Celti e Letteratura
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I Celti e la Letteratura

A COME ANTICO, M COME MODERNO

“I Tuatha De Danaann arrivarono in Irlanda dal cielo avvolti nella nebbia. Vennero in Eire, esseri brillanti di luce, in nubi di fumo e lampi. Venivano dalle stelle gli Dei d’Irlanda”.

(dal Lebor Gabala – il Libro delle Invasioni)

Stonehenge si trova sulla Salsbury Plain, ondulata distesa verde dall’atmosfera quasi preistorica. L’aria è magnetica e lo sguardo si sposta attorno – non un albero, nulla – e poi ritorna sull’Henge, attratto da quello che è, irresistibile, il centro di tutto: terra e cielo, e le Pietre, il tramite. Sebbene la sua nascita sia antecedente di almeno mille anni, Stonehenge è stato da sempre immaginato come il simbolo della civiltà celtica e del suo mistero. Ci si può perdere all’interno dei cerchi della Danza dei Giganti seguendo il cammino che essi ci indicano, come un dito puntato su un’altra dimensione: il tempo e lo spazio del Fantastico, una specie di anello di Moebius tra passato e futuro, che in ogni epoca ha trovato sfogo in espressioni cupe ed esoteriche o in altre più liberatorie e solari. Non c’è niente che abbia un potere di contaminazione così vasto come l’immaginario umano: quando la ragione mostra il suo limite, esso tende infatti a rifugiarsi in archetipi diversi da quelli reali, al di là dei dati puramente storici e documentati. E in questa prospettiva, Stonehenge rimane celtico e la magia esiste.

Parlare quindi di influenza celtica nell’evolversi di un’espressione artistico-culturale come la letteratura non è probabilmente del tutto esaustivo: c’è da chiedersi cosa effettivamente di questo mix etnico-culturale, raggruppato riduttivamente sotto l’unico nome di “Celti”, abbia ispirato nel tempo il pensiero fantastico collettivo riaffiorando ciclicamente alla luce. Non certo il sistema di vita caratteristico di una civiltà presente dall’VIII secolo a.C., né forse il suo pantheon di divinità vicine, per caratteristiche più o meno evidenti, a quelle di altre mitologie; nemmeno le vicende storiche, assai simili a quelle di svariate popolazioni definite barbariche che inevitabilmente si sono fuse con i loro conquistatori. La risposta, allora, può trovarsi in ciò che caratterizza emotivamente il pensiero celtico: un certo modo perfettamente armonico di concepire l’esistenza e l’universo, arrivato a noi attraverso il filtro emotivo di altre culture che lo hanno assorbito e modificato senza cancellarne l’impronta originaria. Il fascino del mondo celtico è costituito dal mistero di un passato non ancora completamente svelato, dalla peculiarità di una civiltà che affidava la sua storia alla tradizione orale dei bardi; dal potere di una classe magico-sacerdotale che teneva segreto il suo Ogham perché il Sapere non doveva essere patrimonio di tutti ma solo di chi ne era degno.

La civiltà celtica concepisce una visione ciclica dell’esistenza, in cui tutto si alterna periodicamente e nulla scompare per sempre: il buio e la luce, l’inverno e l’estate, la vita e la morte sono elementi inseparabili dell’esistenza umana e quindi in intima comunicazione. In questa visione panteistica, l’uomo è il mondo che lo circonda, e il mondo è l’uomo che lo abita, in una profonda comunione con la Natura e le sue forze benigne o maligne, tutte universalmente temute e venerate come divinità. Questa concezione non è statica ma permeata da un dinamismo istintivo che, come dice J. MARKALE, indica nuove vie in cui chiunque può incamminarsi. Ma c’è un’altra componente da tenere in considerazione, più forte e più oscura: il senso di mistero che ai miti e alle leggende si accompagna. La razionalità non è mai stata sufficiente a soddisfare l’animo umano, che richiede l’andare oltre, in una dimensione in cui le regole del reale possono cambiare e tutto accade e può accadere: dimensione che nella cultura celtica è espressa al meglio, perché racconta il fascino di un mondo in cui la vita è a misura di eroi. Nel suo Il segreto del bosco vecchio, DINO BUZZATI, forse l’unico autore italiano vicino ad una certa sensibilità transalpina, scrive del protagonista giunto a confrontarsi con l’Otherworld, l’altra dimensione: «…finalmente non meschino. Eroe, non già verme, non confuso tra gli altri, più in alto adesso. E solo.»

Il folklore celtico presenta una caratteristica praticamente unica rispetto alle tradizioni europee: la vastità delle tradizioni orali, riguardanti esseri fatati ed eroi, divinità guerriere e mondo sovrannaturale. Tale ricchezza di contenuti è inevitabilmente filtrata attraverso i vari momenti storico-letterari ed ha permesso alle leggende di continuare a vivere: un mito vive nel presente, come un confine fluido tra passato e futuro. O meglio, citando il critico M. NICOSIA, “il mito non si narra intorno al fuoco, il mito si danza intorno al fuoco”.

