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Bonvi e la Fantascienza

Cosa avranno mai in comune il famoso cantautore FRANCESCO GUCCINI e il fumettista FRANCO BONVICINI, in arte “Bonvi”, tranne il fatto di essere entrambi modenesi? Per quanto possa sembrare strano, i due, conosciutisi da ragazzi nel lontano 1956 e poi rimasti amici sino alla morte di Bonvi (avvenuta in un incidente stradale nel 1995), hanno condiviso negli anni Sessanta la passione per i fumetti e la fantascienza, gli uni e l’altra guardati, in quell’epoca, con diffidenza se non con aperto disprezzo, e forse proprio per questo capaci di attirare due persone decisamente fuori dal comune, come il cantautore de “La locomotiva” e l’autore delle immortali Sturmtruppen.

Inevitabile che l’amicizia fra due menti così creative sfociasse in qualche forma di collaborazione: non potendo questa essere di tipo musicale (“Bonvi era stonatissimo”, affermerà Guccini nella sua autobiografia), l’unica strada percorribile era quella del fumetto. Non che Guccini sapesse disegnare, ma se non altro sapeva scrivere, e tanto bastò, tra il 1969 e il 1970, per dare vita alle Storie dallo spazio profondo: sette racconti di fantascienza rimasti profondamente radicati nell’immaginario collettivo dei pochi (all’epoca pochissimi) appassionati, al punto che ancora oggi non è raro sentirne citare qualche battuta. Chi non ha mai sentito parlare del misterioso “anastrone catafrattico”, per esempio?

Le sette storie furono pubblicate sulla rivista Psyco, una delle innumerevoli pubblicazioni d’avanguardia – sorta di fanzine letterarie – che pullulavano negli anni Sessanta, dando spazio e fama – di certo non soldi – ad autori giovani ed emergenti. Psyco è defunta, come decine di consorelle più (Comic Art, Totem…) o meno famose (Off-side, Fan…), ma il successo permise a Bonvi di farsi un nome e di sfondare definitivamente nel campo del fumetto: le sue Sturmtruppen, negli stessi anni, vengono pubblicate addirittura su un quotidiano importante come “Paese Sera” (peraltro defunto a sua volta una quindicina di anni fa), e nei primi anni Settanta i suoi fumetti arrivano addirittura in TV, con la famosa trasmissione “Gulp”, centrata sul personaggio di Nick Carter.

Anche per questo la lettura delle “Storie” è un’esperienza interessante: una via di mezzo tra quella che potremmo chiamare “archeologia fumettistica” – gli inizi di due autori affermatisi in un secondo tempo sono sempre interessanti – e “divertissement” allo stato puro, come raramente si vede in Italia. Bisogna forse ricordare come questo sia uno dei paesi in cui la satira, invece di divertire, crea più che altro fastidio e preoccupazioni? In Italia il fumetto è al 90% avventura – magari con sfumature brillanti, ma sempre avventura, come Gea, di cui si è parlato in TdC n. 3 – e il restante 10% viene quasi sempre confinato in prodotti di “nicchia”, che, nel migliore dei casi, si trovano solo in libreria, e nel peggiore… non si trovano affatto. Basta provare per credere: chi volesse procurarsi una copia delle “Storie”, come pure delle successive Cronache del dopobomba – le prime ripubblicate nel 1979 negli Oscar Mondadori, le seconde dall’editrice Savelli, l’anno seguente – girerebbe invano negozi e mostre, e se non fosse per l’onnipresente eBay dovrebbe ben presto gettare la spugna e rassegnarsi a sentire i resoconti dell’amico del cognato che anni prima, dal cugggino della sua ragazza di turno, aveva visto da lontano il fumetto…

Ma solleviamo finalmente il velo da queste misteriose “Storie”: sette brevi avventure, come si diceva, che narrano le vicissitudini tragicomiche di un anonimo “puttaniere dello spazio” (classico prototipo di eroe disilluso, alla Bogart/Willis, o meglio, alla Malcolm Reynolds, per chi ha visto Firefly) e del suo fedele – o quasi – compagno, un robot vagamente antropomorfo, la cui intelligenza permette spesso a entrambi di cavarsela per il rotto della cuffia anche nelle situazioni più disperate. Il primo altri non è che lo stesso Bonvi (anche nell’aspetto); il robot, naturalmente, è Guccini.

