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Camelot

Tra i soggetti cinematografici maggiormente duraturi si può annoverare il Ciclo in vulgata, una parte sostanziosa delle leggende su re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, le cui rivisitazioni sembrano infinite. Ci sono state variazioni sul tema basate sulla satira di Mark Twain Un Americano alla Corte di Re Artù; adattamenti grandiosi e altisonanti come Excalibur di John Boorman; trasposizioni a cartoni animati (La Spada nella Roccia, La Spada Magica – Alla Ricerca di Camelot); e parodie irriverenti (Monty Python e il Sacro Graal).

Il film Camelot costituisce l’unica occasione in cui il Ciclo in vulgata sia stato utilizzato come sfondo per un musical, e risulta uno spettacolo a tratti davvero divertente, a dispetto dei molti difetti minori e della lunghezza forse eccessiva.

Prima di giungere nelle sale cinematografiche, Camelot prese vita nel 1960 sul palcoscenico di Broadway, dove ottenne un immediato successo. Scritta dal famoso duo Alan Jay Lerner e Frederick Loewe – che in precedenza avevano collaborato a Brigadoon, Gigi, My Fair Lady (e nel mondo dei musical erano il team n. 2, dietro solo a Rodgers & Hammerstein) – la rappresentazione fu talmente acclamata da incoraggiare il magnate hollywoodiano Jack L. Warner ad acquisirne i diritti.

Il viaggio verso il grande schermo fu tuttavia più lungo e difficoltoso del previsto; non fu possibile iniziare le riprese prima del 1965, mentre la produzione decise di sostituire l’intero trio di attori che avevano interpretato l’opera a Broadway: Richard Harris rimpiazzò Richard Burton come re Artù, Vanessa Redgrave scansò a spallate Julie Andrews dal ruolo di Ginevra, e per Lancillotto fu fatta l’incomprensibile scelta di soppiantare Robert Goulet con Franco Nero. Due anni e 18 milioni di dollari dopo, Camelot debuttò in gran fanfara ma con recensioni contrastanti.

Per quanto riguarda la storia, il film non copre l’intero Ciclo in vulgata – impresa impossibile per qualunque opera cinematografica di durata ragionevole – ma, basandosi sul romanzo Re in Eterno (The Once and Future King)di T.H. White, si apre con l’incontro tra re Artù e Ginevra e termina con la loro separazione e la scissione della Tavola Rotonda. Nel mezzo, racconta molti dei dettagli che gli appassionati di tematiche arturiane hanno imparato ad amare: le grandi e nobili ambizioni di Artù per un’Inghilterra migliore, il tragico amore tra Lancillotto e Ginevra, e il tentativo di Mordred di distruggere Camelot…

Merlino appare in alcune visioni e ricordi, mentre si intravede Excalibur in più di un’occasione; non c’è invece traccia di Morgana, di Sir Galahad, o del Sacro Graal.

Nel traslare il suo spettacolo sul grande schermo, Lerner decise di apportare alcuni cambiamenti, “aprendo” la storia e inserendo più azione di quanta avrebbe potuto trovar spazio in una produzione teatrale (un esempio su tutti sono i duelli tra Lancillotto e i suoi valorosi antagonisti). Alterò inoltre il tenore generale dell’opera: sul palcoscenico, Camelot aveva un che di leggero, mentre la versione cinematografica assunse un tono serioso; tant’è che la scena più dichiaratamente comica del film – la farsa grossolana del primo incontro tra Artù e Lancillotto – appare palpabilmente fuori contesto. Il lungometraggio mantiene parecchi numeri musicali (non tutti), in totale una dozzina, tra cui versioni entusiasmanti di “Camelot”, “The Lusty Month of May” e “What Do The Simple Folk Do?”, e una bella interpretazione della ballata “If Ever I Should Leave You”. Ci sono tuttavia passi in cui gli elementi musicali/comici e il cupo, serio dramma del triangolo amoroso contrastano tra loro.

