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Cavalleria Medievale – parte II

Cavalleria medievale – Le origini (secoli X e XI)

I. Un altro mondo

La parabola di quella particolare categoria di combattenti che va comunemente sotto il nome di “cavalleria medievale” o che – con maggior precisione – potremmo definire “cavalleria di rito”, ha inizio durante il IX secolo in quell’area del mondo che era la parte occidentale della cristianità, soprattutto nel Regnum fondato da Carlo Magno re del popolo franco.

Fu nei capitolari di re Carlo e dei regnanti suoi discendenti che si cominciò a richiedere che i convocati nelle grandi adunanze dell’esercito, si presentassero già dotati di cavallo e di una corazza più pesante di quella in uso precedentemente.

Ciò per meglio sostenere le spedizioni militari che si spinsero sino al regno degli Avari – popolazione che occupava territori fra l’odierna Croazia orientale e l’Ungheria – e contrastare le incursioni di Saraceni e Normanni che compivano veloci attacchi e fughe.

L’Europa Occidentale, allora, era un luogo molto diverso da quello che conosciamo oggi, con una società votata esclusivamente all’agricoltura, e la proprietà terriera come unica forma di ricchezza. La popolazione si distingueva principalmente fra uomini liberi e servi, fra potentes e humiliores. Metodi di lavorazione della terra (come la rotazione triennale delle coltivazioni e l’uso dell’aratro pesante, il recupero del mulino ad acqua ecc.) si stavano diffondendo in quegli anni.

Diverso era il modo di combattere rispetto alla piena età imperiale e al periodo immediatamente successivo a questa. Era un’epoca in cui interi popoli si scontravano in campo aperto, e le sorti di un regno venivano spesso decise da una sola, grande, battaglia; si combatteva principalmente a piedi e con metodi che ricordavano le tecniche di combattimento romane, soprattutto per la preminente importanza che ancora aveva la fanteria sulla cavalleria. Pare che la vittoria ottenuta da Carlo Martello sui saraceni (montati a cavallo) venne determinata dalla saldezza dei quadrati di fanteria contro cui gli assalti dei cavalieri musulmani si rivelarono impotenti. La staffa in metallo si stava diffondendo a macchia di leopardo, ma non è certo ad essa – come a volte ancora capita invece di sentir dire – che si doveva il gran numero di vittorie ottenute dagli eserciti guidati da Carlo Magno.

La Cristianità – nonostante scossoni e dispute interne – non aveva ancora conosciuto scismi permanenti e già erano sorti i primi monasteri (la regola monastica più famosa che ci proviene da quei tempi è quella fondata da San Benedetto da Norcia). Si credeva che i monaci, che si definivano “milites Christi” (milizia di Cristo, in contrapposizione netta ai guerrieri laici, i quali, agli ordini di un re o di un signore, facevano scorrere il sangue d’altri cristiani) lottassero contro le forze oscure del maligno, e le loro preghiere fossero rivolte alla salvezza delle anime della comunità, che ricambiava offrendo donazioni, soprattutto in terra. Era pertanto un segno di favore popolare, e di buona fama, la ricchezza di cui potevano godere alcuni conventi di quei tempi.

Il commercio per mare e a lungo raggio era condotto solo dai Bizantini o dalle comunità ebraiche. Non si erano ancora verificati fenomeni socio-economici caratteristici della società altomedievale, come l’incastellamento, (diffuso in vaste aree dell’Europa Occidentale); le città, seppur mai abbandonate del tutto (particolarmente in Italia e nella Francia mediterranea) erano sottopopolate, tanto che spesso le antiche mura romane (in rovina) racchiudevano case abitate e campi coltivati, pascoli per il bestiame in mezzo ai quali si ergevano come scheletri incomprensibili e misteriosi i resti monumentali della precedente civiltà romana. Nelle campagne erano diffuse le curtis (dirette discendenti delle villae romane) che erano la base della grande proprietà agricola dell’epoca.

Circolava un’unica moneta, che manteneva il nome datole dal suo ideatore (Costantino I), il “Solidus” (da cui vengono a noi termini come “soldo”, “soldato”, “soldataglia” ed altri), moneta di metallo la cui svalutazione era visibilmente percepibile, poiché col passaggio di mano in mano diminuiva di peso e dimensione.

