri, passati e futuri!»

Forse Vincent comprende, se interpreto bene lo sguardo fuggevole che mi lancia; le volute di fumo della sua pipa si fanno più intense.

«Vorremmo che il suo primo quadro fosse per noi, Vincent; uno dei suoi bellissimi autoritratti. La pagheremo molto bene.»

«Quanto bene?» Ma sono io a fare la domanda, troppo curioso di vedere fin dove i ricchi uomini d’affari giapponesi vogliono e possono arrivare; Vincent rimane in silenzio.

«Sappiamo che tale quadro avrà grande valore. Noi vogliamo pagare un prezzo adeguato a un’opera unica, immortale.»

«Ma quanto? Quanti franchi? Anzi, quanto oro? A Vincent serve una cifra che abbia valore anche per la sua epoca.»

I Giapponesi discutono fra di loro; il più basso estrae una calcolatrice e senza smettere di parlare compie una sterminata serie di conti.

«Quattrocento milioni di franchi. Molto oro. Sei tonnellate di oro, circa.»

Vincent strabuzza gli occhi, perdendo la sua impassibilità; io sogghigno nuovamente. Neanche tantissimo, penso.

«Ti avevo pur detto che eri molto famoso» mi lascio scappare.

I due Giapponesi fissano Vincent, aspettando una risposta; ma dopo un po’ il pittore si alza, e senza una parola si avvia verso la nostra camera. Passandomi accanto mormora “ci devo pensare”, e sono le uniche parole che gli sentirò pronunciare al riguardo.

Liquido a fatica i Giapponesi, visibilmente insoddisfatti, con numerose promesse di farmi vivo e di intercedere presso Vincent per fare avere a loro, prima di ogni altro concorrente, il suo primo quadro.

Poi raggiungo Vincent di sopra.

Tutti e due fatichiamo ad addormentarci.

Facciamo colazione, il mattino dopo; la scena grottesca della sera precedente sembra dimenticata, cacciata via dalla luce del giorno e dalle ombre dei grandi pini sulla strada; più volte Vincent si alza dal tavolo, spiando lo scorcio di campagna che si stende fuori del locale.

Ma poi un’altra macchina, ancora più grossa di quella dei due Giapponesi, si ferma davanti all’albergo; e altre due persone ne scendono, dirigendosi al nostro tavolo.

Americani, senza dubbio; entrambi parlano fiammingo, ma il loro accento è così orribile che basta sentirli parlare perché la colazione ci vada di traverso. Tuttavia li ascoltiamo.

Sono inviati di una famosa software house americana, e si stenta a credere, vedendo i loro abiti, che capiscano qualcosa di pittura; anzi, che capiscano qualcosa di qualunque argomento che non riguardi i soldi.

Dopo molte scuse, uno dei due, che si qualifica come ‘il numero 3’ della sua ditta, decide di venire al sodo; è meno cerimonioso dei Giapponesi, ma non per questo meno odioso.

«Vincent, sappiamo che lei ha già ricevuto delle offerte per il suo primo quadro. Delle offerte ridicole, che non tengono conto della sua fama e della sua genialità.»

Mi chiedo quanto offriranno, mentre Vincent tenta di accendere la sua pipa, ormai conscio dell’impossibilità di finire la colazione.

«Come si può commissionare qualcosa a un genio come lei, Vincent? Noi vogliamo solo che lei dipinga un quadro per noi, un quadro qualsiasi; fiori, sedie, ritratti, va tutto bene; purché ci sia la sua firma.»

Una pausa. Vincent fissa in silenzio l’interlocutore; ma è l’altro che riprende a parlare.

«Seicento milioni di franchi ci sembrano una ricompensa adeguata al suo genio.»

Stavolta sono io a chinarmi verso Vincent, e a mormorare: «Nove tonnellate di oro… forse dovrei invidiarti!»

Ma l’uomo dai capelli rossi non sembra immerso in qualche calcolo; le sue ciglia aggrottate tradiscono piuttosto il disagio che un uomo come lui, abituato a barattare, più che a vendere, i suoi quadri, prova a sentirsi offrire cifre simili.

