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Come sopravvivere alla cultura giapponese – Parte 1

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Introduzione

In collaborazione con Advena

Sono fra noi!

Con un grido di allarme che mi esplode in gola, stamattina mi alzo e li trovo qui; a pensarci bene ci sono sempre stati ma solo ora è evidente. I Giapponesi sono fra noi. Scendo di casa e trovo un nuovo ristorante giapponese, e mi chiedo: ma non c’erano solo quelli cinesi?

Mi avvicino per osservare l’interno e mi viene incontro una donna(?). Non serve che apra bocca per capire che non è Giapponese e forse non del tutto umana. Sembra un uomo con addosso vestiti da donna cinesi, una figura mitologica che mi si staglia innanzi e mi spinge a chiedermi se sono ancora in Italia.

Poi mi ricordo della leggenda per cui i ristoranti giapponesi sono di proprietà dei Cinesi, gestiti da Cinesi, ma fanno un’ottima cucina giapponese.

E mi sorge un dubbio: ma perché non cucinano cinese?

Qui nasce l’annosa diatriba, fra il Giapponese puro che ti sfila 70 euro per pesce crudo e alghe, e la versione nippo-cinese che ti dà lo stesso piatto alla metà del prezzo ma… il sapore…

Il sapore di pesce crudo in realtà è sempre e solo di pesce crudo (provate a mangiare il pesce rosso che avete a casa e sentirete lo stesso gusto). Quello che conta sono le salse, e qui sta la differenza. Se reggi bene il piccante c’è il wasabi, se ti piace l’aceto c’è la salsa di soia, ma se preferisci la pastasciutta è meglio rimanere a casa!

Per tornare alla natura del ristorante, spesso ci sono ristoranti con doppio menù, puoi ordinare cinese e giapponese; i cuochi, provetti artisti, si cimentano ora in una ora nell’altra cucina, e guai a fare confusione. Non voglio dire di non credere nella possibile fusione di ruoli e culture, ma suppongo debba esistere una via di mezzo fra un giapponese ipercostoso e la solita imitazione cinese a cui siamo abituati in tanti campi. C’è da riconoscere l’attitudine dei due popoli: il Cinese copia e adatta qualsiasi prodotto, il Giapponese rimane altero e distaccato, e se lo vuoi devi andare tu da lui.

Questo panegirico serve a dirvi che il mio incontro con il nuovo ristorante giapponese-molto-probabile-cinese mi ha dato di che riflettere sul Giappone e sulla visione che ne abbiamo. Il Giappone dei manga e degli anime, il Giappone della cucina, il Giappone dei nostri sogni. Purtroppo, al risveglio, i sogni non sono come li ricordiamo e forse – ma solo forse – dobbiamo scendere a patti con la realtà. O meglio, bisogna imparare a sopravvivere al Giappone che amiamo e che si discosta dai piccoli e grandi assaggi disponibili qui da noi. A partire proprio dai ristoranti, oggi di moda, che portano a pensare che in Giappone si mangi solo pesce crudo. Che barbarie! Tanto vale buttarsi sul fatto che i Giapponesi uccidono le balene.

Dov’è quell’immagine di popolo fatto d’inchini?

La classica presa in giro del Giapponese medio lo vede impiegato a fotografare di tutto o a girare con un computer attaccato addosso. Tecnologia all’avanguardia e fumetti, ecco a voi il Giappone. Come dire che l’Italia è “spaghetti e mandolino”: frasi fatte e un po’ fuori moda.

Cosa dovremmo aspettarci realmente se andassimo in Giappone? Cosa potremmo mai trovare? Il Paese dei nostri sogni? Un mondo alieno?

Proviamo a vedere come ci appare attraverso gli occhi di chi lo studia.

Con passo sicuro m’incammino diretto alla sede della Facoltà di Studi Orientali dell’Università “La Sapienza” di Roma, e, pieno di aspettativa, cerco i ragazzi del corso di lingua giapponese: da loro, ambasciatori del Giappone in Italia, potrò capire molto.

Messo piede in questo ameno luogo di istruzione, m’imbatto in una giovane con treccine e fiocchi, vestita di un rosa chiaro e con un ombrellino in mano. “Probabile che l’altra sera io abbia esagerato con il vino”, penso, ma poi mi ricordo che non bevo, inoltre ad accompagnare la novella lolita made in japan ce ne sono altre agghindate come lei.

Occorre spiegare che in Giappone è di moda vestire come delle bambole, abiti vaporosi con tanto di accessori; tale stile è chiamato “lolita”, ce ne sono variazioni sul gotico e sull’angelico, sempre assai appariscenti e assai poco italiane.

Non per criticare chi si veste in modo “differente”, ma un conto è farlo perché piace, tutt’altra storia è farlo “perché è giapponese”.

Le ragazze che in Giappone si atteggiano ad anarchiche, andando contro la tradizione fatta di legami e restrizioni, poi a 25 anni mettono la testa a posto e accettano le convenzioni. Quella giapponese è una ribellione a tempo determinato, la nostra è uno scimmiottaggio privo di significato.

Ma… non divaghiamo. Concentriamoci su come i giovani studiosi vedono il Giappone: vestiti appariscenti, manga e anime. Perfetto, se è così, l’università riesce davvero a dare il messaggio più fuorviante.

Questi giovani, una volta arrivati in Giappone per la loro stagione di studi, rischieranno di trascorrerla comportandosi come teppisti e finendo col capire ben poco di quello che saranno andati ad apprendere. Il giapponese è una lingua infida, che s’impara con la pratica, ma se sbagli pratica non impari nulla.

