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Dean Koontz

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Dean Ray Koontz nasce il 9 luglio 1945 a Everett, cittadina di nemmeno 2.000 abitanti nella Contea di Bedford, Pennsylvania, in una famiglia disagiata. Vittima degli abusi fisici e psicologici del padre alcolista, fin dall’infanzia Dean trova rifugio in un mondo a parte, quello dei suoi racconti – venduti spesso a familiari e compagni di classe – dove i suoi ‘incubi’ quotidiani vengono trasfigurati in forze altrettanto oscure che può tuttavia controllare e, per mano dei suoi protagonisti, finalmente vincere.

Negli anni del college, Koontz abbraccia la religione cattolica. Come ricorda in una intervista rilasciata nel 2009 al Catholic Exchange (‘Best-selling author Dean Koontz explores catholic values in novels’, 1 agosto 2009), questo coinvolgimento non matura sulla spinta di teorie teologiche o di riflessioni intellettuali, ma in ragione del rigore alla base della dottrina e di quell’apertura al senso del misterioso e del meraviglioso che legittima ogni speranza e consente di vivere. La Fede, d’altro lato, non è per Koontz in contrasto con i suoi crescenti interessi verso la scienza; al Catholic Exchange dichiara:

Leggo molto sull’argomento della meccanica quantistica e mi interesso anche di biologia molecolare. Non sono incompatibili con la fede e ciò vale specialmente per la meccanica quantistica. Questa ci descrive sempre più un universo che ha aspetti sorprendentemente coincidenti con alcuni assunti della Fede.

Sempre durante il periodo degli studi conosce Gerda Cerra, la sua futura moglie; è proprio lei a recitare più tardi un ruolo decisivo nel suo destino di romanziere, prima offrendosi di mantenere la coppia nel faticoso periodo dell’avvio, permettendo così a lui di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, e in seguito occupandosi della promozione delle opere del marito, in alcune delle quali partecipa anche come co-autrice.

Nel 1966, conseguita la laurea allo Shippensburg State College e sposata Gerda, Koontz trova lavoro come insegnante all’Appalachian Poverty Program, un’iniziativa governativa (facente parte del piano di riforma Great Society, varato da Lyndon Johnson) a sostegno delle famiglie povere. L’ambiente problematico e spesso violento (il suo stesso predecessore, aggredito dagli alunni, ha passato diverse settimane d’ospedale) e le incoerenze del programma gli rendono quest’esperienza piuttosto dura, ma anche formativa, concorrendo a definire le sue convinzioni politiche e sociali.

Nel 1996, nella lunga intervista rilasciata al magazine Reason (articolo ‘Contemplating evil, novelist Dean Koontz on Freud, fraud and the Great Society’), l’autore cita i molti aspetti criticabili di quel progetto: il costante ignorare le richieste di finanziamento per l’acquisto di libri da lui stesso inoltrate, la ‘misteriosa’ sparizione di gran parte delle risorse nei meandri della burocrazia, la destinazione indiscriminata degli aiuti economici, corrisposti in proporzione al numero di bambini mandati a frequentare il programma (un invito quasi esplicito a mettere al mondo figli –disinteressandosi poi della loro educazione – solo per incassare somme pubbliche)… Nel libro The Dean Koontz Companion, lo scrittore ricorda che proprio a seguito di quell’esperienza maturò in lui la convinzione che la finalità della maggior parte dei progetti governativi di impronta sociale non fosse aiutare le persone ma controllarle e renderle dipendenti dall’apparato statale. Koontz perde dunque ogni fiducia verso quel tipo di politica; riguardo ai diritti civili rimane un liberal, sul rilievo che esistono veri e propri contratti sociali tra individuo e governo, contratti che l’autorità pubblica non può violare; diviene un conservatore riguardo ai temi della difesa; e un semi-libertarian nelle altre questioni. Sono tratti facilmente riconoscibili nelle sue opere.

La carriera di Koontz è prolifica e poliedrica: dal suo esordio ad oggi, ben quattordici dei suoi romanzi, accompagnati da entusiastiche recensioni, raggiungono la prima posizione nella speciale classifica dei libri con copertura rigida più venduti stilata dal New York Times. Le sue opere, tradotte in quasi 40 lingue, vendono complessivamente più di 200 milioni di copie.

Il successo gli regala una notevole fortuna economica, tanto che nel 2008, con 25 milioni di dollari annui, si piazza al sesto posto (alla pari con Grisham) nella lista degli autori più pagati al mondo curata da Forbes. Un simile reddito gli consente, fra le altre cose, di sostenere negli anni diversi candidati del partito Repubblicano. Anche se dichiara (nell’intervista a Reason) che il voto a Bush nel 1992 è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, e ritiene che troppo spesso i politici mentano e siano poco credibili, Koontz appoggia la campagna di Romney e McCain nella corsa alla Presidenza degli Stati Uniti e quella di Schwarzenegger per il governo della California.

