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Captain America: il primo Vendicatore

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Che i film dedicati ad Iron Man e Thor dovessero ottenere un grande successo era qualcosa che chiunque – con un minimo di conoscenza dei personaggi e dei canoni hollywoodiani – avrebbe previsto senza difficoltà. Ma il passaggio successivo e più spettacolare, vale a dire il film dedicato al supergruppo degli ‘Avengers’, richiedeva di portare sul grande schermo un personaggio un po’ diverso dai suoi predecessori: quel Capitan America che, unico del terzetto, non era stato concepito da Stan Lee negli innovativi anni Sessanta, ma risaliva invece alla prima epoca dei supereroi – inizio anni Quaranta – ed era oltretutto stato creato a scopi propagandistici, per poi essere dimenticato e abbandonato a guerra finita. Certo, il personaggio fu poi recuperato negli anni Sessanta da Lee e Jack Kirby (quest’ultimo l’autore originale, insieme a Joe Simon), entrando così a far parte pienamente della vasta famiglia di ‘supereroi con super problemi’ ideati o rinnovati dal gruppo editoriale Marvel, ma trasporre sul grande schermo le sue avventure senza snaturarne l’identità non era cosa semplice; per fortuna della Marvel, la nuova ondata di patriottismo diffusasi negli U.S.A. dopo l’11 settembre ha contribuito a rendere meno obsoleto un supereroe il cui costume è, in fondo, una divisa a stelle e strisce, e così la riproposizione cinematografica delle sue origini (correttamente ambientate durante la II Guerra Mondiale) ha potuto riscuotere un successo non strepitoso ma comunque tale da non causare problemi all’attesissimo film sugli Avengers.

Diretto da Joe Johnston, regista di medio calibro come se ne trovano a dozzine dalle parti di Hollywood (in Italia si direbbe ‘di mestiere’), Captain America: il primo Vendicatore (Captain America: The First Avenger) inizia negli Stati Uniti mostrandoci uno Steve Rogers ancora magro e deboluccio (forse sin troppo) ma già pieno di quel patriottismo che ne animerà le imprese successive; in Europa fa invece la sua comparsa il sinistro Teschio Rosso che, dopo un esordio alla Indiana Jones (in versione malvagia), si trasforma in genio del male con mire planetarie, persino superiori a quelle di Hitler.

Le due vicende si evolvono in parallelo: da questo lato dell’oceano lo spettatore ha modo di seguire l’inarrestabile ascesa del cattivo, con tanto di oppositori eliminati e messa a punto di armi terrificanti; dall’altro il giovane Steve ottiene finalmente la sua occasione di servire la Patria, dopo essere stato scelto dal dr. Abraham Erskine in base al principio che ‘solo un uomo debole conosce il valore della forza e del potere’. Coadiuvato dal brillante ingegnere Howard Stark (padre di quel Tony Stark che diventerà Iron Man), Erskine trasforma il debole giovanotto nel super soldato di cui l’America ha bisogno per vincere la guerra; ma l’esperimento, per quanto ben riuscito, rimarrà unico, perché  un sicario nazista riesce a uccidere lo scienziato impedendo in tal modo la prosecuzione del progetto.

Il neo Capitan America dà prova delle sue capacità catturando il killer dopo un inseguimento drammatico e spettacolare, ma l’esercito non sa che farsene di quest’unico super soldato, che da solo non può certo influire sulle sorti del conflitto. Il povero Steve viene allora relegato a recitare in spettacoli di propaganda bellica che ne fanno un fenomeno da baraccone. Proprio per questo – per la propaganda –viene dotato del famoso costume a stelle e strisce. Il suo umore quindi peggiora di continuo, finché un giorno, trovandosi in Europa per uno dei suoi spettacoli e avendo saputo che il suo più caro amico, ‘Bucky’ Barnes, è stato catturato dai nazisti, disobbedisce agli ordini e corre a liberarlo, sbaragliando i nemici e mettendo in difficoltà persino il Teschio Rosso.

Da questo momento tutto è in discesa: al comando di una squadra di soldati pronti a tutto, protetto dal suo indistruttibile scudo e finalmente amato dalla bella di turno, Capitan America distrugge una dopo l’altra tutte le basi della sua nemesi (che, come si scoprirà ben presto, è a sua volta il risultato di un esperimento analogo, non ancora perfezionato) sino all’inevitabile scontro finale.

Infine, come già nel fumetto, il nostro eroe si ritrova ibernato nei ghiacci per qualche decennio, per essere scongelato in epoca moderna. E qui, al suo sconcerto di fronte alla New York del XXI secolo, il film termina.

Si poteva fare qualcosa di meglio? Probabilmente no. I limiti del personaggio non sono superabili – l’unico a esserci riuscito è stato un genio come Frank Miller, in Born Again, ma questa è un’altra storia –, e bisogna riconoscere agli sceneggiatori di aver fatto tutto il possibile per umanizzarlo e renderlo interessante, accentuando dolorosamente i problemi della sua ‘prima’ vita (bullismo, rifiuti, delusioni), ideando la fase intermedia degli spettacoli di propaganda bellica e infine evitando il classico cliché dell’eroe che fa tutto da solo. Capitan America diventa così pienamente supereroe al pari dei suoi colleghi (problemi compresi), e il finale, che ce lo mostra disorientato, se non disperato, è quasi un ritorno alle origini per uno Steve Rogers che ha perso tutto, donna, amici, persino il costume.

