Black Mirror
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Black Mirror

Semplificando all’estremo, esistono almeno due grandi tipologie di Fantascienza. C’è quella dove ricadono le grandi epopee spaziali (Star Trek, Battlestar Galattica, cicli di Asimov…), e quella ‘europea’, più filosofica che avventurosa, cara a Bradbury, Ballard, Orwell. Andata in onda per la prima volta nel dicembre del 2011 in Gran Bretagna, Black Mirror rappresenta un esempio della migliore Fantascienza televisiva appartenente al secondo tipo, quello più interessato ai problemi degli esseri umani che ai viaggi spaziali. La serie mantiene un tema comune ben identificabile: i risvolti negativi della tecnologia, l’assuefazione da essa causata e i suoi effetti sugli individui e sulla società.

L’autore è Charlie Brooker, un importante critico televisivo e sceneggiatore britannico, diventato piuttosto famoso per Dead Set, racconto di un’apocalisse zombi dal punto di vista dei concorrenti di un reality show. Il suo stile ironico e fortemente satirico (che gli è costato non pochi problemi in carriera) in parte si riscontra anche in quest’opera, che è fantasiosa, originale, distopica, piena di riferimenti al genere e permeata da un estremo senso del grottesco che piacerebbe molto a Philip K. Dick.

Ognuna delle 6 puntate (divise in 2 stagioni da 3 episodi l’una) è correlata solo tematicamente alle altre, mentre cast e trama cambiano ogni volta.

La serie esordisce con ‘Messaggio al Primo Ministro’ (‘The National Anthem’). Questo primo episodio è indubbiamente il più sconcertate dei 3 della prima stagione. Un pugno sul cranio dello spettatore. Susannah, la principessa inglese più amata dai tempi di Lady D, viene rapita pochi giorni dopo aver annunciato il proprio matrimonio; il Primo Ministro dovrà ‘pagare’ personalmente, in diretta TV, una sorta di sadico riscatto in natura per liberarla.

‘15 Milioni di Celebrità’ (‘Fifteen Millions of Merits’) presenta un ipotetico futuro nel quale gli uomini vivono al chiuso in ambienti collettivi senza contatti con l’esterno, svolgendo una sola attività: pedalare sulle cyclette per produrre energia, davanti a uno schermo che li ‘intrattiene’ con spazzatura mediatica di ogni tipo. Emancipati dal lavoro, i cittadini del futuro sono bulimicamente esposti alla pubblicità, in una utopia stravolta nella quale la massima aspirazione è partecipare a un talent show. Per qualità tecnica, questo episodio è sicuramente il migliore della serie, girato benissimo a fronte di un budget tutt’altro che sconfinato. Il futuro che rappresenta pare verosimile come deriva estrema dello stile di vita della generazione dei social network e dei reality, vulnerabile al rischio di perdere contatto con la comunità (reale) e col territorio a vantaggio di uno sterile quanto tragico surrogato virtuale di società. La messa in scena – interamente dedicata a variazioni sul tema dello schermo – è stupenda, tecnicamente paragonabile a quelle dei migliori film di Fantascienza degli ultimi anni, ma superiore per ispirazione. L’autore, qui più che negli altri episodi, allude esplicitamente all’argomento cruciale che muove la serie: un televisore, un monitor, un display, uno ‘specchio nero’, come metafora dei cambiamenti sinistri che la tecnologia opera sulla vita umana. Analogalmente al primo episodio, il fulcro del secondo è la relazione tra pubblico e media, rapporto non più univoco (osservatore-osservato) come in Orwell, ma sempre più multimediale e sfaccettato. Tutto è confuso nel ‘Sistema’, gli schermi occupano ogni posizione, le immagini vengono proiettate dall’alto e gli utenti pagano per saltare la pubblicità. Notevole la partecipazione da coprotagonista di Jessica Brown Findlay nel ruolo di Abi, tributo umano alla Hunger Games, e quella di Rupert Everett che interpreta il crudele Giudice Speranza.

