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Cybgen

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La musica andava a tutto volume, i poster alle pareti oscillavano a ogni botta di subwoofer. C’era l’immagine computerizzata dei Metevils Cannibals, il gruppo metal-rock demoniaco di grido; c’era Mad Blood, l’idolo furioso del wrestling; c’erano le foto nude e scosciate di un paio di sex-trash model: una seduta sul water, l’altra intenta a raschiarsi una merda di cane da uno scarpone; quest’ultima aveva indosso solo gli scarponi e un passamontagna di cuoio, la prima non aveva un pelo in tutto il corpo tatuato, era schizzata d’escrementi da capo a piedi e una protesi meccanica luccicava al posto della mano sinistra. Le viscere d’un Los Angeles cop fumavano tra le mani del disgraziato, mentre l’accoltellatore quattordicenne gli orinava addosso assieme agli altri tre baby gangster (colpo da Pulitzer d’un ex oscuro reporter).

La musica rimbombava nella stanzetta e i poster cambiavano colore al ritmo dell’insegna pubblicitaria di una marca di elettrostorditori da borsetta. Fuori della finestra si vedevano solo una lettera T e i tratti orizzontali d’una E, appese all’impalcatura di tubi che rivestiva la facciata da quindici anni. Diogene in pratica c’era nato con quella roba davanti alla finestra. Pareva che il comune non avesse alcuna fretta di finire. Intanto l’intonaco cadeva a pezzi, le insegne cambiavano e l’impalcatura restava. Quando Diogene andava alle elementari c’era un manifesto di plastica grande quanto l’intera facciata, e il sole filtrava nella stanza attraverso il capezzolo sinistro della regina discinta dei cellulari. Gli piaceva, quel mega capezzolo appeso sul suo micro orizzonte, ma la T rosso fuoco poi verde acqua era meglio. Specialmente quando era rossa. A dire il vero non gli andava quando virava al verde: il verde gli rubava energie.

Diogene premette un pulsante e la musica cessò all’improvviso lasciando l’aria lacerata e sgomenta. Per qualche secondo tornò preda del martellare incessante dei lavori alle fognature giù in strada, poi il monitor s’accese e la ludostazione ingoiò il dischetto cromato. Un pot-pourri di rumori elettronici si mixò al baccano e un’armonica di colori cangianti si sovrappose sui poster al verde proveniente dalla finestra.

Diogene si stravaccò di traverso sul letto, con la schiena appoggiata ai cuscini, prese il joypad tra le mani e regolò il volume fino a coprire i martelli pneumatici.

Per mezz’ora distrusse auto, carri armati ed elicotteri, schiacciò vecchiette sui marciapiedi, rubò motociclette, caricò prostitute e stuprò scolarette sulla pubblica piazza. Poi il gioco gli venne a noia. Si versò una lattina di Under Eighteen, la quasi birra degli adolescenti trendy. Non conteneva alcol, solo qualche blando allucinogeno d’uso legale. Almeno finché la normativa non si fosse aggiornata: poi la multinazionale avrebbe cambiato qualche virgola alla molecola attiva e tutto sarebbe andato avanti anche meglio.

Diogene gettò la lattina vuota sotto il letto, a far compagnia alle mutande sporche e ai calzini spaiati. Sua madre si sarebbe incazzata, facendo le pulizie. Gli piaceva farla incazzare. Era uno spasso vedere come s’infuriava per niente, quando tornava a casa, stravolta da nove ore alla cassa dell’iper e una abbondante di metrò. Se lo meritava la troia, per aver fatto scappare suo padre. Suo padre sì che era un ganzo. S’era intascato i soldi dei clienti ed era scappato all’estero chissà dove. Diogene l’avrebbe raggiunto, quando fosse riuscito a sapere dov’era.

Sostituì il CD con un DVD porno, si sdraiò e si fece svogliatamente una sega. Si pulì con un calzino di spugna e nascose anche quello sotto il letto. Lo ficcò tra la parete e il materasso, spingendo giù bene per assicurarsi che finisse sul pavimento.

