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Aria Fredda

(Cool Air, 1926 – Traduzione di Massimo De Faveri e Andrea Carta)

Mi chiedete di spiegare perché io abbia paura d’un soffio d’aria fredda; per­ché nell’entrare in una stanza gelida io mi senta più a disagio degli altri, e provi nausea e ribrezzo se il fresco della sera s’insinua nel tepore di una mite giornata d’autunno. C’è chi dice che io reagisca al freddo come altri ai cattivi odori, e lungi da me negare quest’impressione. Ciò che farò, semmai, è raccontarvi l’esperienza più terrificante che io abbia mai vissuto, lasciando a voi giudicare se la cosa costituisca o meno una valida spiegazione della mia peculiarità.

È sbagliato immaginare che l’orrore sia indissolubilmente associato al buio, al silenzio e alla solitudine. Io l’ho provato durante un pomeriggio luminoso, nel fragore di una metropoli, in mezzo al brulicare di una squallida e banale pensione, con accanto una prosaica padrona di casa e due uomini vigorosi. Nella prima­vera 1923 avevo trovato un lavoro triste e poco remunerativo presso una rivista a New York; e, non potendomi permettere grossi affitti, andavo alla deriva da una pensione a buon mercato all’altra, a caccia di una stanza che combinasse le virtù di una decente pulizia, di una mobilia in stato passabile e di un prezzo ragionevole. Ben presto fu chiaro che potevo scegliere solo il minore fra vari mali, ma dopo qualche tempo capitai in una casa nella Quattordicesima Strada Ovest che mi disgustò assai meno delle altre che avevo provato.

Il posto era di mattoni, a quattro piani, probabilmente dei tardi anni Quaranta, con decorazioni in legno e marmo il cui splendore, pur appannato dal tempo, indicava un retaggio d’alto livello, raffinatezza e opulen­za. Nelle camere, alte e spaziose, tappezzate da un’assurda carta da parati e decorate da pesanti, ridicole cornici di stucco, stazionavano un deprimente odore di muffa e un sentore di qualche strana cucina; ma i pavimenti erano puliti, il cambio di biancheria accettabilmente regolare, e l’acqua calda non troppo spesso fredda né centellinata. Cosicché giunsi a ritenerlo come un posto quanto meno sopportabile dove andare in letargo fino al momento di tornare a vivere davvero. La pa­drona di casa, una Spagnola sciatta e quasi barbuta di nome Herrero, evitava di annoiarmi con i suoi pettegolezzi e non protestava se tenevo la luce elettrica accesa fino a tardi, nella mia camera al terzo piano; e i miei coinquilini se ne stavano tranquilli e tacitur­ni quanto si potesse desiderare, essendo in maggior parte Spa­gnoli poco più che rozzi e grossolani. Solo il frastuono delle automobili nella strada sottostante si rivelò un fastidio serio.

Ero lì da circa tre settimane quando si verificò il primo fatto strano. Una sera, verso le otto, udii rumore di schizzi sul pavimento e mi resi improvvisamente conto che già da un po’ stavo avvertendo un pungente odore di ammoniaca. Cercandone la causa, notai che il soffitto era umido e goc­ciolava; l’infiltrazione sembrava provenire da un angolo nel lato che dava sulla strada. Ansioso di bloccare la cosa sul nascere, mi affrettai a raggiungere il seminterrato per informare la padrona di casa, e fui da lei rassicurato che il problema sarebbe stato risolto rapidamente.

«El dottore Muñoz» strillò, mentre correva al piano di sopra, precedendomi, «ha rovesciato sue sostanze chimiche. Lui es troppo enfermo per curarse da solo – peggiora ogni giorno que passa – ma non vuole aiuto de otros. Lui es muy bizzarro in sua malattia, tutto el giorno fa bagni con strani odo­ri, y non può agitarse o acalorarse. Fa da solo sue faccende domestiche ­– sua pequeña camera es piena de bottiglie y macchine, y non lavora più como dottore. Ma una volta era grande ­– mi padre, in Barcelona, ha sentito parlare de lui! – proprio de recente ha guarito el braccio de l’idraulico che all’improvviso aveva preso a fargli male. Non esce mai, va solo en el tetto, y mio figlio Esteban gli porta cibo, biancheria, medicine y prodotti chimici. Diòs, quanta ammoniaca usa este hombre para stare al fresco!».

