Atlantis Code (The Atlantis World, di A. G. Riddle)
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Atlantis Code

,

Anteprima testo

Prologo

Osservatorio di Arecibo
Arecibo, Puerto Rico

Nelle ultime quarantott’ore non c’era stato un solo secondo in cui la dottoressa Mary Caldwell avesse smesso di studiare il segnale intercettato dal radiotelescopio. Era sfinita e sovreccitata, e sicura di una sola cosa: quella era una trasmissione articolata, un segno di vita intelligente.

Dietro di lei John Bishop, l’altro ricercatore assegnato all’osservatorio, si versò di nuovo da bere. Aveva fatto fuori lo scotch, il bourbon, poi il rum e tutti gli altri alcolici portati lì dai colleghi ora morti, e adesso si era ridotto alla schnapps alla pesca. La beveva liscia. Non c’era più niente con cui allungarla. Ingollò il primo sorso con una smorfia.

Erano le nove del mattino e il suo disgusto sarebbe durato solo una ventina di minuti, fino alla terza bevuta.

«Te lo stai immaginando, Ma», disse posando il bicchiere vuoto e accingendosi a riempirlo di nuovo.

A Mary non piaceva per niente che la chiamasse “Ma”. Nessuno l’aveva mai chiamata così. La faceva sentire vecchia. Ma non c’era nessun altro all’osservatorio a farle compagnia, e fra loro si era comunque stabilita una sorta di intesa.

Quando era scoppiata l’epidemia e in tutta Puerto Rico la gente moriva a decine di migliaia, si erano rintanati nell’osservatorio e John si era prontamente fatto avanti. Lei lo aveva respinto con una certa durezza. Il secondo tentativo era avvenuto due giorni dopo. Dopodiché aveva cominciato a provarci tutti i giorni, ogni volta in modo più aggressivo, fino a quando lei gli aveva mollato una ginocchiata nelle palle. Da allora era diventato più docile, accontentandosi di alcol e battutine provocatorie.

Mary si alzò e andò alla finestra che si affacciava sulle rigogliose foreste delle colline portoricane. L’unico segno di civiltà era la parabola satellitare che si ergeva solitaria su un altopiano puntata dritta al cielo. Il radiotelescopio dell’Osservatorio di Arecibo era il più grande del mondo, un trionfo dell’ingegneria umana. Era un connubio di scienze, la rappresentazione dell’apice delle conquiste dell’uomo al centro di un paesaggio primitivo che simboleggiava il passato dell’umanità. E ora aveva adempiuto alla sua missione principale. Un contatto.

«È reale», insisté Mary.

«Come fai a dirlo?»

«C’è scritto sopra il nostro indirizzo».

John si staccò il bicchiere dalle labbra. «Ma, faremmo bene ad andarcene da qui. Dovremmo tornare in mezzo alla gente, respirare di nuovo aria di civiltà. Ti farebbe bene…».

«Posso dimostrarlo». Mary tornò al computer, premette qualche tasto e chiamò il segnale a video. «Ci sono due sequenze. Non so cos’è la seconda, lo ammetto, è troppo complessa. Ma la prima sequenza è composta da una semplice ripetizione. On-Off. Zero-Uno. Codice binario».

«Bit».

«Precisamente. E c’è un terzo codice, un terminatore. Compare dopo ogni otto bit».

«Otto bit. Un byte». John posò la bottiglia.

«È un codice».

«Per dire cosa?»

«Ancora non lo so». Mary controllò al computer lo stato dell’elaborazione. «Meno di un’ora perché l’analisi sia completata».

«Potrebbe essere un segnale randomizzato».

«No. La prima parte, quella codificata, comincia con il nostro indirizzo».

John rise apertamente e tornò alla sua bottiglia. «Per un momento mi avevi preso all’amo, Ma».

«Se tu volessi inviare un segnale a un altro pianeta, cosa sarebbe la prima cosa che ci metteresti? Il recapito».

John si versò altra schnapps annuendo. «Come no, con tanto di prefisso postale».

«I primi byte rappresentano due numeri: 27.624 e 0,00001496».

John si fermò con la bottiglia in mano.

«Pensaci», disse Mary. «Qual è l’unica costante in tutto l’universo?»

«La gravità?»

«La gravità è costante, ma la sua misura dipende dalla curvatura dello spazio tempo, dalla distanza tra un corpo dotato di massa e un altro. C’è bisogno di un comune denominatore, qualcosa che sarebbe senz’altro noto a qualunque civiltà, su qualunque pianeta, a prescindere da massa o ubicazione, in qualsiasi punto dell’universo».