Lo stato era il Regnum unificato nella persona di Carlo Magno (già divisosi in più regna con i suoi primi discendenti), suddiviso in comitati (le contee erano ancora di là dal venire) retti da comiti, ufficiali regi che riunivano in sé le funzioni civili e militari ed erano chiamati a collaborare strettamente con la locale autorità ecclesiastica. I comiti erano legati al re tramite il vincolo del vassallaggio. Il comite di un’area era scelto all’interno di essa, fra i principali proprietari terrieri, e gli veniva concesso un certo quantitativo di terre come retribuzione, detta beneficium. È proprio con Carlo Magno che si associò più frequentemente un beneficium ad un atto di vassallaggio, che serviva anche al comite stesso per vincolare a sé i personaggi più influenti del comitatus e crearsi a sua volta una clientela a lui legata da giuramenti di “retrovassallaggio” (termine più preciso della vecchia distinzione fra “vassalli, valvassini e valvassori”). In breve la società era connessa insieme da questo collante: si era tutti asserviti a qualcun altro di più potente (il patronus della tradizione tardoromana), in una gerarchia sociale che conosceva sia legami dall’alto in basso (fra signore e vassallo) che orizzontale (cioè fra compagni di un signore).

Grazie al sistema del vassallaggio, si affermò un nuovo ordine sociale in cui le posizioni gerarchiche erano legittimate dai giuramenti, che si svolgevano con tempi e modi sicuramente più spicci di quelli che si affermeranno nei secoli XII e XIII, ma già formalmente suggestivi e carichi di pathos.

Va comunque precisato che per i comites il maggiore deterrente a tutela degli impegni presi nei confronti del monarca, nonché il vero elemento di coesione sociale fra i clienti del re – e la cosa è ovviamente estensibile a tutti i legami di questo tipo – non era rappresentato solo dal rispetto e timore reverenziale verso la promessa e la parola data, ma anche dal tornaconto privato.

Non esisteva ancora una nobiltà come classe sociale, bensì una singola persona – un potente –poteva essere definita nelle cronache dell’epoca “nobiles” per temperamento, atti, meriti morali… E, ovviamente, non esisteva ancora una cavalleria di rito.

Questo dunque era il mondo che divenne teatro dell’aggressione da parte di “nuovi” popoli: Saraceni, Normanni ed Ungari.

II. Secolo X – La chiave ungara

I Saraceni occupavano dall’anno 711 la gran parte della penisola iberica e, sebbene bloccati dai sovrani carolingi nella loro avanzata via terra fra Aquitania e Catalogna, dal IX secolo essi rinnovarono l’assalto all’Occidente ma optando per nuove tattiche: bande di predoni – che inizialmente operavano senza l’appoggio delle grandi formazioni politiche musulmane – arrivavano dal mare, sbarcando nelle vicinanze di un obiettivo da razziare rapidamente per poi darsi alla fuga (così fu clamorosamente saccheggiata, nell’anno 846, la basilica di S. Pietro).

Cominciarono ad occupare la Sicilia (conquista completata nel 902 con la presa dell’ultima roccaforte bizantina sull’isola, in Tauromenion/Taormina), e crearono delle vere e proprie dominazioni politiche anche in altre zone dell’Italia meridionale, come gli emirati di Bari e di Taranto, da cui partirono per nuovi attacchi in territori ancora più interni d’Europa. Si tenga presente che i Saraceni arrivarono persino nell’attuale Svizzera!

I Normanni depredarono, incendiarono e commerciarono con le coste del Mare del Nord (ma colpirono, durante il secolo IX, anche a Luni e a Pisa!), per poi insediarsi stabilmente in Irlanda, Scozia, Islanda, Groenlandia e Normandia. Come i Saraceni, questo popolo non era cristiano e prendeva di mira facilmente i ricchi, isolati e, a quel tempo, spesso poco difesi monasteri, procurandosi la tetra fama data loro dai cronisti del tempo (che erano tutti ecclesiastici). Al primo periodo di saccheggi e predazioni veloci, seguì il lento insediamento dei Normanni in alcune zone dell’odierna Normandia, sotto la guida di un loro capo, Hrolfr, che occupò Rouen e in seguito si convertì convenientemente al Cristianesimo, assumendo il nome latinizzato di Rollone.

Mentre accadevano questi fatti, il capo del “nuovo” popolo ungaro, Arpad, guidava i suoi nella penisola Pannonica, usata come base da cui portare attacchi nei territori circostanti.