La prima avventura vede la nascita della strana coppia: il robot vince al gioco la scassata astronave del suo compagno e ne assume il comando, nonostante le proteste dell’ex proprietario; sarà solo dopo averlo tirato fuori da una situazione complicata (e avergli trovato un’astronave migliore) che i due diventeranno amici. In seguito, assisteremo al loro tentativo di trarre un po’ di soldi da una stazione televisiva abbandonata nello spazio, alla guerra contro un dittatore che ha usurpato il trono di una procace principessa (solo una delle molte donnine, provocanti quanto pericolose, che diventeranno una caratteristica di Bonvi), a un’avventura molto “dickiana” in cui una famosa cantante si rivelerà essere un sofisticato androide, e infine alla scoperta di Dio (!) al seguito di un gruppo di pellegrini fermamente convinti della sua esistenza.

Le ultime due storie, realizzate dal solo Bonvi (Guccini se ne era andato in America alla ricerca di Eloise Dunn, la donna a cui è dedicata la canzone “L’orizzonte di K.D.”) riadattando due racconti di SHECKLEY, sono più corte e meno “graffianti”, ma anche più ricche di colpi di scena. L’autore americano non è Guccini, e la differenza si sente tutta, per quanto sia innegabile che il primo abbia ispirato il secondo. Il valore delle “Storie”, probabilmente, risiede proprio nei testi del cantautore di Pavana, che vanno molto al di là di un semplice tentativo di trovare risvolti umoristici tra le pieghe di un racconto di fantascienza: le trame di Guccini lasciano affiorare da ogni pagina una satira sociale e una visione pessimistica del nostro futuro, visione oltretutto inquietante alla luce di quello che sta diventando il nostro mondo già oggi. Ai problemi che caratterizzavano la fantascienza degli anni Sessanta – come la sovrappopolazione e l’emigrazione forzata – si affiancano l’invadenza della pubblicità e lo sfruttamento degli artisti da parte di multinazionali senza scrupoli: tutti temi che, pur essendo già tipici della società americana di quell’epoca, erano ancora ignoti dalle nostre parti. E tali sono rimasti almeno sino agli anni Ottanta, quando è iniziata la nostra progressiva “americanizzazione”.

Il disegno di Bonvi, sfortunatamente, non sembra al suo massimo, se confrontato con quello di Nick Carter o delle Sturmtruppen. Piani lunghi si alternano senza criterio a primi e primissimi piani, prospettive e proporzioni sembrano scelti a caso, e personaggi disegnati in modo realistico si affiancano ad altri decisamente caricaturali: l’impressione è che Bonvi si trovi più a suo agio con storie brevi, semplici e lineari, e battute più fulminanti rispetto a quelle, troppo cerebrali, che Guccini era in grado di offrirgli. Non sarebbe il primo né l’ultimo caso di due autori che non si accordano perfettamente, per quanto le “Storie”, nonostante tutto, rimangano ben al di sopra della media del fumetto “made in Italy”, e non temano confronto con la maggior parte dei prodotti odierni, che sono in genere il frutto di catene di montaggio ben oliate e organizzate piuttosto che della creatività di qualche autore.

