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Considerazioni sul MedFantasy

MedFantasy, un ‘perché?’

La mia personale impressione è che buona parte degli autori italiani stiano continuando a perdere l’occasione per scrivere un tipo di Fantasy capace non solo di ottenere successo a livello nazionale, ma di riscuoterne anche all’estero. Un Fantasy che rispecchi quel che noi siamo, il nostro passato, la cultura, le problematiche, la mentalità; che possa attrarre gli stranieri come fanno i nostri beni artistici e paesaggistici.

Allo stesso modo per cui subiamo, noi, il fascino di ambientazioni nordiche, celtiche o scandinave. Tanto è l’appeal generato dall’Italia e dal Mediterraneo che autori come Turtledove, Gemmell e altri hanno già scritto opere tese a ricostruire le nostre atmosfere.

La bella scrittura non è l’unico requisito; non conta solo “come”, ma anche “di cosa si scrive”. Le indagini del siculo ispettore Montalbano, per esempio, pur ottimamente scritte, non avrebbero sortito lo stesso successo se l’ambiente del sud della Sicilia non fosse così prorompente.

Una premessa sul ‘punto di vista’

La mia personale definizione di MedFantasy necessita di un excursus temporale nel periodo in cui gli autori delle mie letture di genere erano circoscritti a Tolkien e Howard tra i senior, oppure Brooks e la Bradley per i junior: quando cioè condividevo l’idea che il genere fosse materia solo anglofona, con poco o nulla da spartire con noi, tranne il piacere della lettura. Allora, però, non consideravo tutto quel che aveva preceduto Tolkien: i tanti autori antesignani del genere.

Conoscere George MacDonald, Lord Dunsany, Edwin A. Abbott, William Morris, William H. Hodgson, Eric R. Eddison e Mervyn Peake, mi ha ricalibrato il punto di vista. Ritengo, perciò, sarebbe utile a tutti evitare di focalizzare l’intereresse su un singolo autore, senza tener conto del contesto in cui si è formato e delle esperienze che ha maturato.

Se pensiamo ai grandi artisti come a delle “monadi”, e distogliamo lo sguardo dalla dura strada che hanno percorso, resteremo sempre naso all’insù a invidiare le stelle senza capire come siano potute arrivare fin là.

a. Le origini del Fantasy: la radice filosofica

Il Fantasy non esiste da sempre. Fino a tutta la prima metà del XIX secolo non si è stati nemmeno vicini a quel moderno genere che tanto ci appassiona. A un certo punto compare un signore molto eccentrico, un tale GEORGE MACDONALD, religioso sui generis e intellettuale filosofante, scozzese, che ha l’intuizione di mettere in prosa le proprie idee, la propria visione del mondo, attraverso storie popolate dagli esseri del folklore della sua terra. Inizia quindi a viaggiare in mondi paralleli al nostro ma ad esso profondamente legati, infarcendoli di speculazioni filosofiche.

Dopo di lui diversi pionieri del Fantasy hanno seguito questa via, basti citare E.A. ABBOTT – un altro religioso – col suo Flatlandia ed E.R. EDDISON con la sua “Trilogia di Zimiamvia” che trae personaggi fantastici ed elementi d’ambientazione dal teatro elisabettiano.

b. Le origini del Fantasy: la radice celtica

Un altro seme dell’odierno Fantasy viene piantato da WILLIAM MORRIS (anticipatore dei moderni designer, oltre che poeta e romanziere) e da LORD DUNSANY. Attingendo dall’immaginario delle proprie radici culturali, il primo impiega un celtismo ancora molto favolistico, mentre il secondo adotta contenuti molto più ribelli: si era all’epoca del “Golden Dawn”, di cui Dunsany fece parte insieme ad altri letterati irlandesi, fra cui William B. Yeats.

Questi due autori si dedicarono a un’ampia sperimentazione. Il solo Dunsany con le sue “short stories”, inventò molteplici situazioni fantastiche: un Terzo Emisfero del mondo, il regno del Re dell’Elfland, i rinascenti Dei di Pegana. Da qui in poi, i mondi secondari cominciano a essere più indipendenti dal nostro.

c. Il ‘contagio’ negli USA

Fino a quando Lord Dunsany non approda negli Stati Uniti a tenere delle conferenze sulla propria opera, l’altra sponda dell’oceano rimane muta a questi viaggi nel fantastico.

In una di queste occasioni, a Providence, è presente HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT, uno dei famosi “tre moschettieri di Weird Tales”, insieme con gli altri antesignani statunitensi del genere: R.E. Howard e C.A. Smith.