Pare che gli Ungari, sicuramente grandi combattenti a cavallo, discendessero da una mescolanza di popoli slavi ed ugro-finnici, oltre che dagli Avari, discendenti dei temuti Unni (stando almeno alla testimonianza del cronista longobardo Paolo Diacono), il cui nucleo originario proveniva probabilmente dal medio corso del Volga.

Prime sporadiche incursioni di Ungari in territorio carolingio risalgono all’anno 862, quando questo popolo – allora ignoto agli occidentali – dimorava ancora oltre il fiume Dnepr. Ma l’intensificarsi degli attacchi si ebbe solo dopo che alcune loro bande vennero arruolate come mercenari per la guerra che oppose Arnolfo di Corinzia (colui che nell’887 aveva costretto all’abdicazione Carlo il Grosso, l’ultimo discendente diretto di Carlo Magno) al Re di Moravia; fu in questa occasione che gli Ungari poterono conoscere le ricchezze d’Occidente e valutare forza e debolezza degli abitanti dei territori che avrebbero in seguito depredato.

Nell’anno 898 (oramai pratici delle tecniche di combattimento usate nel Regnum) piombarono nella Pianura Padana con un esercito di cavalleggeri organizzati ed armati come quelli dei popoli delle steppe, temibili arcieri a cavallo che puntavano tutto sulla loro grande mobilità e sull’effetto sorpresa. Allora l’Italia centro-settentrionale aveva un suo re, Berengario I, che provò ad affrontare questi sconosciuti invasori con un esercito (probabilmente composto in gran parte da fanti, che si spostavano verso il campo di battaglia a cavallo per poi combattere a piedi), incontrando però una disastrosa sconfitta lungo il corso del fiume Brenta.

In seguito a questa vittoria, gli Ungari distrussero e depredarono il monastero di Nonantola e scorrazzarono liberamente per la Pianura Padana, disperdendosi in piccoli gruppi, cavalcando velocemente da un punto all’altro, razziando luoghi poco o per nulla difesi, spargendo terrore e lasciando l’impressione di essere in numero ben maggiore di quanto in effetti non furono.

Re Berengario, sopravvissuto alla battaglia e ritenendosi incapace di debellarli con la forza, pensò bene di arruolarli come mercenari per impiegarli nelle sue lotte per il trono (la corona d’Italia fu molto contesa e non rimase mai a lungo nelle mani di un singolo regnante, almeno sino alla venuta di Ottone I).

Il raggio d’azione delle incursioni ungare, durate una cinquantina d’anni, si allargò a dismisura. Le cronache del tempo riportano attacchi di cavalieri magiari in Campania, come in Francia settentrionale e lungo i Pirenei!

All’anno 900 risale una vittoria navale di Pietro Tribuno, uno dei primi dogi veneziani di cui si abbia notizia, riportata contro una flotta di Ungari, spintisi persino sul mare!

Il loro caso offre la possibilità di mostrare la debolezza del sistema politico e militare europeo rispetto alla sfida costituita dai nuovi popoli che si approcciavano all’Europa in modo così virulento.

Politicamente l’Europa tutta era impegnata in lotte intestine in cui la grande aristocrazia cercava di strappare pezzi più o meno grossi di territorio ad un controllo centrale. In questo tentativo coinvolgevano l’intera società di allora, legata da rapporti di vassallaggio; il signore si affidava alla propria clientela armata che combatteva con e per lui: i grandi vassalli che impiegavano in battaglia il proprio comitatus di leali di minor lignaggio, e questi ultimi a loro volta andavano in battaglia assistiti e scortati da un gruppo di uomini a loro fedeli.

Presto l’esempio dei “grandi” del Regnum fu imitato in contesti sempre più locali, in tutto il territorio. Gli ufficiali regi cercavano di strappare gli attributi e i privilegi della loro carica al governante, e patrimonializzarli rendendoli ereditari; contemporaneamente anche i grandi proprietari terrieri (i “ricchi” del tempo), senza alcun legame con l’apparato statale, cominciavano a pretendere di esercitare diritti e autorità “statale” nei loro territori. Questi signori, continuamente bisognosi di terre e ricchezze da elargire ai propri uomini in cambio del loro servizio armato, si spinsero a strappare terre anche alle chiese e ai monasteri. Per ostacolare l’aggressività centrifuga dei signori locali, i regnanti del X secolo cominciarono ad affidare ai monasteri e vescovati più importanti delle “immunità”, la base per la formazione di future signorie locali ecclesiastiche.

