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Cavalleria Medievale – Parte III

La promozione della cavalleria fra i secoli XI e XII

(Fra rinascita monarchica e Crociate)

Premessa

Dalla disgregazione del Regnum carolingio, l’Europa occidentale si era progressivamente divisa in una rete di potentati locali, laici od ecclesiastici, dopo un’indebita appropriazione di massa a opera dei grandi proprietari terrieri e delle schiere di miles, che, a vario titolo (dal servaggio, al mercenariato, al legame vassallatico), combattevano per loro.

Questo puzzle di poteri, si era concretizzato in una sostanziale mancanza di legalità, mediante angherie (termine che nasce proprio in quegli anni) che non risparmiavano nemmeno i pingui possedimenti ecclesiastici, seguendo del resto un’antica tradizione per cui i re, merovingi prima e carolingi poi, attingevano a piene mani ai beni terrieri di chiese, vescovati e monasteri in caso di bisogno.

Nonostante questo, i cronisti del tempo (in massima parte ecclesiastici) passarono – apparentemente senza fase intermedia – da una comune condanna della violenza e prepotenza dei milites (condanna presente per tutto il secolo XI) alla terminologia di chevalier nel secolo successivo (XII), che assunse un’accezione non più univocamente negativa. Una prima forma di nobilitazione insomma, che preannuncerà l’ascrizione – nel XIII secolo – della cavalleria alla costituenda classe dei nobili. Come mai questo cambio di denominazione, e perché questa promozione sociale?

Dalla vittoria di Ottone I sugli Ungari a Lechfeld (956) e dalla riforma in seno alla Chiesa Cattolica iniziata dal papa Gregorio VII (1054 circa), è possibile riconoscere la formazione di forti poteri monarchici di stampo universalistico(1), capaci di raccogliere attorno ai propri vessilli uomini e mezzi per realizzare i piani volti ad accentrare autorità e poteri. In particolare, erano l’Impero Romano-Germanico ed il Papato a contendersi il predominio, mentre altrove (in Inghilterra, Francia e Spagna, ma anche nell’Italia meridionale) venivano nascendo nuove dinastie monarchiche interpreti di un concetto di regalità originale che si andrà sviluppando col tempo, spesso col favore dello stesso Papato, interessato sia ad avere validi protettori per i propri possedimenti nei territori d’Europa, che alleati capaci di difendere Roma stessa dalle ingerenze imperiali.

Nelle lotte per la supremazia e nelle guerre indette da questi nuovi poteri (Papato e anche le nuove dinastie monarchiche nel resto d’Europa occidentale), l’élite dei guerrieri dotati di usbergo e cavallo, nonché di un valido addestramento, fu sempre più richiesta, a volte anche per sviare la loro aggressività dalle popolazioni inermi locali, concentrandola su altri inermi ma di fede diversa ed oltre i confini della cristianitas.

Il cavaliere conobbe il suo secolo d’oro, diventando strumento ed attore di lotte e di rivolgimenti politico-sociali, durante e per i quali sviluppò un nuovo equipaggiamento, compiendo un passo avanti verso la codifica di un ordine cavalleresco – con i suoi rituali e i suoi simboli – e verso l’associazione alla classe dei nobiles.

I. Fra movimenti e scenari, la promozione del cavaliere

Dall’XI secolo si ebbe la comparsa di nuovi soggetti politici: sorsero signorie territoriali con in più il carisma – vero o inventato – della dinastia regale, si avviò l’esperienza comunale nell’Italia centro settentrionale e si formò uno stato ierocratico(2) nel vescovato romano, in lotta dapprincipio con l’Impero Romano-Germanico.

Nello sperimentare le forme di un nuovo concetto di autorità centrale, questi attori politici lottarono sia fra loro che con l’aristocrazia terriera, e, abbisognando della forza costituita dagli specialisti della guerra a cavallo, cercarono di distogliere questi ultimi dall’obbedienza vassallatica verso il loro diretto signore per ricondurla verso la fedeltà ad un principio superiore che esse stesse si sforzavano d’inventare ed interpretare: da quest’esigenza basilare nacquero, infatti, nuove opportunità d’impiego, in cui i cavalieri possono combattere per guadagnarsi il favore di un “sovrano superiore”, fosse esso la corona nazionale, il papa o, addirittura, Dio stesso.

Fra questi scenari annoveriamo le lotte per la supremazia, (in cui furono impegnati i Capetingi in Francia, i Normanni in Inghilterra, Sicilia e nella stessa Francia, nonché i regni iberici nel lungo percorso della Reconquista), ma anche quella “Guerra Giusta” – e quindi Santa – che il nascente potentato ierocratico romano indisse per la liberazione del Santo Sepolcro: la Crociata.

II. Movimento primo: lo sviluppo di nuovi ideali (e politiche) monarchici

All’anno 1000, nella Cristianitas occidentale coabitavano diverse dinastie di rango regale le quali, però, si richiamavano a tipi diversi d’ideale monarchico. Nell’Italia meridionale resistevano lembi di dominio bizantino, erede diretto della Pars Orientalis dell’antico Impero Romano che a quel tipo di regalità imperiale continuava a riferirsi.

Emulo ed avversario di Bisanzio era l’Impero Romano-Germanico che, dalla vittoria di Lechfeld del 956, era sorto richiamando a sé l’eredità di Carlo Magno e la missione di riunire sotto le sue insegne tutto l’Occidente.

Altra monarchia che si sviluppò come tale dalla seconda metà dell’XI secolo, con connotazione sempre più universalistica come quella germanica, fu il Papato Romano, non solo in virtù del suo primato d’onore come unica sede apostolica riconosciuta in Occidente (almeno dopo la vittoriosa contesa su Santiago di Compostela), ma anche in virtù della famigerata Falsa Donazione di Costantino. Questo documento, del secolo VIII, veniva spacciato per un decreto del IV secolo fatto redigere da Costantino I allo scopo di destinare l’intero Occidente all’episcopato romano, sancendo anche il principio che, laddove regnavano le autorità religiose, non dovevano coabitarvi quelle laiche: una vera e propria teorizzazione di stato teocratico.

Messo fuori gioco l’Impero Bizantino, nello scacchiere occidentale, dalla conquista normanna del meridione d’Italia, la disputa fra universalismi si svolse tra i due aspiranti dominatori dell’intero Occidente, il Papato e l’Impero Romano-Germanico.

In questo quadro si ascrivono le cosiddette Lotte per le Investiture, con i sovrani germanici che pretendevano di controllare le elezioni dei vescovi e finanche dei papi all’occorrenza – così come accadeva a Bisanzio e come avevano fatto gl’imperatori romani, ed i vescovi di Roma che, dalla riforma di Gregorio VII in poi, riuscirono ad affermare nell’ambito ecclesiastico una propria predominanza nonché il ruolo di unici detentori della Ortodossia religiosa (conseguentemente, chiunque dissentisse dai papi era automaticamente definito come eretico). Conseguenza di ciò fu una strutturazione monarchica sempre più accentuata e, d’altro canto, la rivendicazione della Libertas Ecclesie, sia contro i signori locali che avevano costruito le loro chiese private ed erano arrivati a controllare l’elezione di vescovi, abati e persino papi (almeno sino ai fatti di Sutri del 1046), sia contro l’avversario Imperatore.

Queste lotte fra universalismi avversi fornirono molteplici occasioni di conflitto e d’impiego per la cavalleria del tempo. Difatti i papi, mancando per ovvie ragioni di combattenti, cercarono di trarre a sé la fedeltà vassallatica dell’élite militare del tempo, i professionisti della guerra a cavallo. A tal fine venne indetta la I Crociata: per offrire ai milites un patronus superiore a cui rivolgere la propria lealtà e le proprie imprese, in chiave penitenziale, per ritagliare fette di territorio agli stati musulmani (o comunque non cristiani) impiantandovi poi teocrazie fedeli a Roma e, non da ultimo, portare all’obbedienza romana il clero ortodosso di Costantinopoli.

Alla Prima Crociata ne seguirono altre dirette in Palestina, ma presto il concetto di Crociata fu ampliato e strumentalizzato dal Papato sia contro i detentori di territori esterni alla cristianità (come nel caso della Reconquista o delle crociate contro i popoli slavi e baltici), sia contro i nemici interni, eretici ed avversari politici.

Inizialmente defilate dalla maggiore scena politica, però, si andavano affermando nuove dinastie regali di stampo del tutto nuovo rispetto al modello imperiale a cui si richiamavano papi ed imperatori. È il caso delle costituende monarchie nazionali, il cui fine ideale era unificare una data area geografica, omogenea per religione ma anche per lingua. Si tratta delle dinastie iberiche, di quelle normanne (prima in Normandia e poi in Inghilterra e nelle Due Sicilie), ungherese e polacca, oltre alla più famosa dinastia capetingia in Francia.

Questi percorsi furono assai diversi fra loro per data d’inizio, area geografica, sviluppi ed esiti finali, inoltre bisogna considerare che in luoghi come la Francia di quei secoli v’erano diversi competitori al titolo regale, come i conti d’Anjou, di Tolosa ed altri ancora. I punti che queste esperienze avevano in comune, però, ci dicono alcune cose: i nuovi re erano anche signori territoriali(3), proprio come principi, conti, marchesi e signori le cui famiglie avevano dissolto il vecchio regnum carolingio. Tuttavia, a differenza dei semplici titolari di signorie locali, i nuovi monarchi, oltre ad essere i maggiori proprietari terrieri nelle zone in cui riuscivano ad esercitare la loro influenza, vantavano anche un primato d’autorità che – parlando generalmente – non imponevano con la semplice forza delle armi, ma interpretando un ruolo di coordinamento e di garanzia della pace e della giustizia, attraverso la coabitazione, in diverse zone, con signorie laiche od ecclesiastiche e città dotate di privilegi ed immunità.