Si alzò, aprì lo zaino di scuola e ne tirò fuori la valutazione quadrimestrale. Andò in bagno, ci si pulì e la gettò nella tazza. La carta era dura e lo sciacquone non riuscì a spingerla giù. Rimase a galleggiare sopra le feci.

Diogene andò in cucina, si fece un toast con cipolline, conserva di nocciole, formaggio fuso e burro d’arachidi, bevve un’altra Under e tornò alla ludostazione.

Stavolta inserì un gioco nuovo. Glielo aveva regalato nonna per il compleanno tre mesi prima, ma non ci aveva ancora giocato. Nonna sceglieva sempre cose pallose, ‘formative’ a suo dire. Diogene di solito le barattava per un po’ di fumo, senza manco aprire la confezione. Anche questa stava ancora ravvolta nel cellofan. ‘Cybgen’ si leggeva sotto la plastica trasparente. In copertina si vedeva un pezzo di braccio con una mano che tendeva un dito verso un’altra mano con un altro pezzo di braccio. Non era fatta al computer, sembrava molto vecchia quella roba. Pareva dipinta con sistemi primitivi: pennelli e tempera, manco aerografo e acrilici. Giusto l’illustrazione che poteva piacere a nonna. Magari c’era qualche oscuro ‘riferimento culturale’. Una cagata di gioco, con quella copertina scabeccia non si poteva manco barattare con un altro taroccato. Lo spacchettò. L’avrebbe messo su tanto per ridere, poi l’avrebbe bruciato dentro il bidè.

Due ore dopo, Diogene era ancora incollato allo schermo. In fin dei conti quella roba era abbastanza ganza.

Si trattava di costruire un mondo, anzi, volendo, lo scenario poteva comprendere un universo intero, ma quello nella modalità hard, per esperti. Per ora si stava impratichendo in easy mode: già ce n’era d’avanzo. Aveva iniziato mettendo a posto la luce solare, poi aveva separato le terre emerse dagli oceani e aveva popolato entrambi di dinosauri e animali fantastici. Questo nei primi settanta minuti; poi si era preso una pausa. Aveva fatto fuori due dolci confezionati e un pacco di patatine. Creare mondi metteva fame. A metà sacchetto gli era di nuovo venuta voglia d’andare al bagno. La pagellina si era inzuppata per bene. Quando tirò lo sciacquone scivolò nello scarico in un sandwich curioso. Prima di uscire dal bagno si controllò l’acne allo specchio, spremette vermicelli di pus dai brufoli infiammati e si disinfettò con lo sputo.

Intanto il gioco era andato avanti: i dinosauri si erano estinti, ora il mondo era popolato da un sacco di omini, maschi e femmine, che facevano le loro faccende ed erigevano altari agli dei.

Fico! Bastava gettare le premesse e dare un’occhiata ogni tanto! Però quegli ometti affannati, coi loro animali domestici e le loro religioni bizzarre, non gli andavano a genio. Ne salvò un gruppetto a caso assieme alle bestie più divertenti, poi selezionò ‘diluvio’ nel menù opzioni e cancellò tutto il resto sotto una valanga di pioggia. Avrebbe preferito una valanga di vomito, ma non era previsto.

Era divertente vedere tutti quegli esserini virtuali infradiciarsi e annegare, le capanne crollare invase dal fango, carcasse gonfie e cadaveri come otri galleggiare nella corrente. C’era da sbellicarsi dalle risate. Anche all’idea della faccia che avrebbe fatto nonna. Non male quel gioco, l’avrebbe ripreso più avanti.

Non spense, si limitò a sistemare altre opzioni e a chiudere l’audio. Voleva vedere che scenario avrebbe trovato al ritorno.

Prese lo skate, controllò i cuscinetti con una ditata, l’infilò sottobraccio e uscì pensando ch’era valsa la pena di far sega a scuola. Rientrò subito, prese il suo tirapugni preferito, quello con le punte affilate, lo mise nella tasca a marsupio della felpa e uscì nuovamente. Uscendo ebbe cura di sbattere forte la porta. L’appartamento rimase vuoto.

*   *   *

Di lì a poco la porta si riaprì ed entrò Priscilla. Priscilla era la sorella maggiore.

Gettò lo zaino per terra accanto al divano e si diresse in cucina.