La signora Herrero sparì su per le scale del quarto piano e io tornai nella mia camera. L’ammoniaca aveva smesso di gocciolare, e mentre ne pulivo i residui e aprivo la finestra per arieggiare sentii di sopra i passi pesanti della padrona di casa. Il dottore non l’avevo mai sentito, salvo certi suoni come di un motore a benzina; i suoi passi erano leggeri e felpati. Per un attimo mi chiesi quale strana malattia lo affliggesse, e se il rifiuto ostinato di un aiuto esterno non fosse conseguenza di una sua eccentricità senza fondamento. C’è, riflettei banalmente, una tristezza infinita nella condizione di chi, una volta eminente, è poi decaduto.

Non avrei mai conosciuto il dottor Muñoz se non fosse stato per l’attacco di cuore che mi colpì all’improvviso una mattina, mentre ero seduto nella mia stanza a scrivere. I medici mi ave­vano parlato del rischio di simili crisi e sapevo che non c’era tempo da perdere; così, ricordando ciò che la padrona aveva detto sull’aiuto prestato dall’invalido medico all’idraulico, mi trascinai al piano superiore e bussai debolmente alla porta soprastante la mia. Ai colpi rispose, in buon inglese, una voce incuriosita proveniente da una certa distanza sulla destra, che mi chiese come mi chiamassi e cosa volessi. Accertate le due cose, fu aperta la porta adiacente a quella a cui mi ero rivolto.

Una corrente d’aria fredda mi accolse; e benché fosse una del­le giornate più calde di fine giugno rabbrividii nel varcare la soglia di un grande appartamento il cui ricco e raffinato arredamento mi sorprese, visto il rifugio squallido e trasandato nel quale ci trovavamo. Un divano-letto, ora impiegato nel suo ruolo diurno di sofà, la mobilia in mogano, le tende sontuose, i quadri antichi e le lussuose librerie facevano pensare più allo studio di un gentiluomo che alla stanza di un affittacamere. Mi accorsi allora che la stanza sopra la mia – la ‘pequeña’ camera con le bottiglie e i macchinari che la signora Herrero aveva menzionato – era semplicemente il laboratorio del dottore; e che il posto in cui viveva si trovava nella spaziosa sala attigua, le cui ampie nicchie e il largo bagno adiacente permettevano di te­nere nascosti armadietti di ogni tipo e strumenti utili ma ingombranti. Il dottor Muñoz era certamente un uomo di ottima famiglia, colto e distinto.

La figura di fronte a me era bassa ma squisitamente proporzionata, vestita in un abito alquanto formale di taglio impeccabile. Il volto aristocratico aveva un’espressione autoritaria ma non arrogante ed era incorniciato da una corta barba color grigio ferro, mentre un antiquato pince-nez schermava gli occhi grandi e scuri, sormontando un naso aquilino che conferiva un tocco moresco a una fisionomia altrimenti decisamente celto-iberica. I capelli folti e ben curati, che implicavano il servizio puntuale di un barbiere, erano divisi con grazia sull’alta fronte; e l’impressione complessiva indicava un’evidente intelligenza e illustri natali.

Nondimeno, nel vedere il dottor Muñoz in quella folata d’aria fredda provai una ripugnanza che nulla nel suo aspetto poteva giusti­ficare. Solo il suo colorito tendente al livido e il tocco gelido avreb­bero potuto fornire un presupposto fisico alla mia sensazione, per quanto, data la nota invalidità dell’uomo, fossero più che comprensibili. Magari fu pure quel freddo insolito a stranirmi: era davvero anormale in una giornata così calda, e l’anormalità suscita sempre avversione, diffidenza e paura.

Ma la ripugnanza cedette il posto all’ammirazione non appena il dottore manifestò la sua estrema competenza a dispetto della freddezza e del tremore delle sue mani che parevano esangui. Comprese chiaramente le mie necessità alla prima occhiata, e vi si dedicò con l’abilità di un luminare; intanto mi assicurava, con voce finemente modulata seppure stranamente roca e senza timbro, d’essere il più accanito tra i nemici giurati del­la morte, per contrastare e debellare la quale si era consacrato, perdendo i suoi averi e tutti i suoi amici in una vita spesa in bizzarri esperimenti.

Sembrava esserci in lui qualcosa del benevolo fanatico; mentre continuava i suoi sproloqui in tono garrulo mi auscultava il torace e miscelava il giusto assortimento di farmaci che aveva recuperato dal piccolo laboratorio. Evidentemente trovava che la compagnia di un uomo di buona famiglia fosse una novità insolita in quell’ambiente grigio, e così si lasciò andare a discorsi a cui non era abituato, sommerso dal ricordo dei suoi giorni migliori.