Si venne così a creare una diffusione dei conflitti che mobilitava tutti gli strati sociali, determinando una grande occasione di “elevazione sociale tramite la guerra”. Contemporaneamente mutarono le esigenze belliche. Le incursioni di Saraceni, Ungari e Normanni dimostrarono l’inadeguatezza dei vecchi istituti militari e l’importanza della cavalleria, la quale divenne l’élite (anche a causa del costo d’acquisto/mantenimento dei cavalli e delle armi del mestiere) e il perno delle nuove formazioni marziali.

Portatori di quella mentalità di popolo a cavallo nato nelle steppe, imperversando come predoni e mercenari in mezza Europa, è possibile che siano stati proprio gli Ungari a trasmettere (o “ricordare”) ai cavallerizzi occidentali quei valori d’amore per la forza, per l’estetica degli atti, per il coraggio e l’avventura? Secondo lo storico Franco Cardini, questo merito dovrebbe essere ascritto ai popoli germanici che migrarono nei territori dell’antico Impero Romano d’Occidente, i quali a loro volta avevano appreso tale patrimonio di valori da Unni, Alani ed in genere dai popoli delle steppe che prima di loro avevano migrato verso ovest.

Ma allora come spiegare il ritardo con cui i combattenti a cavallo cominciarono quel cammino che li porterà a divenire la famosa “cavalleria di rito”, rispetto alle migrazioni dei popoli germanici in occidente risalente a secoli V e VI?

In ogni caso, con la seconda metà del X secolo si esaurirono man mano le incursioni di Normanni, Saraceni ed Ungari, ma non le ferventi trasformazioni della società che anticipano fenomeni come “il risveglio delle città”.

I primi grandi casati discendenti da originari ufficiali regi consolidarono le proprie basi di potere locale, favorendo un moto emulativo che, coinvolgendo casati di minore lignaggio, porterà alla formazione di una “nobiltà” ramificata capace di vantare il controllo giuridico-economico diretto nei propri territori.

Le comunità contadine non avevano ancora finito di esalare un sospiro di sollievo per le cessate incursioni, che si trovarono costrette ad assoggettarsi al potere sempre più sfrenato dei signorotti locali, pur di difendersi dalle loro angherie.

La forza bruta e smodata non rappresentava da sola un valido strumento per mantenere il potere a lungo: i nuovi signori feudali necessitavano di una ratificazione formale, con la quale avallare il potere accumulato, consolidare le proprie conquiste ed accattivarsi parzialmente il favore della popolazione sottomessa. Tale legittimazione morale fu ottenuta a fronte di laute donazioni agli enti ecclesiastici, in gran parte devolute alla promozione e fondazione di interi monasteri, nei quali, per scongiurare la dispersione dei beni e dei diritti precedentemente acquisiti, i nobili feudatari, dai più potenti ai meno, pensarono bene di immettere i propri figli.

Ciò portò a un controllo sull’elezione di vescovi ed abati da parte delle famiglie aristocratiche, il potere delle quali arrivò persino ad influenzare pesantemente l’elezione papale, che divenne una lotta di potere interno al patriziato romano, almeno sino all’intervento dell’imperatore germanico Enrico III (che nel 1046 destituì a Sutri tre papi eletti nello stesso periodo ed impegnati in una lotta intestina con tanto di scomuniche reciproche).

Intanto, gli specialisti della guerra a cavallo si sentirono autorizzati ad attaccare e depredare anche le comunità che, teoricamente, avrebbero dovuto proteggere. Il clima di grande insicurezza spinse la Chiesa (anch’essa colpita nei propri possedimenti materiali) a chiedere sempre più insistentemente una “regolamentazione della violenza”: alla fine di questo secolo si cominciò a parlare di “Paci di Dio” e le cronache iniziarono ad annoverare le gesta di “nobili guerrieri”, esaltando quelle poche figure di combattenti che si comportavano in modo morigerato e “giusto” nell’esercizio della violenza.

Stava prendendo forma quel modello di “pio cavaliere, difensore dei poveri, delle vedove, degli orfani e dei chierici” che tanta fama otterrà in seguito.