Dimostrava un sedici, diciassette anni. Aveva capelli lunghi, lisci e neri, vestiva in jeans e canottiera. La cinta dei pantaloni lasciava scorgere qualche pelo del pube e sul dietro metà fondo schiena; la canottiera le scendeva a malapena sotto le tette, o meglio ci sarebbe scesa se le avesse avute.

Aprì il frigo e s’ingozzò di tutto quel che trovò di proprio gusto. Mangiò yogurt ai lamponi, marmellata di ribes, una costa di sedano cruda intinta nel formaggio molle, bevve succo di pompelmo e latte scremato. Aveva una fame mortale. Aprì uno stipo, s’ingozzò di biscotti e ci bevve sopra ancora latte e pompelmo. Poi andò in bagno, s’inginocchiò sulla tazza, si mise due dita in gola e si liberò lo stomaco.

In camera sua si mise nuda sulla bilancia, col cuore in tumulto. Le sue costole sporgenti, i fianchi e le ginocchia ossute diventavano verdi e poi rosse e poi verdi… La finestra era occupata da una T e dall’asta inclinata d’una lettera A.

Prese un accappatoio di spugna, raccolse i capelli sotto una cuffia di plastica e tornò in bagno per farsi una doccia. Sotto il getto bollente s’insaponò e strofinò col guanto di crine fino a scorticarsi. Uscì dal box con la pelle pallida e opaca, quasi verdastra, chiazzata di rosso. Pareva che i colori della scritta pubblicitaria le si fossero appiccicati sul corpo.

Aveva il cuore oppresso, sentiva il bisogno di scrivere qualche riga nel suo quaderno del cuore.

Lo prese dallo zainetto, poi, ravvolta nell’accappatoio, si sedette alla turca sopra il divano, col quaderno in grembo. Il divano era azzurro, l’accappatoio bianco, la copertina del quaderno era rosa a fiori minuti verde pallido e arancione. I capelli scendevano picei sopra l’accappatoio. Le unghie dei piedi erano laccate di nero al pari di quelle delle mani, smozzicate con un lavoro alacre di denti.

Non le piaceva la luce cangiante della sua camera, specie quel rosso sangue che le ricordava le sue mestruazioni stentate. Per fortuna lì nel soggiorno-ingresso non arrivava. Arrivava solo la luce, grigia di smog e arancione di ciminiere, del sobborgo industriale.

Prese a scrivere sul quaderno con la matita viola. S’accorse subito che il colore non s’intonava alle parole. Scese dal divano e s’accosciò per cercare nello zaino la matita grigia. Per quanto frugasse non riusciva a trovarla. Le prese un attacco di stizza: Diogene, sicuramente! Non c’era posto dove non mettesse le mani. Lo odiava; lo odiava dacché era nato. Odiava lui, la mamma, e sé stessa. Anche pa’ odiava, da quando li aveva abbandonati. Il mondo faceva schifo, e ora Diogene le aveva preso la matita grigia.

Entrò nella camera del fratello a pugni serrati, isterica, determinata a mettere tutto a soqquadro pur di trovarla.

Non ci entrava quasi mai. Le ragazze nude appese ai muri le davano la nausea, per non parlare del poliziotto sventrato. Quello proprio non riusciva a guardarlo. Era decisa a cercare in apnea, poi sarebbe fuggita in camera propria, tra i suoi mobili di giunco e le sue foto di gatti e di uccelli. Non voleva più scrivere poesie, era troppo furiosa. Si sarebbe gettata sul letto con la testa sotto il cuscino, per non vedere le luci, e avrebbe pianto di rabbia.

C’era un tanfo di calzini putridi e di sperma rappreso; il monitor della ludostazione era acceso. Sullo schermo s’affannavano figurette quasi umane. Fu incuriosita dalle didascalie che si susseguivano a piè di schermo. C’era molto dolore in quei dialoghi, e lotta e disperazione. E ancora dolore.

Prese il pad e ripristinò l’audio. Sapeva come fare. Anche lei giocava ogni tanto con la realtà virtuale, ma non i giochi sanguinari di Diogene. A lei piaceva quel pupazzo volpino che cavalcava l’orso polare dentro una galleria di ghiaccio.