Difatti, alle cosiddette Paci di Dio indette dalla chiesa dalla fine del secolo X, si sostituirono le Paci del Re, e sotto protezione regale cadevano tutti i luoghi e le vie di commercio (città, fiere all’aperto, porti fluviali e costieri). Era molto importante però che i signori laici, con le loro masnade ed i propri vassalli, giurassero di mantenere la pace nelle mani del sovrano, riconoscendone il ruolo di garante.

Del secolo XI, e funzionale al contesto descritto, fu la riscoperta del codice giuridico di Giustiniano, il Corpus Iuris Civilis.(4)

Lungo il cammino delle nascenti monarchie nazionali, e fra gli aspetti più attinenti ai nostri cavalieri, vi fu spesso la scelta di diventare defensor ecclesiae e curatore dei beni terreni della Chiesa, il ruolo dell’advocatus.

Guglielmo di Normandia, per esempio, ricevette le insegne di San Pietro prima della sua spedizione in Inghilterra; e i regnanti capetingi ed angioini parteciparono alle Crociate in Terrasanta ma anche nel sud della Francia contro gli eretici, annettendosi con quelle imprese cospicui territori. Il fatto stesso che vi fosse un “Re Santo” francese, denominato tale per la sua fervente e continua partecipazione alle Crociate indette da Roma, è emblematico.

I regnanti iberici, al fine di venire legittimati e di aumentare il carisma proprio e della propria famiglia arrivarono a dichiararsi (temporaneamente) vassalli del Papa, così come i Normanni, dopo gl’iniziali scontri con i sovrani episcopali, riceveranno la legatio papale in vista della loro conquista della Sicilia.

Dati questi nuovi soggetti politici, impegnati in tali e tanti scenari, tutti bisognosi della forza d’urto dei milites equites, ecco che si prospettarono a questa classe di guerrieri professionisti una serie di occasioni d’impegnarsi per una “più alta causa”.

È stato lento il cammino delle monarchie nazionali, ma furono costoro, alla fine, a prevalere sugli universalismi, da ultimo con la deposizione di Papa Bonifacio VIII – che aveva improntato il proprio pontificato all’Imitatio Imperii -, ad opera del re di Francia: Filippo il Bello, ebbe la forza di trasferire la sede del Papato da Roma ad Avignone, ponendolo sotto la propria diretta tutela proprio come un imperatore tardo romano o bizantino.

Dal secolo XII, le fonti iniziarono dunque a parlarci di chevaliers e non più di semplici milites: da questo momento in poi cominciò ad affermarsi la vera e propria cavalleria di rito.

III. Movimento terzo: Le Crociate, uno strumento

Eccoci giunti a parlare del fenomeno storico medievale che ebbe, probabilmente, maggiore risonanza nell’immaginario di un gran numero di persone: la Crociata.

Non v’è ombra di dubbio che questo tema abbia impegnato molto l’attenzione degli storici, con una sequela di interpretazioni spesso influenzate dall’ideologia politica e religiosa. Di recente, però, con lo sviluppo d’indirizzi di ricerca più interessati alla vita quotidiana soprattutto dei livelli sociali meno abbienti, e grazie all’attuale allergia per la storia tutta fatta di date, battaglie e nomi di re e condottieri, ha preso campo la tendenza a ridimensionare l’importanza di queste “guerre sante d’occidente”. La storia comunale ha evidenziato, per esempio, come le città marinare italiane avessero ripreso vita ed iniziativa in ogni senso anche prima del 1095, e come i commerci fra Oriente ed Occidente non abbiano risentito granché della breve conquista ottenuta dai crociati dei regni d’oltremare. Difatti, prima, durante e dopo le spedizioni in Terrasanta, i principali empori a cui erano diretti i mercanti di Amalfi, Genova, Pisa e Venezia erano Costantinopoli ed Alessandria d’Egitto; il commercio con questa città musulmana non risentì granché dell’ostilità fra crociati e musulmani, così come i divieti papali circa il commercio con gli arabi vennero costantemente disattesi. Il famoso storico J. Le Goff è arrivato a lanciare il paradosso (che cito liberamente) per cui: “L’unico frutto delle Crociate è l’albicocca”.

“A ogni persona che abbia preso la via di Gerusalemme con l’intenzione di liberare la Chiesa di Dio, per spirito religioso e non per averne onore e denaro, sarà riconosciuto come atto di penitenza il viaggio che fa.”

Urbano II, nel 1095, bandendo la I Crociata, si rivolse espressamente ai cavalieri (saltando a piè pari i loro principi), denotando l’intenzione di deviare queste “energie vive” a proprio vantaggio, educandole all’obbedienza dei principi cristiani, ma soprattutto a quella papale.

Già Gregorio VII, nel 1074, pianificò una spedizione militare per “aiutare” i cristiani d’Oriente sconvolti dalla fragorosa sconfitta di Mantzikert (per opera dei Turchi Selgiuchidi), con l’intento anche di “sistemare le cose con la chiesa bizantina”. Tuttavia questa spedizione fallì per i contrasti con l’imperatore Enrico IV, ma, l’anno successivo (1075), il Papa della riforma sentenziò la “superiorità temporale e spirituale del pontefice sulla Cristianità intera”.

Ebbe miglior fortuna il suo successore, Urbano II, indicendo il passagium (nome che fu dato al pellegrinaggio armato ai suoi esordi) verso il Santo Sepolcro, allo scopo di liberarlo dagli infedeli. L’appello rinnovato e amplificato poi da vescovi e da predicatori autorizzati (ma presto anche da improvvisati agitatori popolari), riscosse un successo enorme. Le lotte iniziate con la riforma gregoriana avevano acceso gli animi, e la popolazione intera era in cerca del sacro, anche per dare un senso ad un’esistenza breve e piena di fatiche ed amarezze. Il Papato aveva formulato una sua teoria escatologica per cui i popoli pagani (come erroneamente erano visti allora i musulmani) rappresentavano uno strumento divino per punire la cristianità dei suoi peccati, ed era poi compito dei cristiani – una volta placata l’ira divina – riconquistarsi i territori assoggettati dai nemici di Cristo.

A livello popolare, però, circolavano altre versioni di profezie escatologiche(5). Il passagium era visto come un modo per dare inizio alla “Fine dei Tempi” attraverso ritorno in terra di Cristo per instaurarvi il suo regno giusto, che molti vedevano come fine delle differenze sociali, della divisione fra poveri e ricchi, fra deboli e potenti. I Giusti sarebbero stati premiati ed i peccatori puniti. I predicatori popolari fecero anche largo uso di suggestioni miracolistiche e l’avvistamento di portenti si moltiplicò “miracolosamente” durante i mesi successivi all’appello papale.

Non stupisce, quindi, se i primi ad attivarsi – ed in gran numero – furono i movimenti popolari, guidati da personaggi come Pietro l’Eremita, che dalla Francia e dalla Germania raccolsero le loro turbe e s’incamminarono verso l’est, verso Costantinopoli.

Questi gruppi, però, furono ostacolati dalla loro stessa impreparazione e disorganizzazione, nonché dal fanatismo religioso che gli inimicò anche l’imperatore Alessio Comneno, artefice di quell’appello preso a pretesto da papa Urbano II per indire la sua guerra santa. Considerevolmente decimati già prima di passare lo stretto del Bosforo, i partecipanti a questa I Crociata “popolare” li ritroviamo, forse, citati ambiguamente in seguito nelle cronache musulmane col termine di tafuri, ridotti al cannibalismo per sopravvivere.

Gli eserciti messi insieme dai signori laici, invece, avevano un’organizzazione (per quanto ancora insufficiente) e, ovviamente, un’efficacia maggiore. È da precisare, però, che, anche nelle spedizioni “istituzionali”, il numero di cavalieri non superava un decimo del totale dei partecipanti, mentre il resto doveva sicuramente comporsi di una moltitudine di semplici uomini e donne che s’incamminarono alla volta di Gerusalemme. Ciò non stupisca, datosi che un simile pellegrinaggio era stato impostato come “penitenziale” e quindi a parteciparvi doveva esservi gente d’ogni tipo, anche fuorilegge e prostitute.

Il successo della I Crociata, con la conquista del 1099 di Gerusalemme, portò alla formazione degli Stati Crociati, nessuno dei quali fu sotto il diretto controllo papale. La vita di questi avamposti di cristianità latina in Oriente fu precaria sin dal principio, visto che la guerra santa cristiana aveva offerto il destro alla formazione di un movimento musulmano di Jihad, la guerra santa dei maomettani; inoltre, i pellegrini che raggiungevano Gerusalemme difficilmente restavano a combattere in difesa dei suddetti Stati, che si trovarono in costante carenza di uomini abili alle armi.

Ciò spiega l’indizione di altre Crociate, che ebbero un seguito popolare sempre minore: infatti, dopo la conquista di Gerusalemme, tutti poterono constatare che la “Fine dei Tempi” non era giunta. Già nel 1204 la IV Crociata venne deviata a vantaggio degli interessi commerciali veneziani. In seguito, si assistette ad un’estensione del concetto di “crociata”, che non riguardò più solo un pellegrinaggio armato al fine di scacciare dal Santo Sepolcro gli “infedeli”, ma venne utilizzato (col suo carisma sacrale) dal Papato per combattere i dissidenti interni alla Cristianità (i cosiddetti eretici) e gli avversari politici: ne conseguì un crescente discredito per questo istituto già dal secolo XIII.