John si guardò intorno.

«La velocità della luce. È la costante universale. Non cambia mai, dovunque ci si trovi».

«Giusto…».

«Il primo numero, 27.624, è la distanza in anni luce della Terra dal centro della nostra galassia».

«Una distanza che si può applicare a chissà quanti pianeti…».

«Il secondo numero, 0,00001496, è la distanza precisa in anni luce della Terra dal Sole».

John fissò per un lungo momento il vuoto, poi spinse lontano da sé la bottiglia e il bicchiere mezzo pieno. Si girò a guardare Mary. «È il nostro biglietto vincente».

Mary aggrottò le sopracciglia.

«Ce lo vendiamo», dichiarò John.

«Per cosa? Mi sa che i negozi sono tutti chiusi».

«Ma secondo me il baratto funziona ancora. Chiederemo in cambio protezione, cibo decente e tutto quello che ci viene in mente».

«Questa è la più grande scoperta nella storia dell’umanità. Non ce la vendiamo».

«Questa è la più grande scoperta nella storia dell’umanità… nel momento della più grande disperazione. Questo segnale è speranza. Un diversivo. Non fare la sciocca, Ma».

«Smettila di chiamarmi “Ma”».

«Quando è scoppiata l’epidemia, tu sei venuta a nasconderti qui perché volevi fare quello che amavi di più fino a quando fosse venuto il tuo momento. Io sono venuto qui perché sapevo che qui c’era la più consistente scorta di alcolici raggiungibile a piedi e perché sapevo che ci saresti stata anche tu. Sì, ho una cotta per te da quando sono arrivato a San Juan». Alzò una mano prima che Mary potesse ribattere. «Non è dovunque ci si trovi».

«Giusto…».

«Il primo numero, 27.624, è la distanza in anni luce della Terra dal centro della nostra galassia».

«Una distanza che si può applicare a chissà quanti pianeti…».

«Il secondo numero, 0,00001496, è la distanza precisa in anni luce della Terra dal Sole».

John fissò per un lungo momento il vuoto, poi spinse lontano da sé la bottiglia e il bicchiere mezzo pieno. Si girò a guardare Mary. «È il nostro biglietto vincente».

Mary aggrottò le sopracciglia.

«Ce lo vendiamo», dichiarò John.

«Per cosa? Mi sa che i negozi sono tutti chiusi».

«Ma secondo me il baratto funziona ancora. Chiederemo in cambio protezione, cibo decente e tutto quello che ci viene in mente».

«Questa è la più grande scoperta nella storia dell’umanità. Non ce la vendiamo».

«Questa è la più grande scoperta nella storia dell’umanità… nel momento della più grande disperazione. Questo segnale è speranza. Un diversivo. Non fare la sciocca, Ma».

«Smettila di chiamarmi “Ma”».

«Quando è scoppiata l’epidemia, tu sei venuta a nasconderti qui perché volevi fare quello che amavi di più fino a quando fosse venuto il tuo momento. Io sono venuto qui perché sapevo che qui c’era la più consistente scorta di alcolici raggiungibile a piedi e perché sapevo che ci saresti stata anche tu. Sì, ho una cotta per te da quando sono arrivato a San Juan». Alzò una mano prima che Mary potesse ribattere. «Non è questo il punto. Il punto è che il mondo come lo conoscevi non c’è più. La gente è disperata. Agisce solo in base ai propri interessi personali. Per me sono sesso e alcol. Per le persone che stai per chiamare, l’interesse principale è la conservazione del loro potere. Tu dai loro il mezzo per farlo: la speranza. Una volta che gliel’avrai consegnata, non avranno più bisogno di te. Questo mondo non è quello che conservi tu nei tuoi ricordi. Ti ingoierà, ti masticherà e ti sputerà fuori, Ma».

«Non lo vendiamo».

«Sei sciocca. Questo mondo ci lastrica le strade, con gli idealisti».

Dietro di lei il computer mandò un segnale acustico. L’analisi era finita.

Prima che potesse leggere i risultati, fuori dell’ufficio risuonò un altro rumore. Qualcuno che picchiava sulla porta? Mary e John si scambiarono un’occhiata. Attesero.

I colpi diventarono più forti e si conclusero con un fragore di vetri infranti che cadevano sul pavimento.

Passi. Lenti.

Mary fece per andare alla porta, ma John la prese per un braccio. «Resta qui», le bisbigliò.

Afferrò la mazza da baseball che aveva portato con sé durante l’epidemia. «Chiudi questa porta a chiave. Se sono qui, sull’isola non c’è più da mangiare».