Se Lovecraft impiega la propria ispirazione dunsaniana principalmente nella costruzione di un coerente mondo dei sogni (vedasi le avventure di Randolph Carter in primis), CLARK ASHTON SMITH inventa la pseudofrancesizzante terra di Averoigne, e ROBERT ERWIN HOWARD sforna i suoi antieroi indoeuropei (allora molto in voga) con storie in cui la forza e il coraggio hanno il sopravvento sulla cultura, la conoscenza, i tatticismi.

d. Le radici del Fantasy: l’humus in penombra

Principalmente sono queste le radici del Fantasy, ma non solo. Tutto il movimento in penombra che aveva vivacizzato l’ultima Londra vittoriana, di cui fecero parte personaggi come il gallese ARTHUR MACHEN e l’irlandese OSCAR WILDE, era animato dalla scoperta di poter varcare i limiti della rigida morale del loro periodo. È il mondo in cui si risveglia l’antico dio Pan, e quello di Jack lo Squartatore; è l’epoca de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Robert Louis Stevenson), di un Wilde che immagina un uomo stringere un patto diabolico, in grazia del quale è solo l’effigie dipinta a invecchiare al posto suo (Il Ritratto di Dorian Gray), sino alle storie vagamente “edulcorate” Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di LEWS CARROLL e Peter Pan di JAMES MATTHEW BARRIE.

Anche questo sommovimento culturale è, a pieno diritto, un precursore del moderno Fantasy per due motivi. Il primo è che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, MERVYN PEAKE ne fu in qualche modo l’interprete con il suo Titus Groan − e Peake, influenzando MICHAEL MOORCOCK, come si suole dire “ebbe figli”. Il secondo è il più importante, e anche fuorviante da un certo punto di vista: la lenta e faticosa stesura de Il Signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien, ove un po’ tutto quello che era stato prodotto in precedenza fu vagliato, elaborato, e ricoperto da una spessa coltre di moralismo cattolico (con grande maestria, non c’è dubbio).

Dopo Tolkien − e i suoi moltissimi imitatori − è storia.

e. Autori Fantasy del presente e del passato

Buona parte della produzione fantasy in lingua inglese utilizza gli ingredienti di Tolkien, ovvero i topoi. I nuovi, bravi autori inglesi o statunitensi, ancora una volta, non sono creatori isolati che “inventano da zero”, ma conservano profondi debiti verso quanto li ha preceduti. La magica Hogwarts di JOANNE KATHLEEN ROWLING deve molto ai mondi già descritti in precedenza, così come in STEVEN ERIKSON riecheggiano echi alla Moorcock, e quindi alla Peake; CHINA MIÉVILLE ha uno stile “fantagrottesco” mirabile, nato però dal confronto e in opposizione all’altro mirabile stile “meraviglioso” degli albori che caratterizza soprattutto Dunsany e i suoi emuli.

f. Il Fantasy in paesi non anglofoni

Se consideriamo gli autori di lingua non inglese meritevolmente conosciuti nel mondo per romanzi di genere Fantasy, possiamo citare il tedesco WOLFGANG HOHLBEIN e il russo SERGEJ LUK’JANENKO. Il primo ha iniziato rielaborando il Nibelungenlied (Il Canto dei Nibelunghi) con il suo buon protagonista di Hagen di Tronje e rimanendo poi entro i confini di un immaginario germanico; il secondo mescola il ricchissimo folklore russo con le “gangster stories”, che in quel paese vanno per la maggiore.

Il Fantasy in Italia: un campo da ‘spolverare’

Le “Italie” in cui viviamo, possiedono una varietà di storie e personaggi magici con una loro chiara connotazione: siamo un paese al plurale, con debiti verso molte altre regioni del Mediterraneo. Al centro del Mare Nostrum, siamo stati visitati da tutti i popoli che vi si sono affacciati: Etruschi, Greci, Fenici, Arabi, Bizantini, Catalano-Aragonesi, Angioini, Francesi, Spagnoli… che si sono sovrapposti a un sostrato italico ancora più antico. Se volessimo costruire un intero mondo fantasy, per renderlo variegato basterebbe dare spazio a ognuna delle nostre diverse culture locali.

Esiste, ovviamente, una certa patina di polvere che ricopre il popolo fatato delle nostre sponde: maghe, sibille, anguane, sirene, strie, fauni e tanti altri. Polvere ricopre Storia, Paesaggi, Luoghi, Monumenti, ed è opinione diffusa che i nostri spiritelli, nonché boschi, mari, castelli e via dicendo, non siano adatti a una narrazione del mistero, dell’avventura, del pericolo, magari dell’horror, perché saremmo gente solare, che preferisce mangiare, fare l’amore, cantare, suonare e ballare.

Non siamo i primi però a trovare una certa difficoltà nel rianimare le vecchie storie e i loro personaggi (gli Inglesi non hanno cominciato “già imparati”); semplicemente, altri paesi hanno avuto quella generazione di pionieri che da noi ancora manca.