Col sonoro era anche peggio: urla, pianti e voci rabbiose. Diede una rapida scorsa ai numerosi scenari. Si poteva scegliere il luogo del mondo e poi zumare e zumare, fino a isolare azioni di gruppo o singoli personaggi. Pareva un gioco molto complesso, molto reale. Selezionò e zumò. Dappertutto c’erano dolore e sopraffazione. Tornò al menù principale, mutò alcune opzioni, poi escluse il sonoro e tornò a cercare il lapis.

Alla fine dovette desistere, preferiva perderlo piuttosto che frugare oltre in quel luridume. Uscì rasserenata: adesso le sovrimpressioni riportavano anche frasi d’amore, gli omini si muovevano meno convulsi, gli scenari si susseguivano più lindi, i colori erano più brillanti, il sole s’alternava pacificamente alla luna, e dappertutto, pur nel contrasto e nel dramma, trapelava una nuova speranza nascente.

*   *   *

Diogene rientrò dopo cena. Ma’ aveva lasciato un piatto coperto sul tavolo e un foglietto con una freccia disegnata a rossetto. Sotto il piatto c’era della pastasciutta appiccicata e fredda. La freccia puntava sul microonde. Lo sportello era aperto e dentro c’erano delle crespelle al formaggio precotte e surgelate. Nel foglio c’era anche qualche riga vergata a biro. Diogene lesse:

“Ciao tesoro io e Pri abbiamo cenato. Ti ho lasciato qualcosa da scaldare col microonde. Sono al Gatto Morto con Guido a farci due birre. Tieni acceso il cellulare che poi ti chiamo. Bacio, Mamma.”

Guido era il ganzo di sua madre: un tipo tozzo, volgare, coi bicipiti che non stavano nelle maniche e il collo da manzo. Che ci trovava ma’ in quello stronzo? Poi un’idea gli venne. Se tanto gli dava tanto… Immaginò sua madre sodomizzata da Guido e si carezzò sopra i jeans.

Scatarrò sopra la pasta rappresa, s’assicurò che il cellulare fosse spento e s’infilò in camera sua. Non aveva fame, s’era già ingozzato di cheeseburger e fish and chips al Mark Donand. Pure una maxy, s’era scolato, un’alcolica vera, alla faccia dei legislatori fessi. Mica era un problema per un minore infrangere la legge sull’alcol. Nemmeno trovare i soldi era un problema: c’erano un sacco di froci alla stazione, disposti a sganciare per farti un pompino. Certi amici suoi si vendevano il culo, lui no. Gli veniva troppo bene per le sue funzioni naturali e non voleva sciuparselo.

Diede il cinque a Mad Blood sul manifesto, poi si lasciò cadere sul letto col joypad in mano. Stava come al solito di traverso al materasso, coi cuscini dietro la schiena e la nuca contro il muro. Venivano dei rumori attraverso la parete: dalla stanza di Pri. Sentire… C’era un parlottare concitato, urletti, qualche sospiro, schiocchi che non parevano di baci… La sorellina s’era portata il ganzo in camera. Ogni tanto le molle del letto facevano gneck! Ma non come di due che scopano, come quando uno cambia posizione di colpo. Dal tono di voce la sorellina non pareva contenta, il ganzo ridacchiava. Doveva essere Tiziano, quello rosso, allampanato, compagno di acne. Gli andava a genio, Ti. Forse per il fatto dell’acne, forse perché gli aveva dato la dritta della stazione. Ti non aveva più bisogno di far quelle cose coi froci per tirare su piccioli. Faceva il pusher adesso. Non sarebbe stata una cattiva idea chiedergli un subappalto. Era il momento giusto. Mica si dice di no a un fratello di cui ti fotti la sorella!

Mollò il pad e scese dal letto. Uscendo gettò un occhio distratto allo schermo: qualcosa non andava per il verso giusto. Avrebbe controllato più tardi, ora doveva pensare a introdursi nel mondo magico dello spaccio.