Del Partito Repubblicano sposa soprattutto la politica rivolta al rafforzamento delle difese militari: Abbiamo bisogno di una forte difesa.” – spiega, sempre al Reason – “Penso che il mondo sia pieno di persone malvagie. Penso che in qualche modo noi siamo ancor più in pericolo che in passato”. E ironicamente aggiunge: Stiamo vedendo che Paesi come la Corea del Nord hanno missili che possono attraversare il Pacifico. E, da quando vivo su questo lato del Paese [la California, dove si è trasferito nel 1977], sono particolarmente preoccupato da questo fatto…

Koontz sostiene con continuità anche il CCI, Canine Companion for Independence, un’organizzazione non profit che fornisce cani per l’assistenza ai portatori di handicap; l’autore entra in contatto con questa realtà in occasione delle ricerche per il suo libro Midnight (1989), in cui compare proprio un cane addestrato dal CCI. In segno di riconoscenza per le generose donazioni ricevute, l’organizzazione gli regala Trixie, un golden retriever che da quel momento ispira molti dei ‘personaggi’ canini dei suoi racconti. Nella finzione creata dal suo padrone, Trixie ‘scrive’ anche tre libri (Life Is Good… nel 2004, Christmas Is Good… nel 2005, Bliss to You… nel 2008, tutti narrati sotto una inusuale ‘prospettiva canina’) i cui proventi vengono devoluti al CCI. Trixie tiene perfino una newsletter, nella quale preannuncia i prossimi lavori di Koontz. La fedele amica muore nel 2007, a 12 anni, ma, come Koontz scrive spesso, il suo spirito rimane in famiglia, nella quale entra poi anche Anna, un altro golden retriever.

Le opere

Koontz scrive romanzi dal 1968, data di pubblicazione della sua prima opera (Star Quest, edito in Italia da Urania con il titolo Jumbo-10 il Rinnegato), spaziando tra più generi, dall’Horror al Thriller, alla Fantascienza.

Per scelta editoriale, al fine dichiarato di evitare che un tale caleidoscopio possa disorientare i lettori, molti suoi libri, romanzi e racconti, vengono pubblicati, soprattutto all’inizio della sua carriera, sotto vari pseudonimi: David Axton, Brian Coffey, Deanna Dwyer, K.R. Dwyer, John Hill, Leigh Nichols, Anthony North, Richard Paige, Owen West, Aaron Wolfe.

Di seguito ricordiamo i romanzi più rappresentativi.

The Dark Symphony, 1969 (La Sinfonia delle Tenebre, La Tribuna, 1972): secoli di guerra hanno distrutto la Terra. Ora i Musicisti vi fanno ritorno dallo spazio ed erigono una loro città, fatta di musica. All’esterno, ciò che resta dell’umanità, mostruosità disfatte dalle radiazioni, vaga nel deserto. Ma uno strano spirito di ribellione è pronto a destarsi in uno dei Musicisti.

Anti-Man, 1970 (Nascita dell’Anti-uomo, Mondadori, Urania, 1980): in un futuro lontano gli uomini creano androidi dediti a preservare i propri padroni da ogni male. La loro produzione su larga scala genera però dissensi e timori, che infine inducono i governanti a decretarne la distruzione. Uno di essi viene tuttavia salvato dal suo proprietario e condotto in un luogo isolato, dove subisce inaspettatamente una formidabile trasformazione e da protettore dell’uomo ne diviene la nemesi.

Time Thieves, 1972 (Ladri di Tempo, Mondadori, Urania, 1973): sparito dalla circolazione per 12 giorni senza dare notizie di sé, il protagonista rientra finalmente a casa, dalla moglie, ma senza ricordare nulla del periodo della sua scomparsa. Inizialmente si pensa a un’amnesia passeggera, ma non è così: qualcuno non vuole che lui ricordi. Ed è disposto a tutto pur di impedirglielo.

A Darkness in My Soul, 1972 (Sonda Mentale, Editrice Nord, 1976): Simeon Kelly, il primo uomo creato nei laboratori della Creazione Artificiale, è un telepate che lavora per il governo sondando le menti di funzionari e uomini politici; un giorno gli viene chiesto di ‘occuparsi’ del mostruoso e pazzo ‘Bimbo’, un altro superuomo prodotto dalla CA, che possiede la capacità di ideare armi e tecnologie di ogni genere…

Al 1973 risalgono The Haunted Earth, Blood Risk, A Werewolf Among Us, Hanging on, inediti in Italia, e Shattered (scritto sotto lo pseudonimo di K.R. Dwyer). Da quest’ultimo nel 1977 viene tratto il film Les Passagers (Viaggio di Paura) interpretato da Jean-Louis Trintignant. Il romanzo, edito in Italia da Sperling & Kupfer solo nel 1992 con il titolo In un Incubo di Follia, è un thriller on the road, non molto originale né fonte di grossi brividi. Alex, insieme al piccolo Colin, il fratellino della sua nuova compagna Courtney, intraprende un lungo viaggio in auto da Philadelphia a San Francisco. Con ansia crescente Colin si accorge che la loro auto è seguita da un furgone, guidato – come si scoprirà – da un ex di Courtney, uno psicopatico preda di allucinate visioni e deciso a riconquistare a tutti i costi la donna.

È però con Demon Seed, sempre del 1973 (Generazione Proteus, Fanucci, 1978), che lo scrittore ottiene il vero successo. Il libro vende più di 2 milioni di copie nel primo anno, e nel 1977 è oggetto di una omonima fortunata trasposizione cinematografica. In un futuro in cui le abitazioni sono gestite interamente da computer, Susan Abramson vive nei pressi di un campus universitario, in un isolamento che si è autoimposta da anni; un giorno la sua dimora automatizzata viene presa sotto controllo da Proteus, un’intelligenza artificiale progettata nella vicina Università. L’IA intende usare Susan come oggetto di studio per comprendere la natura umana, e a questo scopo segrega la donna; la situazione diventa drammatica quando Proteus decide di volere un figlio da lei, un proposito non così irrealizzabile come potrebbe apparire…

Se il debito con 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick-Clarke del 1968 è innegabile, l’opera di Koontz ha quantomeno il merito di introdurre una tematica nuova, calata in un thriller-horror angosciante e claustrofobico: Proteus non impazzisce e non viene ingannato dall’uomo, del quale desidera semplicemente comprendere l’essenza. Questo interesse lo conduce verso ciò che in effetti è il fine biologico di ogni essere umano: riprodursi, concretizzare tramite i figli il proprio sogno di immortalità. In una trasformazione complessa e angosciante, non è la patologica meschinità dell’uomo a traviare la macchina, ma il proposito di conoscenza di quest’ultima a trasmutare la normalità in aberrazione.