Le Crociate del secolo XII, però, sono il quadro entro cui la cavalleria occidentale maturò le proprie tecniche ed armamenti, ed annoverò le gesta memorabili che forniranno i topos da cui tanta letteratura cavalleresca trarrà ispirazione.

IV. Ordini monastico militari

È in occasione delle Crociate che l’Europa Occidentale mise per la prima volta assieme eserciti di grandi dimensioni, quali nemmeno Carlo Magno riuscì a raccogliere. Le cifre dei partecipanti alla I Crociata riportati dalle cronache sono esorbitanti, fra le 120 e le 360.000 unità, sebbene su esse gli storici stiano ancora dibattendo, più inclini a ridurle fra le 45 e le 100.000; la scarsità di dati certi c’induce a prendere queste cifre con cautela.

Poiché una milizia tanto imponente non era mai stata messa insieme in precedenza, si presentarono indubbiamente serie difficoltà d’approvvigionamento e di coordinamento.

Dopo la Crociata, la situazione degli stati latini in Terrasanta rimase precaria: pochi dei crociati giunti da Occidente restavano a difendere quei regni una volta assolto il pellegrinaggio penitenziale al Santo Sepolcro, e l’immigrazione di coloni – dalla Francia soprattutto – era un movimento troppo esiguo per rimpinguare le fortezze e le città murate conquistate ai musulmani; e tutto ciò mentre l’intrusione armata crociata produceva i primi segni di risveglio jihadista nei musulmani.

Per rispondere alle esigenze di protezione e assistenza ai pellegrini (sia in Europa sia in Terrasanta), e per fornire un valido supporto alla difesa dei Luoghi Sacri, furono fondati alcuni ordini religioso-militari che assursero a grande fama e prestigio già nel volgere di pochi anni dalla propria istituzione. L’adozione delle più o meno severe regole monastiche, da parte di cavalieri formatisi alla scuola militare occidentale, fornì a queste truppe un’innegabile organizzazione e disciplina, una capacità di manovra che le disordinate cavallerie laiche non potevano vantare. I vantaggi sul campo di battaglia furono subito evidenti.

Questi monaci-cavalieri erano gli unici a potersi permettere di costruire e tenere fortezze in Palestina, erette sul modello occidentale integrato con elementi orientali preesistenti (derivati anche dai resti dei bastioni d’epoca romana e bizantina), che andarono poi ad influenzare l’architettura militare dei castelli d’Europa. Il castello di Safed, per esempio – retto dai Templari – annoverava nella propria guarnigione 80 monaci cavalieri, 350 ausiliari, 820 fra inservienti e uomini di fatica e 80 monaci cappellani, addetti alle sole funzioni religiose.

IV. 1 – Gli Ospedalieri

Ordo fratrum Hospitalariorum Hierosolymitanorum: questo è uno dei titoli originari con cui furono conosciuti i Cavalieri Giovanniti od Ospedalieri; l’altro è Ordo militiae Sancti Johannis Baptistae hospitalis Hierosolymitani, divenuti poi Cavalieri di Rodi e, infine, Cavalieri di Malta. Questo Ordine ebbe origine nel 1023 da un ospedale od ospizio in Gerusalemme che ospitava i pellegrini diretti al Santo Sepolcro: fondato da mercanti amalfitani, era gestito da monaci benedettini, e la struttura era, probabilmente, attigua ad una chiesa dedicata a San Giovanni.

Dopo la presa di Gerusalemme, l’ospizio venne ingrandito ed il corpo di monaci che vi operava (vivendo secondo la regola agostiniana) assunse entità autonoma col nome di frati Ospedalieri. Il neonato ordine – in quel momento volto solo a fornire assistenza e beneficenza – ricevette donativi e privilegi dal Papa, dai sovrani occidentali e dal Re di Gerusalemme, per cui l’ospizio oltre ad ingrandirsi si fortificò. Il primo vero Gran Maestro di questo ordine fu Gerardus, un amalfitano che aiutò i crociati durante l’assedio, anche se, lui vivente, l’ordine mancava ancora dei compiti militari che assumerà solo in seguito.

Fu con Raymond de Puy – il quale resse l’ordo sino al 1159 – che i Giovanniti assunsero ruoli sempre più militari nella difesa di Gerusalemme e nelle guerre contro i Saraceni, a cui parteciparono regolarmente dal 1137 in poi. Sorse con Raymond la suddivisione interna in fratres milites (i cavalieri), fratres servientes armigeri e fratres cappellani. Tuttavia l’ordine mantenne le sue primigenie funzioni di ospitalità e di cura agli ammalati, per le quali ricevette donativi e rendite. Per le funzioni di preghiera e di assistenza agli ammalati si ebbero anche istituzioni femminili. La veste assunta dai cavalieri quando non combattevano era costituita da un mantello nero con croce bianca sul petto, mentre in battaglia gli Ospedalieri si distinguevano per una sopraveste rossa con croce analoga. Fu ancora sotto Raymond che si ebbe lo sviluppo e l’espandersi dell’ordine in tutta l’Europa cattolica, con fondazioni e commende lungo l’intero il percorso del pellegrinaggio. Nel 1154 papa Anastasio IV concesse agli Ospedalieri l’esenzione dalle autorità dei vescovi diocesani, patriarca di Gerusalemme compreso.

Dopo la battaglia dei Corni di Hittin e la perdita di Gerusalemme per mano del Saladino, la sede dell’ordine venne spostata a Marqab, a nord di Tripoli.

In Palestina gli Ospedalieri tenevano le fortezze di Bet Gursin, di Beauvoir, di Margat e la famosa fortezza del Crac dei Cavalieri.

IV. 2 – I Templari

L’Ordine del Tempio, nacque nel 1119 da alcuni cavalieri laici guidati da Ugo di Payns, che si misero al servizio dei canonici della chiesa del Santo Sepolcro. Già alla sua nascita, svolse precisi compiti militari nella difesa di Gerusalemme e nella lotta contro i Saraceni. All’atto di costituirsi in questo ordine, i cavalieri laici facevano voto di obbedienza, povertà, castità e prendevano il nome di poveri Cavalieri di Cristo, ma, quando Re Baldovino II assegnò loro, come sede, un’ala della moschea di Al-Aqsa – che si diceva fondata sui resti del tempio di Salomone – l’ordine divenne universalmente famoso come quello dei Cavalieri del Tempio.

L’ordine incontra subito il favore della chiesa riformata e di San Bernardo, il santo cistercense che sarà uno dei maggiori a propagandare la II Crociata, e già nel 1128 – a 9 anni dalla fondazione – un concilio a Troyes approva la sua particolare regola agostiniana adattata ai compiti militari, assenso ribadito di lì a poco da papa Innocenzo II.

Le parole che S. Bernardo spese per promuovere questi monaci combattenti sono interessanti; egli infatti scrisse un trattato, chiamato Elogio della Nuova Cavalleria, in cui contrappose i cavalieri laici, descritti come indisciplinati, legati alle cose materiali del mondo, avidi di ricchezze e gloria, ai “nuovi cavalieri”, austeri, sobri, obbedienti; i primi rischiavano di guadagnarsi solo l’Inferno lottando contro altri cristiani, i secondi, poiché combattevano gli infedeli, erano certamente destinati al Paradiso. Uccidere un saraceno, infatti, non era descritto da Bernardo come un omicidio, ma come un malicidio, in quanto – secondo lui – equivaleva a combattere il Male.

Le parole del santo smossero le coscienze, e l’ordine conobbe un afflusso di nuovi adepti e donativi, inoltre istituì in questi anni le sue sedi e commende per raccogliere uomini e fondi da mandare a Gerusalemme.

I membri di questo ordine si suddividevano in monaci cavalieri, ausiliari armati, monaci cappellani e di servizio alla cui guida stava un Maestro, che faceva capo al Gran Maestro dell’ordine il quale rispondeva unicamente al Papa. In battaglia potevano usufruire anche di corpi di mercenari arruolati fra la popolazione locale (così come facevano gli eserciti bizantini), i cosiddetti turcopoles. La loro divisa era costituita da un mantello bianco con croce rossa sul petto.

Come l’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni, i Templari assolvevano a compiti di ospitalità ed assistenza ai pellegrini, soprattutto nelle loro case o domus che sorgevano lungo le vie del pellegrinaggio e nelle città di transito.

In Terrasanta essi reggevano le fortezze di Chastel Blanc, Tortosa, Beaufort, Safed e di Castelpellegrino.

IV. 3 – I Teutonici

L’Ordine di Santa Maria dei Teutoni, più conosciuto come Ordine dei Cavalieri Teutonici, era aperto a cavalieri provenienti dalla sola area germanica. Fondato a S. Giovanni d’Acri da Federico di Svevia nel 1191 – in ritardo rispetto ai precedenti e più famosi Ospedalieri e Templari –, ebbe inizialmente compiti ospedalieri ma – approvato nel 1199 dal papa Innocenzo III – già durante l’operato del suo terzo Gran Maestro, Ermanno di Salza, si tramutò in un ordine religioso-cavalleresco come i precedenti.

Al suo interno i cavalieri ed i monaci vestivano mantello bianco con croce nera sul petto; conversi, familiari e suore invece indossavano un manto bruno. Diviso territorialmente in case, province e regioni, era governato dal Gran Maestro.

I Teutonici vennero in breve coinvolti in scenari diversi da quello palestinese; sin dal 1215, infatti, furono richiamati in Prussia per “evangelizzare a forza” le popolazioni baltiche.

Reggevano in Palestina le fortezze di Chateu Neuf, Montfort e di Castellum Regis.

