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Chernobyl: Storia di un’Apocalisse

Il 26 aprile 1986, alle ore 1:23:44 a.m., esplode il reattore n. 4 della centrale nucleare Vladimir Ilych Lenin Memorial di Chernobyl, regione di Kiev, Ucraina. Lo scoppio libera una nube radioattiva che, nei giorni immediatamente successivi, transita a ovest su tutta l’Europa (esclusi solo Spagna e Portogallo) e a est fino all’Alaska.

Le autorità sovietiche renderanno pubblico l’incidente solo il 28 aprile, dopo i comunicati della centrale scandinava di Forsmark, i cui responsabili avevano registrato livelli anomali di radioattività e si erano accorti in un secondo tempo che la causa era da ricercare “probabilmente in Unione Sovietica”. L’incidente viene classificato di livello 7 (il massimo) secondo la scala INES relativa agli incidenti nucleari. In termini di contaminazione, il fall-out che ne consegue è stato stimato dall’IAEA (International Atomic Energy Agency) 400 volte più intenso di quello di Hiroshima.

L’Italia ne viene interessata il giorno 29 aprile.

Aprile 1986: dettagli tecnici e dinamica dell’incidente

L’impianto nucleare V.I. Lenin è situato a pochi chilometri dalle cittadine di Chernobyl e Pripyat. È formato da quattro reattori modello RBMK-1000, e altri due sono in costruzione. Ogni unità RBMK è un sistema a uranio scarsamente arricchito (circa il 2%), con barre di grafite come moderatore e sistema refrigerante ad acqua.

Il modello RBMK-1000 produce energia sfruttando reazioni controllate di fissione nucleare. Tale energia si sprigiona soprattutto sotto forma di calore. L’RBMK è composto da due sezioni, ciascuna collegata a un turbogeneratore: è quindi possibile fermare metà reattore, abbassandone la potenza al 50%. 

La struttura del reattore contiene:

  1. blocchi di grafite come moderatore di reazione (graphite moderator); senza moderatore, la velocità dei neutroni sarebbe eccessiva, col rischio di “mancare” gli atomi di uranio combustibile (fuel);
  2. tubi contenenti gli elementi di combustibile (uranio-235) inseriti nei blocchi di grafite;
  3. barre di controllo in metallo (control rods), che nel reattore in questione contengono boro;
  4. un elevatore esterno al reattore per inserire o estrarre le barre, con lo scopo di rallentare o accelerare la reazione.

Durante il ciclo di funzionamento, il combustibile uranio si riscalda. Il calore viene “catturato” da acqua pompata sotto pressione che si trasforma in vapore, il quale aziona turbine dotate di generatori elettrici. Il vapore viene successivamente ricondensato in acqua.

La caratteristica principale di questo tipo di reattore è la sua instabilità a bassa potenza, che, a valori inferiori al 20% di quella massima, è suscettibile di sbalzi improvvisi. Questo sarà il fattore principale nella dinamica dell’incidente del 26 aprile.

In tale data, l’unità 4 viene scelta per un test di controllo sicurezza, scopo del quale è osservare il funzionamento del sistema a potenza limitata. Il reattore 4 lavora al 50% poiché una delle due sezioni è inattiva per ordinaria manutenzione. I tecnici decidono di sfruttare questa situazione per effettuare l’esperimento, e iniziano le manovre di riduzione di potenza. I tubi di combustibile sono quasi esauriti, e quindi pieni di scorie contaminate da prodotti di fissione (isotopi radioattivi) e xenon, il cui accumulo impedisce comunque una rapida rimessa in moto del reattore.

A questo punto viene commesso un errore: la potenza, invece di arrestarsi al 30%, scende all’1%. Si cerca di ripristinare velocemente i valori utili per il test, ma la presenza di xenon impedisce di superare il livello del 12%. Vengono sollevate tutte le barre di controllo tranne sei, in completa violazione delle procedure che ne prevedono un minimo di trenta; il nocciolo dell’RBMK si è nel frattempo riempito d’acqua, diventando sempre più instabile. Inoltre, vengono disattivati gli arresti automatici d’emergenza, in quanto potrebbero far fallire il test. Si decide di controllarne l’andamento con sistemi manuali.