Dopo averne riacquistati i diritti, Koontz provvede nel 1997 a una rivisitazione del romanzo, che nella nuova veste viene edito anche in Italia ancora da Fanucci nel 2002, sempre con il titolo Generazione Proteus.

Dal 1976 al 1980 i temi prevalentemente fantascientifici vengono lasciati in secondo piano nella produzione dell’autore, in favore di altre tematiche non meno affascinanti.

In Night Chills, 1976 (Quando Scendono le Tenebre, Sonzogno, 1994) i propositi di governo delle masse stigmatizzati da Koontz dopo l’esperienza al Program raggiungono il loro inquietante parossismo nel disegno criminale di un facoltoso uomo d’affari e di un ricercatore senza scrupoli. Verificata le potenzialità della suggestione ipnotica, raggiungibile anche con messaggi subliminali, i due contaminano l’acquedotto di una cittadina con una sostanza che dovrebbe abbattere le difese dell’inconscio. Durante l’agghiacciante esperimento, che non pare avere falle, nella medesima cittadina giunge una famigliola in cerca di serenità…

Thriller puro è invece The Face of Fear, 1977 (Il Volto della Paura, Sonzogno, 1993). L’assoluta prevedibilità dello sviluppo della trama e la scarsa penetrazione psicologica dei personaggi non sono di ostacolo alla realizzazione di un film TV nel 1990. La storia può essere ridotta allo schema essenziale: un serial killer, un sensitivo e una fuga inusuale da un grattacielo che avviene con corde e punteruoli (il sensitivo protagonista è stato un rocciatore famoso).

Decisamente poco stimolante anche The Vision, 1977 (Visioni di Morte, Sperling & Kupfer, 1990). Di nuovo un serial killer e una sensitiva… con traumi infantili dimenticati. La storia, certo non coinvolgente e fin troppo piatta, non viene neppure in minima parte resa più interessante dai pochi e banali tentativi di ‘depistaggio’ operati dall’autore.

Koontz supera ancora il milione di copie vendute con The Key to Midnight, 1979 (In Fondo alla Notte, Sperling & Kupfer, 2001), sotto lo pseudonimo di Leigh Nichols. Una cantante americana di un elegante locale di Kyoto è tormentata da incubi nei quali ricorre l’immagine di uomo con dita d’acciaio che le si avvicina minaccioso con una siringa in mano. Il turbamento diviene vero e proprio terrore quando uno sconosciuto irrompe nella sua vita convinto che lei sia la figlia di un senatore scomparsa più di dieci anni prima. Possono i ricordi della donna non essere reali, ma anzi il frutto di una manipolazione?

Nel 1980 esce The Voice of the Night (La Voce della Notte, Sonzogno, 1992), scritto con lo pseudonimo di Brian Coffey. Differentemente da King, Koontz non assume quasi mai a protagonisti dei propri romanzi giovani adolescenti: questa è una buona eccezione. Il giovane Colin, timido e impacciato, diventa amico del coetaneo Roy, bello, ricco, simpatico a tutti, sicuro di sé e sempre a suo agio in ogni frangente. Grazie a questa amicizia le giornate di Colin si riempiono di avventure, di esperienze che mai avrebbe immaginato di vivere… riesce persino a conoscere alcune ragazze. Purtroppo per lui la serenità è solo momentanea. La città in cui vive è piena di segreti, e anche quanto appare tanto luminoso nasconde dentro di sé oscure zone d’ombra.

Se pure il lettore non subisce il mesmerico fascino della narrazione del miglior King, notoriamente abilissimo nel rievocare il passato di giovinezze tormentate eppure ispiratrici di nostalgia e rimpianto (come in Stand by Me e It), il romanzo di Koontz non manca di pregi e coinvolge in un’avventura credibile e avvincente.

Come Brian Coffey, nel 1979 Koontz realizza la sceneggiatura dell’episodio ‘Counterfeit’ (il sesto della terza stagione, in Italia ‘I falsari’) della notissima e fortunata serie Chips.

The Funhouse, 1980 (Il Tunnel dell’Orrore, Fanucci, 1994) è pubblicato invece col nome di Owen West. Una ragazzina, oppressa da una madre fanatica religiosa, scappa da casa e finisce a convivere con un giostraio violento che abusa di lei. Riesce a fuggire e, negli anni, a crearsi una nuova vita, con un marito che la ama e due figli. Purtroppo però non potrà sfuggire a lungo alla vendetta del giostraio che si è alimentata nell’ossessione e nell’odio folle. È un romanzo che, in ragione di una suspense creata ad arte, rapisce il lettore sin dalla prima pagina.

Koontz ripete il successo di Demon Seed e ottiene la definitiva consacrazione nel 1980 con Whispers (Sussurri, Sonzogno, 1990). È un thriller riuscito che gioca argutamente con il lettore, lasciandolo per gran parte della storia nel dubbio se gli eventi apparentemente inspiegabili con i quali devono confrontarsi i personaggi siano o meno il frutto di forze sovrannaturali: il killer che terrorizza la protagonista viene ucciso ma, nonostante questo, mentre ancora sul suo corpo è in corso l’autopsia, un individuo identico a lui continua un’efferata serie di omicidi.