Nel trattare le prime testimonianze scritte sulla civiltà celtica, sarebbe forse doveroso un cenno a testi quali il De Bello Gallico, opere tuttavia scritte sui vinti dai vincitori, e quindi probabilmente poco obiettive. Già da qui il problema “Celti” ci si svela per quel che è: un’antica cultura non più esistente nella sua forma e modo di vita originari, e le cui testimonianze ci sono pervenute irrimediabilmente contaminate. I Celti stessi furono, infatti, sia conquistatori sia conquistati, e vennero a contatto con civiltà antecedenti e successive. Premettendo quindi che nessuna testimonianza di questa cultura è disponibile nella sua forma originale, rimane in ogni modo preferibile considerare direttamente le trascrizioni arrivate a noi dagli amanuensi medievali: i Quattro Antichi Libri del Galles, due dei quali tradotti nel XIX sec. da LADY CHARLOTTE GUEST con il nome di Mabinogion, e le raccolte di epopee irlandesi, ovvero il Ciclo delle Invasioni, il Ciclo del Ramo Rosso, il Ciclo di Finn ed altre opere minori.

Da questi testi spesso frammentari emerge con forza quello che secondo la definizione di TOLKIEN è il “mondo secondario” di dei, eroi, magia ed esseri fatati in cui è possibile riconoscere gli archetipi che hanno ispirato in maniera più o meno eclatante un certo tipo di letteratura, fantastica e non, fino ai giorni nostri.

Facendo una distinzione abbastanza grossolana, il ramo celtico-gallese si può definire forse maggiormente “heroic”, per le sue divinità guerriere e l’inesauribile miniera di leggende costituita dal ciclo Arturiano, mentre quello celtico- irlandese affianca ai suoi grandi eroi una più vasta popolazione di esseri fatati e magici, spiriti e apparizioni. In entrambi però troviamo dei temi ricorrenti, come: l’eroismo crudo, la malinconia dei sentimenti, l’elemento incantato che irrompe nel reale, la conoscenza arcana patrimonio di druidi e bardi, i tesori magici, il rapporto con il sacrificio.

La prospettiva fondamentale da tenere in considerazione nell’osservare come questi aspetti si possono ritrovare nella letteratura antica e moderna è che nessuno di essi è patrimonio esclusivamente celtico, ma si ritrova in maggiore o minore evidenza presso altre culture e tradizioni. L’idea di una base comune nelle mitologie non è forse così infondata: nell’antichità, i grandi interrogativi della mente umana sono stati probabilmente gli stessi indipendentemente dal contesto in cui sono emersi e quindi, nonostante le inevitabili differenze, le conseguenti risposte sul significato della vita, della morte e degli eventi naturali sono state similari. In tutte le tradizioni, infatti, esistono esseri che possono essere definiti a buon diritto “elfi” o “fate”. Nell’Enzyclopaedie des Marchen si dice che: “Ovunque i mortali si comportano allo stesso modo, ricorrono alle medesime cautele e rispettano tabù analoghi”. Tuttavia, nel loro complesso, e inseriti nel giusto contesto mitologico-culturale, tutti gli aspetti citati contribuiscono a delineare una identità particolare che definisce la “celticità” come tale.

Tra i testi antichi, il più conosciuto se non il più importante è costituito dai Mabinogion, di cui abbiamo traduzioni anche recenti, che costituisce una buona fonte di informazioni sulla mitologia, le saghe e le leggende celtiche. Il Mabinogion di E. WALTON, trascrizione romanzata dei primi quattro rami (o capitoli) originali, fornisce una visione interessante del variegato pantheon celtico, in cui gli dei sono tutt’altro che perfetti e non sono lontani dalle passioni umane: generosi o crudeli, soffrono o gioiscono per le loro azioni su un piano appena sopra a quello dei comuni mortali, ma soprattutto sono vivi e reali. Più che divinità sono semidei eroici, personificazioni delle forze della natura, a cui appartengono senza costituirne il vertice supremo: sopra di loro c’è un’altra Entità, la Dea Madre, invocata solo in casi eccezionali: Modron, figlia di Avallach (Avalon), al cui potere silenzioso tutti devono ubbidire. Avallach è il re dell’Otherworld, il regno degli Aes Sidhe, accessibile ai mortali, ma dal quale il ritorno è molto difficile e sempre oneroso.

La divinità primordiale è quindi femminile, concetto arrivato fino a noi per vie traverse ma comunque affascinante, basti pensare al tema di fondo di un romanzo che ha saputo abilmente sfruttare questo aspetto tipico della spiritualità celtica: Il Codice da Vinci di DAN BROWN.