IV. 4 – Altri ordini monastico-militari

Com’è stato già detto, il Papato si servì dell’idea di Crociata per promuovere guerre volte alla conquista di territori in mano a genti non cristiane, sperando di ritagliarvi aree su cui esercitare il potere teocratico. La Spagna della Reconquista e le zone baltiche, pur non correlate al Santo Sepolcro, videro pertanto sorgere degli ordini religioso-militari come i tre sopra descritti.

In Spagna il più antico fu quello dei Cavalieri di Calatrava, che prendeva il nome dall’omonima località montuosa la cui difesa, nel 1158, fu affidata all’ordine cistercense da Sancho III, re di Castiglia. Riconosciuto nel 1165 da papa Alessandro III, fu protagonista di vittorie e conquiste contro i mori, che gli guadagnarono fama, donativi e rendite.

In area baltica, fu fondato nel 1202 da Alberto, vescovo di Riga, l’ordine dei Portaspada, con il compito di proteggere le missioni cristiane nei paesi baltici. Fu riconosciuto nel 1204 da papa Innocenzo III. L’ordine assunse la regola templare e si distingueva per un manto bianco con cucito un distintivo a forma di spada sotto una croce. Ottenne iniziali vittorie, ed estese la propria influenza in Livonia, Lituania ed Estonia, ma l’evangelizzazione militarizzata gli guadagnò la forte resistenza delle popolazioni da convertire; subì una clamorosa e sanguinosa sconfitta nel 1236 a Bauska in Curlandia, motivo per cui papa Gregorio IX decise l’anno successivo (1237) di unirlo all’Ordine dei Cavalieri Teutonici.

V. Scenari

Visto l’andamento generale della formazione delle varie monarchie e dell’istituzionalizzazione della Crociata, è possibile osservare più da vicino alcuni singoli fatti che ebbero come protagonisti i nostri cavalieri.

V. 1 – Conquiste normanne in Italia meridionale

Il caso della costituzione della monarchia in Italia meridionale per opera di genti normanne, è un fatto peculiare: un processo in cui presero parte bande di guerrieri a cavallo guidate da diversi capi, inizialmente senza che nessuno di quest’ultimi predominasse – anche solo onorifica – sugli altri. I Normanni arrivarono nel meridione d’Italia nei primi anni dell’XI secolo, offrendosi come mercenari al soldo dei vari potentati in cui era suddivisa l’area a quel tempo (contee longobarde eredi del ducato di Benevento, città bizantine sulla costa campana più o meno indipendenti come Napoli e Gaeta, i territori realmente in mano all’Impero Bizantino in Puglia e Calabria, ed infine la Sicilia in mano ai saraceni), dovendo affrontare anche le pretese territoriali del riformato vescovato romano con la sua politica di predominio universalistico.

L’afflusso di guerrieri normanni in Italia meridionale ha origine dal costituirsi progressivo di un forte controllo ducale in Normandia, un processo non privo di difficoltà e battute d’arresto, soprattutto quando, nel 1035, morì il duca Roberto lasciando il governo ad un suo figlio illegittimo, Guglielmo, di soli otto anni. Rivolte, disordini e la crescente potenza e capacità di controllo della dinastia ducale sul territorio, spinsero diversi proprietari terrieri a cercare fortuna come mercenari nelle zone di conflitto, fra cui l’Italia del sud ove l’Impero Bizantino minacciava di annettersi i ducati longobardi.

Bande di mercenari furono inizialmente assoldate perciò dai Longobardi, ma altre anche dai Bizantini, chiedendo terre in cambio dei servigi resi. Il primo insediamento normanno fu quello del capo mercenario Rainuf, ad Aversa nel 1028, legittimato da Sergio, duca di Napoli (in guerra con la vicina Gaeta), che diede in moglie al Normanno sua sorella.

Aversa costituì la base per successive acquisizioni a Gaeta e Capua; fu poi istituita la contea normanna di Melfi.

I Normanni che ebbero, però, maggior fama e fortuna vennero in seguito, dalla regione del Cotentin: furono i dodici figli di Tancredi d’Hauteville (Altavilla). Tutti e dodici non potevano suddividersi i possessi del padre, furono quindi costretti a partire e offrire le loro armi ai principi in guerra nel meridione d’Italia, così come altri Normanni avevano fatto prima di loro.

I due fratelli maggiori del casato di Hauteville, Guglielmo Braccio di Ferro e Drogo, si misero al servizio dell’Imperatore Bizantino e parteciparono persino ad un suo tentativo – fallito – di riconquistare la Sicilia; altre volte militarono per i duchi longobardi.

Come i loro conterranei predecessori, questi due comandanti mercenari guadagnarono terre in Puglia. Alla morte di Guglielmo, il fratello Drogo ottenne dall’Imperatore Romano-Germanico Enrico III il titolo di “Conte dei Normanni di Tutta Puglia” (1046). Ciò era già un riconoscimento ufficiale e fonte d’autorità. I successivi avventurieri normanni si rivelarono brutali e già pericolosamente proiettati verso la conquista del Ducato di Benevento, tanto che nel 1053 papa Leone IX mise insieme un grande esercito di Tedeschi e Longobardi, per fermarli a Civitate. Fu un punto di svolta per i Normanni e per gli Altavilla – guidati allora dai fratelli, Umfredo, Riccardo conte di Aversa e Roberto (il quale si guadagnerà l’appellativo di Guiscardo, ossia “astuto”) – che rivelarono in quella battaglia una buona organizzazione militare e capacità nella manovra delle truppe e nello sfruttare efficacemente la carica con la lancia, tutte abilità che il duca normanno Guglielmo mostrò 13 anni dopo ad Hastings, guadagnandosi il titolo di “Conquistatore”.

Pur in forte superiorità numerica, il Papa belligerante subì una sonora sconfitta, fu fatto prigioniero, e dovette poi rappacificarsi con i Normanni, riconoscendo la legittimità dei loro possedimenti acquisiti e, soprattutto, quella delle loro future conquiste (con un occhio puntato già alla Sicilia).

In seguito nuove guerre portarono all’annessione di diversi territori in tutto il meridione d’Italia.

Ecco quale descrizione, che sarà un modello per la cavalleria occidentale, fa Anna Comnena(6) di Roberto il Guiscardo, un antesignano delle figure cavalleresche del pieno medioevo:

Questo Roberto fu per nascita un Normanno di oscura origine, con un carattere imperioso ed una mente da furfante; egli fu coraggioso combattente, estremamente insidioso nei suoi assalti alla ricchezza ed al potere dei grandi uomini; nel perseguire i suoi scopi fu assolutamente inesorabile, respingendo ogni forma di critica con argomentazioni incontrovertibili. Fu uomo d’altissima statura (…) aveva carnagione rosata, capelli biondi, spalle larghe ed occhi che sembravano sprizzar scintille (…) in lui tutto era mirabilmente ben proporzionato ed elegante (…) Egli non è stato al servizio di alcuno e non deve obbedienza a nessuno al mondo.

Nel 1058 i fratelli provarono a condividere il potere, ma l’esperimento fallì, e dovettero in seguito spartirsi le aree d’espansione; tuttavia era oramai chiaro che a comandare i Normanni nel sud dell’Italia era il casato degli Altavilla.

Roberto il Guiscardo si diresse alla conquista della città di Bari (1071), dopodiché progettò d’assalire l’Impero Bizantino sull’altra sponda del mare Adriatico. L’attacco fu condotto contro la città di Durazzo solo nel 1082/83, ma fallì anche per il soccorso che la flotta veneziana portò ai Bizantini. Dal loro arrivo in Italia (una cinquantina d’anni circa) era la prima volta che i Normanni si spingevano in mare (utilizzando imbarcazioni capaci di trasportare cavalli).

Le vittorie militari, il coordinamento delle truppe e la fitta trama di rapporti diplomatici, con la già citata legittimazione papale, fecero di Roberto il Guiscardo un personaggio di prima grandezza fra i suoi contemporanei, ma occorre tenere presente che a quel tempo i possedimenti normanni in Italia meridionale erano frammentati in contee e ducati. La conquista che prefigurò l’ulteriore sviluppo delle fortune normanne in Italia fu l’acquisizione della Sicilia, condotta dal fratello minore di Roberto, cioè Ruggero, che nel 1088 – in un incontro con papa Urbano II – ottenne anche il diritto di nominare vescovi e di formare diocesi, oltre a poter vestire l’abito talare.

Ancora nel 1088 la Sicilia non era del tutto in mano ai Normanni, ma già Ruggiero poteva fregiarsi del titolo di Gran Conte di Sicilia, ritagliando – man mano che proseguiva la conquista – dal territorio isolano possedimenti che affidava in premio ai suoi uomini, ma lasciando a sé (in ogni area in cui si andava suddividendo la nuova Gran Contea isolana) il possesso della maggior parte delle terre.

Morto nel 1101 Ruggero, gli successe il figlio Ruggero II, un erede che aveva in mente chiari progetti per il futuro. Nel 1127, costui riesce ad ereditare anche il titolo di Duca di Puglia e Calabria, facendosi dare a Salerno la sacra unzione dal vescovo locale ed ottenendo (per sé e per i suoi due figli) anche l’omaggio dei maggiori signori dei domini normanni a Melfi. Mancava, però, il titolo regale. L’occasione giunse nel 1130, quando a Roma si ebbero uno scisma e due papi. Ruggero II ne approfittò, e diede il proprio appoggio all’antipapa Anacleto II che lo incoronò nella cattedrale di Palermo, col titolo di Re di Sicilia.