Ma è indubbio che non tutto, nelle “Storie”, funzioni a perfezione: la riprova ce la darà lo stesso Bonvi, quando, solo pochi anni dopo (nel 1974), comincerà – da solo – la produzione delle sue Cronache del dopobomba, serie di brevissime storie (tutte di due, o al più di quattro pagine) che narrano la degradazione subita dall’umanità dopo la consueta catastrofe che ha riportato ogni cosa all’età della pietra. Libero di esprimersi nei modi semplici e immediati che preferisce, Bonvi dà vita a un affresco geniale e particolarmente amaro, che ci mostra i pochi scampati alla catastrofe ormai dediti al cannibalismo, alle prese con un mondo in cui ogni angolo, ogni rifugio, ogni richiamo può nascondere una minaccia mortale. Le mutazioni genetiche, probabile conseguenza dell’esposizione alle radiazioni della “bomba” che dà il titolo alla serie, sono presenti in quasi tutti i sopravvissuti; qualcuno, addirittura, arriva a considerare “mutato” o “diverso” chi ha mantenuto sembianze umane. Il mondo descritto nelle “Cronache” è desolato, pieno di rovine fra le quali si stenta a riconoscere un elemento familiare, un edificio, un macchinario; e ciò che sopravvive non induce all’ottimismo – celebre il cartello ritrovato nella Cronaca XI: “Posti riservati: proibito ai passeggieri di colore”.

Per i sopravvissuti non c’è speranza, non c’è futuro; i tentativi di conservare una traccia di umanità nascondono ben altri fini (Cronaca XXIX, col “kindergarten” che diventa rapidamente un ristorante) o, quando sono sinceri, si trasformano in fatali momenti di debolezza (Cronaca XLII, col fiorellino che cresce e diventa una pianta carnivora). Tutto ciò che si muove, parenti inclusi, è cibo potenziale; tutto ciò che non si muove può diventare un’arma.

Dalla pubblicazione delle “Storie” sono passati quattro anni, nei quali Bonvi ha molto affinato il suo stile e aumentato la sua fama, tanto che può pubblicare le sue “Cronache” su Eureka, rivista di fumetti che all’epoca rivaleggiava con Linus (e che da tempo, tanto per cambiare, ha chiuso le pubblicazioni), e andare avanti sino al 1979. Esistono 43 “Cronache”, scritte e disegnate in uno stile sarcastico, a tratti quasi feroce, che ricorda quello delle Sturmtruppen: il disegno ha raggiunto la piena maturità, lo stile è uniforme, senza più alcuna traccia di realismo, il tratto sicuro e le prospettive (sempre campi lunghi, statici, tranne qualche caso in cui il primo piano serve a nascondere un dettaglio rivelatore) sono pienamente funzionali alla narrazione. Tutte le “Cronache” presentano situazioni semplici, a volte quasi tranquille (nei limiti offerti da un mondo semidistrutto), ma che nell’ultima vignetta si chiudono con un piccolo colpo di scena: da un lato la risata è assicurata, ma dall’altro lo sgomento induce a riflessioni amare, e sempre non banali. Che dire del tipo che ascolta l’Internazionale e cerca di riportare due suoi compagni agli antichi ideali di fratellanza e solidarietà, ma alla fine diventa il loro pranzo? O del massacro che avviene intorno a una scatoletta ritrovata tra le macerie di un supermercato, e che alla fine si rivela contenere della vernice – e non del cibo?

La lettura delle “Cronache”, oggi, è un’esperienza nello stesso tempo piacevole e dura da sostenere. Se negli anni Settanta si parlava continuamente del pericolo nucleare e non era inconsueto imbattersi in fumetti, film e romanzi dedicati al tema del “dopobomba”, oggi l’esistenza delle bombe atomiche è stata quasi dimenticata e si pensa soltanto ai problemi causati dal terrorismo (vero o presunto). Come comprendere le paure dell’epoca? Come leggere le “Cronache” senza vederci solamente l’ennesimo fumetto “splatter”?

E soprattutto, siamo davvero sicuri che il dorato futuro che ci aspetta, dominato dalle esigenze televisive/pubblicitarie e senza più alcuna privacy, sacrificata sull’altare della sicurezza (reale o ipotetica), sia davvero migliore di quello immaginato da Bonvi 30 anni fa?