Liquidiamo non senza fatica, e con vaghe promesse, i due Americani, e riusciamo a riprendere il nostro viaggio verso sud. Apparentemente non siamo seguiti.

Non lontano da Valence il paesaggio si addolcisce; alla nostra destra si intravedono i monti del Vivarais, e talvolta l’autostrada taglia per i boschi che fiancheggiano il Rodano. Vincent si rasserena, e ancora una volta cerco di fargli capire l’importanza che la sua pittura ha avuto nel nostro secolo; ma la cosa non sembra facile: stranamente, sembra quasi più semplice fargli accettare la realtà che lo circonda, una realtà basata su automobili e su alberghi incredibilmente confortevoli, piuttosto che la fama, anzi, la leggenda che circonda il suo nome.

«Dopo le offerte di queste ultime ore» insisto, «i critici rivedranno i loro giudizi: non il più grande dopo Rembrandt, come ti avevo detto, ma il più grande in assoluto! E forse non solo in Olanda.»

Vincent scuote la testa; non è convinto. Mi accaloro, ricordandogli la vertiginosa quotazione raggiunta dal suo dottor Gachet qualche anno prima: ma l’uomo dai capelli rossi resta dell’idea che ben altro valore abbiano i quadri custoditi nei musei. Come paragonare quel ritratto senza pretese, schizzato via solo perché nessun altro era disposto a farsi ritrarre da lui, ad opere studiate in ogni dettaglio, a quadri che potrebbero avere richiesto mesi di lavoro?

Rimango sconcertato; dov’è finita l’identificazione tra vita e arte tipica di Vincent? Lui che non apprezzava Raffaello sembra rivalutarlo, adesso.

«Fai le cose troppo facili» mi sento dire, tra gli sbuffi di fumo.

«Non essere troppo modesto» gli ribatto; ma forse Vincent non ha torto, e io mi sto dimenticando dei tanti, troppi quadri che non gli piacevano… i suoi quadri, intendo; la sua modestia, la sua insoddisfazione non sono poi una novità.

Ma allora, che cosa mai avrebbe potuto dipingere, se solo avesse avuto i mezzi e la tranquillità che andava cercando?

Che cosa mai offrirà ai Giapponesi, o agli Americani, ora che tutto questo è possibile?

La discussione continua ancora, quando usciamo dall’autostrada e ci fermiamo a pranzare in un ristorante vicino Orange.

Sto studiando brevemente la cartina, in cerca della strada più breve per arrivare finalmente ad Arles, quando mi accorgo che la matita con cui sto segnando i chilometri che mancano è sparita.

Guardo Vincent; l’ha presa lui, e sta disegnando su un tovagliolo di carta che non ha usato.

Trattenendo il respiro, mi sporgo e lo osservo: sul tovagliolo sta prendendo forma un angolo del ristorante coi tavolini vuoti e i vasi di fiori davanti alle finestre; e quello che ad altri potrebbe sembrare uno schizzo senza valore si trasfigura ai miei occhi, diventando un momento indimenticabile della mia vita, un istante di tempo congelato da un incantesimo.

Ma anche questo incantesimo si rompe; il disegno non è ancora finito che sentiamo qualcuno avvicinarsi al nostro tavolo.

Sono i due Giapponesi. Li fissiamo senza una parola, senza chiederci da dove siano arrivati, né se ci abbiamo seguiti o abbiano saputo degli Americani.

Lo hanno saputo, comunque; dopo un’infinità di scuse per averci interrotto, quello che parla fiammingo assume un’aria costernata e triste, e, fissando Vincent negli occhi, comincia la sua litania:

«Siamo stati molto ingiusti con lei, Vincent, ieri sera. Ce ne vergogniamo molto, e vorremmo pregarla di scordare le nostre parole. Noi apprezziamo l’arte sopra ogni altra cosa, e quella di un genio come lei non ha valore, non ha prezzo: commissionarle un quadro, come se lei fosse un pittore qualsiasi, e ad un prezzo irrisorio, è una colpa troppo grave per poter essere perdonata.»