Eppure siamo o non siamo la nazione che ha visto nascere e tramontare Roma? All’estero gli autori di Fantasy sfruttano questo periodo storico, perché noi no? Siamo la terra delle repubbliche marinare, dei Longobardi, dei possedimenti Normanni, della Magna Grecia e della Fenicia, dei Quattro Giudicati, dei Sanniti e dei Mamertini, delle Compagnie di Ventura e dei Borgia. Un dio noster come Pan è alla base delle sperimentazioni britanniche sul Fantastico e noi solo ora, con il Pan di Francesco Dimitri, cominciamo a “sfruttarlo”.

Come dovrebbe essere un racconto medfantasy

Ma cos’è, com’è un racconto medfantasy? Di definizioni certe ancora non ne abbiamo, troppo poco (e ancora troppo poco visibile) è stato scritto dagli autori italiani. Vi sono, però, alcune opere di autori stranieri ambientate nella storia e nel mito delle nostre terre che potrebbero fornire una pietra di paragone.

La “Saga di Videssos”, scritta da HARRY TURTLEDOVE, quella dei “Drenai” di DAVID GEMMELL e Le Tombe di Atuan di URSULA K. LE GUIN sono esempi di romanzi da cui si può partire.

Turtledove, studioso di Storia Bizantina, usò le sue conoscenze per ambientare una vicenda di legioni perdute, gladi e spade magiche e salti temporali nella bizantineggiante Videssos, con personaggi dai nomi molto grecizzanti. A Videssos si hanno capacità curative straordinarie e si adora un unico dio, Phos, contrapposto a una divinità malvagia venerata dagli eterni nemici, gli Yezda (ispirati ai Persiani?). L’ambientazione è sicuramente mediterranea, mentre il tema della guerra e del genocidio appartiene un po’ a tutti i quando e i dove.

Il “Ciclo dei Drenai” di Gemmell prende spunto più dalla storia che dal puro fantastico, non parla di elfi o simili e fa riecheggiare la Grecia narrata nell’Iliade. Anche in questo caso, i luoghi sono mediterraneo-orientali, le tematiche la guerra e l’eroismo.

La pentalogia di U.K. Le Guin ambientata nel mondo di Terramare (Earthsea) trae origini diverse, così come le sue tematiche. Quell’arcipelago rievoca al contempo il Mediterraneo e le isole della Polinesia. Le tematiche sono molto psicologiche, ma nel volume Le Tombe di Atuan c’è una costruzione, secondo me, molto medfantasy: oltre all’ambientazione, qui è il contenuto che si focalizza sul ruolo delle donne previsto da morali tradizionaliste mutuate dalle religioni come quella cristiana.

La discesa nel sottosuolo oscuro ci riporta al racconto del Filo di Arianna e alle discese negli Inferi descritte da Omero e da Virgilio. Inoltre, coinvolgendo un Lui e una Lei, è possibile riallacciare la vicenda al mito di Orfeo ed Euridice, anche se con esiti opposti. Ciò che conta qui è l’intento, lo sguardo al presente dell’autrice: donne che raggiungono gli uomini, in libertà e autoconsapevolezza sebbene ostacolate da un culto ufficiale.

Riguardo all’ambientazione

L’ambientazione conta molto, e conseguentemente l’accurato studio delle fonti folkloristiche, mitologiche, storiche e culturali allo scopo di estrarne gli elementi necessari a un racconto medfantasy: per esempio armi come la daga o il gladio, navi come le galee, vicende come il dominio di imperi ove il sovrano è il rappresentante di un dio unico. Nei paesi mediterranei troviamo montagne e vulcani (i più alti di tutta Europa), ghiacciai, pianure nebbiose, terre boscose: certamente non è un mondo piatto come le Quattro Terre di Brooks, per esempio.

Resta ovviamente la difficoltà di come reinterpretare tutti questi “ingredienti” e comporre il giusto mix.

Altra sfida è quella della lingua da usare per i toponimi. Se prendiamo le mappe dei vari mondi fantasy degli autori più noti è difficile che vi si trovino sempre e solo termini in linguaggio inventato: nomi come “Darkwood” o “Blackmoor” equivalgono a “Bosco scuro” e “Brughiera nera”, sebbene a noi facciano un effetto particolare perché scritti in inglese. Possiamo (e dovremmo) scovare toponimi in italiano, magari usando termini arcaici ma evocativi. Ad esempio, una vetta sul Gran Sasso si chiama “Corno grande”, una certosa sorge in quel di Morimondo…

Elementi Med e ‘reinterpretazione’

La Polvere ammanta – nel nostro immaginario – anche i più formidabili testimoni del passato, e non perché essi abbiano smesso di parlarci, ma perché ci siamo noi dimenticati il loro linguaggio.

Il passato ci circonda e a volte ci ricopre, ma non sappiamo più scorgere i fili che a esso ci legano. È questa la “polvere” che annebbia gli occhi degli autori di Fantasy nostrani.