La sua voce, sia pure strana, aveva almeno un effetto calmante: non lo sentivo neanche prender fiato mentre le frasi fluivano con eleganza. Cercò di distrarmi dal pensiero del malore parlando delle sue teorie e dei suoi esperi­menti; ricordo con quanto tatto mi consolò riguardo al mio cuore debole, insistendo che la volontà e la consapevolezza sono più forti della stessa vita organica, tant’è che la struttura corporea, se inizialmente sana e ben conservata, per mezzo di un potenziamento scientifico di tali qualità può mantenere una sorta di animazione nervosa nonostante le più serie menomazioni, difetti o perfino la mancanza di certi organi. Mi disse, semiserio, che un gior­no o l’altro mi avrebbe insegnato a vivere – o almeno a conservare una sorta di esistenza cosciente – addirittura senza il cuore!

Da parte sua era affetto da un complesso di malattie tale da richiedere un regime rigoroso che includeva freddo costante. Ogni sensibile aumento della tempe­ratura, se prolungato, avrebbe potuto risultargli fatale; la rigida temperatura del suo alloggio (circa 55 o 56 gradi Fahrenheit) veniva mantenuta da un sistema frigorifero ad assorbimento di ammoniaca, del cui motore a benzina avevo spesso udito le pompe dalla mia camera sottostante.

Riavutomi dal mio attacco con meravigliosa rapidità, lasciai da discepolo devoto le stanze da brivido del dotato recluso. In seguito venni a trovarlo spesso, indossando un cappotto e ascoltandolo mentre raccontava di segrete ricerche e di risultati quasi spaventosi, tremando un po’ quando esaminavo i libri non convenzionali e incredibilmente antichi posti sugli scaffali. Alla fine, posso aggiungere, guarii in modo pressoché definitivo dalla mia malattia grazie alla sua magistrale assistenza. A quanto pareva non disprezzava gli incantesimi dei medievalisti, poiché era convinto che quelle formule criptiche contenessero rari stimoli psicologici che probabilmente avrebbero potuto avere effetti singolari sulla sostanza di un sistema nervoso dal quale fosse cessata ogni pulsazione organica. Rimasi colpito dal suo resoconto sull’anziano dottor Torres di Valencia, che aveva condiviso con lui i suoi primi esperimenti nel corso della grave malattia avuta diciotto anni prima, dalla quale derivavano i suoi disturbi attuali. Non appena il venerabile medico ebbe salvato il collega, soccombette egli stesso a quel sinistro nemico contro cui aveva combattuto. Forse i suoi sforzi erano stati eccessivi; infatti, sussurrando, il dottor Muñoz chiarì – anche se non in dettaglio – che i metodi usati per guarirlo erano stati davvero straordinari, e avevano richiesto scenari e procedimenti non accettati tra i seguaci di Galeno più anziani e conservatori.

Mentre le settimane passavano, osservai con rammarico che il mio nuovo amico stava lentamente ma inequivocabilmente perdendo terreno sul piano fisico, proprio come aveva intuito la signora Herrero. Il colorito livido s’intensificava, la voce diven­tava più roca e indistinta, i movimenti meno coordinati, e la sua mente e la sua volontà parevano meno brillanti. Di questo tri­ste cambiamento non sembrava per niente ignaro, e a po­co a poco i suoi modi di fare e le sue conversazioni presero una piega di umorismo macabro che fece riaffiorare in me la sottile repulsione provata inizialmente.

Sviluppò strani capricci, acquisendo una predilezione per gli aromi esotici e l’incenso egiziano, finché la sua stanza non prese a odorare come la tomba di un faraone sepolto nella Valle dei Re. Allo stesso tempo aumentò la sua richiesta d’aria fredda, e col mio aiuto ampliò le tubature di ammoniaca della sua stanza e modificò le pompe e l’alimentazione della macchina refri­gerante fino ad abbassare la temperatura tra i 34 e i 40 gradi Fahrenheit, e infine addirittura a 28; il bagno e il laboratorio, ovviamente, furono meno raffreddati per evitare che l’acqua gelasse e i processi chimici venissero impediti. L’inquilino della stanza accanto si lamentò dell’aria gelida che filtrava dalla porta comunicante, così lo aiutai a tappezzarla pesan­temente per ovviare al problema. Una sorta di orrore crescente, qualcosa di morboso ed esagerato, sembrò impossessarsi di Muñoz. Non faceva che parlare di morte, ma rideva raucamente quando con cautela si accennava a cose come la sepoltura o in generale le disposizioni funerarie.