Sbuffo. Ricordavo che il Giapponese era cerimonioso, ma il fastidio che provo supera ogni mia aspettativa.

Gli lancio un’occhiataccia, mentre Vincent, con aria rassegnata, cerca di accendere la pipa.

«Un quadro qualsiasi, il soggetto che più le piace. E raddoppiamo la nostra offerta: ottocento milioni di franchi, di cui metà nel giro di pochi giorni.»

Vincent smette di armeggiare con la pipa.

«Sono dodici tonnellate di oro, e le abbiamo portato un anticipo, per cercare di farci perdonare la nostra scortesia di ieri sera.»

L’altro Giapponese trascina con fatica davanti alla sedia di Vincent una valigia pesantissima, e la apre con qualche cautela.

Mi ritrovo a fissare esterrefatto alcune decine di lingotti d’oro. Ce ne saranno per almeno 30 chili.

La pipa si piega tra le dita di Vincent.

La valigia si richiude.

Ma prima che qualcuno di noi possa parlare, anzi, prima che io faccia in tempo a chiedermi come abbiano fatto i due Giapponesi a trovare tanto oro nell’arco della mattinata, compaiono anche i due Americani.

Ormai è evidente che ci stanno seguendo, e che si controllano fra di loro; ma comunque stiano le cose cominciano a volare parole grosse; in inglese, in giapponese, persino in francese… finché non alzo la voce a mia volta, costringendo tutti a un attimo di silenzio.

Gli Americani si siedono al nostro tavolo, e la solita scena ricomincia.

«Vincent, non si faccia ingannare da offerte da capogiro. Pensa davvero che tutti sappiano apprezzare la sua arte? Noi crediamo di avere le carte in regola: prenda pure informazioni… il suo quadro non è certo la prima opera d’arte a cui il nostro gruppo si è interessato. Tutti lo sanno! E se ancora non è convinto, pensi che possiamo offrirle un miliardo di franchi.»

Vincent strabuzza gli occhi; la pipa quasi gli cade di mano. Nel breve silenzio che segue, riesce a chinarsi verso di me, e a mormorare: «Un miliardo di franchi… potrei comprare tutta Arles, con questa cifra.»

Allargo le braccia. Ma poi i Giapponesi reagiscono; il più piccolo, pallido ma deciso, ribatte:

«Tutte storie. Dove sono questi soldi? Noi abbiamo l’oro, Vincent» e il suo compagno scuote l’enorme valigia, «ed è tutto suo, senza impegno: si fida dell’oro o delle parole?»

Gli Americani sembrano accusare il colpo; ma quasi subito una valigia compare anche nelle mani di uno di loro, mentre l’altro replica:

«Se è l’oro che cerca, abbiamo un dono per lei: e non un dono qualsiasi, ma un segno tangibile di quanto il nostro gruppo apprezzi davvero l’arte, e la sua pittura in particolare.»

La valigia si apre; e ci ritroviamo a guardare una tavolozza da pittore in oro massiccio, con inciso il profilo di Vincent: vi sono infilati quattro pennelli, tempestati di pietre preziose al punto da sembrare scolpiti da qualche enorme diamante.

Un oggetto di un valore incredibile: non riesco a credere che gli Americani siano riusciti a farlo costruire in meno di 2 giorni! Perfino i Giapponesi sembrano impressionati, mentre io e Vincent ammiriamo il ‘dono’, più sconcertati che convinti…

Ma poi, il Giapponese che parla fiammingo si china verso il pittore e, con un tono di voce insolitamente serio, replica:

«L’oro non è tutto nella vita, Vincent; lei lo sa bene. La sua vita è stata un succedersi di delusioni, anche sentimentali. Ma ora è diverso, e quello che noi possiamo offrirle è più prezioso di qualsiasi oggetto d’oro.»

No, non serio. Disperato, piuttosto. Tutti siamo girati verso di lui.