III. Secolo XI – L’affermazione di un nuovo ordine

Il 10 agosto 955, a Lechfeld (vicino Augusta), gli Ungari furono sconfitti dall’imperatore Ottone I. Prima ancora (forse nel 937) un contingente di Ungari, spintisi a depredare Roma e più a sud anche la Campania, durante il percorso di ritorno lungo l’Appennino – appesantiti dal bottino e forse troppo sicuri di sé – furono sorpresi in una stretta gola dagli abitanti della Marsica, che inflissero loro una severa punizione. Se ce ne fosse ancora bisogno, ecco un altro e precoce caso in cui uomini appiedati poterono sconfiggere dei guerrieri montati a cavallo.

La vittoria del 955 favorì sicuramente la conquista, da parte di Ottone I, della corona d’Italia, ma non si tradusse in una maggiore presenza di un potere centrale nella nostra penisola, nemmeno in quei territori centro-settentrionali che erano stati il Regno d’Italia sotto i Longobardi prima e i Franchi dopo. La dinastia degli Ottonidi non poté fare nulla di più che tentare di limitare il potere dei signori locali attraverso la concessione di immunità a potenti vescovadi o monasteri situati nello stesso territorio di pertinenza dell’ufficiale regio. Ma i re Ottonidi (e gl’imperatori germanici che li seguirono) si trovarono sovente impotenti di fronte agli atti d’insubordinazione e alle pretese dei nobili feudatari, sempre più riottosi ed esigenti; quando il resto dei vassalli glielo consentivano, potevano sì tentare una dimostrazione di forza scendendo in guerra contro i ribelli, ma i risultati non sempre erano apprezzabili.

Tutto ciò contribuì a favorire la nascita dei particolarismi locali, e i Comuni affacciatisi lungo gli approdi delle rotte navali per Bisanzio (il mercato più ricco e lo stato più progredito di quel tempo), cominciarono ad acquisire spazi di sempre maggiore autonomia. Già dalla fine del X secolo le città dell’alto Tirreno, insieme con altre, poste più ad occidente (come ad esempio Marsiglia) si allearono assieme per organizzare flotte che difendessero le proprie coste dalle incursioni saracene, anche se nell’arco di poco tempo le città passarono dalla difesa all’attacco.

Il saccheggio di Palermo (1064) – allora città ancora in mano agli Arabi – fornirà i mezzi per iniziare la costruzione di una nuova cattedrale a Pisa, quella che tuttora viene ammirata e visitata da milioni di turisti.

Attraverso le immunità concesse ai propri vescovi, diversi comuni cittadini cominciarono a svincolarsi da tutele esterne e a fare politica autonoma a raggio sempre più ampio.

Alla fine dell’XI secolo, città come Genova, Pisa e Venezia, già indipendenti e vitali, pronte e preparate ad assumere un ruolo di primo piano nell’allora centrale scacchiere mediterraneo, furono allettate dalle molteplici possibilità di bottino che la Terrasanta offriva agli aggressori crociati.

In altre realtà geografiche, come la Francia, la Germania, ma anche nelle numerose zone d’Italia lontane dalle coste e dalle rotte commerciali – e dai comuni che si andavano sviluppando come centri nevralgici delle stesse – l’aristocrazia affermò il proprio Ordine Signorile, in cui ogni signore era re della propria terra. In realtà, la distribuzione dei poteri e delle prerogative era più articolata e complessa di quanto siamo soliti immaginare, ma qui basti dire che – legittimamente o meno – nuovi casati signorili avevano saldamente conquistato il potere giudiziario e politico-fiscale, esercitando quello di amministrare la giustizia, convocare gli uomini abili alle armi e tassare gli abitanti delle zone dove riuscivano a imporre la propria influenza.

In tale contesto si colloca il ruolo importantissimo assolto dalle compagnie di armati, che circondavano piccoli e grandi signori: sono costoro i milites che nel secolo successivo cominceranno ad essere chiamati nelle cronache col titolo di chevalier. Essi sono stati il braccio armato e la leva con cui i poteri intermedi riuscirono a scardinare il vecchio sistema statale ed acquisire nuovi terreni, se non addirittura diritti signorili. Se la costruzione di pievi o monasteri costituì uno stratagemma di legittimazione del potere, si rivelò essere uno strumento parimenti efficace – oltreché nuovo pretesto per imporre corvèes (prestazioni gratuite) agli abitanti dei territori limitrofi – anche la costruzione di castelli, in cui potevano risiedere i signori con i loro fedeli e i servi alle dirette dipendenze (cioè alle dipendenze del mansio – da cui deriva il termine di masnada).

