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Alien Nation

ALIENI TROPPO UMANI… in un futuro eternamente attuale

Sarebbe interessante scoprire se a Graham Baker, regista di Alien Nation la cui filmografia delinea una spiccata tendenza a trattare il fantastico e il fantascientifico, importasse veramente il profondo quanto sfaccettato tema delle intolleranze, dell’emarginazione e della diversità.

La letteratura di genere da un lato e la cinematografia dall’altro hanno insegnato che l’alieno è la maschera pirandelliana migliore atta a riflettere vizi e virtù che sono del tutto terrestri. Allegoria emblematica di quanto un extraterrestre possa saper dire anche senza parlare è l’indimenticabile prova di Joe Morton nell’esilarante Fratello di un altro pianeta. Senza tralasciare tutta una serie di interpretazioni sottilmente articolate dell’argomento a partire da Star Trek passando per Starman.

Assolutamente un peccato che la nazione di alieni fotografata da Baker non solo non tenga conto di quello che altri prima di lui hanno saputo rappresentare, ma che tratti una commistione di generi neanche troppo ben miscelata, dove poliziesco e fantascienza si alternano in uno snervante passarsi la palla senza il coraggio di andare in porta.

È una tara pesante la scelta infelice di sintetizzare grossolanamente in 91 minuti tematiche sociali di spessore non indifferente, minuti consacrati al festival del già visto. Questo plauso è dovuto al cospetto d’una tale padronanza della grammatica filmica e così notevole pragmatismo di linguaggio da tradursi, in realtà, nella scelta poco furba di archiviare ogni momento emotivamente più intenso in favore di sparatorie poco credibili e inseguimenti in autostrada alla “Chips”.

Perché, per dirla tutta, anche i nostri eroi viaggiano in coppia come i famosi poliziotti e fanno pure lo stesso mestiere, solo che uno è James Caan e l’altro, Mandy Patinkin, ha le sembianze di un alieno.

L’anomalo binomio è il frutto di una Los Angeles che nel 1991 deve vedersela con l’immigrazione di massa di una specie aliena esteriormente molto simile all’uomo: nonostante alcuni cenni di intolleranza, l’integrazione dei neoinseriti – questo il nome della nuova razza – sembra possibile. Così bene integrati tanto da fare anche i detective.

In seguito alla morte del proprio compagno, avvenuta durante una sparatoria, l’agente Matthew Sykes trova in Samuel Francisco un nuovo collega. Facile prevedere che si tratterà di un reciproco sopportarsi. Il primo, umano, sempre col pugno serrato e una mano alla fondina, col fare di chi la sa lunga, l’altro predisposto al dialogo e spesso e volentieri decisamente ingenuo. Memorabile senza dubbio il maldestro tentativo di Sykes di definire un preservativo al compagno, che termina con un gustoso scambio di battute dove il dire dell’umano che l’oggetto tende per sua natura ad essere elastico e quindi a cedere trova per tutta risposta un “E cede così tanto?”.

I momenti dedicati alla caratterizzazione degli alieni purtroppo vengono puntualmente liquidati in un paio di battute, quando invece nasce nello spettatore la curiosità di saperne molto di più su questi pseudo-umani con due cuori che si ubriacano bevendo latte acido e accettano di farsi chiamare con nomi del tutto assurdi come Harley Davidson o Humphrey Bogart.

Sia beninteso che preferire la solita trama poliziesca basata sul traffico di stupefacenti ci appare come la soluzione da privilegiare rispetto ad un’analisi socio-culturale che, sulla falsariga del genere fantascientifico, racconti le problematiche dei rapporti tra etnie diverse. E infatti l’interessantissima indagine procede con un graduale avvicinamento tra i due sbirri, prima antitetici e di colpo grandi amici, impegnati, tra sparatorie e inseguimenti, nel tentativo di catturare un potente politico neoinserito a capo della malavita.

Nell’epico scontro finale c’è addirittura il protagonista James Caan che fa le prove generali per il ruolo molto più dignitoso che ricoprirà in Misery: lo vediamo tutto preso nell’improbabile intento di apparire sgomento quando, dopo la solita morte apparente, il cattivo di turno lo coglie di sorpresa alle spalle. Terminato il momento di intensa suspense, puntualmente sottolineato da una colonna sonora che ci dispiace dirlo ma sembra gridare “questo è un film degli anni 80”, Baker ci tiene a rincuorare lo spettatore: il rapporto professionale dei due lascerà spazio anche ad un legame più confidenziale, tanto che entrambi si ritroveranno a festeggiare assieme le nozze della figlia di Sykes.