«La figlia del nostro imperatore vuole la sua mano, Vincent; ed è solo la più nobile delle principesse che aspirano a questo onore. Non la deluda mostrandosi troppo avido! Le faccia vedere che per lei conta di più chi sa apprezzare realmente la sua arte.»

«Bum!» Non riesco a trattenermi. Cosa può saperne, uno squallido uomo d’affari giapponese, della figlia dell’imperatore? E poi mi sembra che l’imperatore del Giappone abbia solo figli maschi. Pensare che, se fossero meno ignoranti, saprebbero che altre erano le cose che Vincent apprezzava, del Giappone, e che in fondo, per lui, le donne non erano così importanti come credono.

Vincent, stravolto, guarda i due Giapponesi come se non capisse quello che stanno dicendo; ed io, deciso a mettere a nudo la loro ignoranza, mi accingo a verificare la fondatezza delle loro affermazioni, quando gli Americani si accorgono, all’improvviso, del disegno sul tovagliolo.

Uno di loro vi allunga una mano sopra, e con l’altra estrae il libretto degli assegni.

«Un milione di franchi!» urla senza ritegno.

I Giapponesi vedono a loro volta il disegno, ed entrambi estraggono i loro libretti; il più alto cerca anche di impadronirsi del tovagliolo.

«Due milioni!» replica il più basso.

«Tre milioni!» urla di nuovo l’Americano; il suo collega grida a sua volta qualcosa in inglese, chiaramente incollerito.

«Mine! It’s mine!» urla fuori di sé il primo, guardando con odio tutti gli altri.

Mi rendo conto che ognuno dei quattro affaristi sta correndo per sé, ora, e non più per la sua ditta; la situazione si va facendo spiacevole.

Altri clienti del ristorante si avvicinano, attirati dalla lite; Vincent fa per allontanarsi dal tavolo, mentre i Giapponesi afferrano il tovagliolo e cercano di strapparlo dalle mani dell’Americano. Volano insulti in più lingue, spintoni; un bicchiere cade a terra e si rompe. Infine il tovagliolo si lacera in più pezzi.

Io e Vincent ci alziamo, mentre i quattro uomini d’affari si contendono i frammenti del tovagliolo, sotto gli sguardi esterrefatti di una ventina di persone.

«Signori» dico, ormai disgustato, «spero non vi dispiacerà pagare il nostro conto in cambio del disegno di Vincent. Noi abbiamo fretta: non seguiteci più.»

Ma la lotta intorno ai pezzi del tovagliolo è troppo cruenta perché ci diano veramente retta.

Ce ne andiamo.

Siamo entrambi turbati; Vincent non fuma più, pensoso.

Mi lascio Orange alle spalle, e rifletto. Una vita di stenti, di delusioni; un solo quadro venduto, e ad un prezzo irrisorio; e ora il mondo si contende le sue opere future. Questo dovrebbe, evidentemente, rendere felice l’uomo dai capelli rossi che mi siede accanto. Ma così non è.

Possibile che io mi sia sbagliato? Non era questo, non era la fama, il successo, l’attenzione della gente che Vincent aveva sempre desiderato?

Eppure rimane in silenzio, chiaramente turbato da quanto è accaduto; nel corso di questa ultima, assurda disputa, l’ho visto addirittura sconvolto, e più di una volta.

Vincent non sembra accettare pacificamente il fatto di essere considerato un grande artista; eppure gliene ho parlato a lungo.

Cerco di entrare in argomento, di farlo in modo scherzoso.

«Pensa a quando dipingerai con quella tavolozza tutta d’oro: non è che ti monterai la testa?»

Vincent parla senza guardarmi.

«Pesa troppo. Non serve a niente.»

Rimango un attimo sconcertato; poi mi rendo conto, all’improvviso, di avere sbagliato strada: nell’agitazione seguita al pranzo ho continuato verso Marsiglia, sull’autostrada, invece di deviare verso Nimes e Tarascon, come era nei miei piani.

Penso di uscire a Cavallon; ma questo ci porterebbe a passare per Saint Remy, e non so se a Vincent piacerebbe rivedere il manicomio dove è rimasto un anno intero.