Le imponenti figure delle divinità più antiche si sono però evolute nel tempo: secondo la tradizione, i Tuatha de Danaan originari (semidei figli della dea Dana), sconfitti dai Milesi (Gaelici) si rifugiarono nelle colline, riducendosi piano piano a divinità dell’acqua e del sottosuolo, gli Aes Sidhe, appunto. In questo ampio panorama religioso-mitologico, gli Aes Sidhe costituiscono l’elemento magico, il variegato popolo fatato che abita il Sidhe, ben diverso dal mondo degli Inferi (Underworld) o Annwn; eppure queste due dimensioni sono in stretta comunicazione e sono state spesso confuse tra loro. L’Eroe, e più tardi il Cavaliere, è il prescelto, colui che troverà, a volte suo malgrado, le Porte d’ingresso tra i due mondi: tumuli, grotte e sorgenti tra le rocce, nella luce magica del crepuscolo, si aprono al fascino del Mondo di Sotto nel senso latino del termine, in cui fascinum significa incantesimo. La “cavità naturale” (specialmente caratterizzata dall’acqua) è spesso un luogo di magia: Nell’Orlando Furioso, i cavalieri ossessionati dalla ricerca di Angelica finiscono nel castello del mago Atlante cadendo in un crepaccio. Nel romanzo La Fonte ai Confini del Mondo di WILLIAM MORRIS (1834-1896), prereffaellita, la Porta è metaforica ed è costituita da una fonte magica che dona l’amore e l’eterna giovinezza. Per arrivarvi, il giovane cavaliere percorre il suo cammino iniziatico, aiutato e amato da varie dame, che rappresentano la conoscenza carnale e spirituale. Al di là dell’ingenua liricità del suo stile, che forse oggi ci farebbe sorridere, Morris ha generato il primo mondo fantastico coerente (aprendo un canale per il romanzo immaginario moderno), la cui ambientazione “medievaleggiante” nasce come reazione alle forzature della società industriale del periodo vittoriano. Anche nel romanzo La figlia del Re degli Elfi di LORD DUNSANY, si parla del passaggio critico tra il mondo umano e quello magico e, più recentemente, lo stesso tema è stato ripreso in La Guerra per Albion di STHEPHEN LAWHEAD, in cui i due protagonisti si trovano sbalzati dalla moderna Scozia all’antica terra gaelica dei loro avi. Nel Ciclo dei Mythago di ROBERT HOLDSTOCK, ricco di riferimenti celtici, è un intero bosco ad essere incantato. I Mythago, creature-archetipo materializzate da vecchie storie, miti e ballate, rappresentano l’antico mondo perduto, il passato dimenticato che prende vita combinandosi con le capacità fantastiche della mente umana.

Gli Aes Sidhe comprendono una numerosa varietà di creature riprese da diversi scrittori: JAMES STEPHENS, autore dal forte spirito tradizionalista irlandese, mette i Leprechaun nella sua novella The crock of gold, in cui le leggende tradizionali celtiche si mescolano a realismo e fantastico con una buona dose di umorismo. RUYARD KIPLING scrive Puck of Puck’s hill (1906) una raccolta di racconti in cui il celebre folletto (parente stretto del Phooka irlandese e del Pwca gallese) è un’entità benevola che narra ai bambini le straordinarie avventure degli Spiriti delle Colline. Nella tradizione irlandese e gallese più genuina tuttavia, il Piccolo Popolo raramente è benigno con gli uomini. Le fate/streghe (Glaistig, Nixie, Leanan-Sidhe) nascondono spesso appetiti di vampiro; Goblin, Coboldi e Pixie amano i dispetti crudeli e le promesse ingannevoli; le creature dell’acqua (Bean-Nighe, Bean-Fhionn, Selkie, Urisk, Mermaid, Kelpie, Tylwyth Teg) attirano gli incauti nelle loro liquide dimore o sono presagio di sventure. A differenza della Corte Contenta (tutto sommato non pericolosa), che appare al crepuscolo, la Corte degli Scontenti (decisamente malvagia) vola di notte in cerca di prede. Nel suo Goblin Market, CHRISTINA G. ROSSETTI, altra autrice preraffaellita, consiglia:

“Non si devono guardare i goblin,
e neppure comprare i loro frutti;
chissà su che suolo hanno nutrito
le radici assetate e affamate.”

Sicuramente più inquietante, al limite dell’horror, è il racconto di ARTHUR MACHEN, The White People: qui la Porta è un pozzo appartato tra i fiori del giardino, ma le pallide creature, (il Tylwyth Teg celtico) che ne escono danzando sembrano provenire direttamente dai regni infernali.

Fate, folletti e creature magiche compaiono già in SHAKESPEARE: nel Midsummer Nights il mito diviene parte vitale della storia, in cui le fate e gli elfi (Puck) del folklore inglese assumono una veste più leziosa e classicheggiante, in The Tempest troviamo Ariel, mentre nel Juliet and Romeo Mercuzio declama la corsa notturna di Mab, regina delle fate, a disturbare il sonno degli uomini e delle fanciulle con il suo carico di sogni dispettosi.

Più cupo il richiamo celtico del Macbeth, in cui le streghe (o fate?) rivelano il futuro attorno al Calderone, e la foresta marcia silenziosamente verso il castello con il suo nucleo nascosto di uomini e armi; retaggio questo del Mabinogia in cui si racconta la battaglia di Achren (o Godeu, secondo il bardo Taliesin) in cui Gwydyon, nipote di Math, vince le truppe dell’Annwn trasformando i suoi guerrieri in alberi. La storia del King Lear, sebbene sia comune a più culture e non tratti di fate, si richiama ad un leggendario re di Britannia e contiene un passo interessante:

“Childe Roland to the Dark Tower came,
His word was so still – Fie, foh, and fom,
I smell the blood of a British man.”

-William Shakespeare King Lear Act III, Scene 4, 187-189.

