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Arka

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Arka (2007) è il secondo cortometraggio del regista polacco Grzegorz Jonkajtys. Si tratta di un corto di animazione, presentato anche al sessantesimo Festival di Cannes.

È stato realizzato con tecniche inusuali. Modellini e sfondi costruiti artigianalmente sono stati ripresi da videocamere e le sequenze ottenute sono state poi rielaborate con programmi 3D. La grafica digitale ha aggiunto alle scene i personaggi e alcuni effetti speciali. Il dialogo è sostituito da didascalie introduttive in lingua inglese, e dalla mimica accentuata dei personaggi. Alle spalle c’è una valida colonna sonora, che accompagna senza sovrastare, include rumori di ambiente, sottolinea gli stati d’animo.

La vicenda è ambientata in un futuro forse non troppo lontano dal nostro presente. Un virus ha sterminato l’umanità e i pochi superstiti vivono su gigantesche navi, costretti in ambienti cupi e malsani. Sono in viaggio, alla ricerca di una terra ancora vergine, risparmiata dall’epidemia. O sono semplicemente costretti a vivere sulle navi: forse, lo sterminio di miliardi di creature ha permesso alla natura di riprendere il sopravvento, e adesso vasti oceani coprono le rovine di paesi e città.

I superstiti sono guidati da uno scienziato che, nonostante tutto, spera di poter fermare il virus e di trovare una nuova patria per il suo equipaggio…

Arka è un cartone animato dal tono molto adulto, con scene talvolta crude e atmosfere opprimenti. Predominano colori scuri e polverosi; i personaggi hanno tratti grotteschi ed espressioni tristi sui volti lividi. Gli sfortunati naviganti sembrano scarni superstiti di un lager, oppure gonfi cadaveri di annegati. Gli interni delle navi, ispirati alle catacombe di Roma, trasmettono il senso di claustrofobia. Niente e nessuno può donare speranza all’umanità prigioniera: la scienza delude, tanto che non riuscire a trovare cure per il morbo. La religione è assente; se ci sono ancora credi o ideologie, sono relegati in disparte dalla necessità di sopravvivere. Per tutti il domani è una scommessa, è messo in dubbio dalla malattia, fisica o mentale. Il virus ha mietuto vittime e i corpi giacciono sul ponte della nave, gli studi al microscopio del protagonista sono deludenti. E la malattia conclude degnamente gli otto minuti del corto, con un finale volutamente inquietante.