Entrò senza bussare: Pri aveva il top tirato sopra quel niente che s’ostinava a chiamare tette, e i pantaloni sulle caviglie. Anche gli slip, aveva calati. Ti stava in ginocchio sul letto, nudo bruco a parte i piercing, i tatuaggi e i calzini. Con una mano si tirava la testa di Pri verso il membro, quello lo teneva con l’altra. Aveva il pelo intonato ai capelli e il cazzo intonato alla faccia.

Un bel presepe quei due! San Giuseppe, consorte e pargoletto. Il presepe si scompose tra gli strilli di Pri. Diogene schivò il cuscino senza fatica, Gesù bambino coi capelli rossi s’ammosciò con tutta calma.

Diogene tornò in camera sua soddisfatto. Grande Tiziano! Gli spiaceva avergli interrotto lo stupro. Ma tanto quella squinzia di Pri con un altro paio di sberle gliel’avrebbe mollata. Come faceva Tiziano a tirare a Priscilla, quel mucchio d’ossa con la testa tra le nuvole? Si sedette pensando che nel mondo, quello reale, accadevano un sacco di fatti incomprensibili.

CAZZO se le cose non andavano per il verso giusto sullo schermo della ludostazione! Diogene ci mise un po’ per controllare il mondo. Pareva che dappertutto regnasse amore, una roba da vomito! Nessun omino aveva troppo e tutti avevano abbastanza, le coppie si formavano e mettevano al mondo i figli con amore, la gente aveva poche necessità, semplici e naturali; i popoli andavano d’amore e d’accordo, il concetto di fratellanza soverchiava l’idea di nazione, le calamità naturali provocavano gare di solidarietà, i governi erano illuminati o non esistevano affatto; l’arte, la musica e la letteratura regnavano sovrane e chiunque poteva esprimere la propria creatività; dovunque si faceva cultura e la filosofia imperante propugnava la tolleranza, il rispetto e l’amore per il prossimo. Non esistevano religioni, tantomeno di stato, ma una religiosità diffusa che apriva i cuori e allargava le menti. Tutti ammiravano la bellezza del creato e il creato era dovunque pervaso di bellezza.

Cazzo, cazzo, cazzo! Ma così non c’era più divertimento, solo nausea melensa, una roba da tagliarsi le vene! Bisognava correre ai ripari. Per fortuna in certe cose lui era un genio.

Alzò il livello generale d’ansia e di sospetto, tarò a stecca la smania di potere, creò religioni integraliste e le mischiò col potere politico, distribuì odio a man bassa, formò e inserì leader politici avidi e corrotti, istituì servizi di intelligence abilissimi nella disinformazione, impiantò multinazionali bramose di profitto e sparse in ogni dove industrie inquinanti, mise trivelle petrolifere in Alaska, in Oriente e nei paradisi marini, profanò i templi della natura, mercificò l’arte e asservì la cultura, abbassò la percezione generale dell’estetica, suggerì bisogni fittizi, spostò i cursori dalla posizione essere alla posizione avere e da conoscere ad apparire

Fu una bella fatica, ma ne valse la pena. Come ebbe sistemato l’ultima opzione, rifece uno zapping esplorativo: già si vedevano i primi conflitti, l’intolleranza, razziale e religiosa, si diffondeva a velocità crescente, dappertutto si faceva sesso ma senza l’ombra d’amore. Ora sì c’era di che divertirsi! Quei tipi dalla pelle scura che si mutilavano a colpi di machete nelle terre del sud erano grandi! Fico tutto quel sangue che spruzzava dai moncherini, fichi gli sguardi stupiti e sgomenti quando si vedevano gambe e mani separate dal corpo! Fantastiche le cataste di corpi che imputridivano le acque del fiume! Molto meglio, molto fico, molto splatter. Anche dalle mine a forma di bambola poteva trarre scene mica male. Nemmeno un attimo d’esitazione: nell’apposita casella spostò il puntatore da rifiuta ad approva e confermò. Perché mai avrebbe dovuto salvaguardare i bambini? Vederli saltare per aria e poi mutilati, urlanti e piangenti lo faceva sballare dal ridere. A ogni esplosione si faceva una gran risata ballando sopra il letto. Pure utilizzarli come magazzini ricambi lo divertiva un mondo. Gli piaceva vederli vendere o rapire, poi vivisezionare e depredare degli organi interni. Cosa non avrebbero fatto quelle cariatidi putride e ricche sfondate per poter ammorbare l’atmosfera ancora un giorno col loro fiato di zombi! Eh sì, gran cosa l’egoismo! Peccato il cursore fosse già a fine corsa. Anche l’idea di turismo di cert’altri marpioni era mica male. Con una zumata su un collegio di religiosi si procurò un master in pedofilia.