In generale, il film non rende molta giustizia a quella che è una delle più grandi tragedie romantiche di ogni tempo, per quanto ci riesca meglio del più recente Il Primo Cavaliere con Sean Connery, Richard Gere e Julia Ormond. La chimica vera è tra Artù e Ginevra; il loro primo incontro, quando Ginevra è ignara dell’identità di Artù, rappresenta una delle sequenze più riuscite, arricchita dall’inserimento dell’intera versione di “Camelot” e da un dialogo scoppiettante. Manca invece di cuore la storia d’amore tra Lancillotto e Ginevra: non c’è fuoco o, se c’è, emette solo deboli fili di fumo.

Il cast è sempre stato un motivo di contestazione, particolarmente per chi ha assistito alla rappresentazione dei primi anni Sessanta. Nel rimpiazzare Burton (che presumibilmente non era disponibile) Richard Harris eseguì un lavoro credibile; pur essendo troppo giovane per il ruolo, la sua voce era abbastanza forte da non necessitare doppiaggio (negli anni Sessanta, l’attore si trovava ai primi posti della hit parade in America con “MacArthur Park”), anche se le sue scene migliori non sono quelle musicali bensì quelle drammatiche. La sua interpretazione sottolinea la tragedia dell’intrigo amoroso Ginevra/Lancillotto, sia quando rimugina dopo la presa di coscienza che i due hanno una tresca, sia quando si tuffa nella negazione e permette di bandire numerosi cavalieri della Tavola Rotonda per aver dato voce ai sospetti di cui egli stesso è preda. È molto intensa la sua interpretazione del monologo: “Li amo entrambi, ma essi mi ricambiano con dolore e tormento… Non mi lascerò ferire senza rispondere con la stessa moneta! Basta con le deboli speranze! Come uomo, voglio vendetta! [Ma] sono un re, non un uomo… È forse incivile distruggere ciò che amo? Vogliono questa sciagura?”. In definitiva, la recitazione di Harris è il collante che tiene in piedi il film, e, quando il ritmo rallenta, conduce lo spettatore anche attraverso il pantano che ne deriva.

La sostituzione di Julie Andrews fu un caso di déjà vu: la seconda volta, in tre anni, che non venne scritturata per riproporre al cinema un ruolo teatrale che era stato suo; era già accaduto quando Warner la scartò in favore della luminosa Audrey Hepburn per My Fair Lady. Eppure, mentre nel 1963, quando My Fair Lady giunse al grande schermo, la Andrews non era molto conosciuta, ben diversa era la situazione nel caso di Camelot, girato dopo la sua consacrazione seguita alla vittoria dell’Oscar nel 1964 per Mary Poppins e al ruolo da protagonista nel 1965 in Tutti Insieme Appassionatamente.

Ciononostante, come Ginevra le venne preferita Vanessa Redgrave, la cui interpretazione fu diligente ma non certo degna di nota. Le scene migliori della Redgrave sono quella già ricordata del primo incontro di Ginevra con Artù e quella, successiva al loro matrimonio, in cui la regina scherza nei boschi col resto della corte. Per le prestazioni canore, la Redgrave non fu doppiata, anche se in certi passi una voce più forte avrebbe fatto una migliore impressione.

La gaffe più ovvia nel casting fu la scelta Franco Nero come Lancillotto. Non c’è alcun modo d’indorare la pillola: l’attore non risultò solo inadeguato, ma francamente pessimo. La sua interpretazione oscilla tra il pagliaccesco e il sopra le righe, e, a parte il bell’aspetto, davvero non si capisce come sia stato possibile affidargli il ruolo. Le scene canore sono state doppiate da Gene Merlino – il che rende Lancillotto il cantante più potente del gruppo – e voci di corridoio affermano che l’accento di Nero era così marcato da richiedere il doppiaggio anche in qualche dialogo. Si può solo immaginare quanto più convincente avrebbe potuto essere Camelot con un attore efficace a ricoprire questa parte fondamentale.