Nulla di nuovo sotto il sole, in primo luogo la scontata ennesima riproposta della “strana coppia”, dove ciò che è terribilmente strano è la totale mancanza di criterio nell’assegnare i ruoli dei protagonisti. Coprire con lattice e trucco il volto di un caratterista del calibro di Patinkin sembra insensato, soprattutto alla luce dell’interpretazione alquanto monocorde di Caan, che non porta nulla di nuovo allo stereotipo dello sbirro col vizio della bottiglia e situazione familiare disastrata alle spalle.

Merita invece una menzione speciale la scelta intelligente di rendere i neoinseriti più umani degli umani stessi, definendoli, seppure sommariamente attraverso una serie di indizi di sapore amaro, avvolti e attraversati da un’aurea di sconfitta latente. Francisco e compagni sono ciò che Ettore è per l’Iliade: perdente in partenza e, proprio per questa sua tragica situazione, meritevole dell’amore del pubblico. Allo stesso modo è impossibile non trovare qualcosa di tanto familiare nel mostrarsi autentici in questo girone degli ultimi, nulla di più terrestre del dolore. Il contatto con lo spettatore in tal senso è sinceramente tangibile, quanto lo è la posizione svantaggiata dell’alieno rispetto alla società che conta, costretto a quei lavori di cui nessuno vuole più occuparsi e obbligato a sopportare insensate critiche ai propri usi e costumi.

In un regime di apartheid futuribile resta come fossile ben integro quello che più di umano è dato sapere: l’umana incompetenza sociale. L’agente Sykes è il primo della classe e dimostra di saperla lunga in materia di a-comunicatività. Un vero “idiota” nell’accezione greca del termine più aderente alla sua etimologia: persona carente di interesse civico e della capacità di esplicare le attribuzioni del cittadino. Il problema di fondo, deleterio per la credibilità dell’intera trama, è il salto qualitativo spiccato da questo idiota: lo scioglimento finale difetta rispetto all’iniziale situazione di stasi dialogica, poiché nei fatti, nel succedersi delle scene, l’evoluzione dall’uno all’altro stato non viene mai esplicitata fino in fondo. Se ne deduce, speriamo erroneamente, che, se la mission di Baker era tentare la strada dell’apologo sociale, la soluzione suggerita tra le righe è la sopportazione del diverso.

Prendendo le dovute distanze da una così forte visione distopica da far impallidire Orwell, è certo che restare coi piedi per terra ci permette di scoprire la vera chiave di volta, che, come spesso accade, non merita tanta dietrologia: Alien Nation è il risultato del diligente lavoro di chi conosce il proprio mestiere e lo sa fare in maniera eccellente, infatti tecnicamente parlando la pellicola non difetta di alcunché; l’intero impianto narrativo manca però di tutto ciò che si pretende al di là della professionalità: un’anima.

Privo d’essenza, il film lascia solo 90 minuti di vuoto, protagonisti che attendono ancora invano uno spettatore che si affezioni a loro, e la conferma di quanto Baker sia un mostro in teoria e una frana in fatto di pratica. A testimonianza di ciò una delle scene iniziali del film: in un cinema della Los Angeles alienata si proietta “Rambo 6”. Baker sa distinguere il cinema immortale da quello di seconda mano. Ad oggi non ci perviene nessuna ipotesi di un seguito cinematografico di Alien Nation, solo gli sfortunati tentativi di riproporne le tematiche in omonimi film e serie televisivi.

Alien Nation - Locandina

Tit. originale: Alien Nation

Anno: 1988

Nazionalità: USA

Regia: Graham Baker

Autore: Rockne S. O’Bannon (written by)

Cast: James Caan (Det. Sgt. Matthew Sykes), Mandy Patinkin (Det. Samuel ‘George’ Francisco), Terence Stamp (William Harcourt), Kevyn Major Howard (Rudyard Kipling), Leslie Bevis (Cassandra), Peter Jason (Fedorchuk), Conrad Dunn (Quint), Jeff Kober (Joshua Strader), Roger Aaron Brown (Det. Bill Tuggle), Brian Thompson (Trent Porter)

Fotografia: Adam Greenberg

Montaggio: Kent Beyda

Musiche: Curt Sobel

Rep. Scenografico: Jack T. Collis (production design) | Joseph C. Nemec III (art direction) | Jim Duffy (set decoration)

Costumi: Erica Edell Phillips

Produttore: Gale Anne Hurd, Richard Kobritz | Bill Borden (esecutivo)

Produzione: American Entertainment Partners II L.P., Twentieth Century Fox Film Corporation