Mary raggiunse il telefono. Ora sapeva chi chiamare. Le tremavano le mani mentre componeva il numero dell’unica persona che avrebbe potuto salvarli: il suo ex marito.

PARTE PRIMA

Ascesa e caduta

Lander Alpha
400 metri sotto il livello del mare
Costa settentrionale del Marocco

David Vale era stanco di misurare con i passi la piccola camera da letto chiedendosi se o quando Kate sarebbe tornata. Lanciò un’occhiata al cuscino insanguinato. La macchia che dieci giorni prima era cominciata con poche gocce ora era un fiume che si allungava fino a metà letto.

«Sto bene», diceva ogni mattina Kate.

«Dove vai tutti i giorni?»

«Ho solo bisogno di un po’ di tempo. E spazio».

«Tempo e spazio per cosa?», domandava David.

«Per stare meglio».

Ma non era migliorata. Tutti i giorni, al suo ritorno, stava peggio. Tutte le notti portavano con sé altri incubi violenti, vampate di calore ed epistassi che David credeva non si sarebbero mai fermate. L’aveva tenuta tra le braccia ed era stato paziente, aveva aspettato sperando che la donna che gli aveva salvato la vita, la donna a cui lui aveva salvato la vita due settimane prima, si riprendesse come d’incanto. Invece peggiorava giorno dopo giorno. E questa volta stava tardando. Non era mai successo prima.

Controllò l’orologio. Tre ore di ritardo.

Poteva essere chissà dove in quell’enorme modulo d’atterraggio atlantideo che occupava centocinquanta chilometri quadrati ed era immerso al largo della costa montagnosa del Marocco settentrionale, davanti a Gibilterra.

Negli ultimi quattordici giorni, durante le assenze di Kate, David aveva studiato i sistemi del veicolo. Stava ancora imparando a manovrarli. Kate aveva attivato i comandi vocali, grazie ai quali David riusciva a farsi spiegare tutto quello a cui non arrivava da solo.

«Alpha, dov’è la dottoressa Warner?», chiese ora.

Nel piccolo locale rimbombò la voce computerizzata del lander: «Questa informazione è classificata».

«Perché?»

«Lei non è un membro anziano del personale di ricerca».

A quanto pareva, i sistemi informatici atlantidei non erano immuni dalle ovvietà. David si sedette sul letto di fianco alla macchia di sangue. “Devo sapere come sta, è la cosa più importante”. Gli venne in mente un modo.

«Alpha, puoi mostrarmi i segni vitali della dottoressa Warner?».

Davanti al letto si illuminò un pannello inserito nella paratia, e David lesse velocemente i dati che venivano rilevati, almeno quelli che era in grado di comprendere:

Pressione sanguigna: 92/47

Pulsazioni: 31

“È ferita. O peggio ancora, sta morendo. Cosa le…

Atlantis Code - Copertina

Tit. originale: The Atlantis World

Anno: 2014

Autore: A. G. Riddle

Ciclo: The Revelation Saga #3

Edizione: Newton Compton (anno 2015), collana “Narrativa Newtn” #1031

Traduttore: Tullio Dobner

Pagine: 316

ISBN: 8854181803

ISBN-13: 9788854181809

Dalla copertina | Nord del Marocco: la dottoressa Kate Warner è riuscita a scongiurare un’epidemia planetaria e pensa di usare anche su di sé le cure che ha somministrato agli altri malati. Ma si sbaglia. Così come si è sbagliata sulla cospirazione di Atlantide: l’umanità, infatti, deve ancora affrontare un nemico inimmaginabile. Con pochissimo tempo a disposizione per salvare se stessa e l’intera razza umana, Kate troverà in un messaggio cifrato un potenziale aiuto. Osservatorio di Arecibo, Puerto Rico: Mary Caldwell ha aspettato per tutta la vita un segnale da un’intelligenza superiore proveniente dalla galassia. E quando quel giorno sembra finalmente giunto, si ritroverà davanti a un dilemma vecchio quanto il mondo: a chi dovrà credere? Ai suoi simili o ai nuovi arrivati? Antartide: mentre la peste di Atlantis si sta diffondendo, anche Dorian Sloane è in guai seri. Ares, il suo nemico, ha appena scatenato un cataclisma in grado di distruggere la Terra. Stavolta per Kate Warner e David Vale sembra non esserci più alcuna via di scampo…

#1 – Atlantis Genesi

#2 – Atlantis Secret

#3 – Atlantis Code