Devo arrivare fino a Salon; e finalmente esco dall’autostrada, prendendo la statale 113. In meno di un’ora siamo ad Arles, sull’avenue Victor Hugo, e infine ci fermiamo sul boulevard des Lices, a ridosso del centro storico.

Questa è Arles: la Rue Jean Joures, Place de la Republique. Le case sono quelle di un secolo fa, e mentre camminiamo cerco di convincere Vincent che nulla è cambiato. Penso al caos di Parigi, di Lione, della vicina Marsiglia, e non posso fare a meno di pensare che forse è proprio Arles la città che meno ha risentito del trascorrere degli anni.

Ma Vincent guarda le automobili tutte intorno a noi, e scuote la testa. I semafori guidano i nostri passi; e i pedoni hanno fretta.

Di fronte alla cattedrale di Saint Trophime ricordo a Vincent il suo antico progetto di fondare ad Arles un grande atelier, un centro di pittura: magica idea, di cui il suo sodalizio con Gauguin era solo l’inizio.

La sua mano si avvicina all’orecchio… il suo sguardo contempla i caffè che si affacciano su Place de la Republique, di fronte alla cattedrale.

«Vedi i caffè?» mi fa.

Annuisco.

«Nessuno viene più a parlare, nei caffè. E le strade non sono più un luogo di ritrovo, ma solo un mezzo per spostarsi, per curare meglio i propri affari.»

E improvvisamente mi rendo conto che la città, che a me sembrava inalterata attraverso gli anni, è solo un ritrovo di turisti… e di automobili.

«Tutte le tonnellate di oro che mi offrono sarebbero bastate una volta; e di Arles avrei fatto un’altra Parigi. Ma oggi non troverai più pittori; solo musei e gente che guarda i nostri quadri.»

Ci allontaniamo dalla folla vociante che osserva il portale romanico di Saint Trophime; qualcosa dentro di me fa male, qualcosa che non riesco ad afferrare, e che va oltre le parole di Vincent. Vincent, che è qui da soli due giorni, ma ha già compreso più di quello che io potevo insegnargli, mentre io di lui ho capito ben poco.

Giriamo a destra, in Rue de la Cabale; non sono più io a mostrare la città a Vincent, ma è lui che ripercorre i luoghi portandosi dietro me. Sento che sta cercando qualcosa; ma sento anche che, qualunque cosa sia, non è alla sua portata.

Ho uno sgradevole presentimento.

Alla fine della strada vediamo il teatro romano, alla nostra destra; un piccolo giardino, in un angolo accanto al monumento, è affollato di gente, di bambini che giocano; e di turisti, naturalmente.

Vincent ed io attraversiamo il giardino, passando da un albero all’altro; all’ombra di un grande salice, una vecchia signora in una sedia a rotelle sta riposando, il capo reclinato da un lato. Accanto a lei, su una panchina, una donna, probabilmente un’infermiera, legge in silenzio un giornale.

Intanto la terribile consapevolezza di vivere in un mondo in decadenza, ormai privo di veri artisti, si fa strada dentro di me, a dispetto dei miei sforzi per negarla; invano vorrei convincere Vincent che i pittori esistono ancora; che anche lui ha guardato i quadri nei musei, ai suoi tempi, senza per questo perdere la sua creatività, anzi, imparando moltissimo.

Ma poi mi accorgo di essere solo. Sono appena passato davanti all’infermiera, e mi giro: Vincent è fermo di fronte alla vecchia signora, e la guarda in silenzio.

Lei apre gli occhi; lentamente la sua testa si solleva, il suo sguardo incontra quello dell’uomo davanti a lei; un braccio si alza fino a sfiorarne la guancia, su cui comincia a farsi vedere un po’ di barba…

«Monsieur… Vincent…»

Un sussurro appena percettibile, ma chiaro. L’infermiera sobbalza, guarda prima Vincent, poi me.

«Vous… n’avez pas… changé.»

La mano di Vincent va a sfiorare quella della vecchia signora; e poi i suoi occhi si riempiono di lacrime.