Da questi pochi versi, eredità di un’antica ballad, nascerà la poesia fanta-gothic di ROBERT BROWNING, Childe Roland to the Dark Tower came, che a sua volta, un secolo dopo, sarà la fonte d’ispirazione per Stephen King e la sua saga fantasy della Torre Nera.

Il volo della regina delle fate raggiunge anche il The Faerie Queen di Edmund Spenser (1552-1599) e il Queen Mab di PERCY B. SHELLEY, (1792-1822), opere allegoriche in cui il fantastico diviene spirito nazionalistico nel primo e ricerca di un mondo a misura d’uomo nel secondo. Ma altre figure incantate, ben più inquietanti dei personaggi presenti nei graziosi ninfali shakesperiani e post-shakesperiani, si sono manifestate nel panorama letterario: la fata celtica per eccellenza è Morgana, il simbolo femminile magico dai colori oscuri e dalle origini complesse, presente in questa cultura fin dagli albori delle sue tradizioni mitologiche. Morgana, la Signora di Avalon, (derivata forse dalla più antica Morrigan, dea irlandese delle battaglie, o da Muirghen, sirena di Ys del ciclo bretone, o ancora Modron, la Dea Madre delle acque), compare per la prima volta nella Vita Merlini di J. DI MONMOUTH, e viene ripresa da CHRETIEN DE TROYES e poi da THOMAS MALORY. In Sir Gawain and the Green Knight, racconto di un autore anonimo dell’XI secolo, è l’artefice di tutta la storia, che si rivela un’illusione; e nell’Orlando Innamorato fugge come una fatata Angelica inseguita da uno dei tanti cavalieri che si aggirano nella foresta. Riappare in una moltitudine di opere minori, poi con ALFRED TENNYSON, fino al racconto Mari Vorgan di ROPARTZ HEMON (1900 – 1979), in cui risulta dominante l’aspetto di maligna divinità delle acque. Infine, è la protagonista indiscussa del romanzo Le nebbie di Avalon di MARION ZIMMER BRADLEY, in cui rappresenta l’immagine della sacerdotessa pagana, nella visione tutta al femminile in cui l’autrice propone la saga arturiana. Se nelle opere della Bradley la sua figura si colloca al di là del bene e forse vicina al male, in altre narrazioni moderne Morgana diventa difensore dei buoni, come in The Last Defender of Camelot di ROGER ZELAZNY.

Meno famosa ma altrettanto antica la figura di Melusine, presente soprattutto nelle tradizioni del Galles e delle Low Countries. Su questa fata dell’acqua, metà donna metà serpente, abbiamo Die neue Melusine di GOETHE, la storia narrata da sir WALTER SCOTT in Minstrelsy of the Scottish Border (1802-1803), ed un racconto, Le Melusine, dell’italiano DINO BUZZATI.

Sir Walter Scott (1771-1831) mostra un’impronta se vogliamo più “storica”: autore di un interessante saggio, On the Supernatural in Fictitious Composition (1827), Scott è scozzese, e la Scozia ha potuto conservare le sue tradizioni celtiche più a lungo rispetto al resto dell’Inghilterra grazie alla sua posizione geografica. The Lay Of the Last Minstrel è il suo poemetto più famoso, e contiene riferimenti marcati alla tradizione antica: magie e libri di incantesimi, ombre, demoni e negromanti. Praticamente contemporaneo a Scott è ROBERT BURNS (1759-1796), definito l’Ultimo Bardo per le sue composizioni scritte sulle arie di antiche ballate scozzesi, ricche di apparizioni sovrannaturali legate nella tradizione a luoghi realmente esistenti: in Tam O’Shanter, il protagonista si avventura di notte ad Auld Kirk, dove vede maghi e streghe ballare, e si salva con una magica fuga a cavallo attraverso il Brig O’Doon (ponte sul Doon).

Ma certe “arcane presenze” si ritrovano anche in pubblicazioni molto recenti: una strana aria, pesante e morbosa, si respira in Taltos di ANNE RICE, dove il Piccolo Popolo è degenerato in omuncoli feroci e animaleschi in lotta con quelli che una volta erano gli Antichi Dei, bruciati sui roghi della Nuova Religione.

Immerso in questo contesto oscillante tra realtà e magia sta la figura dell’Eroe celtico, inizialmente divinità della natura e poi maggiormente umanizzato, ma sempre in rapporto e in conflitto con l’elemento soprannaturale. Dotato di capacità sovrumane, è presente sia nella matrice irlandese, attraverso la saga di Cuchulainn, che in quella gallese-bretone: le vicende di Artù e dei suoi compagni, i futuri Cavalieri della Tavola rotonda vengono narrate in almeno cinque degli undici rami dei Mabinogion. Artù diventa protagonista o comprimario di narrazioni gallesi intorno al 600 d.C.; in un poema del ciclo Gododdin attribuito al bardo Aneiryn viene descritto come guerriero invincibile al pari di Cuchullain. In questa fase la storia di King Arthur e dei suoi Compagni non è ancora filtrata dalla cultura cristiano-normanna che la trasformerà nel successivo romanzo cavalleresco. L’eroe celtico non è cortese, è un guerriero e non un cavaliere, combatte solo contro il mondo e intona canti magici alla stregua dei bardi per vincere il nemico, umano o divino che sia. Apprezza le gioie concrete, ha un legame forte e malinconico con la sua terra e non teme la morte, anticamera di una nuova rinascita. Anche l’amore rientra in questa ottica: ricco di erotismo latente anch’esso è tragico e porta spesso ad una fine violenta, come testimonia il poema Canto di Fothad Airghech, IX secolo, intitolato da GEORGES DOTTIN L’Appuntamento dopo la Morte:

Silenzio, donna, non parlarmi
Il mio pensiero non è con te.
Il mio pensiero è rivolto alla battaglia di Feic.
Il mio corpo insanguinato giace
Sul pendio delle due rive.
(…)
Il nostro appuntamento
Io l’ho mantenuto nella morte.
Non sono il solo, nell’ardore del desiderio
ad essermi smarrito per ritrovare una donna.
(…)
Con la sua lancia omicida la Morrigane è venuta.
…Numerose sono le spoglie che lava.
(…)
Và, non restare qui…al mattino mi separerò dal mio corpo
E seguirò la schiera dei guerrieri.
(…)

Il Conan di ROBERT ERWIN HOWARD è un fedele successore del guerriero celtico per il suo furor combattivo, l’astuzia e il mondo magico in cui si muove, ma manca di quei tratti malinconici caratteristici delle antiche saghe in cui l’eroe soffre e si sacrifica, muore nell’attesa di rinascere. MORGAN LLEWELLYN ne I Guerrieri del Ramo Rosso narra le gesta di Cuchullain, combattente semidivino che incarna perfettamente l’archetipo eroico e, con la Saga di Finn Mc Cool racconta la storia dell’eroe fondatore del Fianna, l’esercito irlandese, simile per molti versi ad Artù e ai suoi cavalieri.

Il sacrificio è un tema costante della mitologia celtica, individuabile nella figura del Re che viene ciclicamente immolato alla terra, nei riti stagionali di Samain e di Belthane, nel Guerriero che invoca prima della battaglia il ” giusto cammino” verso la morte, per assicurarsi il favore degli dei e la memoria degli uomini. La vera morte non è la perdita della vita, ma del ricordo delle proprie gesta nelle generazioni future, nei canti dei bardi e nel rimpianto dei propri compagni. Un esempio caratteristico è Sir Gawain and the Green Knight, scritto in epoca medievale dopo la commistione folklore – spiritualità cristiana, tradotto e commentato da Tolkien: Gowain, compagno di Artù, si offre a salvaguardia dell’onore del suo re affrontando un viaggio pieno di tranelli per combattere l’invulnerabile Cavaliere Verde.

La problematica concettuale del sacrificio ritorna con importanza particolare nei Romantici, come WILLIAM WORDSWORTH (1770-1850) e JOHN KEATS (1795-1821), che ripetono l’errore di attribuire le pietre di Stonehenge ai druidi e all’aspetto sacrificale del mito: il primo, nel poemetto An Evening Walk, sembra rifiutare la crudezza della pratica sacrificale rivestendola di sentimentalismo, mentre il secondo, nell’Ode on a Grecian Urne, la accetta, rintracciandone il significato originario. Il sacrificio prende spesso la forma dell’offerta agli dei o alle forze della natura: armi e oggetti simbolici gettati nelle acque di fontane, laghi e sorgenti è tema ricorrente e legato agli antichi riti funerari perduti, ed Excalibur ne è il caso più famoso. La magica Spada di Nuada (da cui è probabilmente derivata la leggenda attorno a quella di Artù) è uno dei quattro grandi tesori del Galles, assieme alla Lancia di Lugh, alla Pietra di Fail, e al Calderone di Dagda (è probabile inoltre che da questo antico simbolo magico-religioso di Sacra Coppa sia derivato il Graal arturiano, punto d’origine di un’altra ricca e complessa ramificazione letteraria tuttora viva e attuale.)

Il Ciclo di Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, i cui personaggi sono presenti in almeno cinque degli undici rami del Mabinogion, è forse il tema che più ha influenzato la letteratura fino all’età moderna, attraverso le sue molteplici rielaborazioni. La produzione narrativa associabile all’eroe di Camelot è immensa, sia che tratti direttamente la storia di Artù, sia che ne riprenda i temi fondamentali attraverso le chanson de geste e la letteratura cortese. Si possono citare: Vita Merlini di J. Di Monmouth, The Vulgate Cycle, Sir Gawain and the Green Knight, le opere di ROBERT DE BORON, C. de Troyes, Le Morte d’Arthur di Malory, Idylls of the King di Tennyson, arrivando alla narrativa contemporanea come la “trilogia di Merlino” di MARY STEWART, Le Nebbie di Avalon della Bradley, Black Horses for the King di ANNE MCCAFFREY, Camelot di ISAAC ASIMOV, The Acts of King Arthur and his Noble Knights di JOHN STEINBECK; limitandosi solo un’infinitesima parte. Più recenti, Excalibur di BERNARD CORNWELL, conforme alla tendenza più moderna di narrare il mito in forma realistica e Le Cronache di Camelot di JACK WHYTE, un interessante mix di pseudo-storia e leggenda…

