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Azzeccaguai – Troubleguesser

Tutti vorremmo, almeno una volta nella vita, evadere dalla monotonia quotidiana e vivere da protagonisti una straordinaria avventura. Può sembrare un desiderio infantile, eppure il crescente successo della letteratura e del cinema fantasy, il diffondersi dei giochi di ruolo, testimoniano quanto i ‘sogni proibiti’ siano un’esigenza irrinunciabile dell’animo umano. Nell’immaginario collettivo i mondi fantastici sono popolati da personaggi destinati a compiere imprese formidabili. Come scrisse L. Sprague de Camp, padre dell’heroic fantasy, “E così risveglia quella speranza che quasi tutti noi portiamo dentro: la speranza tante volte accarezzata e tante volte delusa che certamente chissà dove, chissà quando, possa esistere una terra di pace e di abbondanza, di bellezza e di giustizia, dove noi, da quelle povere creature che siamo, potremmo essere felici…” Oggi ci sono autori che rifiutano tanto ottimismo, creano personaggi meno invincibili e mondi più verosimili, tuttavia nella grande maggioranza dei casi il lieto fine attende i loro protagonisti.

Paolo Migliorelli, regista del cortometraggio Azzeccaguai – Troubleguesser, con grande coraggio mette in discussione l’utopia del fantasy. In quest’opera la realtà alternativa e misteriosa coesiste con la vita di ogni giorno e il confine tra le due dimensioni si fa labile; l’universo immaginario non è però un mondo ‘migliore’, creato per compiacere le nostre aspettative o alleviare le frustrazioni.

La giovane Aurora trascorre un’esistenza placida e banale, ha un lavoro inappagante, trascorre il tempo libero passeggiando in solitudine nel parco… Un giorno incontra il bizzarro Azzeccaguai, personaggio misterioso che la introduce in un mondo onirico, dove la magia è reale e niente è quello che sembra. Lì Aurora, che ha un animo sognante e vorrebbe sfidare l’ignoto, si rende presto conto della propria inadeguatezza, e inizia a intuire che la vera bellezza è nascosta nella realtà che ha lasciato. Il mondo fiabesco è regolato da leggi che gli sono sconosciute; affascina per la sua diversità, ma è ben lontano dall’essere una dimensione idilliaca dove poter cercare un facile riscatto, magari sulla falsariga del Regno di Landover di Terry Brooks. Anzi, come accade semmai nella saga di Harry Potter, la meraviglia iniziale lascia il posto a una visione più consapevole, e si scopre a poco a poco un mondo afflitto da problemi diversi da quelli dei comuni mortali ma non per questo meno difficili da affrontare. Nell’opera della Rowling l’utopia si ridimensiona, traspare una società chiusa, razzista, governata da una giustizia poco misericordiosa, gravata da diversi tabù e pregiudizi; Aurora vive un’analoga disillusione: poche battute lasciano immaginare come, per ogni eroe celebrato dalle leggende, esista una schiera di ignoti sconfitti. Sopravvissuta all’incontro con la strega LEI, e protetta dalla dolce magia della Fata, la protagonista comprende che le poche persone destinate a imprese eccezionali forse non sono affatto fortunate né tanto meno felici, e che piuttosto è la vita di ogni giorno quella che meglio di ogni altra può riservare momenti di sincera meraviglia.

Paolo Migliorelli riesce a trasmettere il suo punto di vista facendoci calare nello sguardo naïf di Aurora; i personaggi stralunati risultano credibili proprio per la fusione tra realtà e fantasia. Il senso di estraniazione emerge dalle inquadrature mai troppo convenzionali e dalle interpretazioni dei quattro personaggi. La povertà dei mezzi è evidente, e obbliga il regista a sfruttare soluzioni visive originali. Gli effetti speciali sono molto semplici, e possono apparire ingenui agli occhi degli spettatori abituati a ben altri prodigi digitali. Il regista non abusa dei ritocchi aggiunti in post produzione, si limita a mostrare qualche necessario incantesimo, funzionale alla caratterizzazione dei protagonisti e degli ambienti. Molte sequenze suggeriscono gli eventi straordinari, senza mostrarli direttamente. Le inquadrature lasciano intravedere dettagli, mani, sguardi; i costumi artigianali sintetizzano le caratteristiche proprie dei personaggi, seguendo archetipi ben riconoscibili. Creata la necessaria empatia, basta poco per costruire la realtà alternativa e dare concretezza al microcosmo onirico.

Le location suggestive dei giardini di Roma scelte come sfondo per la vicenda aiutano questo processo di immedesimazione. Le riprese sono state effettuate all’interno di parchi monumentali e giardini storici, set a buon mercato che nulla però hanno da invidiare a ricostruzioni digitali, anzi. La presenza di rari elementi ‘moderni’, come staccionate o sentieri ben curati, risulterebbe indigesta in un fantasy tradizionale, ma in Troubleguesser questi particolari in apparenza estranei mettono in risalto quanto sia sottile il confine tra la vita comune e l’universo magico. Ci si ritrova così a guardare la realtà con occhi pieni di meraviglia.