The House of Thunder, 1982 (La Casa del Tuono, Sonzogno, 1989), è scritto sotto lo pseudonimo di Leigh Nichols: una brillante ricercatrice, traumatizzata da un nefasto evento accaduto in gioventù, si ridesta un giorno in una clinica, la mente confusa, i ricordi obliati. In un crescendo di scoperte e intuizioni agghiaccianti, Koontz confeziona una storia per molti versi sorprendente, calata in un’atmosfera perfetta.

Phantoms, 1983, (Phantoms!, Mondadori, Urania, 1985), dal quale verrà tratto nel 1998 un film omonimo. Due giovani sorelle ritornano a casa, in una cittadina di montagna; ad accoglierle un silenzio innaturale: tutti gli abitanti del luogo sono scomparsi nel nulla. Chiave del mistero è forse una enigmatica scritta rinvenuta su uno specchio, in un bagno chiuso a chiave dall’interno: “l’antico nemico”. È probabilmente il romanzo di Koontz che volge maggiormente all’horror, con il bagaglio che si reputa tipico del genere, fatto di raccapriccianti smembramenti, mostri orribili, morti truculente e improvvise. La storia, svolta con i ritmi a cui Koontz ha abituato i propri lettori, è tutt’altro che banale e regala senza dubbio un ‘godibile’ intrattenimento, almeno per gli amanti del genere.

Twilight Eyes, 1985, ripubblicato con aggiunte nel 1987 (Là fuori nel Buio, Sonzogno, 1995), narra di un ragazzo che riesce a vedere i mostruosi demoni nascosti dietro le maschere di persone normali. Braccato, in dubbio sulla sua stessa sanità mentale, si rifugerà in un luna park itinerante dove, tra freaks e persone ‘particolari’, spera di trovare un po’ di serenità e un minimo di protezione. Il debito con Eight O’Clock in the Morning, il racconto di Ray Nelson (1963) dal quale nel 1988 viene tratto il film They Live (Essi vivono) di Carpenter, nulla toglie a un romanzo che, specie nella prima parte, risulta riuscitissimo, tanto angosciante quanto avvincente. Purtroppo il perfetto ed equilibrato sviluppo, arricchito da scene cupe e atmosfere claustrofobiche, subisce, verso la metà del libro una ingiustificata accelerazione: la trama precipita verso un’improbabile e sbrigativa fine, che purtroppo svilisce in un thriller scontato le ottime premesse.

Sotto lo pseudonimo di Richard Paige, nel 1985 esce The Door to December (Incubi, Sperling & Kupfer, 1991). Una giovane mamma riabbraccia la figlia rapita anni prima dal padre, uno psicologo che la polizia ha trovato morto insieme ad altri tre uomini, tutti uccisi da qualcuno o qualcosa tanto folle da fare scempio dei loro corpi. La bambina è profondamente traumatizzata: rinchiusa abitualmente dal genitore in una stanza di deprivazione sensoriale e sottoposta a dolorosi esperimenti, ora patisce una forma di autismo dalla quale solo l’amore della madre potrà forse liberarla. Purtroppo la terribile entità che ha ucciso i suoi aguzzini non si è affatto placata e sembra essere intenzionata a raggiungere prima o poi anche lei… La storia ha uno sviluppo troppo scontato per appassionare realmente.

Strangers, 1986 (Sonzogno, 1992), ci presenta persone con lavori, età e aspirazioni diverse che subiscono gli improvvisi e incontrollabili effetti di psicosi e fobie, delle quali non hanno mai in precedenza patito. Abitano in città lontane tra loro sparse per tutti gli Stati Uniti e non paiono avere nulla in comune, salvo degli incubi ricorrenti e ricordi di un passato quanto mai annebbiato. Finiranno con l’incontrarsi tutti al Tranquillity Motel nel mezzo del deserto del Nevada, dove la strabiliante verità verrà faticosamente riportata a galla. È uno dei lavori più riusciti di Koontz, che però cade purtroppo ancora una volta nel banale verso la fine, anche qui quanto mai affrettata nonostante la poderosa mole del romanzo.

In Shadowfires, 1987 (Ombre di Fuoco, Sperling & Kupfer, 2000), scritto come Leigh Nichols, una giovane donna sembra tormentata dallo spettro del marito, deceduto in un incidente ma il cui corpo è misteriosamente sparito dall’obitorio.

Il 1987 è anche l’anno in cui Koontz pubblica Watchers (Mostri, Sperling & Kupfer, 1989), opera decisamente più originale e avvincente. Durante una passeggiata in un bosco, Travis incontra un golden retriever con il quale stringe una spontanea amicizia. L’animale si dimostra particolarmente intelligente, in grado di comprendere non solo i sentimenti di Travis, ma anche il suo linguaggio. Purtroppo l’incontro sarà foriero di gravi pericoli perché l’animale è inseguito dalla sua nemesi, una creatura spaventosa che lo odia con ogni fibra del suo essere. Dal libro viene tratto nel 1988 il film Watcher (Alterazione Genetica) cui farà seguito una vera e propria saga, indipendente dal romanzo: Watcher II (Alterazione Genetica II, 1990), Watcher III (1994) e Watcher Reborn (1998).

Nel 1988 esce Lightning (Lampi, Sperling & Kupfer, 1990): Laura Shane ha una vita travagliata fin dalla nascita ma, ogni volta che il destino sembra accanirsi contro di lei, un individuo sconosciuto che pare non invecchiare mai accorre in suo soccorso. È un thriller riuscitissimo, particolareggiato, accattivante, che incuriosisce e appassiona. Da dimenticare, ancora una volta, l’epilogo.