Alle ore 1:23:04 inizia l’esperimento vero e proprio: vengono chiuse le valvole d’emergenza del turbogeneratore, scollegando quindila turbina dal vapore.

La sequenza degli avvenimenti successivi può essere sintetizzata in questo modo:

 

  1. il turbogeneratore inizia a decelerare e cala anche il suo rendimento elettrico;
  2. il vapore, scollegato dalla turbina, resta nel nocciolo formando bolle nell’acqua di refrigerazione; la temperatura aumenta assieme alla pressione del vapore;
  3. le quattro pompe di refrigerazione rimaste in funzione sono sottoalimentate a causa del rallentamento del turbogeneratore, quindi la loro attività è ridotta;
  4. la potenza del reattore comincia a crescere in condizioni di elevata instabilità;
  5. dopo 36 secondi dall’inizio dell’esperimento, scattano le sirene d’allarme: vengono abbassate le barre in boro (alle ore 01:23:40 gli operatori azionano il tasto AZ-5, Rapid Emergency Defense 5, che esegue il cosiddetto “SCRAM”, cioè l’arresto di emergenza del reattore che inserisce tutte le barre di controllo incluse quelle manuali incautamente estratte), ma inutilmente, anche a causa della lentezza necessaria all’operazione, che nella centrale di Chernobyl richiede 20 secondi;
  6. le barre in boro hanno la parte terminale in grafite; a causa delle altissime temperature che si stanno sviluppando nel nocciolo, esse fondono il combustibile deformando i canali di scorrimento e bloccandosi a metà discesa;
  7. la potenza del reattore in 3 secondi aumenta vertiginosamente; i tubi del sistema di refrigerazione e quelli del combustibile si rompono, l’acqua di raffreddamento comincia a circolare tra detriti di combustibile surriscaldati;
  8. il contatto combustibile/acqua provoca una violenta esplosione di vapore, che scoperchia il reattore; il coperchio, circa 2000 t di acciaio, ricade di taglio sulla costruzione muraria provocando danni devastanti a strutture e impianti(ore 1:23:44);
  9. dopo pochi secondi si verificano altre esplosioni a catena, molto più potenti, causate dall’idrogeno prodotto da reazioni chimiche tra i vari componenti delle strutture del reattore, i carburanti e il vapore; le lesioni del tetto facilitano una vera e propria eruzione di grafite incandescente, pezzi di combustibile e detriti vari in fiamme, che ricadono a terra estendendo l’incendio a tutto il corpo della centrale; si libera una colonna di fumi radioattivi alta circa 1 km, origine del successivo fall-out;
  10. il nocciolo sprofonda nel terreno e fonde a causa della temperatura che continua a salire (meltdown), ma la reazione nucleare a catena non si arresta, perché è ancora presente una quantità di combustibile (uranio-235) e di moderatore;
  11. si iniziano operazioni frenetiche per spegnere la grafite e impedire che gli incendi raggiungano gli altri settori funzionanti; le conseguenze in quel caso sarebbero catastrofiche, date le enormi quantità di uranio, plutonio e prodotti di fissione presenti nella centrale.

 

Aprile 1986: interventi immediati

Sul luogo del disastro – dove già era all’opera il corpo militare antincendio della centrale, al comando del luogotenente Leonid Telyatnikov – arrivarono da Pripyat mezzi di soccorso e tutte le squadre di pompieri disponibili, per “un incendio causato da corto circuito”. Il loro equipaggiamento era costituito da normali maschere antigas, badili e stivali di gomma.

Le strumentazioni delle squadre dosimetriche mostravano un livello di radioattività estremamente elevato, tuttavia per domare gli incendi c’era a disposizione della semplice acqua. Né civili né soldati possedevano tute antiradiazioni, respiratori o dosimetri adeguati, per cui è stato difficile calcolare la quantità esatta di radioattività da loro ricevuta. Dopo circa mezz’ora di lavoro i membri di ogni squadra cominciarono ad accusare sintomi di avvelenamento. Per diverse ore, i feriti contaminati furono assistiti da un solo medico giunto da Pripyat, successivamente ricoverato a sua volta per sindrome da radiazioni.

