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Come sopravvivere alla cultura giapponese – Parte 3

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Volevo essere l’Uomo Tigre

In collaborazione con Advena

Mentre sento l’ennesimo studente che mi ripete l’elenco della sua giornata raccontandomi a che ora si è alzato, ha fatto colazione, è uscire di casa, la mia mente viaggia con la fantasia: davanti a me non c’è più uno degli alunni che adoro e stimo, ma l’Uomo Leone che mi vuole staccare la testa. Un emissario di Tana delle Tigri, con il quale mi tocca combattere a rischio della vita, mentre il pubblico mi acclama.

Poi mi riprendo… Lo studente mi guarda strano, ma come spiegargli che volevo essere l’Uomo Tigre?

Ebbene si! Da bambino sognavo di diventare Naoto Date, di indossare la maschera e di affrontare lottatori senza scrupoli; l’avrei fatto per gli orfanelli di Ruriko, che segretamente amavo, ma a lei non l’avrei detto, non sarebbe stato da Tigre.

A ricordarlo mi vengono ancora i brividi. Mentre riprendo la lezione, penso in giapponese:
ティゲルのマスクになりたい (Tigeru no Masuku ni nari tai): “Diventerò una tigre!”. Lo disse Naoto scappando dall’orfanotrofio, che poi tornerà a proteggere quando sarà l’Uomo Tigre.

Forte come una tigre, coraggioso come una tigre.

La mia filosofia di vita si traduce in あきらめない (akirame nai): “impossibile tirarsi indietro”.

Ma da cosa? Dai drammi della vita? Quelli ci aggrediscono quando pare a loro, e poco possiamo fare per contrastarli. Siamo animali domestici che aspettano le brutte notizie con la rassegnazione di chi sa di non avere scampo.

Certo c’è la religione, ci può confortare con il balsamo di una vita futura, ma il presente rimane un’incognita. E poi pensi al Giappone, pensi al buddhismo e senti la pace.

Accettazione, comprensione, tutto si rifà a una volontà superiore, alla quale non si dà un volto né un fine; non si cercano spiegazioni, si riflette sulla condizione, la si fa propria.

Non è una semplice rassegnazione, quanto piuttosto un assecondare il flusso delle cose, uno scorrere insieme all’universo. Senza affanno, senza ricerche né guerre. Non una religione che comanda sulle altre, non un credo unico da imporre a tutti.

La libertà del vivere e del credere che il fluire dell’esistenza non sia altro che fluire: sarebbe bello essere così, ma è una filosofia difficilmente applicabile per noi. Secoli di storia ce lo impediscono; inoltre siamo nati con la curiosità, con il bisogno di cercare e di lottare.

Proprio come l’Uomo Tigre: un modello di vita, una vita passata a combattere, a prendere botte su botte, celando la propria identità, donando in beneficenza ogni guadagno. Un eroe come non ne fanno più, e allora mi chiedo: come posso essere alla sua altezza?

Intanto lo studente mi guarda attonito, pensa che io sia impazzito così parto di domanda: “日本とイタリアはどちらが広い面接ですか” (Nihon to Itaria wa dochira ga hiroi mensetsu desuka?). Domanda infida, relativa alla superficie del Giappone e dell’Italia. Lo mette in difficoltà e mi permette di tornare a fantasticare; nella mia mente scorrono le immagini dei combattimenti, vinti versando sangue.

Sacrificio e rinuncia ma per arrivare poi dove? All’essere infine smascherato in un ultimo combattimento che mette a nudo la parte più selvaggia e brutale dell’eroe.

Alla fine Naoto Date vince, Tana delle Tigri è distrutta ma lui ha pagato un prezzo altissimo, perdendo sé stesso, costretto a lasciare le persone che ama e per cui ha lottato. Nessuna ricompensa, nulla se non il rimpianto e il dispiacere.

Sono tentato di chiedere al mio studente: “ティゲルのマスクだったら何を選びたがったのが好きでしたの?”, ossia “se fossi stato l’Uomo Tigre cosa ti sarebbe piaciuto scegliere?”. Saresti rimasto con Ruriko e i ragazzi? O te ne saresti andato via, come ha fatto Naoto?

Sono certo che capirebbe il senso letterale della domanda – i miei studenti sono davvero bravi – ma cosa potrebbe rispondermi?

Dall’età è possibile che conosca il personaggio e magari da bambino ne sia stato appassionato, ma… è solo un cartone, un ricordo dell’infanzia…

Eppure anche in un cartone animato possiamo ritrovare uno sprazzo di Giappone, una fugace visione di una filosofia millenaria che fa capolino nei piccoli gesti.

Una frase che mi ha sempre colpito dal film L’Ultimo Samurai è quella pronunciata da Tom Cruise, riguardo la vita del villaggio, dove viene tenuto prigioniero: “si ricerca la perfezione in ogni piccolo gesto quotidiano”.

La cerimonia del thè, il bushido, l’ikebana, gesti quotidiani che assurgono a simboli di grazia e di valore.

“Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo…”

Motto dei ragazzi selvaggi da noi, nel bushido queste parole si riferiscono all’idea d’essere sempre pronti alla morte, preparati a lasciare la giusta immagine di sé.

Ecco spiegata la fuga finale di Naoto Date: non può sopportare l’immagine che ha lasciato di sé, deve redimersi, perché il suo insegnamento non sia stato vano.

Il kanji 侍 (samurai) contiene in sé il radicale di uomo e quello di tempio.

Il samurai è colui che difende il tempio, la fede, ma, a differenza di quanto avviene nel Cristianesimo, non c’è una Chiesa o un Dio da fare conoscere. Il samurai difende le tradizioni, incarna in sé lo spirito del Giappone, in nome di questo vive e infine muore.

Eccola lì, nascosta nelle piccole cose di ogni giorno, la perfezione, l’insegnamento che il maestro みやぎさん (Miyagi) impartisce a Daniel San in Karate Kid – Per vincere domani: “dài la cera, togli la cera”.

Il karate nei gesti di ogni giorno, la filosofia giapponese attraverso un cartone animato, questo è il fascino che esercita su di noi la cultura giapponese, il cui aspetto fondamentale e stupefacente sta nel fatto che i suoi insegnamenti sono ovunque ma occorre attenzione per poterli cogliere. Bisogna penetrare la superficie, guardare oltre il semplice cartone o l’abbigliamento stravagante, per poter capire che al Giapponese non serve un libro per pregare o un tramonto per commuoversi.

La bellezza risiede nelle piccole cose.

Alcuni termini in lingua usati nella storia:

武士道 = ぶしどう = bushido (via del guerriero)

活花 = いけばな = ikebana (lett. “dare vita ai fiori”)

侍 = さむらい = samurai