Castelli cominciarono a sorgere anche vicino alle foreste – che venivano abbattute per fare sempre più spazio ai nuovi campi – o a quei luoghi più rocciosi che le nuove tecniche produttive in agricoltura rendevano coltivabili. Si costruirono luoghi fortificati vicino ai ponti, o lungo strade trafficate, che furono utilizzati non come abitazioni signorili, bensì come luoghi di pedaggio costruiti per conto dei rappresentanti della corona, oppure da parte di potenti privati, comunità ed ecclesiastici.

Già dal secolo X e più ancora nell’XI l’insistenza del potere ecclesiastico nel controllo e nella riduzione delle violenze generalizzate tentava di fornire un ideale di condotta di vita ai milites ed ai signori loro committenti, allo scopo di aggiungere, ai già presenti e citati valori guerreschi, anche altri principi di stampo morale, come quello di difendere le vedove, gli orfani, i poveri e gli ecclesiastici. Quanto abbiano avuto successo questi tentativi di formare e forgiare lo spirito morale della cavalleria non è dato sapere: a noi sono rimasti esclusivamente i modelli di indottrinamento che la Chiesa cercò loro d’imporre.

Intanto durante l’XI secolo inizia la produzione della letteratura cavalleresca con la composizione della Chanson de Rolànd, che sarà la prima delle Chansons de Gèste. La letteratura cavalleresca – prodotta da e per la nuova classe di potenti e i loro militi, i cavalieri – mirava a dilettare e a formare una coscienza di classe alternativa, separata e migliore di quel mondo contadino da cui, solo un secolo prima, i guerrieri a cavallo provenivano. Da notare, infatti, che coevi alle produzioni cavalleresche ed altrettanto diffusi, furono i componimenti contro i “rustici”, che venivano descritti come dei pagani semi selvaggi, esseri bestiali e rozzi, nel migliore dei casi persone dedite unicamente al lavoro. Tali generi letterari nacquero con l’intento di propagandare il nuovo modello sociale, riassunto con la famigerata triade Oratores, Bellatores, Laboratores, in base alla quale i figli di coloro che non erano riusciti ad elevarsi socialmente nei secoli precedenti come gli altri – attraverso la rapina, l’estorsione e la violenta usurpazione di terre altrui – erano rimasti contadini. A queste produzioni letterarie non erano alieni (anzi) quegli ecclesiastici di famiglia nobile che condividevano con i propri parenti laici la commistione di ideali e le ambizioni.

La società che aveva preceduto il mutamento avviatosi nel corso del secolo X non prevedeva simili aree di privilegio. V’era invece un legame fra i sovrani e la popolazione di piccoli proprietari terrieri, detti i liberi del Re (nell’Italia longobarda erano chiamati Arimanni), che costituivano il nerbo dell’esercito, e gli ufficiali regi non possedevano titoli (con le proprietà ed i poteri connessi) a titolo personale. Come abbiamo visto, gli eventi successivi alla formazione del Regnum fondato da Carlo Magno portarono ad un nuovo assetto sociale, in cui spina dorsale dell’esercito divennero quelle élite che potevano permettersi di partecipare a lunghe campagne militari lontani dai campi, che potevano permettersi un cavallo, armi ed una corazza migliore. Lo stato giuridico dei contadini liberi decrebbe sino a confondersi (ma non ad identificarsi) con quello servile. Nell’XI secolo gli ambienti aristocratici potevano anche formulare la loro tripartizione in “Oratores, Bellatores et Laboratores”, ciò non implica però che i diretti interessati – la maggior parte della popolazione, i Laboratores – accettassero di buon grado questi cambiamenti.

A tal proposito ed a titolo esemplificativo, si riporta di seguito una preghiera del XV secolo:

“Ab insidiis diaboli et signoria de villano/
Et a furore rusticorum libera nos Domine”.