Telyatnikov fu sottoposto ad analisi del sangue, che rivelarono un assorbimento pari a 4 gray (Gy). Dopo una settimana di ospedale, lui e i suoi uomini cominciarono a manifestare ustioni da radiazioni su tutto il corpo. Sei di loro morirono entro breve tempo.

Gli incendi (almeno trenta) vennero definitivamente spenti dopo poche ore, tranne quello che interessava la grafite, con la quale infatti non è possibile usare acqua: le due sostanze reagirebbero formando monossido di carbonio, infiammabile. Fu deciso di seppellire la grafite in combustione sotto materiali di varia natura, ciascuno dei quali adibito a soffocare le diverse manifestazioni dell’incendio e le specifiche emissioni radioattive: tra il 27 aprile e il 2 maggio, 1800 elicotteri gettarono nel cratere carburo di boro (assorbimento neutroni e prevenzione di altre reazioni a catena), piombo (assorbimento radiazioni), sabbia e argilla (prevenzione della dispersione del particolato), dolomia (dispersione di calore e produzione di CO2 per soffocare il fuoco), fosfato di sodio e polimeri liquidi come il Bu93 (contenimento delle fiamme) per una quantità complessiva di circa cinquemila tonnellate.

Questo materiale provocò un “effetto serra” sul nocciolo danneggiato, con conseguente aumento della temperatura e ulteriore rilascio di radionuclidi.

La grafite smise di bruciare dopo nove giorni. Nel frattempo una quantità enorme di isotopi radioattivi era stata liberata nell’atmosfera, mentre sotto le macerie la reazione a catena continuava, con il rischio di nuove esplosioni. Fu deciso di coprire il ground zero con un sarcofago di cemento e metallo, per limitare al massimo le emissioni, mentre un’apposita spedizione di scienziati, coadiuvata dall’esercito dell’Armata Rossa e da robot-scavatori, cercava di localizzare il residuo di nocciolo ancora attivo. Si scoprì in seguito che le grosse quantità di sabbia sistemate attorno al reattore avevano raffreddato il combustibile fuso e colato verso il basso, formando con esso una sostanza vetrosa (chernobylite) elimitando i successivi rischi.

Nel 1989, un gruppo di scienziati russi comunicò ufficialmente che il combustibile mancante all’appello dopo l’incidente si era trasformato in chernobylite. Se così non fosse, se fossero ancora presenti le condizioni opportune in ciò che resta del nocciolo del reattore, la fissione potrebbe non essersi arrestata.

Aprile/Dicembre 1986: Chernobyl e dintorni

Il centro abitato più vicino alla centrale, in realtà, non è Chernobyl bensì la cittadina di Pripyat, edificata contemporaneamente all’impianto nucleare come residenza per i dipendenti e le rispettive famiglie. Pripyat rimase all’oscuro dei dettagli fino al 28 aprile. Dal racconto di una testimone: “Sabato mattina (il 27 aprile) in città tutto era coperto di liquido bianco e schiuma. Non avevo mai visto tanti poliziotti in giro. Non facevano niente, stavano fermi qua e là, come se ci fosse la legge marziale. Era scioccante, ma la gente camminava in giro normalmente. Tornai a casa e dissi a mia madre: «Non so cosa sia successo, ma non fare uscire i bambini.» Andai fuori di nuovo e vidi il reattore che bruciava.”

In molti rimasero a guardare la nuvola cremisi sopra la centrale: furono letteralmente bombardati dalle radiazioni.

Domenica 28 fu ordinato il trasferimento di tutti i civili; la popolazione di Pripyat – 50.000 persone – era rimasta esposta per 36 ore, e i ricoveri per sintomi da contaminazione risultavano già numerosi. L’area attorno al V.I. Lenin (per un raggio di 30 km) venne dichiarata off limits e completamente evacuata.

Contemporaneamente iniziarono le operazioni di bonifica nella centrale e nell’area contaminata che durarono fino all’inizio del dicembre 1986: per rimuovere i frammenti di grafite e di altri materiali solidi radioattivi furono utilizzati inizialmente dei macchinari automatizzati, ma i loro transistor non erano compatibili con i livelli di radioattività presenti, quindi vennero sostituiti da personale volontario. Il tempo consentito all’interno della centrale era estremamente breve, poiché le emissioni radioattive erano 15 mila volte superiori a quelle di una normale esposizione annuale: una permanenza di 20 minuti avrebbe significato morte per l’operatore e contaminazione per coloro che gli si fossero successivamente avvicinati.