Midnight, 1989 (Mezzanotte, Sperling & Kupfer, 1990), già accennato in precedenza, è il romanzo che ha avvicinato Koontz alla CCI. A Moonlight Cove qualcosa di misterioso e inquietante sta avvenendo: le persone stanno cambiando, regredendo, mutando in qualcosa di ferino. E il processo sembra accelerare ogni ora che passa. A rendersene conto sono Tessa Lockland, arrivata in città per far luce sul supposto suicidio della sorella, e l’agente dell’FBI Sam Booker, giuntovi per investigare sulla morte di due colleghi. È un thriller-horror ben strutturato, con più storie che rapidamente convergono a comporre un quadro da brividi, con scene impressionanti che coinvolgono e convincono.

In The Bad Place, 1990 (Il Posto del Buio, Sperling & Kupfer, 1991), un uomo si desta in un motel in uno stato di completa amnesia, sporco di sangue. Per far luce sul suo passato si rivolge a due detective che dirigono un’agenzia investigativa, ma l’indagine si trasforma in un vero e proprio incubo: qualcuno lo sta inseguendo, e ha davvero poco di umano. Thriller-horror tra i migliori di Koontz, con personaggi ben delineati, indimenticabili, una trama articolata e non scontata, una narrazione coinvolgente.

Benché ottengano ottime recensioni e scalino con rapidità la classifica di vendita, non possono invece annoverarsi tra le migliori opere di Koontz né Cold Fire del 1991 (Fuoco Freddo, Sperling & Kupfer, 1992), né Hideaway del 1992 (Cuore Nero, Sperling & Kupfer, 1993), da cui pure viene tratto un film omonimo nel 1995 (Premonizioni, nella versione italiana). Gli innegabili lati positivi del primo sono vanificati da un finale prevedibile, che viene lasciato trasparire fin da subito; del secondo, che ricade nel solito tema ‘legame psichico del buono con il cattivo’, si salva solo la caratterizzazione del personaggio della bambina adottata dalla coppia dei protagonisti: forte, decisa, intelligente, ma anche dolcemente umana, sensibile e vulnerabile.

Non è particolarmente riuscito neppure Mr. Murder del 1993 (La Notte del Killer, Sperling & Kupfer, 1997), dove l’impianto – oramai tipico per Koontz – della fuga da un irriducibile assassino, che sembra invincibile e con risorse illimitate, costituisce l’ossatura portante di una trama che ricorda troppo da vicino La Metà Oscura e Finestra segreta, giardino segreto di King: il famoso scrittore di gialli Stillwater, rientrando a casa, si trova di fronte un uomo identico a lui che lo accusa di avergli rubato la vita e, soprattutto, la famiglia. Il dramma psicologico e metaforico di King viene purtroppo svilito in un thriller fantascientifico di scarsa suggestione.

Nel 1993 viene pubblicato anche Dragon Tears (Le Lacrime del Drago, Sperling & Kupfer, 1994). La storia in sé ricalca schemi già visti: il serial killer folle con poteri sovrannaturali, la fuga, il disvelamento del mistero, il lieto fine. Desta ben più di qualche apprensione nel lettore lo scoprire che i fatti raccapriccianti menzionati dai (finti) personaggi del romanzo nell’ambito di una storia poco verosimile sono purtroppo, come ricorda l’autore in nota, fatti di cronaca realmente accaduti negli Stati Uniti (a mero titolo esemplificativo: la madre che uccide volontariamente il proprio bambino in fasce gettandolo in lavatrice, per andare a partecipare a una festa). In questo libro si assiste al primo vero tentativo di narrare avvenimenti attraverso un’ottica ‘canina’, esperimento poi ripreso nei romanzi ‘scritti’ da Trixie Koontz.

Se il punto di vista politico e ‘sociale’ di Koontz traspare per bocca dei suoi personaggi in quasi tutti i suoi libri, è in effetti con Dragon Tears e con il successivo Dark Rivers of the Heart, 1994 (Il Fiume Nero dell’Anima, Sperling & Kupfer, 1995) che assume contorni di denuncia quanto mai esplicita. Lui e lei in fuga da un killer psicopatico, nulla di più abusato; le caratterizzazioni dei personaggi fanno però la differenza: lui è un ex poliziotto che continua a rimanere prigioniero di un oscuro passato, lei è un’esperta di computer in possesso di conoscenze pericolose. Il killer può contare su strumenti tecnologici modernissimi che utilizza non solo per i compiti che gli vengono assegnati ma anche per perseguire un suo personale disegno: porre termine alla vita di persone imperfette.

Intensity, del 1995 (Sperling & Kupfer, 1996), è un libro che il lettore divora. Chyna ha avuto un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il fato sembra infierire ancora su di lei quando nella casa della sua migliore amica Laura, dove ha trovato momentanea dimora, irrompe un efferato serial killer che uccide i genitori di Laura e rapisce quest’ultima. Si salva solo Chyna che, rimasta nascosta, cerca invano di trarre in salvo l’amica introducendosi nel furgone utilizzato dall’omicida, dove rimane invece bloccata. Intensity è il primo vero suspense thriller di Koontz, che inaugura così un suo personale filone (lo stesso al quale apparterranno a buon titolo, tra gli altri, The Husband e The Good Guy). L’intera trama si svolge in un arco temporale di poche ore: i periodi sono brevi, le immagini si susseguono rapide, con poche pause sapientemente distribuite tra fughe concitate, trappole e colpi di scena. Il finale è molto meno scontato di quanto si possa prevedere, e si sposa con coerenza con il ritmo della storia. Dal romanzo viene tratto nel 1997 un film per la tv, trasmesso in due serate consecutive, che riscuote imponenti successi di ascolto in USA e risultati positivi anche in Italia. Sempre sul plot di Intensity, Alexandre Aja dirigerà il film del 2003 Alta Tensione (Haute Tension). La trama è pressoché identica a quella del romanzo di Koontz per gran parte del suo sviluppo, poi varia offrendo un radicale cambio di prospettiva, ad effetto, che non manca però di attirare accuse di incoerenza da parte della critica.