Anche nel descrivere la parabola discendente della protagonista femminile, l’interesse di Brooker si sofferma sullo spirito voyeuristico e sui rapporti di forza tra osservatore, tecnologia e osservato, interazioni che spingono il personaggio ad auto-degradarsi pur di sfuggire all’anonimato. Tuttavia l’autore non cede nemmeno per un istante alle tentazioni d’exploitation che sembrano invece aver contagiato anche il cinema più insospettabile: allo spettatore deve importare l’effetto, l’emozione che un evento suscita. E così nel climax finale assistiamo a una scena di altissimo valore emotivo e narrativo, in cui il protagonista Davide si ribella, come può, al sistema Golia.

Nell’episodio ‘Ricordi pericolosi’ (‘The Entire History of You’), ambientato in un futuro non troppo lontano, gli individui portano impiantato nel corpo un chip in grado di archiviare le memorie e riproporle a comando, se necessario proiettandole su schermo in pubblico, con tutte le annesse funzioni offerte dalla tecnologia, come la capacità d’ingrandire dettagli sfuggiti a prima vista o aumentare il volume di suoni e conversazioni per cogliere magari frasi sussurrate. È la filosofia dei social network portata alle estreme conseguenze: i ricordi, le relazioni sociali esposte in bella mostra, il passato che rimane presente.

Varia sul tema del perturbante il primo episodio della seconda serie. In ‘Torna da me’ (‘Be Right Back’), la protagonista (Hayley Atwell, Captain America – Il Primo Vendicatore), pur di colmare il vuoto lasciato dalla dipartita del marito, accetterà un ‘patto con il diavolo’. Lo spunto porta con sé il tema horror del revenant, già sperimentato con successo dall’autore in Dead Set. Anche se meno originale degli altri, questo quarto episodio riesce a riproporre l’inflazionata figura dello zombi, in un crescendo sinistro che ricorda il Solaris di Tarkowsky.

‘Orso Bianco’ (‘White Bear’), è incentrato su uno spaventoso gioco sadico, che ricorda una versione crudele di The Game. Insieme a ‘Torna da me’, è forse apparentemente il più vicino all’horror per scelte narrative (e anche il più debole). Tuttavia, il colpo di scena finale spazza via ogni timore che la serie scivoli verso stereotipi di genere.

In ‘Vota Waldo!’ (‘The Waldo Moment’), un comico frustrato dà vita a un personaggio animato di nome Waldo, che diventa rapidamente famoso per le sue sboccate contestazioni sui politici durante i talk-show, fino a rappresentare in qualche modo i sentimenti di tutto il Paese. E no – se ve lo steste chiedendo – l’episodio conclusivo non è ispirato a fatti realmente accaduti in Italia. Il racconto esplora con spirito del grottesco, smorzato dalla tragica realtà attuale, l’ascesa al potere del populismo incarnato dal pupazzo ‘posseduto’. E, proprio come in Orwell, l’ignoranza torna a essere forza.

Brooker ha spiegato il titolo della serie in un’intervista al The Guardian, facendo notare: “Se la tecnologia è una droga – e a tutti gli effetti sembra una droga – allora quali sono i suoi effetti collaterali? Questa zona – tra piacere e sconforto – è dove Black Mirror, si colloca. Lo ‘schermo nero’ è quello che troverai su ogni muro, su ogni scrivania, nel palmo di tutte le mani: il freddo, brillante schermo di una TV, un monitor, uno smartphone.”

Sono le piccole ‘crepe’ che si possono oggi riscontrare nelle abitudini ‘tecnologiche’ quotidiane a portare il cambiamento nell’universo di Brooker: la vita sociale, lavorativa e sentimentale sempre più condizionata dall’uso degli smartphone, dallo status sui social network, dal dipendere dalla cultura dello schermo, cui pure Brooker appartiene essendone fruitore (è un grande appassionato di videogiochi) prima ancora che critico. Forse, è proprio grazie a questo atteggiamento per nulla snob che Brooker è riuscito a mostrare la parte oscura che sta oltre lo schermo, quella che sembra riflettere il peggio della natura umana.