Nel frattempo, su Pripyat, Chernobyl e le altre cittadine nei dintorni cominciarono a depositarsi le particelle radioattive provenienti dalla centrale, mentre quelle più leggere restarono sospese in aria sottoforma di aerosol. Altre vennero sospinte ancora più lontano. Per contenere al massimo la contaminazione, strade ed edifici furono lavati con sostanze chimiche speciali. Ogni oggetto trasportabile fu seppellito, compresi auto, camion, trattori; furono rimossi strati di terreno, abbattuti e sepolti gli alberi maggiormente colpiti dalle radiazioni. Il territorio direttamente interessato dal disastro prese il nome di “Zona di Alienazione”. 

La centrale nucleare non interruppe la sua attività. Nel 1991 si verificò un secondo incidente – per fortuna meno grave – al reattore 2, dopo il quale le nazioni occidentali iniziarono a fare pressioni affinché l’Ucraina spegnesse definitivamente l’impianto; questo avvenne in due fasi, nel 1996 con il reattore 1 e nel 2000 con il reattore 3.

La centrale oggi

Il sarcofago del reattore 4, edificato nel momento di massima emergenza tra il maggio e il novembre del 1986, non è nato come struttura di contenimento permanente: ciò è stato presto confermato dal suo veloce deterioramento, causato da una progettazione frettolosa e dall’impiego di materiali scadenti (una fila di camion come basamento delle pareti in cemento, macerie radioattive dello stesso reattore utilizzate come struttura portante, i muri non completamente collassati inglobati in materiali vari utilizzati a scopo di rafforzamento).

Col tempo, nella costruzione si sono aperte miriadi di falle, alcune delle quali larghe fino a 15 metri, attraverso cui ogni anno si riversano all’interno circa 2.200 metri cubi di acqua piovana.

L’aumento di peso sulle fondamenta ha fatto sprofondare il basamento di circa quattro metri, con la conseguente infiltrazione di materiale radioattivo nelle falde acquifere collegate ai fiumi Pripyat e Dnepr, la cui foce è nel Mar Nero. Inoltre, la temperatura all’interno del nocciolo è a tutt’oggi molto elevata (fino a 1000 gradi celsius in alcuni punti), accelerando il deterioramento di quanto edificato. Per questo motivo sono state effettuate delle opere di riparazione e ristrutturazione, completate nell’agosto 2008: la società di costruzione nucleare russa Atomstroyexport, incaricata dei lavori, ha riparato il tetto e installato una pompa per prosciugare l’acqua. Questa stabilizzazione è il preludio alla costruzione di un nuovo sarcofago che dovrebbe mettere in sicurezza la centrale per almeno cento anni. Verranno inoltre approntate zone attrezzate per lo smantellamento definitivo dei rottami del reattore e uno stoccaggio maggiormente risolutivo del combustibile esaurito altamente radioattivo. Il costo del progetto è stimato in 1,2 miliardi di dollari.

In sostanza, l’arresto del reattore è stato solo un primo passo verso la risoluzione del “problema Chernobyl”. Nella centrale sono attualmente al lavoro squadre di tecnici e operai impegnate in attività complesse e non prive di rischi, che richiederanno ancora diversi anni per essere completate. È in previsione lo smantellamento completo dei blocchi 1, 2 e 3 appena il sito sarà radiologicamente sicuro. 

La Zona di Alienazione e i Liquidatori

“La Zona”, come viene abitualmente chiamata – inizialmente un’area circolare di 2800 m2 allargata poi a 4300 –, ha per epicentro il luogo dell’esplosione, è divisa in anelli concentrici proporzionali al grado di contaminazione e attualmente misura un raggio di 30 km. Il confine è oggi presidiato da forze militari, al fine di impedire l’accesso a curiosi, cacciatori di rottami o responsabili di altri atti di sciacallaggio. Alcuni scienziati che effettuano ricerche non autorizzate adottano il soprannome di stalker, dall’omonimo film di fantascienza di Andrej Tarkovskij del 1979, a sua volta tratto dal romanzo Picnic sul Ciglio della Strada (Picníc na Obócine, 1972)dei fratelli Strugackij.