Sempre dall’epopea arturiana emerge con forza la figura arcana del druido: il nome deriva probabilmente da drys-wid, vale a dire “colui che conosce la quercia”, e viene riferito ad una vera e propria casta di sapienti, uomini e donne, che ricoprivano numerosi ruoli e detenevano un potere spirituale universalmente riconosciuto. Il druido consiglia il re come intermediario presso gli dei, amministra la giustizia, insegna il sapere, è veggente e guaritore, conosce l’arte della musica e della poesia. Esercita il suo potere spirituale in luoghi sacri generalmente non edificati da mano umana, come cumuli di pietre, sorgenti, alberi sacri, che costituiscono il Nemeton, il tempio. La figura del druido oltre ad essere abbondantemente ripresa nella fantasy vera e propria, si ritrova in diversi romanzi storico-mitologici come Il Potere dei Druidi di M. Llewelling, e La Spada del Druido di MAURO RACCASI. Quest’ultimo e Il Regno di Conan costituiscono i primi due episodi della trilogia Il Romanzo dei Celti dello scrittore parmigiano.

Un altro caso è Il Passo di Merlino di JEAN LOUIS FETJAINE, un interessante esempio di narrazione storica e fantasy classico volto a narrare le origini di Merlino il Druido in una veste nuova e più verosimile. Questa figura magico-sacerdotale viene ripresa anche nei romanzi fantasy di Terry Brooks, per lo meno per quanto riguarda la concezione dell’apprendimento esteso senza discriminazioni a tutti coloro che ne mostrano le capacità.

Il druido, in epoca cristiana, diventa Mago con una connotazione sia positiva che negativa, e Merlino ne costituisce l’esempio emblematico: tutore e consigliere di Artù secondo la leggenda, era, stando alle testimonianze a noi pervenute, un bardo gallese noto per le sue profezie; nell’immaginario fantastico, però, Merlino rimane l’archetipo più eclatante dell’Incantatore Sapiente, capace di utilizzare le forze arcane per il bene comune. La figura del mago è praticamente immancabile nel racconto fantastico, che sia alleato prezioso o nemico implacabile dell’eroe/protagonista: i maghi e le maghe abbondano anche nella letteratura italiana del ‘500, basti pensare all’Orlando Furioso e alla Gerusalemme liberata.

La figura del druido è intimamente legata a quella del bardo. JAMES MACPHERSON (1736-1796) è l’autore dei Canti di Ossian e Fingall, ormai considerato uno dei più celebri “falsi della storia”, o meglio un insieme di poemi attribuiti al leggendario bardo(Ossian/Oisin) e principe scozzese, ma in realtà composti dall’autore, mediante la rielaborazione di antichi canti popolari: il risultato è però una grandiosa visione di un immaginario medioevo celtico profondamente suggestivo, che nel Romanticismo troverà il substrato più adatto a recepirlo. Il bardo è il depositario del primo livello di conoscenza e detiene un’arte magica e potente: attraverso la musica può esercitare incantesimi, inducendo al riso, al pianto o al sonno chi lo ascolta. Già nei Mabinogion, si osserva come l’eroe abbia spesso anche l’attributo di bardo e incantatore, elemento che dimostra come questi aspetti nel folklore celtico siano intimamente legati. In questa fase letteraria, la figura dell’eroe è prettamente maschile, anche se una delle opere più conosciute di WILLIAM BUTLER YEATS (1865-1939) è Deirdre, (in gaelico “Dolore”) in cui la cui presenza ardita e tragica del mito diviene il simbolo della libera scelta del proprio destino. Deirdre, la donna più bella di Erin (Irlanda), è l’eroina che si sacrifica di fronte all’egoismo del potere.

Autore di tre raccolte sul folklore tese a far rivivere l’antica spiritualità celtica, Yeats è stato uno dei maggiori esponenti del Celtic Revival, movimento letterario collegato all’associazione esoterica “Golden Down” che riunì autori particolarmente importanti per l’evoluzione moderna della letteratura fantastica: tra gli altri, l’irlandese lord Dunsany e il gallese ARTHUR MACHEN, ispiratori a loro volta di talenti quali HOWARD P. LOVERCRAFT, CLARK A. SMITH, Robert E. Howard.

Volendo tracciare un confine forse artificiale e arbitrario, possiamo dire che a questo punto la narrazione fantastica inizia ad assumere confini maggiormente netti e precisi, svincolandosi definitivamente dagli ambiti più classici: nasce un genere nuovo, il Fantasy.

F COME FANTASY

“…Non c’è paradiso nelle terre in cui noi cavalchiamo
Veloci al di là del pensiero in ogni vostra casa,
con le divinità dei padri e i figli di Finn,
con le regine delle antiche fiabe
ed i re che tutto vinsero tutto con un’unica spada
(…) Non muovetevi dai vostri giacigli
Per chiamare il mio nome. Io non entrerò.
Perché me ne sono andata nel paese delle fate
(…) Me ne sono andata verso gli spazi aperti,
dove nessuno potrà mai cavalcare;
Ma io guarderò sopra tutti voi
non più in paradiso, né all’inferno, né in terra.”