Era bello vedere tutto e fare e disfare a suo piacimento. Quel gioco gli andava a genio: lo faceva sentire onnipotente e onnisciente. Dio, si sentiva! Zumò ancora una violenza di gruppo su una ragazzina di colore, ci si masturbò di gusto, poi crollò esausto e s’addormentò.

*   *   *

Il mattino seguente Priscilla s’alzò dolorante e coperta di lividi. Aveva nausea e una gran voglia di piangere. In bagno, pulendosi, trovò tracce di sangue nella carta igienica. Si mise sotto la doccia e sfregò con rabbia sui lividi. Le sue lacrime calde si diluivano nell’acqua fredda.

In cucina ma’ aveva lasciato la colazione pronta sul tavolo. Pri mise tre dita nella marmellata di more e se ne riempì la bocca: il suo corpo le chiedeva cibo, malgrado la nausea. Controllò il primo conato spalmando marmellata dentro e intorno alla bocca, poi non ce la fece più e si lasciò andare sul pavimento, raggomitolata come un feto. Con una mano si teneva lo stomaco scosso dagli spasmi, con l’altra cercava di rimettersi in bocca la marmellata mista col vomito.

Tornò sotto la doccia, poi s’intabarrò in un telo di spugna, strizzò e raccolse i capelli e si fissò nello specchio: nelle orbite bistrate di sofferenza i suoi occhi brillavano di febbre. I capelli le scivolarono sulle spalle: anche bagnati erano la cosa più bella che avesse. Prese le forbici e ne tagliò via ciocche lunghe e irregolari.

Si buttò addosso una felpa tre misure più grande, poi tornò in cucina e bevve una tazza di tè. Questo riuscì a tenerlo.

L’orologio a batteria ticchettava sulla parete con un rumore stizzoso, come le prime gocce d’un temporale. Era ancora presto, ma decise che per quel giorno avrebbe fatto sega a scuola. Diogene però doveva svegliarlo. Ma’ aveva ancora qualche remota speranza che non buttasse via l’anno.

Accostò il viso alla porta e lo chiamò due volte, poi la spinse ed entrò. Il fratello dormiva mezzo vestito, col copriletto rigirato attorno alle gambe e la testa sotto il cuscino. Fuori dalla finestra, imperterrita anche nella luce grumosa del giorno, l’insegna dava il suo contributo all’effetto serra.

Chiamò: «Diòoo!»

Poi: «Diogene?»

Poi: «Diò» un altro paio di volte, scuotendolo. Lui la colpì col cuscino, la mandò ‘in culo’ e mollò un peto nella sua direzione.

*   *   *

Come il fratello fu uscito, Pri tornò nella sua stanza. Già prima aveva notato i colori macabri e stridenti che s’agitavano sul monitor della ludo, ma con lui presente non si sarebbe mai azzardata. Si sedette col pad in mano e fece uno scan generale.

Dio mio! Si portò una mano alla bocca e lasciò scorrere le prime lacrime. Miodio, miodio, miodio, quanta sofferenza! Un mondo di storpi, pazzi e confusi; pornografia, droga, disperazione; lotte economiche, di razza, di religione; tutti in guerra con tutto e con sé stessi; la natura umiliata, stuprata e offesa; l’umanità alienata, sfruttata e vilipesa; i corpi violentati, mutilati, mercificati; le menti torturate, lavate, annullate!

Immaginò il ghigno di Diò, il suo divertimento maligno, la sua soddisfazione perversa nel premere i comandi che mandavano nel mondo virtuale uragani, eruzioni, epidemie… Un’entità crudele compiaciuta del proprio umorismo sanguinario, plagiata dalle divinità mediatiche affisse in effigie alle pareti del suo santuario. Ebbe per lui una pietà sconfinata. E per il suo creato.