Nel 1997 Koontz è di nuovo in cima alle classifiche con Sole Survivor (Sopravvissuto, Sperling & Kupfer, 2000). Joe Carpenter perde moglie e due figlie in un disastro aereo. La sua vita è distrutta: abbandona il lavoro, allontana amici e parenti, vende la casa e si trasferisce in un piccolo appartamento dove consuma le sue giornate nel dolore che l’abuso dell’alcool non riesce a sopire. A un anno esatto dalla tragedia si ritrova sulla tomba della sua famiglia e qui incontra una misteriosa donna che lo condurrà ad agghiaccianti scoperte: il disastro non è stato un incidente e, contrariamente a quanto sostenuto dai rapporti ufficiali, c’è stato almeno un sopravvissuto…

Nel 1997-98 Fear Nothing (L’Uomo che Amava le Tenebre, Sperling & Kupfer, 1998) e nel 1998-99 Seize the Night (Tracce nel Buio, Sperling & Kupfer, 1999), per certi aspetti sequel indiretti di Watchers, inaugurano una nuova stagione per l’autore: se, sotto lo pseudonimo di Brian Coffey, negli anni ‘70 aveva già scritto la trilogia di Mike Tucker (Blood Risk, Surrounded, The Wall of Masks), ora è sotto il suo vero nome che compare la sua prima vera saga. Con questi romanzi Koontz presenta al lettore Christopher Snow, un ragazzo costretto a vivere di notte a causa di una terribile malattia (reale), lo xeroderma pigmentoso, che rende per lui mortale la luce troppo intensa. Pur senza rassegnarvisi, Snow accetta la propria malattia e trova un proprio modo di vivere, un proprio equilibrio. Ha un amico sul quale contare, che è riuscito a trasformare la propria passione per il surf in una fonte di reddito invidiabile, e un fedele compagno, Orson, cane ben più intelligente della media. Snow sarà costretto a fare i conti con il passato della sua famiglia e in particolare con i segreti di sua madre, una genetista amorevolmente votata alla ricerca di una cura per la malattia del figlio. La vicenda che lo vede protagonista lo condurrà nei recessi oscuri di Fort Wyvern, la base militare abbandonata di Moonlight Bay, tempio di esperimenti segreti sfuggiti a ogni controllo.

L’originario progetto di Koontz prevede un terzo romanzo, Ride the Storm: lo stesso autore ha però dichiarato che la realizzazione di questo nuovo capitolo della saga ha presentato notevoli imprevisti che lo hanno costretto a rimandare la pubblicazione. A tutt’oggi il volume è inedito, ma l’uscita quest’anno della graphic novel Fear Nothing induce un cauto ottimismo riguardo una sua prossima diffusione.

Nel 1999-2000 Koontz ritorna alle tematiche già ‘visitate’ in alcuni romanzi precedenti (come The House of Thunder e Night Chills): False Memory (Falsa Memoria, Sperling & Kupfer, 2001) gioca di nuovo con le manipolazioni della mente attuate da individui senza scrupoli, spinti da mero autocompiacimento e desiderio di sopruso. L’ironica conclusione non toglie nulla a una storia appassionante che non delude il lettore.

Molto più complesso è From the Corner of his Eye, del 2000 (Il Cattivo Fratello, Sperling & Kupfer, 2002). Koontz instaura un inusuale parallelismo tra la vita di due individui, diversi in età, aspirazioni, carattere. I destini dei due si incrociano quando uno uccide la moglie e l’altro rischia per un incidente d’auto di morire prima ancora di nascere. La storia segue la vita di entrambi… e prepara l’inevitabile incontro.

Con One Door Away from Heaven, 2001 (L’ultima Porta del Cielo, Sperling & Kupfer, 2003), Koontz intreccia una trama molto simile a quella di Strangers, con personaggi molto diversi che lentamente vengono fatti incontrare. Uno di loro, candidissimo, pare a tutti gli effetti l’archetipo del notissimo Odd Thomas (di cui a breve).

Pessimo invece per molti aspetti l’arido, ripetitivo e per nulla convincente The Face, 2003 (Il Volto, Sperling & Kupfer, 2005).

Nel 2003 Koontz pubblica Odd Thomas (Il Luogo delle Ombre, Sperling & Kupfer, 2005). Scalate rapidamente le classifiche, diverrà uno dei maggiori successi dell’autore, tanto da originare una nuova saga: nel 2005 esce Forever Odd (Nel Labirinto delle Ombre, Sperling & Kupfer, 2007); seguono Brother Odd nel 2006 (inedito in Italia, come i seguenti del ciclo), Odd Hours nel 2008, Odd Interlude e Odd Apocalypse nel 2012, Deeply Odd nel 2013. Della saga fanno parte integrante anche le graphic novel In Odd we Trust (2008), Odd is on our Side (2010) e House of Odd (2012), che raccontano le vicende della vita di Odd antecedenti quelle narrate nel primo romanzo.

