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Atlantis Secret

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Prologo

70.000 anni fa
Vicino all’attuale Somalia

La scienziata aprì gli occhi e scosse la testa cercando di schiarirsi la mente. La nave aveva accelerato la sua sequenza di rianimazione. Perché? Di solito il procedimento avveniva in maniera più graduale, a meno che… Un leggero dissiparsi della fitta nebbia che riempiva il tubo nel quale si trovava le permise di scorgere una luce rossa che lampeggiava sul muro. Un allarme.

Il tubo si aprì, e lei fu avvolta da un’aria fredda e mordente che disperse gli ultimi residui della nebbia bianca. La scienziata uscì sul gelido pavimento di metallo e barcollando un po’ si avvicinò al quadro comandi. Dalla console si sprigionarono onde di luce bianca e verde, come uno sciame di lucciole variopinte che le fasciarono la mano. Mosse le dita, e il display a parete reagì. Sì, l’ibernazione di diecimila anni si era interrotta con cinquecento anni di anticipo. Lanciò un’occhiata ai due tubi vuoti alle sue spalle, poi guardò l’ultimo, che conteneva il suo collega. La sequenza di rianimazione aveva già avuto inizio. Operò velocemente con le dita sperando di fermare la procedura, ma era troppo tardi.

Il tubo si aprì con un sibilo. «Cos’è successo?»

«Non ne sono sicura».

La scienziata richiamò sul display una mappa del mondo e una serie di dati. «È scattato un allarme sulla popolazione. Forse un rischio di estinzione».

«Causa?».

La scienziata indirizzò la mappa su una piccola isola circondata da un’enorme nube di fumo scuro. «Un supervulcano vicino all’equatore. Le temperature del pianeta sono precipitate».

«Sottospecie colpite?», domandò il collega mentre usciva dal proprio tubo e le si affiancava alla postazione di controllo.

«Solo una. La 8472. Sul continente centrale».

«Peccato», commentò lui. «Era molto promettente».

«Lo era». La scienziata staccò le mani dalla console a cui si era appoggiata. Ora si sentiva in grado di reggersi in piedi senza aiuto. «Vorrei andare a dare un’occhiata».

Il collega le rivolse uno sguardo interrogativo.

«Giusto per prelevare qualche campione».

*

Quattro ore dopo gli scienziati avevano spostato l’enorme nave da una parte all’altra del piccolo mondo. Nella camera di decontaminazione la scienziata finì di chiudere la tuta, indossò il casco e si piazzò davanti allo sportello in attesa che si aprisse.

Attivò il microfono nel casco. «Controllo audio».

«Audio confermato», rispose il collega. «Ricevo anche l’immagine.

Puoi uscire».

Lo sportello si aprì su una spiaggia di sabbia bianca. Qualche metro più avanti la spiaggia era coperta da un denso strato di cenere che arrivava fino a un affioramento roccioso.

La scienziata alzò gli occhi al cielo scuro e pieno di cenere. Prima o poi, quella rimasta sospesa nell’atmosfera sarebbe caduta e il sole sarebbe tornato a risplendere, ma a quel punto sarebbe comunque stato troppo tardi per molti abitanti del pianeta, compresa la sottospecie 8472.

Salì in cima al costone roccioso e si girò a guardare l’enorme nave nera, spiaggiata come una balena meccanica. Il mondo era buio e silenzioso, come molti dei pianeti ancora privi di vita che aveva studiato.

«Gli ultimi segni di vita registrati sono appena al di là delle rocce, a due gradi e cinque primi».

«Ricevuto», rispose la scienziata modificando leggermente la sua direzione e allungando il passo.

Poco più avanti c’era una grande caverna che si apriva tra rocce coperte da una coltre di cenere ancora più spessa di quella posatasi sulla spiaggia. Per proseguire da quella parte la scienziata dovette rallentare perché scivolava sul fondo cedevole, con la sensazione di camminare su un vetro ricoperto di frammenti di piuma.

Poco prima di arrivare all’imboccatura della grotta, sentì qualcos’altro sotto i piedi, qualcosa che non era né cenere né roccia. Era fatto di carne e osso. Una gamba. Indietreggiò di un passo e aspettò che l’immagine nel casco si sintonizzasse meglio.

«Vedi anche tu?», chiese.

«Sì. Miglioro la definizione».

L’immagine si mise a fuoco. C’erano decine di corpi uno sopra l’altro fino alla caverna. I cadaveri smagriti e anneriti si confondevano con la roccia sottostante e la cenere che li aveva ricoperti, creando una distesa di rilievi disordinati che ricordavano le radici affioranti di un albero secolare.

I corpi erano intatti, e questo era sorprendente. «Straordinario. Nessun segno di cannibalismo. Questi sopravvissuti si conoscevano. È possibile che fossero i membri di una tribù che condivideva gli stessi princìpi morali. Io credo che siano venuti fin qui dal mare in cerca di riparo e di cibo».

Il collega modificò la ricezione del visore, e l’immagine ai raggi infrarossi confermò che erano tutti morti. Il messaggio implicito era chiaro: procedi.

La scienziata si chinò stringendo in mano un piccolo cilindro. «Prendo un campione».

Applicò il cilindro al corpo più vicino e aspettò che lo strumento raccogliesse il campione di DNA. «Lander Alpha», disse rialzandosi. «Rapporto spedizione scientifica, nota ufficiale: le osservazioni preliminari confermano che la sottospecie 8472 è stata oggetto di estinzione. La causa sospetta è un supervulcano e un conseguente inverno vulcanico. Prima della data di questa nota la specie si era evoluta per un periodo approssimativo di 130.000 anni locali. Cerco di raccogliere un campione dal presunto ultimo deceduto».