Le autorità locali ammettono l’esistenza di siti di stoccaggio non mappati e focolai di combustione, presenti solo nelle ricostruzioni dei liquidatori, termine collettivo usato per indicare coloro che hanno lavorato alla bonifica della centrale: un totale di circa 800.000 uomini e donne tra personale dei reattori, vigili del fuoco, protezione civile, personale medico e paramedico, militari e civili addetti al risanamento della zona, lavoratori edili impiegati nella costruzione del sarcofago, pattuglie che garantiscono un accesso controllato al complesso, addetti ai trasporti, minatori in servizio alla bonifica delle acque contaminate.

Dati non ufficiali indicano che almeno 25.000 di loro sono morti a causa di patologie da radiazioni. Secondo l’associazione liquidatori, la “Chernobyl Union”, dopo vent’anni dalla catastrofe si contano addirittura 60.000 morti e 165.000 disabili.

Città fantasma e Dubovy Log

Dopo oltre vent’anni dalla catastrofe, Pripyat è una ghost town che sopravvive solo su internet: www.pripyat.com. Negli edifici che ospitavano gli abitanti di questa fiorente città-satellite le finestre non hanno più vetri, tutte le porte sono state divelte e le abitazioni saccheggiate; case, scuole e piazze testimoniano ancora un esodo improvviso: scene di vita quotidiana cristallizzate nel loro ultimo atto e coperte di polvere. Le strade, in parte sbarrate, sono inutilizzate dal 1986 e alcune piante sporgono dall’asfalto. Dopo vari anni sono rispuntati i gatti: subito dopo il disastro, non nascevano più cuccioli maschi e i felini erano praticamente scomparsi.

Tuttavia, circa 210.000 persone sono tornate a vivere nelle aree meno a rischio e, nonostante i controlli, almeno 400 nell’area di Pripyat. Sono i cosiddetti samosieli, “coloro che vivono da soli”: coltivano la terra ancora contaminata, ne mangiano i prodotti e bevono l’acqua dei torrenti. Per scaldarsi, bruciano legna radioattiva nella pjechka, la tradizionale stufa russa, che emette calore e radionuclidi come una Chernobyl in miniatura. E poi seppelliscono, come vuole la legge, la cenere nei campi da coltivare.

Diversa la sorte della città di Chernobyl: vecchia di ottocento anni, nonostante il disastro è riuscita a sopravvivere, e attualmente ospita sia il personale impegnato nella rimozione delle scorie nucleari sia un nucleo di abitanti, soprattutto anziani, che sono tornati nelle loro case nonostante il pericolo.

Nel 1988 era stato proposto l’abbattimento di parte della città per limitare l’inquinamento radioattivo, ma il progetto fu abbandonato a causa dell’enorme quantità di particelle che si sarebbero liberate nell’aria dalle macerie.

Alle conseguenze della catastrofe si aggiunge lo spettro di una situazione economica preoccupante. Chiusa la centrale, spariti i posti di lavoro, la zona contaminata è diventata meta di gite turistiche organizzate: queste comitive in pullman, attirate dal teatro della tragedia, sono munite di permessi speciali e all’uscita devono passare un controllo che, se non superato, comporta una doccia contro le radiazioni. Evidentemente l’emozione di mettere piede nella polvere contaminata e penetrare negli edifici in cui la maggioranza degli abitanti non ha osato tornare è più forte di qualsiasi cautela.

La radioattività non si vede. Il cielo, l’aria e l’acqua hanno gli stessi colori di sempre, e la gente cerca di sopravvivere e di non pensare. Ci sono kholkoz come quello di Dubovy Log (Bielorussia, provincia di Dobrush) che sembrano oasi naturali: boschi di abeti e betulle, campi coltivati, cicogne e animali selvatici. Però qualcosa stona: una sbarra che vieta l’accesso ai non abitanti, cartelli dove si legge “vietato cogliere funghi, bacche, pescare, asportare legname”. Infatti qui il grano coltivato è talmente avvelenato che ricavarne il pane è un’utopia, il latte prodotto viene portato altrove per diventare “radioattivo secondo norma”, le case per gli sfollati costruite subito dopo l’incidente non sono mai state consegnate.