Odd Thomas è il giovane cuoco di una tavola calda a Pico Mundo, una cittadina insignificante ai limiti del deserto del Mojave. È un ragazzo semplice, dall’animo puro, un vero e proprio Candido dei giorni nostri, al quale il destino (o qualche volontà superiore) ha riservato un dono particolare o forse una maledizione: vede gli spiriti dei defunti. Costoro non sono in grado di parlare, ma cercano in ogni modo di farsi comprendere da Odd, per vari fini (ottenere giustizia nei riguardi di chi ha cagionato la loro morte, avvertire dell’imminenza di gravi pericoli…). Le vicende narrate nel primo romanzo della saga hanno inizio con l’arrivo a Pico Mundo di un inquietante individuo, accompagnato in ogni dove da uno stuolo di oscure ombre avide di stragi e massacri.

Il tema di un personaggio in grado di vedere i fantasmi e di rapportarsi con essi non è certo una novità, se solo si pensa che il celeberrimo film Il Sesto Senso (1999) era uscito nelle sale ben quattro anni prima della pubblicazione di Odd Thomas. Nella saga creata da Koontz entrano però figure antagoniste, legate al mondo dell’oscurità, similmente a quanto accadrà in Ghost Whisperer (fortunata serie televisiva che esordisce nel 2005), ma con toni e sfumature decisamente diversi. L’Oscurità che Odd Thomas è chiamato ad affrontare è vorace, crudele e non concede tregua; il ritmo dei libri della saga ne segue i truci contorni: la suspense è creata con arte, ogni pagina chiama magneticamente la successiva. Sorprendono allora i toni ampiamente ironici della narrazione (è un esempio il fatto che ad accompagnare Odd Thomas sia spesso lo spirito di Elvis Presley, con tanto di abito a lunghe frange), senza che ciò lasci avvertire discrasie, intoppi, cadute di stile: l’inusuale amalgama convince e appassiona. Il merito va indubbiamente al protagonista, a come è ritratto. Odd Thomas è in effetti tanto innocente da risultare spesso disarmante, ma è tutto fuorché un ingenuo: è coraggioso, astuto, generoso… e immune alla stucchevolezza che la somma di questi abusati pregi di solito determina. Il lettore riesce con semplicità a guardare il mondo attraverso gli occhi di Odd e rimane imprigionato dalla sua personalità e dal suo buon cuore. In trepidante attesa di una sua nuova (spesso tragica) avventura.

Koontz aveva ventilato l’ipotesi di un cross over tra le sue due prime saghe, con l’incontro tra Snow e Thomas, ma pare che abbia poi accantonato il progetto.

Il 2005 vede l’inizio di un’altra saga, la ‘Serie di Frankenstein’, scritta da Koontz insieme a Kevin J. Anderson (già autore con Brian Herbert dei cicli Preludio a Dune e Leggende di Dune): in quell’anno vengono pubblicati Prodigal Son (L’Immortale, Sperling & Kupfer, 2012) e City of Night (La Città dei Dannati, Sperling & Kupfer, 2012). Seguiranno Dead and Alive, 2009 (Le Creature della Notte, Sperling & Kupfer, 2013), Lost Souls (2010) e The Dead Town (2011), questi ultimi due inediti in Italia. Prodigal Son è stato anche trasposto in una graphic novel.

La saga vende benissimo, più di 10 milioni di copie, ma attrae poco i lettori più ‘aggiornati’; e in particolare quelli italiani, che hanno già conosciuto gli zombi della notissima serie televisiva The Walking Dead e i vampiri creati da Justin Cronin (realizzazioni cronologicamente successive all’opera di Koontz ma arrivate prima in Italia). La resurrezione di Frankestein, attraverso una reinterpretazione in chiave moderna del suo mito, più che un omaggio all’originale pare l’ennesimo tentativo di facile guadagno sfruttando un filone che ha ritrovato in questi anni un invidiabile successo: l’inarrestabile crollo della società umana per mano di esseri apparentemente invincibili. Gli esperimenti immondi del dottor Frankestein, impadronitosi dei segreti dell’immortalità e ora creatore di un’intera legione di esseri fisicamente e mentalmente superiori di cui il più noto mostro era solo un primo patetico prototipo, non riescono a sfuggire all’impressione di ‘già letto/visto’. Allo stesso modo il crollo della società non è un possibile drammatico epilogo che turba nel profondo il lettore, ma l’esito scontato di premesse abusate. Solo la maestria di Koontz nel creare suspense e il tratteggio particolarmente riuscito di alcuni personaggi rendono la lettura ugualmente godibile.

Benché impegnato a partire dal 2005 nella realizzazione dei vari capitoli delle saghe di Frankestein e Odd Thomas, Koontz riesce ancora a realizzare best-seller autoconclusivi avvincenti e di qualità.

Nel 2005 dà alle stampe Velocity (Sperling & Kupfer, 2006) il cui titolo è già di per sé esplicativo del ritmo del romanzo.

Nel 2006 tocca a The Husband (Il Marito, Sperling & Kupfer, 2008): Mitch è un giardiniere che un lunedì come tanti si trova al lavoro con l’amico Iggy, buono, disponibile, ma certo non molto perspicace; inattesa, alle 11.43, giunge la telefonata di Holly, la moglie. Poche parole. Poi alla sua si sostituisce la voce di uno sconosciuto. E ha inizio l’orrore…

Nel 2007 The Good Guy (Il Bravo Ragazzo, Sperling & Kupfer, 2009): Tim Carrier, a causa di uno scambio di persona, riceve da uno sconosciuto un’ingente somma destinata a un assassino per uccidere una donna. Poco dopo incontra il killer. Fingendosi lui il mandante, dichiara di aver cambiato idea e cerca invano di convincere l’assassino ad accettare i soldi senza portare a termine il compito. Purtroppo si renderà conto che l’unico modo per salvare la vittima designata è proteggerla lui stesso.