Insomma, diventò un compagno sconcertante e addirittura lugubre; io però, grato per avermi guarito, non potei abbandonar­lo in mano a estranei, e, avvolto in un pesante pastrano che avevo comprato appositamente, fui scrupoloso nello spolverargli la camera tutti i giorni e nel provvedere ai suoi bisogni. Inoltre, feci molte delle sue compere, restando a bocca aperta di fronte ad alcuni dei prodotti chimici che ordinava ai farmacisti o alle ditte di forniture per laboratori.

Una crescente e inspiegabile atmosfera di panico sembrava diffondersi attorno all’appartamento. Come ho già detto, la casa intera puzzava di muffa; ma nelle stanze di Muñoz l’odore era ben peggiore – e questo nonostante tutte le spezie, l’incenso, e le pungenti sostanze chimiche necessarie ai bagni, ora incessanti, che il dottore insisteva a fare senza aiuti. Percepii che la cosa era connessa alla sua malattia, e rabbrividii nel riflettere su quale mai potesse essere. La signora Herrero si faceva il segno della croce quando lo vedeva, e me lo affidò senza riserve; non lasciò nemmeno che suo figlio Esteban continuasse a fare commissioni per lui. Quando suggerivo di chiamare altri medici, il malato faticava a trattenere la collera. Evidentemente temeva gli effetti che avrebbero avuto sul suo fisico le emozioni violente, eppure la sua forza di volontà sembrava crescere anziché scemare, e rifiutava di rimanere confinato a letto. La spossatezza dei primi giorni di malattia lasciò il posto a un ritorno dei suoi ardenti propositi, così da fargli lanciare la sfida al demone della morte, proprio mentre questo antico nemico lo stava ghermendo. Aveva ormai smesso di far finta di mangiare, cosa che, curiosamente, era sempre stata una formalità da parte sua; e soltanto il potere della mente pareva trattenerlo dal collasso totale.

Il dottore prese l’abitudine di scrivere lunghi documenti che poi si­gillava con cura, e che mi raccomandava di trasmettere dopo la sua morte a certe persone che nominò – per la maggior parte letterati dell’India, ma in un caso un medico francese un tempo celebre e ora ritenuto morto, sul conto del quale si erano mormorate cose davvero inconcepibili. Alla fine ho bruciato tutte queste carte senza consegnarle né aprirle.

L’aspetto e la voce di Muñoz erano diventati assolutamente spaventosi, e la sua presenza quasi insopportabile. Un giorno di settembre, un operaio che era venuto a riparare la lampada della sua scrivania fu colto da una crisi epilettica dopo averlo intravisto improvvisamente; tenendosi ben nascosto alla vista, il dottore gli prescrisse un efficace rimedio. Quell’uomo, per quanto strano possa sembrare, aveva attraversato gli orrori della Grande Guerra senza incorrere in uno spavento simile.

Poi, alla metà di ottobre, l’orrore degli orrori giunse con una repentinità sorprendente. Una notte, verso le undici, la pompa della macchina frigorifera si ruppe, cosicché nel giro di tre ore il processo di raffreddamento ad ammoniaca divenne impossibile. Il dottor Muñoz mi richiamò battendo sul pavimento, e io lavorai disperatamente cercando di riparare il guasto, mentre il mio ospite lanciava maledizioni in un tono tanto spen­to, rantolante e cavernoso da sorpassare ogni descrizione. I miei sfor­zi dilettanteschi, comunque, si rivelarono di nessuna utilità; e quand’ebbi portato un meccanico da un vicino garage aperto tutta la notte, apprendemmo che nulla poteva esser fatto fino al mattino, quando avremmo potuto procurarci un pistone nuovo. La rabbia e il terrore dell’ere­mita morente lievitarono a livelli grotteschi, parendo quasi frantumare ciò che restava del suo fisico debilitato; una volta uno spasmo lo costrinse a met­tersi le mani sugli occhi e a correre in bagno. Ritornò brancolando, con il volto strettamente fasciato, e io non rividi mai più i suoi occhi.

Il gelo dell’appartamento era sensibilmente diminuito e verso le cinque del mattino il dottore si ritirò in bagno, ordinandomi di for­nirgli tutto il ghiaccio che avrei potuto ottenere dalle farmacie notturne e dalle caffetterie. Quando tornavo dai miei viaggi a volte scoraggianti e deponevo il bottino davanti alla porta chiusa del bagno, potevo udire un irrequieto sguazzare all’interno, e una voce pesante gracchiare «Ancora… Ancora!». Alla fine spuntò un giorno caldo e i negozi aprirono uno dopo l’altro. Chiesi a Esteban di aiutare a reperire il ghiaccio men­tre io avrei cercato il pistone per la pompa, o viceversa di procurarsi il pistone mentre io avrei pensato al ghiaccio; ma, consigliato dalla madre, rifiutò categoricamente.