I volontari hanno però il permesso di abitare qui, anche se le autorità ufficialmente vietano la residenza. Perché questo è il luogo più contaminato di tutta la Bielorussia.

La Foresta Rossa e dintorni

La cosiddetta Foresta Rossa (Rudij Lìs in ucraino, Ryžij Les in russo), situata 2 km a Ovest dell’ex-centrale, era nota prima dell’incidente come Foresta d’Assenzio (čornobil in ucraino, černobýl in russo, è un termine popolare che indica proprio una pianta del genere Artemisia). Su questo nome sono fiorite associazioni inquietanti con le immagini bibliche dell’Apocalisse di Giovanni.

Nei giorni immediatamente successivi all’incidente, circa 400 ettari di bosco – per lo più pini scozzesi – furono colpiti in pieno da una delle scie radioattive, e assunsero un’intensa colorazione rosso ruggine prima di seccare: il fall-out rilevato da un’apposita commissione nel settembre 1990 (First International Conference on the Biological and Radiological Aspects of the Chernobyl Accident), risultò essere pari a 4,81 GBq/m2. Oggi la Foresta Rossa non esiste più, e al suo posto si estende un’area spoglia e segnata dalle cicatrici della successiva bonifica. L’urgenza spasmodica di arginare il disastro portò a scelte forse inevitabili ma sicuramente infauste: la maggior parte degli alberi morti fu sradicata e sepolta in lunghi fossati, dai quali la contaminazione radioattiva filtrò nelle falde acquifere sottostanti.

“Il terzo delle acque amare” di biblica memoria costituisce effettivamente un dato realistico.

Tuttavia, la vita non si è estinta: piante e animali selvatici, spesso deformi e mutati, hanno preso possesso di quest’area libera dalla presenza dell’uomo, per il quale, evidentemente, gli effetti delle radiazioni sono molto più letali. Ciò che veramente si cela in questo che rimane uno dei siti più contaminati della Terra, è tuttora oggetto di studi: nel numero di novembre-dicembre 2006 della rivista American Scientist, Ronald K. Chesser e Robert J. Baker affermano che “è difficile dare un senso preciso ai dati per poter giungere a conclusioni sicure, e ancora oggi non è possibile fare un accurato bilancio delle malformazioni causate dall’incidente”.

A volte è difficile separare la verità dalla paura: non ci sono prove di piante completamente bianche e con la clorofilla rossa, di strani fiori dai colori mai visti o di insetti giganteschi, come raccontano alcune testimonianze. Eppure, i pochi dati oggettivi raccolti sono quanto meno inquietanti: alberi trasformati in arbusti striscianti e contorti (secondo James Morris, biologo, non sarebbero più in grado di determinare la corretta direzione di crescita), pini dai germogli lunghi fino a 14 cm a causa del radiomorfismo, uccelli senza piume caudali, colonie di alci, cavalli, lupi e altri mammiferi nei quali sono state registrate significative mutazioni del DNA. Un trionfo della natura, le cui caratteristiche sono tuttavia molto diverse dalla quella che viene considerata una normalità di specie.

Rondini albine, puledri le cui zampe si biforcano sotto le ginocchia, maiali senza occhi e vitelli a due teste sono stati le espressioni più eclatanti, ma non sempre l’immediata evidenza costituisce il problema principale: se alcuni scienziati scorgono una positiva rinascita di questo luogo in cui l’uomo non è più la specie dominante, altri sospettano che la vera eredità di Chernobyl sia ancora da svelare.

Sindrome da radiazioni ed effetti del  fall-out

La sindrome da radiazione è conseguenza di un’esposizione prolungata ad alte dosi di radiazioni; la sua gravità dipende dalla dose d’irraggiamento, dal materiale irraggiante e dai tessuti irraggiati. Si manifesta nel tempo con una sintomatologia caratteristica.

Con un irraggiamento di 400 roentgen (semiletale), osserviamo le fasi di seguito descritte.