«Mademoiselle Jeanne…»

L’infermiera, confusa, mi guarda ancora, parla a bassa voce:

«Monsieur! Cela faisait des mois qu’elle ne parlait pas!»

Ma la vecchia signora non bada a noi.

«Les toiles… vous ont plu?»

Mi rendo conto che è molto più vecchia di quanto sembri; e un pensiero emerge dai miei ricordi…

Vincent si china verso di lei, ed anche la sua voce è un sussurro.

«Elles étaient magnifiques, mademoiselle.»

Le sue labbra sfiorano appena i capelli di lei, bianchissimi.

«Adieu.»

Ho capito chi è, adesso; e anche i miei occhi si riempiono di lacrime, mentre mi chiedo inutilmente come abbia fatto Vincent a riconoscerla, dopo più di un secolo.

In silenzio, ci allontaniamo; e tutto torna come prima, nel giardino. Ma non così dentro di noi; nessuno parla più, mentre i nostri passi ci portano lontano dal teatro, e poi intorno all’anfiteatro, immenso e pieno di turisti.

Come ogni giorno.

Sempre in silenzio, percorriamo la Rue Voltaire, poi, dopo l’omonima piazza, la Rue de la Cavalerie.

Vincent cammina, lo sguardo triste e fisso in avanti. Il nostro non è il silenzio di due persone che hanno poco da dirsi; è l’abisso che separa due secoli, un abisso diventato visibile solo ora, dopo l’apparizione, nei giardini, dell’ultimo filo che li unisce…

Poi raggiungiamo la Porte de la Cavalerie, e al di là la grande Place de la Liberation; passando a fatica tra la marea di automobili che vi girano intorno arriviamo oltre, in Place Lamartine.

Sento il rumore di un treno, non lontano: la ferrovia è sempre lì… ma la casa gialla non esiste più, distrutta durante la guerra; al suo posto si alza un palazzo moderno, una mostruosità agli occhi di Vincent, che ha fatto tanto per ritrovare la casa alla quale più era affezionato, la casa in cui visse con Gauguin, per due brevi mesi…

Ma è passato più di un secolo, e la casa è scomparsa, come tutte le cose di un mondo che a Vincent aveva ispirato i suoi capolavori, e oggi sa offrirgli solamente tonnellate di oro.

Non c’è mai stato oro nei suoi quadri.

L’uomo di un altro secolo si ferma davanti al numero 2, al suo numero 2. Le sue mani corrono lungo il muro di cemento.

Poi si gira, schiena all’edificio, e mi sorride; parla di nuovo, ed io ho un sussulto nel risentire quella voce, quell’accento che non appartiene più a me, ma solo a una vecchia signora che riposa non lontano…

«Ramène moi.»

Non dico nulla; senza stupirmi del mio gesto, trovo il cristallo, e cerco di concentrarmi.

Ancora una volta, Vincent tira fuori la pipa, e la carica. Senza guardarmi, parla ancora.

«C’est elle, la seule chose de mon temps. Je l’ai reconnue pour ça.»

Le sue parole sono quello che ancora mi mancava; la mia mente si fa chiara, e l’immagine dei campi di grano di Auvers torna con una forza inaspettata.

Poi il cristallo si accende; ancora una volta una luce intensissima se ne sprigiona, per una piccolissima frazione di secondo, mentre lo spaziotempo intorno a Vincent viene annichilito.

Sento le forze mancarmi. Barcollo, cercando di appoggiarmi a mia volta al muro davanti a me, dove non c’è più nessuno.

*

Da L’Echo Pontoisien, piccolo settimanale di Pontoise, vicino Parigi, del 7 Agosto 1890

“Auvers-sur-Oise – Domenica 27 Luglio, un certo Van Gogh, di 37 anni, olandese, pittore, di passaggio ad Auvers, si è sparato un colpo di pistola nei campi, ed essendo rimasto solo ferito è tornato nel suo alloggio dove è morto due giorni dopo.”

*

Il lampo del cristallo ha attirato gente; corrono verso di me. Mi accascio per terra, senza più forze, e senza più pensieri, e piango.