Non voglio dire che l’università sia il covo del male, ma l’idea che dà del Giappone non è molto “funzionale”. Ottima grammatica, ma poca applicazione pratica, così quando tu studente incontri un Giapponese il colloquio si risolve spesso in qualcosa di simile a ciò che segue.

Tu: «こんにちは (konnichi ha)» [ciao!]

Giapponese: «こんにちは (konnichi ha)» [ciao!]

Tu: “Che dico, che forma uso? E adesso che mi chiede?”

Giapponese: «どこから来ましたか (dokokara kima shitaka)» [da dove vieni?]

Tu: «イタリアからきます… した (Itaria kara kima sushita)» [vengo dall’Italia…] “acc… ho sbagliato il tempo!”

A questo punto entri nel caos, mentalmente inizi a dibatterti tra mille forme che dovresti usare per rispondere. Il Giapponese dal canto suo ormai è partito, ha iniziato a parlare e non si ferma più, a meno che tu non ricorra alla formula magica che ti dà il tempo di respirare: «ちょっと待ってください  (chotto matte kudasai)» [aspetta un attimo per favore]

Questo messaggio in codice fa nascere istantaneamente nell’interlocutore nipponico il dubbio che tu non sia una cima. In lui scatta allora il meccanismo di difesa: non bisogna mai e poi mai umiliare un occidentale. A rischio di seppuku, lui si butta di conseguenza a parlare in un inglese altrettanto incomprensibile. Doppia umiliazione. Senti che hai sprecato anni a studiare una lingua che non usi come vorresti.

Eccoci quindi al primo grande dilemma: diventare o non diventare Giapponesi? Intendo Giapponesi nell’animo, con annessi virtù e difetti.

Mi è capitato di parlare con una ragazza che ha vissuto alcuni mesi in Giappone, subito dopo la laurea: partita piena di speranze, al momento di tornare era esasperata. Non vedeva l’ora di lasciare il Giappone, la cito testualmente: “sono un popolo triste, solitario, alieno, non parlano fra di loro, cenano da soli, viaggiano da soli, vivono soli.”

La cosa che di queste parole mi ha maggiormente colpito è l’idea di infelicità e alienazione. Possibile? Dove sono i sorrisi? Gli inchini? Le foto?

Poi sono andato in Giappone, ho vissuto lì per periodi lunghi e brevi, e alla fine ho capito cosa lei intendeva.

Le monoporzioni. Il Giappone vive di monoporzioni.

Un’altra persona che conosco e stimo ha colto in ciò perfino un aspetto positivo: “Lo fanno per i single. In Giappone, a differenza dell’Italia, non si favorisce la famiglia!”

Eppure l’idea di una tristezza di fondo mi rosicchia il cervello.

Immaginate vaschette sigillate e piene di cibo per uno, bevande in lattina e bottigliette da uno. Non serve una moglie, basta un microonde; non servono figli, ci sono gli anime e i videogame.

Ebbene, per un giovane questo è il Paradiso, ma per un uomo di mezza età, per un salaryman? Che vita è?

I salaryman sono quella categoria di persone che lavorano in azienda, a salario fisso, per 14 ore al giorno. Spesso in azienda ci dormono pure, perciò è “normale” che abbiano pochi rapporti con l’esterno. Non hanno tempo da dedicare a una donna, figurarsi a una famiglia. Prima il dovere, poi il matrimonio combinato e infine la morte.

Molti saltano qualche passaggio e spesso “saltano” direttamente dalla finestra, contribuendo all’alta percentuale dei suicidi. Ma non spiegano il problema.

Efficienza e rispetto, onore e dovere, le regole valgono persino per i criminali: i veri yakuza hanno un codice a cui mai vengono meno.

Benvenuti quindi nel paese delle regole, dove un ubriaco che stramazza a terra è all’ordine del giorno, non regge la tensione ma, pure se ubriaco, rispetta le regole collassando in silenzio, senza disturbare. Insomma si accetta l’elemento debole e si tira avanti. Si beve molto. Uomini e donne. Non per annegare la tristezza ma perché se un superiore ti invita a bere tu ci vai, e se lui beve tu bevi.

Ciò che caratterizza il Giappone è dunque una splendida ambientazione, ma dietro le quinte c’è umana solitudine e ben poco di fantastico. Persone pressate e spesso incapaci di uscire dalla ruota di un destino che si ripete sempre uguale.

Ecco perché a loro piace l’Italia, terra di libertà, e a noi piace il Giappone per l’ordine e il senso di pace.

Tutto vero, pace ordine ma anche alienazione e hikikomori, ragazzi e ragazze che vivono letteralmente in camera con videogame e computer.

Forse il Giappone è vittima della sua immagine, come una pianta carnivora ti attira con promesse di una bellezze fantastica ma illusoria. Ci ha cresciuto a suon di cartoni animati e valori quali amicizia, lealtà ed eroismo. Quanti di noi non hanno mai sognato un robot da pilotare o di avere come missione la salvezza del mondo? Ci ha fatto sentire prescelti, unici, speciali e, forse, ci siamo fatti prendere un po’ la mano. È un Paese che merita, ma va conosciuto e amato sia per i pregi sia per i difetti.

Visitare il Giappone è innanzi tutto un viaggio alla scoperta del modo di sopravvivere alla cultura giapponese.