Un altro ruolo maggiore oltre ai tre protagonisti è quello di Mordred, assegnato a David Hemmings (visto di recente, di nuovo con Harris, ne Il Gladiatore), la cui carriera ha ormai attraversato cinque decenni. Hemmings resistette alla tentazione di trasformare il suo personaggio in un cattivo sopra le righe, scegliendo invece di renderlo furbo e accattivante.

Parti minori furono affidate a Lionel Jeffries nel ruolo di re Pellinore, e a Laurence Naismith in quello di un Merlino appropriatamente misurato e misterioso.

Così come le musiche, ottennero il premo Oscar anche scenografia e costumi (a cura di John Truscott). Si apprezzano schizzi di colore vividi nonché una particolare attenzione al dettaglio, e le scene mutano senza soluzione di continuità tra ambienti sonori interni e riprese esterne. È memorabile la Sala del Trono dove Artù investe Lancillotto cavaliere. Lo sfarzo di questa scena la rende visivamente una delle più impressionanti del film.

I duelli durante la fiera, dove vengono utilizzati cavalli e tecniche genuine, sono un esempio di ciò che non si poteva rappresentare sul palcoscenico ma che invece dava vita sul set a memorabili sequenze cinematografiche. Naturalmente, dato che Camelot è stato prodotto come spettacolo da posti riservati, non sorprende che si sia investito tanto nel perfezionarne la confezione.

La regia di Camelot è di Joshua Logan, un cineasta che, pur avendo affrontato diversi musical (compreso un noioso South Pacific), ha ricevuto per film drammatici due nomination agli Oscar come miglior regia (Picnic del 1955 e Sayonara del 1957) e una come miglior film (Fanny del 1962). Spesso a Logan si attribuisce il merito, insieme a Lerner, di aver accentuato la resa drammatica di Camelot. Il film fu il progetto più arduo della sua carriera hollywoodiana, assorbendo più di due anni della sua vita. E, anche se il frutto della sua fatica ha delle pecche, egli è riuscito nella difficile impresa di renderci interessanti i personaggi, nonostante la musica e il sapore epico dell’opera avrebbero potuto facilmente prendere il sopravvento. Camelot non gli valse un’altra menzione agli Oscar per la regia, ma collezionò ugualmente cinque nomination, vincendo le tre statuette già menzionate.

Camelot rappresenta in ultima analisi una delle versioni più “umane” del ciclo arturiano. Anziché focalizzarsi sugli aspetti magici e politici della storia o sulle questioni di corte, punta diritto al triangolo romantico; mette in evidenza un Artù vulnerabile, dilaniato interiormente per l’infedeltà dell’amata consorte con il suo migliore amico. A dispetto delle atmosfere fascinose e delle canzoni, questo è essenzialmente un film basato sui personaggi, dove la forza dell’Artù di Harris eclissa e copre le luci-ombre della Ginevra della Redgrave e l’inettitudine del Lancillotto di Nero.

Di tutte le pellicole ispirate alle leggende arturiane, questa è una delle più insolite, in grado di offrire tre ore di buon spettacolo, senza pretese, soprattutto per chi è disposto a sorvolare su Nero.

© 2000 James Berardinelli
in collaborazione con Reelviews Home Page

traduzione Laura Tolomei

Camelot - Locandina

Tit. originale: Camelot

Anno: 1967

Nazionalità: USA

Regia: Joshua Logan

Autore: Alan Jay Lerner (sceneggiatura) | T.H. White (romanzo “The Once and Future King”)

Cast: Richard Harris (Re Artù), Vanessa Redgrave (Ginevra), Franco Nero (Lancillotto), David Hemmings (Mordred), Lionel Jeffries (Re Pellynore), Laurence Naismith (Merlino)

Fotografia: Richard H. Kline

Montaggio: Folmar Blangsted

Musiche: Alfred Newman

Rep. scenografico: John Truscott (production design) | Edward Carrere (art direction, production design) | John Brown (set decoration)

Costumi: John Truscott

Produttore: Jack L. Warner | Joel Freeman (associato)

Produzione: Warner Brothers/Seven Arts