Un elemento sottovalutato sebbene ricco di potenzialità per una narrazione fantasy è Roma, e quindi la Romanitas.

Roma è la Repubblicana, la dominante d’Italia, la Caput Mundi imperiale e tardo-imperiale, la sede del culto cattolico con tutte le sue peculiarità e la sua storia più che millenaria; ma ancora, Roma è la schiavista e la Romanitas è anche Legge; Roma è popolino blandito eppure capace di slanci d’autonomia non indifferenti (chi si ricorda di Cola di Rienzo?), Roma è Santa e Roma è Puttana (ultimamente qualcuno le dà anche della Ladrona).

Nella stragrande maggioranza dei mondi fantasy esiste un impero: perché a noi non ispira scrivere di Roma?

L’ultimo ciclo heroic-fantasy di David Gemmell (“Saga dei Rigante”) prende spunto da una pseudostoria dove il rude ma onesto popolo dei “keltoi”, le cui divinità sono i magici sidhe, viene contrapposto a un nascente Impero di Stone. Stone costruisce città e strade di pietra, i suoi abitanti amano le comodità e le raffinatezze come le terme, ma è imperialista e bugiardo: se conquista un popolo ne ammazza i figli più giovani perché “non vendibili” come schiavi. Inoltre è posseduto da un credo religioso centralizzato, strutturato in un rigido clero.

Gemmell si è quindi servito di Roma, spesso inventando caratteristiche per fini personali. Noi non sapremmo fare di meglio?

Oltre a Roma, le città che possono offrire spunti per storie e ambientazioni medfantasy possono essere: Venezia, Genova, Pisa e Amalfi, le repubbliche marinare di un’epoca erroneamente immaginata come dominata in modo univoco da castelli e cavalieri in armatura.

Venezia è l’antica signora dei mari, ammantata di nebbia e affacciata sullo specchio dei suoi canali, una città di “palude”, vera e propria infrazione alle regole dell’urbanistica antica, ma con antesignane in Ravenna e in Aquileia.

Per quanto riguarda i possibili personaggi medfantasy, ogni nostro luogo è abitato da un’infinità di “presenze”, anche se non è risparmiato dalla famigerata “Polvere”. Ad esempio: non è forse possibile sfruttare un fauno? Be’, a questa domanda in parte ha già risposto Guillermo del Toro.

Un esempio (fra i tanti possibili) di reinterpretazione delle fonti ispiratrici, può essere il personaggio tolkieniano Gandalf (nome preso dall’elenco dei nani, nell’Edda). Pensando, infatti, a Il Signore degli Anelli, la stragrande maggioranza dei lettori (uno su tutti, Peter Jackson) tende a vedervi solo elementi nordici, molto pittoreschi, senza mai andare al cuore della lettura.

La figura di Gandalf presenta invece connotazioni anche “med”: come Radagast, Saruman e tutti gli altri maghi della mitologia della Terra di Mezzo, egli è innanzitutto “ishtari”, termine proveniente dalla mitologia mesopotamica (cfr. la Epopea di Gilgamesh). Inoltre, il ruolo di guida delle popolazioni contro il Nemico, i bastoni che accompagnano questi maghi, la loro magia spesso fatta di “parole”, non vi dicono niente?

Vescovi. Esattamente quel che sono per un autore di fede ultracattolica quale era Tolkien.

Come poteva mai fare breccia, fra i lettori inglesi, un simile personaggio? Rifacendosi alle figure degli evangelizzatori delle isole britanniche e alla mitologia, Tolkien ha composto il suo Gandalf mescolando un vescovo (magari un Beda il Venerabile) con una delle rappresentazioni di Odino sotto mentite spoglie, girovago e straccione ma dotato di segreto potere. Ecco che l’elemento impresentabile viene inglobato in uno mitologico, a sua volta inserito in un contesto narrativo che il tema della Provvidenza, del “nessuno è eroe abbastanza” e della tentazione rende molto cattolico.

Gli ingredienti non devono quindi essere presi e usati per forza in modo univoco, ma possono venire combinati fra loro, in una forma che risulti coerente con ciò che si vuole esprimere in una storia fantasy.

Questo è solo un aspetto di ciò che, fatto già altrove, dovremmo impegnarci a sperimentare anche in Italia. I motivi di riflessione sono ancora molti: a quale periodo storico o mitologico ispirarsi? come combinare insieme i diversi spunti? come e quanto “raffinare” il mito o il reale per trasporlo in elemento fantastico?

Su queste e altre domande è mia personale opinione che non si possa teorizzare senza la sperimentazione scritta e il confronto con quanti più lettori e autori possibile. Siamo ancora in una fase pionieristica insomma, e la verifica pratica è inevitabile.