(da The Fairychild – Lord Dunsany)

Le definizioni di cosa sia il Fantasy sono molteplici e discordanti, come diverso e complesso è il modo in cui questo genere viene percepito, specialmente nell’attuale panorama letterario in cui si assiste ad una notevole contaminazione tra le varie classificazioni. Alcuni elementi fondamentali tuttavia restano comuni, come ad esempio (in varia misura) la magia collegata alle forze della natura, i valori come saggezza- superstizione- destino associati all’eroe, l’ambientazione in mondi simil-medievali o comunque immaginari, e l’eterna lotta Bene-Male. Nel Fantasy infatti, il lettore deve essere preso e trasportato in ciò che per lord Dunsany erano le Terre Interiori, e che Tolkien chiamava Mondo Secondario, la terra di Feerie, insomma. La Faeryland del folclore originario, celtico e non, è il prototipo del Regno del Doppio, in cui accanto al meraviglioso c’è qualcosa di terribilmente sbagliato: ai più grandi splendori corrispondono orrori in un susseguirsi di vertici e abissi, donne meravigliose e creature mostruose, doni preziosi e crudeli riscatti. È comunque evidente come questo genere fantastico sia influenzato anche dal patrimonio folkloristico celtico, del quale riprende i temi dominanti.

La moderna fantasy raggiunge la vera notorietà con JOHN R.R TOLKIEN: profondo conoscitore di miti norreni ma anche celti, Tolkien pone l’accento sul valore consolatorio del fantastico, necessario alla mente umana per sottrarsi ai vincoli ristretti e oppressivi della vita reale. Nessun genere letterario nasce per merito di un solo autore, ma in questo caso si può affermare che dal Signore degli Anelli in poi il Fantasy acquista una veste moderna, raggiunge il suo pieno sviluppo, e prolifera in sempre nuove ramificazioni. I critici sono animatamente discordi sulle caratteristiche celtiche di questo autore: sicuramente Tolkien stesso ha più volte negato un’ispirazione derivante dalle “celtic things” nelle sue creazioni letterarie (ma c’è da domandarsi perché abbia sentito il bisogno di affermarlo), paragonandone la mitologia ad un mosaico dai colori troppo forti e confusi, mentre il mondo delle saghe nordiche è chiaramente l’anima ispiratrice di tutte le sue opere. È pure vero che queste due sfere etnico-culturali probabilmente si sono contaminate a vicenda, e c’è anche chi si chiede se il Professore di Oxford non abbia subito tale influenza suo malgrado, una specie di imprinting serpeggiante in profondità, ma ugualmente presente. Il dipartimento di storia medievale dell’Università di Cardiff (Galles) ha presentato nel corso del suo congresso annuale alcuni interessanti articoli a riguardo. In ogni caso, se Tolkien sia stato o meno un autore d’ispirazione in parte celtica è una questione ancora aperta, e probabilmente resterà tale.

Nell’ambito della letteratura fantasy, moderna e contemporanea, una presenza “puramente celtica” non è comunque estesa come si potrebbe pensare: l’impressione generale è di un’influenza più propriamente “nordica”, includendo in questo termine un misto di folklore celto-norreno-finnico, assorbito, filtrato ed elaborato in modo personale dai diversi autori. Può essere comunque interessante constatare come i vari autori abbiano rielaborato alcuni aspetti presenti nel folklore celtico, ad esempio il senso del magico, la divinizzazione della natura e il tema del viaggio, costruendovi attorno personaggi e mondi immaginari coerenti. Nel panorama letterario fantasy tuttavia, la contaminazione accennata in precedenza è forse ancora più marcata, perché spesso è ricercata dallo stesso autore: si possono tranquillamente mescolare rune e ambientazione celtica, streghe nordiche druidi irlandesi e mitologia classica, perché nella creazione di un mondo fantasy tutto è concesso a patto che il risultato finale sia coerente e verosimile. Esistono ambientazioni narrative in cui è il mondo immaginario nel suo complesso ad essere incantato, oppure si pone l’accento sulla magia degli Elementi (come nella Trilogia di Coldfire di CELIA S. FRIEDMANN), associabili nella tradizione più antica ai quattro Tesori portati dai Tuatha Dè Danaan: Aria (la Lancia), Terra (la Pietra), Acqua (il Calderone), Fuoco (la Spada). Nella maggior parte dei romanzi fantasy troviamo immagini di armi potentissime e quasi senzienti: nella saga la Spada della Verità di TERRY GOODKIND, l’arma del Cercatore tenta di dominarne la volontà con la sua magia di morte; come nel Lupo Bianco di DAVID GEMMELL, la lama incantata del protagonista, eroe maledetto in cerca di riscatto, è la Spada del giorno e della Notte. Comunque sia, ad ogni grande arma è associato un Eroe: nella Saga del Drenai ancora di Gemmell, la figura di Druss, con la sua ascia dai molteplici nomi, ricorda molto il guerriero celtico che affronta la morte pensando alla malinconia della vita.

