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Baldios – Il Guerriero dello Spazio

È davvero gradito riscoprire Baldios – Il Guerriero dello Spazio (Uchuu Senshi Baldios), anime d’annata (classe 1980) di tradizionalissimo impianto super robotico, per nulla brillante dal punto di vista tecnico ma con pregi che nel tempo gli hanno fatto conquistare una bella popolarità, malgrado il devastante flop della prima messa in onda giapponese sulla rete Family Gekijou.

Il suo destino è stato quello tante volte toccato ai titoli troppo all’avanguardia rispetto al loro tempo: 39 episodi inizialmente previsti, solo 34 realizzati e serie prematuramente sospesa al 32° (dopo aver saltato il 31), causa l’insostenibile concorrenza televisiva con altri cartoni e le pessime vendite dei giocattoli. Un peccato mortale perché, sia pure con carenze oggettive, Baldios ha dalla sua tutto un carico di innovazioni importanti per l’epoca, che superano abbondantemente i difetti rendendolo, soprattutto oggi, una visione appetitosa per gli appassionati del genere robotico.

La storia è quella di Marin Reigan, abitante del pianeta S-1, figlio del geniale scienziato che ha appena inventato una macchina in grado di ripulire quel mondo da tutte le radiazioni che lo stanno lentamente uccidendo. Purtroppo ben altri progetti covano nella fazione militare Aldebaran, comandata dal crudele Zeo Gattler, il quale, preso il potere con un colpo di stato, distrugge l’invenzione nel convincimento che la sola speranza di salvezza per la propria civiltà sia abbandonare S-1 alla volta di qualche altro pianeta abitabile, se necessario conquistandolo (e il pianeta in questione sarà la Terra).

Perso il padre, ucciso dai militari, Marin fugge da S-1 con un’astronave e finisce in un varco spazio-dimensionale che lo catapulta sulla Terra del XXII Secolo. Qui deciderà di unirsi all’organizzazione militare dei Blue Fixer, alla guida del potentissimo robottone Baldios, all’indomani dello scoppio del conflitto fra la Terra e Aldebaran.

Pur con il classico schema dell’invasore extraterrestre, Baldios surclassa gli stereotipi presentandosi in modo più originale, sfruttando l’abusato incipit come pretesto per avanzare alla politica e al militarismo una critica tra le più forti e memorabili di ogni tempo, molto più che nel Gundam (Kidou Senshi Gundam) di Yoshiyuki Tomino dell’anno precedente (a cui non deve proprio nulla, considerando il flop in cui incappò anche il celebre mobile suit bianco) e di pari livello espressivo a quanto proposto in Densetsu kyojin Ideon (inedito in Italia), sempre di Tomino, la cui trasmissione inizia un mese prima.

La consueta ‘Fortezza delle Scienze’ nascosta al mondo, in cui risiedono Baldios e gli eroici Blue Fixer, non è mai stata così dipendente dai diktat del governo: la Federazione Mondiale, retta da politici e burocrati incapaci, fa di tutto per metterla in seria difficoltà, stringendo accordi (puntualmente traditi) con gli invasori, dubitando della caratura del team e della fedeltà di Marin, impartendo ordini assurdi che avranno drammatiche ripercussioni sul destino della guerra e del pianeta. La serie, ben poco infantile nonostante il target, mostra episodio dopo episodio l’ottusità delle decisioni ‘altolocate’ prese da chi non combatte in prima linea, e la spietatezza dei militari, in grado di condurre a un annientamento indiscriminato e autolesionista, tra quotidiane stragi, familiari in pericolo che non possono essere salvati in quanto ‘bisogna scindere i problemi personali dal lavoro’, radiazioni che avvelenano la Terra, masse di civili che muoiono di fame, soldati mandati a morire in battaglia come scarti, interi popoli messi in ibernazione per limitarne i consumi e lo spazio occupato nelle astronavi… Le conseguenze di tutti questi errori saranno spaventose e apocalittiche, rafforzando i moniti antimilitaristi, antirazzisti ed ecologisti che questa serie propone e che lasciano il segno.