La sconfitta del partito dell’antipapa portò problemi per la neonata monarchia, ma ben presto il Papato dovette scendere a patti con questo vicino, divenuto potente, soprattutto considerando le lotte che opponevano l’aspirazione universalista teocratica di Roma con quella laica degli imperatori germanici.

Ecco che, in circa un secolo, bande di guerrieri mercenari – che, in caso di mancato ingaggio, si davano al brigantaggio – riuscirono a costituirsi un ampio dominio territoriale, ad acquisire il titolo regale ed un ruolo centrale nelle vicende del mediterraneo di quei tempi.

Così come avevano fatto in Inghilterra, durante la loro avanzata i Normanni procedettero alla costruzione di donjon, o motte, e ciò soprattutto in Calabria ed in quelle zone dove più contrastata fu la loro conquista, come nella Piana di Catania in Sicilia ove, ancora oggi (a Paternò ed a Motta S. Anastasia) si possono ammirare queste strutture. L’uso delle motte da parte dei Normanni era una strategia volta ad assoggettare le regioni da conquistare: essi costruivano in gran fretta queste basse torri (in legno ove era facile reperirlo, nell’Europa settentrionale, in pietra nel sud Italia) con fossato adiacente anche in pieno territorio nemico, e da lì organizzavano razzie (cavalcate) per depredare le campagne ed i borghi, strozzando lentamente le energie dei difensori, sino alla loro resa.

V. 2 – La I Crociata

Come si è accennato, la I Crociata venne indetta nel 1095 e propagandata sia dal clero ufficiale sia da improvvisati predicatori popolari che offrirono alla popolazione l’idea di andare a liberare il Santo Sepolcro per portare a compimento le profezie di cui tanto si parlava a quel tempo. Lo spirito escatologico era, infatti, potentemente presente in molti dei crociati della prima ora e soprattutto fra i molti uomini e donne non nobili, non addestrati alla guerra, che si riunirono e si diressero prima dei baroni e dei loro cavalieri verso Oriente.

Le armate baronali invece, si mossero più tardi, ma con maggiore organizzazione; il loro numero complessivo si avvicinò forse alle 45 000 unità, che, con i superstiti dei movimenti popolari, potrebbero aver annoverato al loro interno fra i 10.000 e i 15.000 cavalieri.

Partirono diversi eserciti dalla Francia settentrionale, alla guida di Ugo di Vermandois, fratello del re; dalla Provenza venne un esercito, guidato dal Conte di Tolosa, Raimondo di Saint Gilles; dalla bassa Lorena giunse Goffredo di Buglione e dalla Normandia il Duca Roberto, così come dalla vicina contea di Fiandra arrivarono uomini e cavalieri alla guida di Stefano di Blois; infine, dall’Italia meridionale normanna, giunse Boemondo di Taranto.

Partirono in date e da luoghi diversi, dall’agosto all’autunno del 1096, chi percorrendo la via interna che passava per l’Impero Germanico e poi per l’Ungheria giungeva di lì sino a Costantinopoli, chi discendendo la penisola italiana, imbarcandosi in Puglia per approdare a Durazzo e fare così l’antica via imperiale Egnatia che portava alla capitale dell’Impero orientale.

Tutti s’incontrarono a Costantinopoli o in zone limitrofe, e tutti dovettero avere a che fare con l’Imperatore Alessio. I rapporti con quest’ultimo furono tesi, perché pretendeva di ricevere atto di vassallaggio (Alessio aveva richiesto mercenari per combattere i Turchi, dopotutto) e la garanzia di avere restituite le città che i crociati avrebbero liberato. I capi di quella numerosa armata erano invece assai restii a qualsiasi atto di sottomissione: loro erano partiti – nel migliore dei casi – per restituire a Dio la sua Gerusalemme, non per consegnarla ad un imperatore considerato forestiero e scismatico; nel peggiore dei casi essi avevano preso parte a quella spedizione per puro spirito d’avventura e di predazione.

Pare inoltre che i Bizantini concedessero con difficoltà il vettovagliamento a quella moltitudine di armati. Infine, al contrario di quanto si aspettavano i capi dell’armata occidentale, l’imperatore Alessio non aveva alcuna intenzione di partecipare in prima persona alla guerra, ma inviò in appoggio ai crociati un suo generale, Tatikios, alla guida di un imprecisato numero di uomini.

I primi scontri si ebbero a Nicea, allora in mano ai Turchi. La città era protetta su un versante da un lago, mentre l’altro era aperto all’assalto; il grosso dell’esercito turco era assente a causa di rivolte in un emirato poco distante che avevano richiesto l’intervento del sultano turco Arslan.

I Bizantini guidati da Tatikios avanzarono dalla parte del lago ed i crociati dal lato di terra, ma ad ottenere la resa della città (19 giugno) – riuscendo a portare delle imbarcazioni a ridosso delle mura – furono i primi: ciò significò, per gli occidentali, la perdita del bottino del bramato saccheggio. A compensazione, i capi crociati ricevettero delle somme in monete d’oro e d’argento pari al loro rango, ma questo non aiutò a mitigare gli animi.

Dopo Nicea, l’armata occidentale si divise in due tronconi, uno d’avanguardia (guidato da Boemondo) e l’altro a seguire a poca distanza. Il 1° di luglio l’avanguardia crociata venne sorpresa in un’imboscata turca a Dorileo: scoppiò così il primo vero scontro fra crociati e turchi.

Boemondo ed i suoi – in netta inferiorità numerica – affrontando per due ore gli attacchi riuscirono a resistere sino all’arrivo del resto dell’armata.

Alla fine furono gli occidentali a prevalere, ma a costo di gravi perdite.

Dopo gli scontri a Dorileo, i Turchi scelsero la tattica della terra bruciata, incendiando i campi ed evitando scontri frontali. L’armata crociata patì per la prima volta la fame e la sete si annoverarono le prime defezioni.

Intanto i capi della spedizione si divisero e si dispersero a caccia di città da conquistare; oltretutto da quelle parti vivevano gli Armeni, bendisposti (al punto cedere dei possedimenti) verso chi potesse aiutarli nelle loro lotte.

Tancredi e Baldovino assaltarono la Cilicia; il primo riuscì a prendere le città di Tarso ed Adana, ma dovette poi cederle al secondo che disponeva di forze maggiori. Baldovino ricevette poi la notizia della volontà del vecchio re armeno, Thoros, insediato ad Edessa, di nominarlo suo erede, e senza esitare si reca ad accettare l’adozione. Un mese dopo, scoppiò “provvidenzialmente” in Edessa una rivolta, in cui il vecchio re trovò la morte. Così, nel marzo 1098, Baldovino diventò signore di Edessa, rifiutandosi categoricamente di “restituire” la città all’Imperatore e fondando il primo stato crociato. Intanto Raimondo di Tolosa e Boemondo di Taranto avevano piegato alla volta di Antiochia, mirando alla sua conquista.

V. 3 – La presa di Antiochia e Gerusalemme

Antiochia è una città dalle forti difese, sia naturali – sorgendo s’un fianco del monte Silpio e con l’altro lato protetto dal corso del fiume Oronte – sia strutturali, con una efficace cinta muraria, ed una cittadella dominante sull’acropoli. Per assalirla occorre muoversi in mezzo a una plaga fangosa, mentre gli assediati possono organizzare sortite continue contro gli accampamenti avversari.

I crociati su questo fronte cominciano a patire sul serio la fame e malattie come la dissenteria, e sono costretti a destinare uomini alle cavalcate a caccia di cibo. Il 23 dicembre una di queste spedizioni di foraggiamento – capitanata da Boemondo e Roberto di Fiandra – cade in un’imboscata, perdendo molti cavalieri e tutto il cibo razziato.

Carestia e malattie si aggravano, tanto da colpire anche alcuni capi dell’armata, che si ritirano verso la costa in cerca di un’aria più salubre; aumentano anche le defezioni.

Intanto giunge la notizia che l’Atabeg(7) di Mossul, Karbuqua, dopo aver assediato inutilmente per tre settimane Edessa, sta dirigendo proprio in soccorso di Antiochia, al comando di un esercito più numeroso di quello crociato.

Non bisogna, però, sottovalutare la fame di conquista dei capi crociati, che non desistono. Boemondo in particolare, potendo contare sulla collaborazione di un armeno a guardia di una delle torri esterne della città (si favoleggiava fossero quattrocento), da lui corrotto, lancia una sfida agli altri capitani dell’armata: Antiochia sarà stata del primo capitano che riuscirà ad entrarvi.

Sempre Boemondo, accusandolo di patteggiare con i Turchi, riesce inoltre ad irritare il comandante bizantino Tatikios (il quale pretendeva la consegna della città al proprio imperatore) al punto da indurlo ad andarsene, con tutte le sue truppe.

All’alba del 3 giugno 1098 parte l’assalto. Alcuni uomini di Boemondo scalano le mura, s’introducono all’interno della città e riescono ad aprire le porte all’armata occidentale. Antiochia è così presa, il suo signore viene ucciso durante la fuga, e solo alcuni superstiti della guarnigione turca riescono a chiudersi nella cittadella sull’acropoli.

Il giorno seguente, arriva l’esercito di Karbuqua, che assedia i crociati all’interno della città. Vi sono ora bandiere turche sia sulla piana davanti alle mura che sulla cittadella; ma i crociati, presi in mezzo, resistono.

Uno dei capi ammalatisi e stanziatisi sulla costa, Stefano di Blois, vedendo in quale situazione disperata si trovano i propri compagni si scoraggia e si ritira, insieme al suo esercito.