All’interno di questo panorama piuttosto vario e sfaccettato troviamo alcuni esempi, se non isolati sicuramente non molto numerosi, di narrativa in cui rivisitazione e ambientazione in chiave fantastica del mondo celtico sono intenzionalmente ricercate: Robert Howard, il padre della heroic fantasy, scrive anche il cosiddetto “Ciclo Celta”, un gruppo di otto racconti sui condottieri celti Bran Mak Morn e Turlogh O’Brien. PAUL ANDERSON invece, con il suo Ciclo di Ys (Roma Mater, Dahùt, Gallicenae, The Dog and the Wolf) riprende una delle più affascinanti leggende celtiche, quella di Ys, la Città di Sotto sommersa dalle acque per colpa di Ahès/ Dahùt, l’infida creatura del mare. L’elemento Acqua è particolarmente sentito nella tradizione celtica. La mitica isola di Avalon, presente nei racconti derivati dalle saghe arturiane, è circondata e protetta dalle acque del Lago: sia nei romanzi della Bradley che della Stewart, le principali figure magiche sono legate all’acqua, e all’acqua verrà restituita la spada di Artù.

Nel Ciclo di Deverry, di KATHARINE KERR, il presupposto narrativo è la fuga avventurosa del popolo celtico in un mondo parallelo dopo l’invasione romana, il tutto inserito in un’attenta ricostruzione storico-mitologica. Nella Saga dei Deryni della Kunz troviamo un reame chiamato, guarda caso, Gwynedd. Decisamente umoristica è invece la rielaborazione delle vicende di Cuchullain fatta da LYON SPRAGUE DE CAMP nella raccolta Il Castello d’Acciaio: l’eroe irlandese diviene qui la caricatura, peraltro attuale, del lottatore tutto muscoli e niente cervello. I personaggi del panorama fantasy si ispirano spesso a realtà celtiche storicamente esistite: in Sigarni di Gemmell, ad esempio, la regina guerriera è modellata sulla figura di Boudicca.

Nell’ambito del Fantasy assumono maggiore spessore le figure femminili nel ruolo di eroine/ protagoniste, magari inserite nell’ambito di antiche leggende: il tema narrante del romanzo La Figlia della Foresta di JULIET MARILLIER proviene dalla storia dei figli di Llyr tramutati in cigni presente nel Lebor Gabala. La protagonista del racconto, Sora, riveste la figura magica e guaritrice degli antichi druidi, che spesso erano donne. Caratteristici personaggi magici al femminile sono anche le Aes Sedai di Robert Jordan: celtiche già nel nome, queste incantatrici sembrano quasi, per il loro percorso di apprendimento arcano, assimilabili alle donne-druido o alle arturiane dame del Lago, come anche le Sorelle della Luce di Goodkind.

Un approccio interessante ad un aspetto della mitologia celtica è offerto dai romanzi high fantasy di GREG KEYES: ricca di spunti provenienti da varie culture, la sua saga I Regni delle Spine e delle Ossa (di cui sono editi i primi due volumi, The Briar King e The Charnel Prince) recupera le antiche leggende sugli alberi che prendono vita; anzi, il potere arcano che si risveglia con forza distruttiva è l’Albero, forza primigenia che emerge dal letargo del tempo per spezzare il circolo vizioso e malevolo in cui gli uomini hanno costretto la magia provocando una nuova apocalisse. Il dio-albero è qui la trasposizione gigantesca e terribile del Green Man, l’Uomo Verde, identificabile con Cernunnos, ovvero l’Horned God dei celti, divinità della natura intesa come susseguirsi di morte e rinascita. Il volto del Green Man, incorniciato da rami e foglie, si ritrova scolpito ovunque, dalle cattedrali ai luoghi più umili in tutto il territorio anglosassone. Anche con GEORGE R. R. MARTIN, che di celtico ha ben poco, ne troviamo traccia: a Grande Inverno, la fortezza degli Stark, c’è l’Albero del Cuore, sul cui tronco è inciso il volto dei vecchi Dei.

Di sicuro onnipresente in tutte le opere considerate è infine il tema del Viaggio: gli eroi, che inseguano nemici, che cerchino oggetti preziosissimi e incantati, che fuggano dal loro passato, o che salvino dame in difficoltà, si muovono instancabilmente attraverso terre desolate, irte di pericoli e popolate da creature magiche mostruose o dotate di bellezze incomparabili. Questo tema è patrimonio di praticamente tutte le mitologie, ma anche nei Mabinogion si osserva come le avventure di dei ed eroi difficilmente siano confinate in un solo luogo, ma richiedano un continuo cammino, un continuo spostarsi da un luogo all’altro, da un regno all’altro, da un mondo all’altro. L’obiettivo vero del viaggio diviene allora il viaggio stesso, simbolo del percorso interiore di maturazione, iniziazione e anche espiazione dell’eroe.

In conclusione, il fascino della cultura e della mitologia celtica è costituito dall’evocazione di una dimensione in cui viene meno il concetto di limite tra possibile e impossibile, facendo desiderare alla parte irrazionale della mente umana di “essere là”. Le tematiche del fantasy, celtico e non, non possono quindi essere limitate a definizioni ristrette che individuano nell’interesse suscitato da questo genere solo la paura della realtà e il desiderio di evasione: si tratta di accettare la necessità della nostra componente fantastica e di conservare l’antica capacità di guardare verso altre dimensioni che possono essere anche solo interiori. O verso le stelle da cui sono giunti gli Dei d’Irlanda.


BIBLIOGRAFIA

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Mario Praz – Storia della letteratura inglese
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King Arthur: A Man for the Ages. Explorations in Arthurian History and Legends
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