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Cyberworld

Con questo romanzo il cyberpunk italiano riceve forse la sua consacrazione più alta, arrivando a prestigiosi premi, come il Concorso Letterario Nord nel 1995 e al Premio Cosmo l’anno dopo. L’autore è genovese ed è nato nel 1969. È forse per questo che ripercorre binari che sarebbero piuttosto aspri con una levità tutta particolare e con quel senso dell’humour che è tipico della città della Lanterna.

Siamo in un mondo in cui l’uscita dai corpi fisici è ormai diventata una prassi, grazie agli impianti per la realtà virtuale. Una realtà che è sempre più vivida e per alcuni preferibile a quanto realmente accade, se è vero che la madre della protagonista è una drogata di quelli che oggi chiameremmo “reality show” in una forma ancora più perversa, con le immagini che vengono impresse sulla retina e non lasciano spazio ad altro se non a fugaci sortite al bagno e a una vita passata in poltrona. Satira sociale già nel ’96, perciò, ben prima delle Isole dei Famosi e di altri prodotti consimili.

Tecnologia che serve per imparare, sì, ma anche per mistificare a proprio piacimento, e quindi soprattutto come lavaggio del cervello per le coscienze. Vietti attualissimo dunque nonostante il romanzo risalga a più di dieci anni fa e all’epoca fosse stato scritto da un promettente autore di ventisei anni. Intrigante lo sviluppo di alcune idee, viste col senno di poi: la homespace che è l’erede della homepage, lo spazio virtuale, il nickname che oggi sembra così necessario, tra pc, telefonini e altro.

L’alter ego virtuale si proietta all’interno di CyberWorld, il mondo che ha ereditato Internet con simulazioni sempre più sofisticate. Solo in queste finzioni tecnologiche riesce ad avere rapporti significativi, anche se effimeri: una cyberrelazione, scrive Vietti, dura in media quattro mesi.

Un mondo insieme estremamente affollato ed estremamente solitario: passeggi per un prato, scrive Vietti, e puoi stare sicuro che l’insetto che ti ronza davanti al naso può essere l’avatar di un guardone. Tutti sanno chi sei e quali siano i tuoi gusti, tu non sai chi detiene il potere che queste informazioni significano.

Solitudine, perché nella realtà tu conosci soltanto la sigla di tuo padre e nemmeno il nome, e tua madre ha comprato il seme a un’olovendita per dare un fratellino a sua figlia. Righe semplici nella loro terribile denuncia di quello che potrebbe essere, non domani, ma forse dopodomani, uno dei possibili mondi che ci aspetta. Viene in mente l’aristocrazia genetica di Gattaca e il genoismo contro chi non è nato dalla provetta. Non a caso, in questo mondo descritto da Vietti, è dopodomani, cioè il 2079, e si oppongono due fazioni: virtualisti e realisti. Una guerra che scorre su un sottofondo che l’autore rende piacevole e scorrevole, tra software di ricerca che assomigliano a segugi, e virus che si tramutano in fastidiosi insetti; citazioni da Neuromante, con l’I.A. di nome Case che ci si presenta come un cow-boy in omaggio all’omonima creatura di GIBSON. E visto che ci siamo, il cow-boy ci pare proprio l’allegoria di una cavalcata attraverso tutte le possibili fasi di una vita che fa sempre più fatica a distinguere il reale dal virtuale, anche se qualcosina ci sussurra, alla fine del percorso: così come gran parte dei personaggi in gioco nel libro di Vietti sembrano essere allegorie della stessa persona, il nostro stesso percorso nella vita reale è costellato da tentativi di identificarci negli altri. Un po’ come quando, a distanza di anni, misteriose somiglianze affiorano sui volti degli amici, come se un tratto familiare e a noi gradevole avesse attraversato il tempo, passando di fattezza in fattezza. Un mondo, insomma, che nello stesso tempo finisce per essere piccolo e grande. Mondo Cyber e Mondo reale, sembra dirci Vietti, sono più simili fra loro di quanto non potremmo pensare. Lo dimostra il controllo che entrambe le fazioni vogliono esercitare su Cyber World, lo dimostra il Codice di comportamento, o Cyber Code, che dovrebbe essere rispettato per evitare la più totale anarchia virtuale.

Vietti ha insomma questo pregio: ci dipinge nello stesso tempo un dualismo e un’analogia, uno e zero in fondo sono equivalenti, reale e virtuale si sovrappongono, alludono l’uno all’altro. In passato l’autore è stato criticato per un certo approccio lieve a tematiche che altrove furono affrontate in maniera ben più cupa e torva. A noi pare che questo sia un pregio e non un difetto. L’umorismo giova alla prosa di Vietti e rende le atmosfere più credibili anche quando ci troviamo di fronte un papero blu con la S di software sul petto. È stato anche detto che Vietti amerebbe gli stereotipi, dalle allegorie che utilizza per bachi e utilità di scandaglio, fino ai giornalisti, immancabilmente immorali. In parte può starci. Attenzione però a considerare l’Italia del 1996: informatizzazione a livello embrionale, uno scenario estremamente diverso rispetto a quello che ci troviamo di fronte ora. Che l’autore abbia voluto essere lieve anche nelle sue metafore va dunque tutto a suo merito, come è sempre grazie a lui che alla fine di Cyber World il lettore stacca gli occhi da un romanzo che è filato via liscio come l’olio. Un flusso di scrittura naturale come pochi, per descrivere un passo inquietante della nostra esistenza: un po’ come il moto sempre diverso di quel mare che si avverte sempre presente sotto la superficie lieve della prosa di Alessandro Vietti.

Cyberlworld (di Alessandro Vietti)

Tit. originale: Cyberworld

Anno: 1996

Autore: Alessandro Vietti

Edizione: Editrice Nord (anno 1996), collana “Cosmo Argento” #271

Pagine: 223

ISBN: 8842909157

ISBN-13: 9788842909156

Dalla copertina | CyberWorld aprì i battenti ufficialmente il 1° gennaio 2048. Era grottesco che un posto dove non esistevano differenze di sesso, di religione, di pelle, dove non si costruivano ghetti, o si praticava l’emarginazione o si combattevano guerre, fosse in realtà un non-luogo, in quanto esisteva solo nell’infinito flusso ottico che portava la vita informatizzata in ogni angolo del pianeta. Era come dire che uno spazio del genere avrebbe potuto vivere solo nelle fantasie degli uomini. Ma per la prima volta nella storia, l’uomo avrebbe potuto dar corpo fisico ai propri sogni.Ben presto però CyberWorld si rivelò molto meno idilliaco e pacifico del previsto. Per sua natura, infatti, CyberWorld non apparteneva ad alcuno stato mondiale, inoltre consentiva di mantenere un assoluto anonimato. Fu proprio questa estrema libertà a condurre i peggiori ladri di informazioni e i più astuti agenti di spionaggio industriale a fagocitare tutte le informazioni disponibili.Ma era possibile sostenere una società assolutamente anarchica?Venne quindi il CyberCode, un vero e proprio codice di leggi e di regole di comportamento, rispettato da chiunque fosse entrato nel ciberspazio. Ma qualcuno non era d’accordo: un gruppo tecno-religioso estremista i cui seguaci, trascinati dalle follie visionarie di Angel@01, si fecero chiamare Virtualisti.Ed è questo il vero inizio di una storia drammatica e inquietante, uno sguardo inedito sul nostro futuro cibernetico…