Bakuman
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Bakuman

La storia si apre con un flashback, un ricordo del protagonista: la visita del suo eccentrico zio Nobuhiro. Come si apprenderà in seguito, Nobuhiro è un “caduto di guerra”, un mangaka morto di fatica a soli 39 anni. Lugubre monito.

Il protagonista è Moritaka Mashiro, detto Saiko, un bravo ragazzo di 14 anni, la cui tranquillità cela tuttavia una profonda noia e una totale disillusione: “Il futuro non mi interessa, vivere è solo una scocciatura”.

Anche sul piano sentimentale, le sue prospettive appaiono frustrate: non riuscendo a dichiarare il proprio amore alla compagna di classe, la dolce Miho Azuki, si limita a ritrarla di nascosto durante le lezioni.

Un giorno, uno dei suoi disegni “compromettenti” cade nelle mani di Akito Takagi detto Shujin, il primo della classe, il quale gli lancia una proposta inaspettata: “diventa un mangaka insieme a me!”. Per convincere il recalcitrante Moritaka, Akito tira in ballo anche Miho che a sua volta, sull’onda dell’entusiasmo, confessa di avere un sogno fuori dall’ordinario: diventare una doppiatrice.

Cedendo infine all’insistenza del compagno, Moritaka, pur continuando a dimostrarsi cinico riguardo le possibilità di successo come disegnatore, riesce ad accendere una relazione con Miho che tocca le vette dell’amore nobile e idealista. I due stringono un patto solenne che legherà la loro vita professionale e sentimentale.

Si verrò poi a sapere anche il defunto zio aveva intrapreso il cammino del fumetto per amore di una ragazza, che altri non è se non la madre della stessa Miho; l’esperienza dello zio sembra quasi sovrapporsi a quella del nipote… resta da scoprire se con quest’ultimo il destino sarà maggiormente benevolo.

Saiko e Shujin si preparano alla loro prima sfida: disegnare una storia autoconclusiva da presentare alla redazione della rivista Jump. Intanto sullo sfondo si delinea già il loro primo avversario, un certo Eiji Niizuma, precoce genio del fumetto…

COMMENTO

I grandi successi sono un’arma a doppio taglio. Cosa ci si poteva aspettare da Tsugumi Ohba dopo un’opera travolgente come Death Note. Perché i grandi successi sono così: delle alte vette raggiunte le qual è vietato scendere, si può – anzi si deve – solo continuare a salire…

In questa sua seconda fatica, Bakuman (2008, disegnata da Takeshi Obata così come la precedente), l’autrice dei testi (o autore, dal momento che la sua reale identità è tuttora un mistero) abbandona il tema del paranormale per entrare in un mondo ben più quotidiano, quello dei disegnatori di manga in Giappone. Una mangaka che scrive la storia di un mangaka? Sembra un gioco di specchi. Eppure anche in questa nuova opera l’autrice non concede nulla allo scontato o al banale.

Un mestiere creativo, quello del mangaka, ma anche difficile e sfibrante, che spesso lascia ai suoi artisti solo seri problemi di salute e guadagni economici davvero esigui. Perché per quanto il mangaka si discosti dalla comune e bigia figura del salary-man giapponese, resta comunque inquadrato in un sistema lavorativo spietato che spreme la gente sino al midollo. Lo scopo dell’autrice è proprio quello di fare luce su questo retroscena, mostrare ai lettori la realtà nuda e cruda, esporre le sue osservazioni, le sue critiche al sistema editoriale nipponico, togliendosi anche qualche sassolino dalla scarpa per bocca stessa del suo protagonista: «Quella che ha scritto “Death Note” ha dichiarato che le serviva in fretta un altro lavoro o in cinque anni sarebbe morta di fame» dice Moritaka, mettendo subito le cose in chiaro.

Benché sia sparita l’atmosfera thriller di Death Note, nemmeno Bakuman è facile da leggere. Tsugumi Ohba ama i dialoghi lunghi e meditati, i suoi balloon sono spesso troppo discorsivi per un manga, tuttavia la sua narrazione quasi letteraria ben si sposa con lo slancio e la dinamicità dei disegni di Takeshi Obata, un tratto raffinato e ricchissimo di particolari. Per amor di comprensione, l’autrice spiega qua e là per bocca dei personaggi i particolari tecnici di un fumetto: bozzetti, pennini, retini… Ma senza perdersi in lungaggini didattiche, poiché la sua è una storia, non un manuale.

I due protagonisti si ritrovano con uno studio bell’e pronto, con stipato tutto il necessario per il mestiere, cosa che di certo capita a ben pochi aspiranti mangaka. Sembra quasi che l’autrice voglia bruciare le tappe della storia, o forse vuole subito chiarire che problemi come lo spazio in cui lavorare, le spese per chine e pennini, le bollette, sono bazzecole in confronto al lavoro vero e proprio, è da qui che iniziano le vere responsabilità. Anche il sostegno morale non manca, l’invisibile padre di Saiko, sempre assente sino a questo momento, sprona poi il figlio citando proprio le parole di Grandi del passato, parole come “un uomo, anche se muore nel fango, deve farlo guardando avanti”.

I protagonisti incarnano le due anime del mangaka: l’una idealista e ottimista, che vuole fare della propria arte una missione, che sogna la gloria e la fama e forse anche una discreta ricchezza; l’altra realista e disincantata, pure un tantino pessimista. Quest’ultima è anche la più coraggiosa in quanto, pur conoscendo l’inferno che l’attende, accetta ugualmente la sfida. Si percepisce l’entusiasmo dei due ragazzi, la grinta e la freschezza della loro giovane età.

La storia è meno semplice di quanto sembri; benché qualche elemento autobiografico sia evidente, il corpo vero e proprio ricorda un romanzo di formazione. Quello dei protagonisti non è solo un desiderio, è un progetto maturo e rappresenta il passaggio all’età adulta. Scegliere con coraggio la propria strada forse è veramente la sfida più grande che una persona possa affrontare, e questa scelta si fa ancora più difficile in una società come quella giapponese in cui l’autodeterminazione e l’intraprendenza personale non sono esattamente diffuse e incoraggiate. Fare il mangaka è un lavoro faticoso, ma è anche un’attività che spinge a lasciare da parte ogni passività, un mestiere di una fisicità e dignità quasi artigiana. La bravura può non bastare; tre sono le condizioni che Saiko ha appreso dall’esperienza dello zio: Superbia, Sudore e Fortuna.

In particolare la fortuna di trovare dei validi alleati per vincere questa battaglia, perché se è vero che il mangaka è l’eroe indiscusso, nulla potrebbe senza un fedele scudiero che gli guarda le spalle. Impossibile non affezionarsi alla figura dell’editor Akira Hattori che prende i due ragazzi sotto la sua ala. Un tributo carico di affetto verso tutte quelle persone che si impegnano per aiutare gli artisti ad emergere e a raggiungere i loro obbiettivi, persone destinate a restare sempre in ombra ma il cui contributo è davvero fondamentale.

Bakuman è insomma un’opera profonda e impegnata; forse meno cervellotica di Death Note ma altrettanto appassionante. Non è qualcosa da leggere sul tram per ammazzare il tempo. Per chi pensa che leggere (e creare) fumetti sia roba da ragazzini.