Si girò ed entrò nella caverna. Le luci laterali del casco si accesero su un cumulo di cadaveri addossati alle pareti, ma l’infrarosso non rivelò alcun segno di vita. I morti occupavano solo i primi metri. Poco più avanti non c’era più nessuno. Ma c’erano delle tracce sul terreno. Erano recenti? La scienziata si spinse più avanti.

Il rilevatore del casco intercettò una debole linea rossa che spuntava dalla parete di roccia. Segni vitali. Svoltò un angolo, e il rosso scuro si dilatò in una luce in cui si mescolavano ambra, arancione, sfumature di azzurro e verde. Un superstite.

Armeggiò velocemente sui controlli palmari tornando alla visione normale. Il sopravvissuto era di genere femminile. Le sue costole sporgevano in maniera innaturale, spingendo la pelle nera come se a ogni debole respiro dovessero lacerargliela. Più in basso, l’addome non era incavato come la scienziata si sarebbe aspettata. Attivò di nuovo l’infrarosso ed ebbe conferma del suo sospetto. La femmina era gravida.

Stava per estrarre un altro cilindro per prelevare un campione, ma si fermò di colpo. Aveva sentito qualcosa dietro di sé. Passi. Pesanti, come di una camminata faticosa.

Quando si voltò, vide comparire da dietro la roccia un muscoloso esemplare di maschio. Era alto un venti percento più della media degli altri maschi che aveva visto fino ad allora, e le spalle erano decisamente più larghe. Il capo della tribù? Le sue costole sporgevano in maniera grottesca, assai peggio di quelle della femmina. Con un avambraccio alzato si faceva scudo delle luci proiettate dal casco della scienziata. Si lanciò su di lei. Aveva qualcosa in mano. La scienziata indietreggiò allontanandosi dalla femmina e impugnando lo storditore. L’energumeno avanzò ancora verso di lei, ma, un momento prima di raggiungerla, cambiò all’improvviso direzione crollando contro la parete rocciosa accanto alla femmina, alla quale tese l’oggetto che teneva in mano. Era un pezzo di carne umana, già macchiato da un principio di putrefazione. La femmina vi affondò avidamente i denti, mentre il maschio lasciò ricadere la testa contro la roccia e chiuse gli occhi.

La scienziata riprese a respirare.

Nel suo casco risuonò sollecita e brusca la voce del collega. «Lander Alpha Uno, ricevo segni vitali anormali. Sei in pericolo?».

La scienziata azionò i controlli palmari, disattivando i sensori e la trasmissione video della tuta. «Negativo, Lander Due». Fece una pausa. «Possibile malfunzionamento della tuta. Procedo alla raccolta dei campioni dagli ultimi superstiti conosciuti della sottospecie 8472».

Si chinò sul maschio e gli applicò il cilindro all’interno del gomito del braccio destro. Nell’attimo in cui avvertì il contatto, il maschio sollevò l’altro braccio verso di lei. Posò la mano sull’avambraccio della scienziata stringendoglielo dolcemente, il massimo di comunicazione fisica di cui era capace in quelle condizioni. Accanto a lui, la femmina aveva finito il suo pasto di carne marcia, probabilmente l’ultimo, e guardava nel vuoto con occhi che sembravano di vetro.

Il cilindro emise un segnale acustico, poi un altro, ma la scienziata non lo ritrasse. Rimase seduta lì, immobile. Le stava succedendo qualcosa. La mano del maschio le scivolò via dal braccio, e la sua testa tornò ad appoggiarsi alla roccia. Prima di rendersi conto di quel che stava accadendo, la scienziata si era caricata il maschio su una spalla e la femmina sull’altra. L’esoscheletro della tuta sostenne senza problemi il peso supplementare, ma appena fu fuori della caverna, la scienziata ebbe difficoltà a mantenersi in equilibrio sul costone ricoperto di cenere.

Dieci minuti dopo, aveva attraversato la spiaggia ed era davanti al portello della nave che si stava già aprendo. Una volta a bordo, sistemò i corpi su due barelle, si tolse la tuta e trasferì rapidamente i superstiti in una sala operatoria. Lanciò un’occhiata dietro di sé, poi si concentrò sul terminale. Eseguì alcune simulazioni e cominciò a modificare gli La scienziata riprese a respirare.

Nel suo casco risuonò sollecita e brusca la voce del collega. «Lander Alpha Uno, ricevo segni vitali anormali. Sei in pericolo?».

La scienziata azionò i controlli palmari, disattivando i sensori e la trasmissione video della tuta. «Negativo, Lander Due». Fece una pausa. «Possibile malfunzionamento della tuta. Procedo alla raccolta dei campioni dagli ultimi superstiti conosciuti della sottospecie 8472».

Si chinò sul maschio e gli applicò il cilindro all’interno del gomito del braccio destro. Nell’attimo in cui avvertì il contatto, il maschio sollevò l’altro braccio verso di lei. Posò la mano sull’avambraccio della scienziata stringendoglielo dolcemente, il massimo di comunicazione fisica di cui era capace in quelle condizioni. Accanto a lui, la femmina aveva finito il suo pasto di carne marcia, probabilmente l’ultimo, e guardava nel vuoto con occhi che sembravano di…