Nelle prime 24 ore compaiono malessere, eritemi, nausea, cefalea, disturbi intestinali. Nella settimana successiva i sintomi scompaiono (periodo di tregua), ma continuano gli effetti dell’irradiazione: vengono infatti distrutte le cellule riproduttive del sangue. Successivamente si passa alla fase acuta: ulcerazioni, emorragie gastro-intestinali, disturbi respiratori e cerebro-vascolari. La morte sopravviene nella quarta/sesta settimana. Se la crisi viene superata, permane una elevata possibilità d’insorgenza di tumori e leucemie, nonché di mutazioni genetiche nella discendenza.

Curie e becquerel sono le unità di misura che indicano la concentrazione di determinati isotopi radioattivi in un dato ambiente, per esempio il suolo: 1 becquerel (Bq) = 2,7 x 10-11 curie (Ci).

Nei primi dieci giorni dopo l’incidente, il reattore di Chernobyl rilasciò 3.000 PBq (Petabecquerel, 1PBq  = 1015 Bq = 1 milione di miliardi di becquerel), mentre nei mesi successivi la quantità complessiva calcolata fu di 10.800 PBq; un rilascio totale di radioattività nell’atmosfera pari a circa 14.000 PBq (400 volte Hiroshima), come indica il rapporto ufficiale sulla tragedia redatto dal Chernobyl Forum nel febbraio 2003, stilato da agenzie dell’ONU (OMS, IAEA, UNSCEAR, FAO e altre) assieme alle autorità di Russia, Bielorussia e Ucraina.

Sebbene i radionuclidi liberati dall’esplosione della centrale siano stati in numero maggiore, i principali responsabili dell’impatto biologico sono: iodio-131 (emivita 8 giorni), cesio-137 (emivita 30 anni), stronzio-90 (emivita 29 anni). Inoltre, dopo la guerra dei Balcani, si sta riconsiderando l’effettiva pericolosità degli isotopi di uranio 234, 235, 238, e plutonio-239, 241, circa la radio- induzione di polmonite da raggi, cancro polmonare e linfomi (Hodgkin e no-Hodgkin): risulterebbero da cinque a dieci volte più pericolosi, specialmente se assorbiti per inalazione.

L’emissione di iodio-131 gassoso, conseguente all’esplosione del reattore, fu enorme: 1800 PBq, pari a circa 60 miliardi di scintigrafie tiroidee. L’emivita di questo radionuclide è breve se paragonata agli altri, tuttavia l’impatto biologico è assai cancerogeno a causa dell’alto assorbimento da parte della tiroide, soprattutto in popolazioni, come in questo caso, i cui organismi sono carenti di iodio. Ciò avviene soprattutto nei bambini.

Il cesio-137 (85 PBq rilevati) e lo stronzio-90 (10 PBq rilevati) hanno costituito una minaccia principalmente a lungo termine: entrambi sono contaminanti del terreno, vengono assorbiti da piante e funghi, entrano nella catena alimentare, e da questa passano all’uomo. Il cesio-137 è un emettitore gamma (portata di circa 40 m), e si concentra negli strati superficiali del terreno; oncogeno anche per azione esterna, è ubiquitario nell’organismo (ha un’attività biochimica simile al potassio), provocando forme cancerose di vario tipo e mutazioni genetiche nella discendenza. Il suo decadimento nella forma più stabile di bario-137 è del 50% nell’arco di 15-180 giorni, se il contatto con la fonte radioattiva cessa. Da qui il progetto umanitario che ha visto migliaia di bambini ucraini e bielorussi accolti anche in Italia per disintossicarsi.

Lo stronzio-90 è un emettitore beta. Si concentra negli strati profondi del terreno, presenta sostanziali analogie con il calcio, e tende a sostituirsi ad esso nella struttura scheletrica. È solubile e quindi assorbibile dal tratto gastro-enterico, provoca leucemia o tumori ossei se ingerito: alte concentrazioni si ritrovano nei cereali, nelle verdure e nel latte; e la sua emivita biologica è di 50 anni: questo significa che un organismo contaminato nei primi mesi di vita, finisce di smaltire la radioattività all’età di cento anni.