Così i militi, prima ancora di essere definiti chevalièr nelle cronache documentarie del secolo XII, si riunirono attorno ai signori in cerca di occasioni d’elevazione sociale. Udirono la Chansons de Rolànd coloro che si preparavano alla spedizione del duca normanno, Guglielmo il Bastardo, nel regno degli Angli. Quegli uomini combattevano a cavallo con lance, un’armatura a maglie e un armamento non dissimili da quelli dei fanti. Potevano portare lunghi scudi, atti a coprire interamente un fianco, ma che impacciavano i movimenti. In battaglia, ancora ad Hastings (1066), si comportarono più o meno come dei fanti che combattevano a cavallo, tranne per la lancia tenuta sotto l’ascella ma priva di qualsiasi meccanismo di blocco (la resta per l’appunto, che comparirà solo successivamente).

Già in questi anni i militi che volevano farsi arruolare in una cerchia come vassalli di un signore o come mercenari partecipavano ai cicli di giostre che si tenevano un po’ ovunque a quei tempi. Nell’XI secolo – e sino al XIV – i tornei erano delle vere e proprie simulazioni di guerra, in cui fanteria e cavalleria si esercitavano insieme in scontri campali, imboscate, ritirate, assalti, assedi, simili agli odierni grandi raduni di gdrv.

Durante questi eventi, peraltro notevolmente rischiosi, si formavano legami fra cavalieri e signori, fra cavalieri di una regione geografica e quelli di un’altra, anche distante o tradizionalmente ostile. Fu in queste prime giostre che cominciò a crearsi quello spirito di corpo, o di casta se vogliamo, che porterà in seguito a risparmiare la vita dei cavalieri e dei nobili catturati durante i veri scontri armati, preferendo la richiesta di un riscatto alla deliberata uccisione. Non così fortunati saranno i semplici fanti provenienti dalle campagne e privi di antenati illustri nel proprio albero genealogico.

(1) Capitolare/i: con questo termine gli storici designano tutti i provvedimenti di carattere normativo e legislativo emanati dai sovrani franchi. Erano editti, prescrizioni, ordinanze organizzati appunto per capitoli.

(2) Vassallaggio: tipo di clientela armata utilizzato da Franchi (i Longobardi avevano qualcosa di simile nella figura del Gasindi) fin dal loro primo insediarsi in Gallia. In queste clientele confluiscono la tradizione romana dei guerrieri privati (buccellarii; buccella è la galletta) e quella germanica del comitatus in cui i comiti combattono volontariamente per un capo.

(3) Nome con cui sono indicati generalmente i popoli di varia origine etnica situati lungo le coste e le isole del Mediterraneo, accomunati dalla conversione all’Islam.

(4) Formazioni di breve durata, dall’840 all’871 la seconda e dall’847 all’871 la prima.

(5) Termine con cui i cronisti del tempo indicavano predatori scandinavi provenienti principalmente dalla Danimarca e dalla Norvegia; voleva dire “Uomini del Nord”, e le fonti di origine inglesi e frisone li indicano col nome di “Vichinghi”, cioè “pirati”.

(6) Non per niente, durante l’invasione che l’Europa orientale subì da parte della potenza mongola (il cui esercito aveva schiacciato la Cina settentrionale ed aveva sconfitto il fior fiore della cavalleria occidentale), i generali invasori si preoccupavano principalmente – e forse unicamente – di abbattere i cavalieri del re ungherese Bela IV.

(7) Istituto creato dai sovrani merovingi (i primi del popolo franco dall’insediamento oltre il Reno). Dapprima volto alla tutela degli enti ecclesiastici, con i sovrani carolingi divenne poi anche strumento di loro potenziamento. Si tratta di un privilegio concesso ad un ecclesiastico come ad un laico per tutelare i suoi beni immobiliari. L’immunità vieta l’ingresso di funzionari pubblici nelle terre del tutelato, poiché poste sotto la diretta tutela del re. L’immunità contribuisce al definirsi di una sorta d’isole giurisdizionali. E rappresenta un modello di costituzione di una signoria territoriale circoscritta ed omogenea, sgombra da competitori.

(8) GdrV: Acronimo per Giochi di Ruolo dal Vivo, attività ludica in costume che prevede diverse “ambientazioni”; quelle di stampo Fantasy si richiamano a scenari ispirati al medioevo dell’Europa Occidentale. Durante l’anno vengono organizzati grandi raduni che possono coinvolgere migliaia di appassionati provenienti da diverse nazioni europee. Uno dei primi e più conosciuti di questi raduni è il Gathering organizzato dall’associazione Lorien’s Trust.