In conclusione reclutai uno sfaccendato dall’aria trasandata che avevo incontrato all’ango­lo dell’Ottava Avenue, affinché rifornisse il paziente di ghiaccio da un negozietto che gli feci vedere, e impegnai tutto me stesso nel compito di trovare un pistone e ingaggiare gli operai capaci di montarlo. Sembrò un’impresa interminabile: mi arrabbiai, quasi con la stessa furia dell’eremita, nel constatare che le ore scivolavano via in un affannoso giro di telefonate inconcludenti, e in febbrili corse in metropolitana o in tram avanti e indietro da un posto all’altro. Verso mezzogiorno arrivai in un magazzino adeguato, molto lontano, e all’una e trenta circa fui di ritorno con l’armamentario necessario e due meccanici robusti e intelligenti. Avevo fatto tutto ciò che potevo e speravo di essere in tempo.

Un oscuro terrore, tuttavia, mi aveva preceduto. La pensione era in completo subbu­glio e al di sopra del brusio di voci intimorite distinsi un uomo pregare in tono grave. Nell’aria c’era qualcosa di demoniaco, e gli inquilini recitavano sui grani dei loro rosari nel percepire l’odore che filtrava da sotto la porta chiusa del dottor Muñoz. Lo sfaccendato che avevo assunto, a quanto pareva, era scappato urlando e con gli occhi strabuzzati non molto dopo la seconda consegna di ghiaccio, forse a causa di un’eccessiva curiosità. Ovviamente non poteva aver chiuso a chiave la porta dietro di sé; ma adesso risultava serrata, presumibilmente dall’interno. Da dentro non proveniva alcun suono, salvo un lento, intenso gocciolìo.

Consultatomi brevemente con la signora Herrero e con gli operai, nonostante una paura che mi mordeva il profondo dell’anima, suggerii di abbattere la porta; ma la padrona di casa trovò il modo di far girare la chiave dall’esterno con del fil di ferro. Prima avevamo aperto le porte di tutte le stanze che davano sul quel corridoio, e spalancato tutte le fi­nestre. Ora, coi nasi protetti da fazzoletti, irrompemmo tremanti nella maledetta camera a sud, che ardeva col caldo sole del primo pomeriggio.

Una specie di scura, melmosa traccia conduceva dalla porta aperta del bagno a quella sul corridoio, e di lì alla scrivania, dove si era formata una mostruosa pozza. Qualcosa era lì, scarabocchiato a matita da una orribile mano cieca, su un pezzo di carta sinistramente imbrattato da quegli stessi artigli che avevano tracciato le ultime, affrettate parole. Poi la scia si dirigeva al divano e terminava in un modo che non si può raccontare.

Che cosa ci fosse, o ci fosse stato, sul divano non posso e non oso dire qui. Ma questo è ciò che decifrai rabbrividendo sul biglietto viscido, prima di estrarre un fiammifero e ridurlo in cenere; ciò che decifrai nel terrore, mentre la padrona di casa e i due operai fuggivano precipitosamente da quel posto infernale per andare a farfugliare le loro storie incoerenti alla più vicina stazione di polizia. Le parole nauseanti sembravano quasi incredibili in quella dorata luce solare, col frastuono delle automobili e dei camion che saliva rumorosamente dall’affollata Quattordicesima Strada, ma con­fesso che allora ci credetti. Se io ci creda ancora adesso, onestamente non lo so. Ci sono cose su cui è meglio non speculare, e tutto quello che posso dire è che odio l’o­dore dell’ammoniaca e mi sento svenire se avverto uno spiffero di aria più fredda del solito.

«La fine», riportava quel disgustoso scarabocchio, «è arrivata. Niente più ghiaccio – l’uomo ha guardato ed è fuggito. Fa più cal­do ogni minuto, e i tessuti non possono durare. Immagino che lei abbia capito – ciò che ho detto a proposito della volontà e dei nervi e del corpo conserva­to anche dopo che gli organi hanno cessato di funzionare. Era una buona teoria, ma non si poteva andare avanti all’infinito. C’è stato un gradua­le deterioramento che non avevo previsto. Il dottor Torres sapeva, ma lo shock l’ha ucciso. Non poteva sopportare ciò che dovette fare – dovette portarmi in un luogo strano, oscuro per acconsentire alla mia richiesta e poi farmi tornare indietro. E gli organi non avrebbero mai più funziona­to. Bisognò fare a modo mio – conservazione artificiale – perché, vede, io sono morto allora, diciotto anni fa.»