Il 9 giugno i Turchi sferrano il loro primo assalto alla città, che viene respinto ma a prezzo di gravi perdite. Lo scoramento fra le file degli occidentali raggiunge il culmine e l’armata comincia a disgregarsi. Semplici poveri che avevano iniziato quel cammino con puro spirito penitenziale, ma anche cavalieri e signori, si calano giù dalle mura con delle funi per fuggire; è in seguito a questo episodio che viene coniato – spregiativamente – il termine “funambolo”.

Ecco, però che, dalla base popolare della Crociata, nel momento più critico si riaccende lo spirito miracolistico ed escatologico dell’impresa. Alcuni poveri al seguito di Raimondo di Saint Gilles cominciano ad avere delle visioni. Un certo Bartolomeo afferma di aver sognato Sant’Andrea, San Pietro e il Cristo stesso, che gli avevano assicurato la vittoria già prima della presa della città.

I capi sono increduli, ma Bartolomeo offre una prova: sostiene che in sogno gli è stato rivelato che in un certo punto sotto il pavimento della cattedrale di San Pietro in città, si trova la Santa Lancia (quella con cui il centurione Longino aprì una ferita nel costato del Cristo crocefisso). Vengono effettuati gli scavi e, a quanto pare, una lancia venne trovata davvero. Rinasce la speranza, sembra chiaro ora che Dio vuole che i crociati si salvino, ma in che modo?

I capi dell’armata inviano un’ambasciata a Karbuqua, offrendogli di convertirsi o, in caso di rifiuto, di affrontare i migliori fra i crociati con un numero limitato di uomini, una scelta determinata dal fatto che a disposizione degli assediati sono rimasti solo un migliaio di cavalli.

Karbuqua rifiuta, desiderando una battaglia vera, in campo aperto. Il 28 giugno allora i due eserciti si dispongono sulla piana dinanzi ad Antiochia e si scontrano.

La superiorità numerica dei musulmani è schiacciante, ma pare che tra essi aleggi la discordia; cronache musulmane riferiscono di un’irritazione degli alleati verso Karbuqua, per la sua arroganza e per il modo (insoddisfacente) con cui aveva condotto l’assedio ad Edessa. In breve, nel bel mezzo della battaglia frange dell’esercito turco si allontanano, gettando presumibilmente lo scompiglio fra le fila dell’Atabeg. I crociati, già esaltati da furore mistico, riportano una clamorosa vittoria e c’è chi giura di aver visto combattere al proprio fianco i santi militari Giorgio, Demetrio e Mercurio.

Il trionfo contro i turchi non scaccia l’epidemia; alla dissenteria si aggiungono il colera e la peste. Di malattia muore Ademaro, capo spirituale della spedizione voluto da Urbano II. Al che i comandanti si riuniscono per scrivere una lettera al papa: che venga lui a fare la sua guerra ed a conquistarsi il suo pezzo di terra. Urbano II non risponde, ma comincia a predicare l’invio di forze nuove ad Antiochia. Tuttavia, nel 1099, il papa muore senza poter apprendere di persona della conquista di Gerusalemme.

Intanto i crociati restano ad Antiochia, i capi divisi dai mai sopiti appetiti di terre. Boemondo rivendica la città in virtù della sfida a cui gli altri baroni hanno aderito, ma a pretenderla è anche Raimondo di Saint Gilles (per sé, o forse, come afferma, per restituirla all’imperatore Alessio); la lite sfiora lo scontro armato. Ma la truppa disapprova, vuol proseguire per Gerusalemme, e Raimondo è costretto a rimettersi in marcia lasciando (con chissà quale rimpianto) Boemondo a signoreggiare su Antiochia.

Il 5 gennaio 1099) viene conquistata la città di Ma’arat. Intanto il cammino dei crociati superstiti viene facilitato da appoggi inaspettati: la zona è infatti divisa fra potentati turchi in lotta fra loro, e alcuni di essi trovano conveniente cooperare con gli occidentali fornendo cibo e cavalli.

La marcia d’avvicinamento alla Città Santa termina ai primi di giugno del 1099 (il 6 di quel mese è conquistata Betlemme).

L’assedio a Gerusalemme è assistito dal “puntuale” arrivo della spedizione navale genovese, lo smantellamento delle cui navi procura il legname per costruire le macchine da guerra che serviranno poi per la conquista della città.

Il 15 luglio, dopo aver ricoperto i fossati attorno alle mura, comincia l’assalto. Sia Goffredo di Buglione che Raimondo di Saint Gilles riescono a scavalcare le mura ed a sciamare all’interno di Gerusalemme, da lati differenti. I soliti visionari giurano di aver visto il resuscitato Ademaro incitarli alla conquista. Dopo tanto viaggiare, faticare e patire, lo spirito escatologico riprende il sopravvento, in città i crociati fanno strage di soldati e civili (anche non musulmani) e nelle cronache poi si compiacciono di riportare, anche esagerando, il bagno di sangue a cui si sono abbandonati, giustificandolo come una “vendetta di Dio”.

Compiuta la fatica della conquista ed il dovere/piacere della strage, si pone il problema del governo della città. Il clero prova ad imporre una teocrazia retta da un legato papale, ma i signori – che guidano la vera forza della crociata – eleggono unitariamente, il 22 giugno 1099, Re di Gerusalemme Goffredo di Buglione (che preferisce farsi definire “Difensore del Santo Sepolcro”), il quale affida la guida del clero e la cura delle anime a Pietro l’Eremita, il frate e predicatore popolare che aveva aizzato alla Crociata gli strati più poveri di Francia in nome di Dio e non del Papa.

Dall’Egitto arriva la notizia che un’armata fatimita è in marcia per riprendersi la città. La cosa, lungi dall’atterrire i conquistatori di Gerusalemme, sembra andare incontro alle visioni profetiche che predissero (dopo la conquista di Gerusalemme) l’arrivo dell’Anticristo e del suo esercito di demoni; ciò avrebbe – secondo le profezie – anticipato il Secondo Avvento di Cristo.

Lo scontro con l’esercito egiziano avviene l’11 agosto 1099 ad Ascalona, e – esaltati come sono – i crociati riescono facilmente a mettere in rotta l’armata nemica.

Lo scontro previsto dalle multiformi profezie, naturalmente, avviene e si svolge fra uomini; dell’Anticristo e Cristo Ritornato non vi fu traccia.

Il mondo e la Storia continuano con le loro divisioni ed ingiustizie. Delusi, decimati ed arricchiti più d’esperienza che altro, la gran parte dei crociati si congeda dalla Terrasanta e se ne torna in occidente, profondamente delusa.

I nuovi regni crociati vengono così lasciati sguarniti di difensori (una peculiarità cronica della breve vita di quegli stati d’oltremare) e la frattura con Bisanzio – seguita allo scisma di neanche cinquanta anni prima – d’ora in poi diviene un solco profondo che dividerà Oriente ed Occidente.

In ogni caso, questa I Crociata rimane nell’immaginario – ed anche nella giurisdizione organizzativa – delle crociate seguenti come il modello di riferimento.

V. 4 – Il movimento crociato nel secolo XII

Dopo la conquista di Gerusalemme, gli uomini che si recarono in Terrasanta furono innanzitutto dei pellegrini, anche quando al voto di pellegrinaggio associarono quello di combattere per qualche tempo in difesa degli stati latini di Palestina. Durante la II e la III Crociata, gli appartenenti agli eserciti provenienti dall’Europa distinsero la missione di pellegrinaggio da quella di Crociata, e gl’interessi materiali del Papa dal loro personale senso religioso ed etico.

La conquista dei diversi capisaldi in Palestina aveva reso certamente più semplice l’afflusso di ulteriori rinforzi ai vari potentati locali, ma erano pochi coloro che, una volta assolto al compito di pregare sul Santo Sepolcro, rimanevano stabilmente a difendere quelle terre. Il movimento di colonizzazione era di scarsa consistenza e, in più, gli occidentali che si erano recati a cercare fortuna in Palestina assunsero ben presto modi di fare e mentalità del luogo, sempre più distanti da quelle dei i crociati venuti a combattere.

Gli stati di Edessa, Antiochia, Gerusalemme e Tripoli erano naturalmente impostati sul modello vassallatico-signorile di per sé fragile, soprattutto in quei luoghi, circondati da stati islamici che si stavano riorganizzando e ad unendo contro il nemico comune: i Franchi (così come venivano chiamati nelle cronache di parte islamica i crociati di Palestina).

Gli eserciti occidentali, oltretutto, confidavano troppo nella forza d’impatto delle cariche della cavalleria, che andava appesantendo via via le proprie corazze, mentre i Turchi erano buoni cavallerizzi e prediligevano manovra e tattica alla mera forza bruta dell’impatto frontale; cosa che, assieme alla maggior facilità di cui godevano gli eserciti turchi ed arabi nel rifornimento, una volta trovata una guida unitaria fornì a questi ultimi un vantaggio decisivo.

La superiorità militare turca si riscontrò già nell’ottobre del 1147, quando (a Dorileo) l’esercito dell’Imperatore Romano-Germanico, Corrado III, incappò in un’imboscata organizzata dai Turchi, i quali, con una finta fuga, attirarono la disordinata cavalleria crociata, isolandola dalle fanterie e massacrandola.