La scelta compiuta dagli sceneggiatori (Christopher Markus e Stephen McFeely, già noti per Le Cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio e relativi seguiti) non è né banale né semplice: in fondo, sarebbe stato possibile far partire il film dal ritrovamento nel ghiaccio di Capitan America (come in effetti avviene) e collocare da subito le sue avventure ai giorni nostri (senza il flashback che occupa l’intera storia). Niente propaganda, niente ambientazione d’epoca. Ma sarebbe stato lo stesso supereroe?

I Marvel Studios, molto attenti a costruire dei supereroi credibili in ogni loro aspetto, adesso che gli effetti speciali hanno reso possibile delle trasposizioni cinematografiche degne di questo nome; avevano fatto un lavoro eccellente con Iron Man e col recentissimo Thor. Potevano deluderci con Capitan America? Non l’hanno fatto. Certo, gli attori sono quello che sono, e il regista, come già detto, è ‘di mestiere’. Non sempre si può avere il meglio, o altrimenti Hollywood dovrebbe chiudere i battenti, dato che gli attori e i registi veramente bravi sono un’infima minoranza. Joss Whedon era già prenotato per gli Avengers, e Kenneth Branagh, come Paganini, non replica. Robert Downey non può interpretare più di un supereroe nello stesso momento, e certo non si può pretendere da un Anthony Hopkins una presenza costante in ogni film, quasi fosse Stan Lee in persona. Questo non vale per Chris Evans, già collaudato come la Torcia dei Fantastici 4: ma lui non è così noto, e che importa se passa da un supereroe all’altro? Il resto è tenuto in piedi da buoni comprimari come Hugo Weaving (Elrond ne Il Signore degli Anelli, ma anche l’agente Smith di Matrix, e – anche se pochi, per ovvie ragioni, lo potevano identificare – V in V per Vendetta) nei panni del Teschio Rosso o Tommy Lee Jones (uno dei due ‘Men in Black’) in quello del burbero-comandante-con-un-cuore-d’oro, figura che ricorre in questi film come gli alieni cattivi nei B-movies degli anni Cinquanta. Dimenticabili la semisconosciuta Hayley Atwell nei panni della belloccia di turno o il giovane di belle speranze Sebastian Stan in quelli dell’amico-fedele-che-fa-una-brutta-fine. Ordinaria amministrazione per tutto il resto, con un occhio alla ricostruzione degli anni Quaranta, buona, e un altro alle scene di combattimento, meno buone (ma Capitan America non è Hulk o Thor, e deve arrangiarsi come può).

L’impressione generale è quella di un film di cui la cinematografia poteva anche fare a meno, ma necessario invece per proseguire il cerchio delle trasposizione Marvel, un quadro che, col passare degli anni, si fa sempre più ampio e dettagliato, e che già a suo tempo era partito col piede giusto.

Da questo punto di vista, il film funziona, per quanto l’idea di metterne in cantiere dei seguiti andrebbe forse abbandonata. Poi verrà il giorno degli Avengers, uno dei più attesi nella storia del cinema, e il mondo non sarà più lo stesso…

…Purtroppo non quello vero.

Captain America: The First Avenger - Locandina

Tit. originale: Captain America: The First Avenger

Anno: USA

Nazionalità: 2011

Regia: Joe Johnston

Autore: Christopher Markus, Stephen McFeely (sceneggiatura) | Jack Kirby, Joe Simon (fumetti)

Cast: Chris Evans (Captain America / Steve Rogers), Hayley Atwell (Peggy Carter), Sebastian Stan (James Buchanan ‘Bucky’ Barnes), Tommy Lee Jones (Colonnello Chester Phillips), Hugo Weaving (Johann Schmidt / Teschio Rosso), Dominic Cooper (Howard Stark), Richard Armitage (Heinz Kruger), Stanley Tucci (Dr. Abraham Erskine), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Toby Jones (Dr. Arnim Zola), Neal McDonough (Timothy ‘Dum Dum’ Dugan), Derek Luke (Gabe Jones), Kenneth Choi (Jim Morita), JJ Feild (James Montgomery Falsworth), Natalie Dormer (Pvt. Lorraine)

Fotografia: Shelly Johnson

Montaggio: Jeffrey Ford, Robert Dalva

Musiche: Alan Silvestri

Rep. scenografico: Rick Heinrichs (production design) | Dean Clegg, Phil Harvey, Jason Knox-Johnston, Phil Sims (art director) | John Dexter, Chris Lowe, Andy Nicholson (supervising art director) | John Bush (set decoration)

Costumi: Anna B. Sheppard

Produttore: Kevin Feige | Victoria Alonso, Stephen Broussard (coproduttori) | Louis D’Esposito, Alan Fine, Nigel Gostelow, Joe Johnston, Stan Lee, David Maisel (esecutivi) | Mitchell Bell, Richard Whelan (associati)

Produzione: Paramount Pictures, Marvel Entertainment, Marvel Studios