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Cronache del Dopobomba

Sono le nove di mattina a Berkeley, California. La città si sveglia, i negozi aprono, le prime persone si affacciano all’aperto: l’inizio normale di una giornata normale. Ma nelle storie di Philip K. Dick il concetto di normalità è relativo e sempre inglobato in una sfera psicologica straniante. I personaggi entrano in questo primo atto come semplici comparse e non sanno ancora di essere gli attori di un dramma: Stuart McConchie, il commesso di colore del Modern TV Sales & Service spazza il marciapiede e osserva un uomo in nero entrare nello studio del noto psichiatra dottor Stockstill. Hoppy, focomelico, arriva sulla sua “focomobile” per iniziare il primo giorno di lavoro. Bonny Keller, a qualche chilometro di distanza, medita sulla propria insoddisfazione desiderando un cambiamento di vita.

Attraverso questi personaggi, l’inquietudine si insinua velocemente nel racconto e getta una luce innaturale su quello che Dick presenta come possibile futuro.

I prodromi di un disastro atomico sono già presenti: l’America è in guerra contro Cuba e deve vedersela con le nuove bombe di fabbricazione cinese. L’Uomo Nero visto da Stuart è Bruno Bluthgeld (Dottor Stranamore nell’omonimo film), lo scienziato pazzo che nove anni prima ha coperto la Terra di fallout radioattivo dopo un esperimento sbagliato. Hoppy è nato focomelico non per le radiazioni ma a causa del famigerato farmaco Talidomide, tuttavia possiede strani poteri occulti: ripara gli oggetti con la mente e ha visioni su quello che crede sia il dopo-morte. Ironicamente, si può dire non abbia torto.

Durante questa tranquilla giornata di provincia, mentre il televisore trasmette la partenza dei primi coloni per Marte, la prevista e temuta Bomba cade. Non si saprà mai chi sia stato a lanciarla: Russi, Cinesi, o lo stesso Comando Americano a causa di un altro terribile errore. L’Emergenza coglie l’umanità incredula sulle strade, la spinge ad accalcarsi nei rifugi, a invadere gli scantinati, a buttarsi nei tombini. Lo scenario possibile di un bombardamento atomico è ben noto ma Dick ce lo narra senza descrizioni o pretese di verosimiglianza scientifica, bensì attraverso le reazioni dei protagonisti: panico, egoismo e delirio d’onnipotenza in una scioccante atmosfera di banalità.

Poi la scena cambia…

Sono passati alcuni anni, e i superstiti convergono a West Marin County, una delle tante piccole enclave in cui la gente si è organizzata per sopravvivere. Le città distrutte sono lontane, le comunicazioni praticamente inesistenti e lo sforzo di ricostruire nelle campagne un’identità comunitaria ha creato le proprie regole basandosi sulle necessità del presente e le tradizioni del passato. Una società ibrida, nell’ambito della quale i parametri sono profondamente cambiati: Hoppy è divenuto il prezioso Tuttofare grazie alle sue inquietanti capacità; Stockstill è il medico del villaggio; Bluthgeld, ancora vittima delle sue psicosi, vive tosando pecore con il pensiero fisso di coloro che lo vogliono morto, e il disc-jockey astronauta Walt Dangerfield è rimasto bloccato in un’orbita infinita attorno alla Terra subito dopo il decollo verso Marte. Dalla sua navicella continua a trasmettere musica, notizie e brani di romanzi famosi: la sua voce, fortunosamente captata attraverso radioline a transistor, costituisce un momento di aggregazione fondamentale per le nuove comunità, l’unico ricordo di una realtà tramontata ma non dimenticata.

Cani parlanti, topi capaci di suonare il flauto col naso e bambini geneticamente mutati sono ora componenti abituali del sopravvissuto genere umano, anche se i vecchi preconcetti sono tutt’altro che scomparsi. Il razzismo latente nei confronti del diverso – negro o handicappato che sia – espresso efficacemente nelle pagine iniziali, non è sparito ma si è solo leggermente spostato, focalizzandosi sullo straniero o sul mutante: il negro Stuart McConchie parla con malcelato disprezzo dei neri da radiazioni, ex bianchi la cui pelle ha cambiato colore a causa delle ustioni. Alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove e la tragedia continua a seguire il suo corso.

Sarebbe stato facile descrivere Hoppy come una vittima che risorge dalle proprie disgrazie, ma chi pensa a questo non conosce Philip K. Dick. Il focomelico dagli innaturali poteri è uno gnomo maligno che desidera concretizzare la stessa mania di onnipotenza dello scienziato Bluthgeld: vile e mediocre negli atteggiamenti quanto geniale e perverso nelle sue ambizioni, questo frutto di una Colpa Universale rappresenta il male insito nelle generazioni umane, prima e dopo qualsiasi olocausto, un male che aumenta invece di diminuire. La sua nemesi è qualcosa che esce dal fantascientifico e sfiora l’horror fantasy, ovvero la presenza disturbante di un’entità-bambino, Bill, racchiuso nel corpo della gemella Edie. Le facoltà paranormali nate dalle radiazioni vengono considerate “magia”, quindi la presenza di questo corpicino parassita, dotato di facoltà arcaiche come la trasmigrazione o la capacità di parlare con i morti, è perfettamente lecita nella logica della narrazione dickiana.

Tuttavia, accanto al “brutto e cattivo” non abbiamo l’archetipo classico del “bello e buono”. Se Hoppy, il “sadico sgorbio da farmaci” focalizza su di sé tutto il negativo di questa condizione “dopo la bomba”, rappresentando il mostro che genera altre mostruosità, Billy fornisce una soluzione temporanea ma non certo rassicurante. Non esiste in questo romanzo nessun vero eroe dell’ultima ora ma, cacciate le ombre del pericolo imminente, le comunità di sopravvissuti continuano le proprie attività da formicaio, un mattone dopo l’altro, verso qualcosa che non è esattamente un progresso ma solo un’evoluzione inevitabile, con pregi, difetti, e tutti i rischi connessi.

C’è chi ha definito le “Cronache” di Dick “a perverse Pastoral”: un ritorno alle origini riflesso in uno specchio deformante, dove il concetto di “normale” e “anormale” non ha come linea di confine lo scoppio di una bomba atomica ma solo l’inarrestabile evolversi della psicologia collettiva.

Il futuro, tutto sommato, ha i suoi lati positivi e permette una sorta di rinascita dell’umanità, ma non rappresenta un ordine utopico: anche se l’oppressivo potere centrale è sparito, nuove forze devono sconfiggere nuovi pericoli e il conflitto tra felicità personale e convivenza civile si rivela inalterato.