La formazione degli ordini religioso-militari, fu anche una risposta a questa mancanza di disciplina ed alla ritenuta eccessiva irruenza dei cavalieri occidentali. Ospedalieri, Templari e Teutonici adottarono regole di vita monastica e si organizzarono meglio di qualsiasi altra compagine militare d’Occidente. Grazie al loro continuo addestramento, si mostrarono efficienti in battaglia e vennero presto considerati “il fiore della cavalleria occidentale”. Tuttavia il loro numero era inevitabilmente limitato (anche durante il periodo di loro maggiore fame e fortuna, a cavallo dei secoli XII e XIII) e, in più, queste truppe rispondevano unicamente alle loro gerarchie interne, le quali si richiamavano esclusivamente al Papa (almeno sin quando i Gran Maestri non cominciarono a comportarsi con una maggiore indipendenza). Ciò causò difficoltà d’integrazione nel comando ed un nuovo fattore di frammentazione e di lotta politica all’interno del fronte crociato.

Alla cavalleria, in ogni caso, le crociate del XII secolo offrirono grandi possibilità di esprimere i propri valori. Le imprese memorabili di cavalieri e principi durante la II e la III Crociata entrarono nella produzione letteraria cortese, creando e prolungando il mito dell’Età dell’Oro della Cavalleria.

Durante la II Crociata, Luigi VII, re effettivo dell’Ile de France e nominalmente dell’intera Francia attuale, giunse, assieme alla moglie Eleonora di Aquitania, ad Antiochia – il signore della città è peraltro Raimondo, zio di Eleonora – con l’intento di attaccare Edessa (caduta due anni prima, nel 1144, nelle mani del nuovo Atabeg di Mossul, Zengi). Decise tuttavia di cambiare piani e visitare prima il Santo Sepolcro a Gerusalemme, ove si trovano già Corrado III, sopravvissuto al disastro di Dorileo, e altri reduci da quello stesso scontro.

A Gerusalemme, contro il parere dei signori locali, venne presa la decisione di attaccare Damasco (ove si era asserragliato Zengi) ma davanti a quella città i resti dell’armata crociata incontrarono una disfatta: senz’acqua né cibo e all’approssimarsi di un esercito turco, si disfecero e i vari contingenti ripresero la via d’Europa. Per di più una flotta bizantina attaccò le navi francesi di ritorno e ne catturò alcune, facendo prigioniera proprio Eleonora di Aquitania – che nel frattempo aveva divorziato da Luigi e si era unita in seconde nozze col vassallo Enrico II, duca di Normandia e futuro Re d’Inghilterra, portandogli in dote il ricco ducato d’Aquitania (fatto foriero di scontri in seguito fra le due monarchie).

Questi avvenimenti portarono ad uno scoramento e ad un affievolimento dello spirito di crociata, al contrario il Jihad che Zengi aveva iniziato a propagandare senza troppo successo, ora beneficiò di un nuovo slancio trovando una guida di prima grandezza sin dal 1174, con il generale d’origine curda Salah el-Din, che si guadagnerà fame durevole fra i latini col nome di “Saladino”.

Egli compì un passo importante nella propaganda del Jihad, affermando che la Palestina è patrimonio dell’Islam e Gerusalemme suo luogo sacro. Con Saladino, Jihad e Crociata coincidono anche sul piano teorico.

Salah el-Din, riuscì dove i suoi predecessori avevano fallito: s’impadronì dell’Egitto scacciandone i fatimiti e in seguito conquistò Damasco (1174) ed Aleppo (1183), riunendo così gli stati musulmani della regione sotto il proprio comando.

Gerusalemme tuttavia resistette, difesa efficacemente dal suo re, Baldovino IV il Lebbroso, nonostante la scarsità di uomini, con l’aiuto anche dell’Ordine di S. Lazzaro composto da cavalieri lebbrosi come il signore della Città Santa. Nel 1185, con la morte di Baldovino, la contesa per la successione infuriò fra i vari signori cattolici della zona, dividendo ulteriormente le forze dei cristiani.

Il Saladino ne approfittò per tornare all’attacco. Lo affrontò uno dei pretendenti al trono di Gerusalemme, Guido di Lusingano, aiutato e (mal) consigliato dai Templari guidati dal loro Maestro, Gerardo di Richefort.

Lo scontro decisivo, al quale parteciparono anche Ospedalieri e Teutonici, si svolse nella località passata alla storia col nome di Corni di Hittin (1187), un luogo scelto per i campi pianeggianti che promettevano un buon terreno di manovra per la cavalleria.

Il Saladino, sapendo che quel luogo è lontano da ogni punto d’approvvigionamento d’acqua, fece incendiare i campi attorno alle posizioni su cui si sono attestati i crociati, esponendo questi ultimi e i loro cavalli al caldo e alla sete. La battaglia si risolse in un (lento) massacro, i crociati che non morirono sul campo vennero fatti prigionieri, e gli Ospedalieri ed i Templari catturati furono trucidati.

Eliminata la maggior forza avversaria in campo, Salah el-Din ebbe buon gioco nell’espugnare le fortezze crociate in Samaria ed in Galilea, e nel conquistare Ascalona e l’intera zona costiera ad eccezione di Tiro. Stretta in una morsa, Gerusalemme cadde nelle sue mani il 2 ottobre 1187.

Dopo la presa della città, le chiese latine (ma non quella del Santo Sepolcro e le chiese di rito orientale) vennero trasformate in moschee e le croci fatte rimuovere.

La notizia della disastrosa sconfitta di Hittin e della capitolazione di Gerusalemme – così come della gran parte del territorio in Palestina – genera grande impressione in Occidente, dove si comincia subito a predicare una nuova Crociata, la terza.

Questa volta, pare, all’appello risposero più i re ed i signori che gli strati popolari, se si eccettuano contingenti detti “dei frisoni” e “dei danesi” non guidati da nobili di alto lignaggio. Il maggior numero di crociati li misero insieme i re di Francia, Inghilterra e l’Imperatore di Germania, Federico Hohenstaufen, detto il Barbarossa, che riuscì a mobilitare all’incirca 15.000 uomini di cui 3.000 cavalieri. Filippo Augusto, Re di Francia pagò personalmente per imbarcare su navi genovesi 650 cavalieri e 1300 scudieri; imprecisate furono invece le cifre sul contingente inglese al seguito di Riccardo Cuor di Leone, che si ritiene sia stato superiore agli appena 2.000 uomini messi in campo dai francesi. Quindi, la cifra totale dei crociati partiti dall’Occidente non doveva superare di troppo le 20.000 unità, di cui 5.000 o forse meno i cavalieri.

Federico Barbarossa era settantenne alla data della sua partenza per la Terrasanta (27 marzo 1187) ed era animato dalla sua politica imperiale (che guardava a Carlo Magno ed all’Impero Bizantino), oltre che dal mito escatologico tutto germanico detto de “L’Ultimo Imperatore” (per cui l’avvento del Cristo e l’Ultima battaglia avrebbero dovuto essere preceduti dalla liberazione di Gerusalemme per mano di un imperatore tedesco).

Federico guidò il suo contingente ben organizzato per l’Ungheria ed i Balcani, ma il successivo passaggio per Costantinopoli rappresentava un problema giacché gli imperatori bizantini preferivano venire a patti con il Saladino anziché aiutare gli eserciti crociati. Minacciando di prendere d’assalto la città, Federico ottenne dall’imperatore orientale Isacco il permesso di transito lungo lo stretto dei Dardanelli, ma senza poter far scorta di viveri ed acqua.

Giunto in Anatolia il Barbarossa si diresse a Iconium, città in mano ai Turchi, espugnandola e procedendo poi verso la Cilicia ove però, nel tentativo di attraversare a nuoto un fiume, il vecchio imperatore morì (10 giungo 1190). La sua armata a quel punto si disgregò, alcuni rinunciarono e tornarono indietro, altri vagarono per l’Anatolia senza meta, e solo una parte di questi decise di continuare verso la Palestina sotto la guida di Federico di Slavonia.

I resti dell’esercito tedesco arrivarono ad Acri, ove si unirono all’avanguardia francese di Enrico di Champagne ed alle truppe portate dal Normanno Guglielmo di Sicilia. Tutti insieme, questi contingenti, cinsero d’assedio la città, rinforzati dal rimanente delle truppe che continuarono ad arrivare dal marzo 1189 al luglio 1190, anche se ancora mancavano – e erano attesi – Filippo Augusto con i suoi appena 2000 Francesi e Riccardo Cuor di Leone con i suoi più di 2000 Inglesi.

Filippo e Riccardo, relativamente vicini d’età (25 anni per il sovrano francese e 33 per quello inglese), erano in stretti rapporti – oltre ad essere il secondo vassallo (teorico) del primo, a Riccardo è stata promessa in sposa la sorella del Re di Francia, Elisa – e si coordinarono, dandosi appuntamento a Messina prima di dirigersi insieme alla volta della Terrasanta.

I due avevano messo insieme i loro contingenti anche attraverso una tassa imposta ai propri sudditi, la cosiddetta Decima Saladina, indice del raggiunto grado di controllo delle due monarchie sui rispettivi domini.

La figura che risaltava per abilità militare e temperamento cavalleresco era sicuramente Riccardo, il quale, stanco di attendere le sue navi che dall’Inghilterra avrebbero dovuto passare a prenderlo (ma “distrattesi” con la partecipazione alla presa di Lisbona) si recò da Marsiglia a Messina marciando lungo l’Italia. Durante il passaggio italiano mostrò il suo temperamento indipendente e tracotante, tanto che il papa Clemente III – con il quale era in atto un conflitto – lo paragonò all’Anticristo. Nonostante l’epiteto papale, il sovrano inglese continuò la propria discesa della penisola indisturbato.