C’era troppo, troppo dolore nel mondo ideato e manipolato da Diogene! Virtuale la terra, la luce degli astri; virtuali gli oceani, gli animali, le piante e la gente… ma in ogni elemento dolore vero: sofferenza concreta e tangibile come quella che l’assediava nella realtà quotidiana. Per giunta compressa, condensata… esposta in ogni lurida scena, esplorabile in ogni sordido anfratto. L’emanazione di tanto dolore l’assalì alla bocca dello stomaco, le annebbiò la vista, le sopraffece il pensiero.

Pri scivolò a terra e vomitò sul joypad una boccata di bava e fiele. E del pianto d’ogni singola cellula del suo organismo anoressico.

Poi si riprese. Non poteva abbandonare tutti quegli omini disperati e dolenti, in ostaggio del dio crudele che li aveva creati non per amore ma per compiacersi di sé e occupare il tempo ridendo delle loro miserie. Si rimise ai comandi e tentò l’impossibile.

Per ore estenuanti, febbrili, convulse, tentò e tentò e tentò ancora, senza riuscire. Invano spostò i cursori, scelse opzioni di gioia, bellezza e sapere; inutilmente s’accanì contro i governi supernazionali, contro i poteri occulti, contro l’intelligence, contro i profitti delle multinazionali, contro l’ansia, l’impotenza e il delirio globalizzati.

Priscilla tentò: progettò uomini d’anima e di pensiero e li inserì nel gioco perché diffondessero insegnamenti di tolleranza, religiosità e non violenza; fece artisti sublimi capaci di commuovere i sassi; sparse i germi della musica che risuonava nel suo cuore di fanciulla offesa; plasmò capi carismatici che portassero i popoli oltraggiatati alla rivolta. Nel gioco il potere isolò alcuni dei pensatori e li ridusse all’indigenza, altri corruppe e ricattò, altri ancora inglobò nel sistema tributandogli onori e svuotandone il pensiero dei contenuti. Alcuni non si piegarono né furono assimilati o isolati: sparsero la coscienza dei diritti di tutti gli omini e fecero proseliti. Come si contarono videro d’essere in molti, avanzarono le loro richieste ma furono spazzati via con le armi, con la povertà, con la droga. Gli artisti si rivolsero invano alle coscienze rincretinite coll’incertezza e coll’ansia, aggiogate alla scrivania e al tornio, private del tempo per contemplare e creare. La musica della nostalgia e del desiderio d’amore si tramutò in espressione di rabbia, le sue note struggenti divennero gemiti e urla di schiavi tormentati. I capi carismatici furono assassinati, i rivoltosi incarcerati, torturati e fatti sparire. La loro disfatta fu sfruttata come esempio per intimidire gli irrequieti; le loro lotte furono mistificate, travisate, storpiate, derise e consegnate deformi alla storia. Il grido di libertà fu misconosciuto dai media corrotti, ogni eco nelle coscienze rimosso coi reality show o sepolto sotto cumuli di telespazzatura.

Il gioco era andato troppo avanti e non c’era più nulla che potesse ripristinare nel mondo la purezza primigenia; il male permeava ogni singolo bit del processore e niente poteva arrestare la marea crescente di dolore. Le creature virtuali erano fatte d’energia, d’energia il loro mondo; il male era fatto d’energia negativa e contaminante. Priscilla pensò che perfino il volpachiotto e l’orso, contaminati, non avrebbero più potuto saltare spensierati nel ghiaccio ma solo raggelare e soffrire.

Il male straripava dalla ludostazione e invadeva con miasmi mefitici l’atmosfera già puzzolente della stanza di Diogene. Anche il mondo reale, Priscilla pensò, era fatto d’energia negativa, e lei ne era contaminata. Il male s’annidava nel suo petto scarno e ansante, nel suo utero anoressico e sterile. Per questo non c’era più nulla che potesse tentare.

Fece la sua ultima doccia, si vesti sulla pelle nuda del velo quasi nuziale della prima comunione, poi aprì la finestra e salì sull’impalcatura.

A metà volo, la lettera T virò dal verde smeraldo al rosso.