Come anticipato poc’anzi, si parla di un’opera immancabilmente troppo moderna per l’epoca di trasmissione, tanto focalizzata sul suo cupo melodramma e sui suoi tragici attori da ridurre al minimo sindacale – ed è questo quello che probabilmente non è stato perdonato dagli spettatori – il contorno di azione robotica. L’eroico Baldios in effetti appare pochissimo nel corso della serie: in quasi ogni episodio risulta addirittura più lunga la classica sequenza di ‘agganciamento’ che non la battaglia vera e propria, dove il nostro paladino distrugge con disarmante facilità i nemici di Aldebaran – quasi sempre semplici astronavi/carne da macello, raramente bestioni più evoluti. Si parla di due, tre minuti a puntata, ma ce ne sono svariate in cui il gigante d’acciaio neppure compare. Baldios è insomma la prima serie robotica in cui viene dato pochissimo spazio al robottone che le dà il titolo, come se non contasse quasi niente, e questo è indicativo di come lo staff della Ashi Productions pensasse a qualcosa focalizzato su tutt’altro, in primis su storia e personaggi (e dove la maggior parte dell’azione è riservata alle sortite di infiltrazione dei Blue Fixer nelle basi di Aldebaran). Drammi e melodrammi sono i protagonisti assoluti e ricorrenti, che stupiscono in misura via via crescente per crudeltà, cattiveria e ingegno – l’avventura narrata negli episodi 20 e 21 molto probabilmente dev’essere stata vista da un certo Hideo Kojima – fino a raggiungere l’apice con le famose tre puntate finali, emotivamente fortissime e dotate di un twist spiazzante, impossibili da anticipare ma la cui forza espressiva è stata raramente uguagliata.

Per tutti questi motivi Baldios merita di essere ricordato, pur dovendo scontare varie pecche che gli impediscono di assurgere al rango di capolavoro dell’animazione. La più eclatante è il modo in cui la serie crolla su se stessa quando, per dare risalto ai suoi moniti, fa compiere ai ‘bersagli’ della sua critica azioni di una stupidità senza fine, così fuori dalla realtà (qualsiasi essa sia) da sconfinare nel ridicolo involontario. Si tratta di ingenuità pienamente figlie del loro tempo, ma che risaltano maggiormente nell’ottica di un’opera che in quel momento intendeva proporsi come estremamente ‘diversa’ rispetto alle altre robotiche, improntando a un forte realismo tutte le sue ambizioni. Trattare politici e militari generalizzandoli come autentici minorati mentali ridimensiona molto queste pretese; fortunatamente il calo di credibilità si limita a 3 o 4 puntate (principalmente la 15). Altro difetto evidente è la pochezza della confezione: pur potendo fregiarsi di un budget tutto sommato non proibitivo, la Ashi Productions lo sperpera in animazioni dalla qualità spesso dilettantesca; e imbarazzante è anche la piatta direzione del regista Kazuyuki Hirokawa, incapace di rendere spettacolari le sequenze action/robotiche. Di miglior resa gli attraenti disegni di Osamu Kamijou, addirittura anticipatori di certi splendori cromatici di Choujikuu Yousai Macross (serie del 1982 trasmessa in Italia come prima parte della saga Robotech), sebbene talvolta impacciati da approssimazioni e sproporzioni varie. Abbastanza terribile invece il mecha design: escluso il bel Baldios, tutti i mezzi sono di un anonimato fastidioso, in particolar modo le atroci, comunissime ‘navicelle’ di Aldebaran dalla forma di girino. I personaggi, infine, pur tragici e complessivamente ben caratterizzati, sono comunque privi della profondità necessaria a renderli davvero indimenticabili, anche se è indubbio che il problema risulti amplificato dal doppiaggio italiano.

A prescindere dai difetti, Baldios è riuscito comunque a ritagliarsi la sua fetta di notorietà (ben testimoniata dalle svariate apparizioni in Super Robot Wars), giustamente riabilitato nel tempo. Il finale, lasciato purtroppo aperto per colpa delle vicissitudini produttive, troverà completezza definitiva nel lungometraggio omonimo che esce l’anno successivo con i soldi della Toei Animation: peccato che, pur rivelandosi un degno lavoro, per arrivare dove arriva sentirà il bisogno di rinnegare alcuni fatti importanti della serie TV. Nonostante questo, un must see.

Per quel che riguarda la reperibilità, bisogna rassegnarsi a guardare Baldios con le voci dell’adattamento storico italiano, realizzato nel 1982 da reti private, questo perché la sua unica versione edita consiste nei DVD Yamato Video sprovvisti – come quasi sempre, del resto – di sottotitoli fedeli. Nonostante le solite frasi inventate dal direttore del doppiaggio, bisogna comunque riconoscere che il lavoro è meno peggio di altri del periodo: mantiene almeno inalterati quasi tutti i nomi originali di personaggi, armi e tecnologie (cambiano solo il professor Takeshi Tsukikage, ribattezzato Jonathan Bannister, e la Federazione Mondiale che diventa Unione Mondiale), e, pur in modo approssimato, lascia capire il senso dei dialoghi e delle puntate; certo, resta un impedimento alla piena empatia coi protagonisti, ma in assenza di meglio (neanche l’ombra di un fansub in lingua inglese) ci si può accontentare, magari impostando la lingua giapponese per potersi godere quantomeno le belle sigle originali.