I danni sull’uomo

Nel caso di Chernobyl, eseguire calcoli, stime e previsioni corrette è assai difficile per un numero elevato di fattori, quali il diverso grado di irraggiamento tra operatori e civili, tempo di permanenza nelle varie aree contaminate, evacuazioni in stadi successivi da zone differenti e con differenti livelli di radioattività. A questo si aggiungono dati lacunosi e posizioni prudenti se non evasive di vari organi riconosciuti. Per tutti questi motivi le conclusioni raggiunte – e più o meno accreditate – sono assai distanti: il Chernobyl Forum sostiene che sarebbero 65 le morti accertate direttamente imputabili alla tragedia, nonché 4.000 quelle per patologie oncologiche presumibili nell’arco di 80 anni. Gli autori della relazione aggiungono che le popolazioni direttamente colpite soffrirebbero principalmente di una sorta di “vittimismo”, indicato col nome di “Sindrome di Chernobyl”.  

Meno ottimistica la valutazione presentata dai Verdi Europei: il loro contro-rapporto denominato TORCH (The Other Report on Chernobyl) concorda sui morti immediati (65), ma indica almeno 9.000 quelli ascrivibili alla tragedia a tutt’oggi, e da 30.000 a 60.000 quelli prevedibili in futuro.  

Secondo la “Chernobyl Union”, dopo vent’anni dalla catastrofe si contano già 60.000 morti e 165.000 disabili a seguito della contaminazione. Altre fonti meno attendibili indicano cifre che si aggirano sui 6 milioni su scala mondiale nel corso di 70 anni (Greenpeace).

Se anche la verità stesse nel mezzo, non sarebbe certo incoraggiante.

Tuttavia, al di là dei numeri piuttosto algidi, esistono le conseguenze effettive e tangibili sulla popolazione colpita dal fall-out: se le stime dei decessi sono ancora oggetto di accese discussioni, esse rappresentano solo la punta dell’iceberg costituito da una situazione patologica generalizzata in netta ascesa nell’ambito delle popolazioni interessate: leucemie e neoplasie solide di varia natura (tumori tiroidei specialmente nei bambini), malformazioni congenite, disturbi mentali, malattie metaboliche (diabete), respiratorie e cardio-vascolari. Patologie che, se non mortali, sono sicuramente invalidanti per la generazione presente e preoccupanti per quelle future.

Per chi desidera un diverso tipo d’approccio al problema, su Internet sono facilmente visibili le immagini di questa situazione: povere creature di ogni età, malate, mutilate, deformi, ritardate. L’aspetto più brutale (e forse meno rispettoso) del dopo-Chernobyl.

Conclusioni

L’incidente di Chernobyl costituisce una delle più gravi catastrofi in situazione di non belligeranza, i cui effetti perdurano tutt’oggi. Se le pesanti conseguenze ambientali sono state inevitabili, non lo erano quelle sanitarie che continuano a colpire le popolazioni di Ucraina, Bielorussia e non solo: la stima delle vittime non è, purtroppo, definitiva.

Nel 1986 la situazione politica dell’Unione Sovietica aveva ancora caratteristiche di guerra fredda, e la politica del silenzio imposta dalle autorità ha prodotto un ritardo nell’evacuazione e nell’informazione delle popolazioni interessate dal fall-out radioattivo, responsabile di un vasto effetto di contaminazione.

Le voci dissidenti sono state messe a tacere, come ad esempio Vassili Nesterenko, direttore dell’istituto di fisica Nucleare in Bielorussia, internato in un ospedale psichiatrico; o Yuri Bandazhevsky, direttore del Gomel Medical Institute, imprigionato cinque anni dietro false accuse di corruzione. E probabilmente tante altre. La verità, in questa vicenda, sembra gemellarsi col sarcofago che ricopre la centrale fantasma: una colata di cemento in cui appaiono le crepe.

Che importa, alla fine, se Chernobyl è la stella biblica chiamata Assenzio, simbolo dell’ultimo giorno del mondo? Dopo tante parole, tante cifre e tante morti, resta soltanto qualche pensiero confuso sulla sconcertante fragilità dell’uomo, la meschina incoscienza del male, l’assurda facilità dell’apocalisse.