Raggiunti i territori dei suoi lontani parenti – i Normanni d’Italia – e fatto un ingresso – trionfale – nella città dello stretto, il sovrano inglese venne a sapere che sua sorella Giovanna, vedova del re Guglielmo, veniva tenuta prigioniera da Tancredi di Lecce (che si era impadronito del trono). Prontamente gli diede battaglia costringendolo a restituirgli la prigioniera ed a versargli un risarcimento in oro, una parte del quale consegnò a Filippo Augusto, in virtù dell’accordo in precedenza preso di spartirsi i bottini fatti nell’impresa.

Riccardo ripartì poi alla volta dell’isola bizantina di Cipro di cui s’impadronì facendone una base per le future operazioni dei crociati, e aumentando nel contempo il suo considerevole tesoro personale.

L’8 giugno del 1191 il contingente giunse ad Acri, città ancora assediata da quei soldati che l’avevano preceduto, e che a loro volta erano adesso incalzati da un esercito guidato dal Saladino. L’arrivo della flotta anglo-francese – che aveva il predominio sul mare – rianimò i crociati e indusse i difensori della città ad arrendersi, il 13 di luglio.

Dopo la presa di Acri, Filippo Augusto, ricevette la notizia di un territorio vacante nelle (ricche) Fiandre il cui signore era deceduto(8), e rientrò in patria pronto ad impadronirsene, ma lasciò i suoi uomini sul posto al comando di Guido di Borgogna, cedendo a Riccardo il comando unico della Crociata.

Il re inglese, però, dovette vedersela con dispute interne e fare da mediatore in una lotta per la successione al trono di Gerusalemme fra Guido di Lusignano (il perdente dei Corni di Hittin) e Corrado di Monferrato. In quell’occasione si ebbe, con l’assassinio di Corrado, la prima manifestazione nella storia delle crociate dell’operato degli hashishiyyn(9), che tanta fama acquisiranno nella letteratura cavalleresca del tempo e successiva.

Alle divisioni interne tra i crociati sopperirono l’abilità militare e la perizia tattica di Riccardo, che riuscì a sconfiggere il Saladino ad Arsuf il 7 settembre 1191, dimostrando per la prima volta che il generale musulmano non era imbattibile come si favoleggiava. In seguito alla vittoria, entro dicembre quasi tutta l’area costiera passò sotto mano crociata, e il sovrano inglese poté cominciare la marcia verso Gerusalemme, arrivando però in vista della città solo nel giugno dell’anno successivo, il 1192.

Intanto, inquietanti notizie gli giunsero dall’Inghilterra: il fratello Giovanni si stava accordando con il re di Francia per spodestarlo. Riccardo si vide così costretto ad abbandonare l’impresa prima di averla portata a compimento.

Allo scopo di porre fine alla contesa per i luoghi sacri, prima di partire propose il matrimonio tra la sorella Giovanna (che dopotutto aveva liberato dal brutale Tancredi) e il fratello del Saladino. Giovanna, però, rifiutò recisamente. Venne comunque fissata una tregua di tre anni, tre mesi e tre giorni (3 settembre 1192), e riconosciuto agli occidentali il possesso di tutta la zona costiera da Tiro a Giaffa, col diritto per tutti i pellegrini inermi di entrare in Gerusalemme e visitare liberamente il Santo Sepolcro.

Nonostante l’accordo, Riccardo considerò incompiuta la sua opera, e si rifiutò di andare a visitare la tomba di Cristo e sciogliersi così dal voto penitenziale, meditando invece di promuovere in seguito una nuova spedizione e tornare per fronteggiare il suo rivale Salah el-Din.

Anche questi piani del Cuor di Leone, però, andarono in fumo. Passando per le terre del duca Leopoldo d’Austria, infatti, venne fatto prigioniero – nonostante la protezione accordata dalla legislazione papale a tutti i crociati – e tenuto in cattività, anche perché a tal fine il duca austriaco era stato pagato da Filippo Augusto e da Giovanni, fratello di Riccardo. Sarà sua madre Eleonora a pagare i 100.000 marchi per il riscatto.

La figura di quest’ultima assunse anche il ruolo, fra il subordinato, il salvifico e quello di “prezioso premio da conquistare o elargire in dono”, della tipica donna (“tipica” almeno come dama d’alto lignaggio) della letteratura cavalleresca. Le vicende di Riccardo Cuor di Leone entrarono infatti di diritto nel novero delle leggende cavalleresche e vi si riscontrano molti elementi ripresi dai compositori di corte. Il destino ultimo del Re inglese andò a coincidere con un altro topos letterario: tornato infine in patria e rappacificatosi col fratello Giovanni (che durante la sua assenza era riuscito a perdere quasi tutti i possedimenti del casato in Francia) si diede a guerreggiare contro il suo rivale ed ex compagno di avventura, Filippo Augusto; ma, il 6 aprile 1199, il grande condottiero che era riuscito a sconfiggere sul campo di battaglia perfino l’imbattibile Saladino, venne ucciso – durante l’assedio al castello di Chalus – da una singola freccia. L’odio dei cavalieri per le armi a getto, sarà mito e realtà sino alla loro fine.

VI. Conclusioni

Al termine del secolo XII, ecco che la cavalleria occidentale ha compiuto i suoi passi decisivi fino alla formazione della cavalleria di rito, del suo mito e del suo corredo di soluzioni tecniche e tattiche. Ciò fu possibile grazie a nuovi protagonisti della scena politica, i sovrani (universalisti o regionali/nazionali) che riuscirono a coordinare attorno a sé le forze di regioni più estese di quelle di loro stretta appartenenza. Impegnandosi nelle Crociate, i cavalieri incontrarono nuove culture e nuovi modi di combattere a cavallo, e furono costretti per forza di cose a cambiare il proprio stile di combattimento e cercare di darsi ordine e disciplina. Per questo motivo ebbero tanto successo gli ordini religioso-militari che però rifiutavano gli ideali cavallereschi per abbracciare uno stile di vita diviso fra preghiera e guerra.

Fra vittorie e sconfitte, atti di viltà e d’eroismo glorioso, la cavalleria medievale progredì e maturò sino a riuscire nel suo originario intento: divenire una casta chiusa associata all’ordine dei privilegiati laici, la costituenda nobiltà. È, infatti, col passaggio dal XII al XIII secolo che inizia la chiusura nobiliare in cui viene iscritta anche la cavalleria, ai cui ranghi verrà progressivamente negato l’accesso a chiunque non fosse in grado di vantare natali nobili o cavallereschi.

Nel chiuso di quelle insule che erano le corti signorili, separati dal resto della società che li circondava da un solco che andava ben oltre il semplice spessore di mura, i cavalieri vissero il loro secolo d’oro. Ma, nel divenire della Storia, i motivi per cui si erano impegnati, le monarchie per cui avevano combattuto e combatteranno ancora (ricevendo promozione sociale), la società europea stessa (di cui i cavalieri sono solo uno dei tanti frutti), cominciano a evolversi e a maturare i semi dei processi che decreteranno – di li a due/tre secoli – la fine del sogno cavalleresco.


(1) L’universalismo, riferito a Papato ed Impero, è la volontà politico/strategica di affermarsi come unico potere sovrano su tutto l’occidente europeo, e ciò in richiamo ad una ipotetica discendenza ideale o falsificata eredità risalente alla perduta Pars Occidentalis dell’Impero Romano.

(2) Ierocrazia: governo dei sacerdoti.

(3) S’intende qui, un detentore di potere giudiziario e/o militare associato a proprietà terriere di suo possesso.

(4) compendio di diritto romano, compilato nel secolo VI sotto l’imperio di Giustiniano I, che influenzerà grandemente gli studiosi di quel tempo ed anche il dibattito e la lotta politica. La riscoperta del diritto romano andava a tutto vantaggio del principio regale, tramandando l’idea di un Princeps come unica fonte del diritto e della legge, non per niente le prime università nacquero proprio durante il secolo XI, con insegnamenti di diritto e sotto tutela di re ed imperatori.

(5) Escatologia: racconto o filosofia teologica che narra degli stadi finali dell’Umanità e del singolo individuo.

(6) Figlia dell’Imperatore Bizantino Alessio Comneno e sua biografa con l’opera L’Alexiade, importante fonte narrativa per la storia bizantina e non solo per il secolo XI.

(7) Termine turco-selgiuchide che letteralmente significa: “Padre del Signore”, indicando così il tutore di un principe. Nella pratica era questo il titolo dei governatori delle province del sultanato selgiuchide.

(8) Era divenuta, nel frattempo, prerogativa della regalità capetingia, il pretendere l’eredità di quei territori i cui signori decedevano senza lasciare eredi.

(9) Hashishiyyn: setta segreta musulmano-sciita, fondata dal persiano Hasan al-Sabbah nel 1090, organizzata militarmente e con fanatismo religioso e dedita alla pratica degli assassini politici. Hashishiyyn significa letteralmente “Mangiatori di Hashish”, sostanza attraverso la quale il capo della setta – il famigerato Vecchio della Montagna – otteneva una tale e incondizionata obbedienza dai propri adepti da convincerli a gettarsi da una rupe ad un suo ordine (almeno così si favoleggiava). I termini “assassinio” ed “assassino” derivano da questi figuri. L’organizzazione aveva sede in una fortezza posta sul culmine di una montagna nell’attuale Iran nord-orientale, ritenuta inespugnabile fin quando i Mongoli non dimostrarono il contrario. Al massimo della sua forza, la setta annoverò circa 60.000 adepti. Venne sradicata nel 1256 da Hulagu, khan mongolo, che espugnò una ad una le fortezze hashishiyyn sino alla cattura ed all’esecuzione dell’ultimo Vecchio della Montagna Rukn ad-din. Il ramo attivo in Siria sopravvisse sino al 1273, poi non subì la stessa sorte di quello iraniano per opera del sultano egiziano Baibars.