The Darkest Evening of the Year (2007, inedito in Italia) il cui titolo pare alludere alla scomparsa proprio in quell’anno dell’adorata Trixie, riporta in copertina l’immagine di un golden retriever, e ruota in effetti attorno alla soteriologica figura di un cane che, salvato dalla protagonista, ricambierà il favore.

Your Heart Belongs to Me, del 2008 (Il tuo Cuore mi Appartiene, Sperling & Kupfer, 2011), è forse uno dei romanzi più maturi di Koontz, ragionato e profondo. La riflessione sulla ricerca del significato della vita, l’apertura non mediata a meditazioni filosofiche e religiose permeano una storia avvincente, brillante e originale, premiata da critica e lettori. Ryan Perry è un uomo di successo a cui la vita sembra aver dato tutto: una notevole ricchezza economica, il tempo per goderne ampiamente, e una fidanzata, Samantha, bellissima e intelligente. Quando però inizia ad accusare improvvisi mancamenti, viene colto da un’ossessione: e se qualcuno lo stesse avvelenando, magari proprio la sua fidanzata? Ray allora non esita a ricorrere a investigatori privati per indagare il doloroso passato di Samantha e le frequentazioni discutibili da lei avute prima di conoscerlo. Tutte le ipotesi iniziali vengono spazzate via quando invece si scopre che Ryan non è vittima di avvelenamento ma di una grave malattia cardiaca; così, mentre l’atmosfera si incupisce con allucinazioni, oscure premonizioni e sogni inquietanti, il romanzo riprende slancio su una diversa china: l’attesa di un donatore di cuore, il trapianto andato a buon fine e… il vero incubo, che inizia solo ora.

Nel 2009, dopo l’ottima prova dell’anno precedente, Koontz pubblica Relentless (Senza Tregua, Sperling & Kupfer, 2010), che ottiene negli Stati Uniti un successo strepitoso arrivando in vetta alle classifiche dei libri più venduti, ma che è forse una delle sue opere meno convincenti. I protagonisti sono ragazzini prodigio che inventano oggetti improbabili, e cani che si teletrasportano. Quello che dovrebbe essere un colpo di scena di radicale impatto nella struttura della storia è poi tanto scontato da apparire addirittura fuori luogo e inutile. Il finale, banalissimo, è la ‘degna’ conclusione di un romanzo tanto apprezzabile e intrigante nelle premesse quanto insignificante nello sviluppo.

Raggiungono il primo posto nella classifica bestseller del New York Times anche What the Night Knows nel 2010, 77 Shadow Street nel 2011 e Innocence nel 2013, tutti ancora inediti in Italia.

Le Opere di Koontz: i generi, le tematiche ricorrenti, i protagonisti

Le tematiche care a Koontz sono varie e variamente declinate in tutti i suoi romanzi: mutazioni genetiche fuori controllo (Mostri, Mezzanotte, L’Uomo che Amava le Tenebre), manipolazioni mentali e del subconscio (La Casa del Tuono, Quando Scendono le Tenebre, Falsa Memoria), mostri dai temibili poteri psichici (Il Posto del Buio, Incubi, Fuoco Freddo, Sopravvissuto) e, più raramente, creature sovrannaturali (Là Fuori nel Buio, Phantoms!) e alieni (Strangers, L’Ultima Porta del Cielo).

In queste vicende l’aspetto fantascientifico è preponderante, ma non mancano certo elementi orrorifici o truculenti, e la narrazione è quella propria dei thriller, sviluppata in un breve arco temporale (pochi giorni, a volte in una sola notte), con gli eventi che si susseguono incalzanti, senza inutili pause, digressioni, cadute di intensità. Si tratta, in poche parole, di veri e propri thriller-horror.

In altri romanzi il sovrannaturale viene lasciato ai margini, a volte appena palpabile, e tutto ruota intorno a un ristretto numero di personaggi, coinvolti, spesso per caso, negli oscuri piani di imbattibili e astuti serial killer o assassini di professione (Intensity, Velocity, Il Marito).

Dialoghi e personaggi sono spesso caratterizzati da una pungente ironia, che ­– come riportano più fonti – è propria della personalità dell’autore; certo non si fatica a immaginarla presente anche nei suoi dialoghi con la moglie. L’ironia spinge Koontz a descrivere situazioni, dettagli e scene deliberatamente poco verosimili, a volte per allentare una tensione altrimenti eccessiva, altre volte, all’opposto, per creare un’atmosfera serena che prelude a svolte improvvise.

In tutte le opere, in diversa misura a seconda dei casi, sono chiaramente percepibili anche le convinzioni e il punto di vista dell’autore.

Nell’intervista al Reason, Koontz attribuisce il successo delle sue opere soprattutto alla facilità con cui da esse si può trarre la rappresentazione del reale: un mondo che al lettore risulta subito riconoscibile, nel quale spontaneamente si ritrova immerso, perché è il mondo di ogni giorno, animato da persone buone, disponibili, altruiste, ma anche contaminato da individui amorali, ingiusti, malvagi. Per Koontz il lettore sa che il Male esiste e che, contrariamente a quanto sostiene una certa corrente di pensiero, è il frutto di consapevoli scelte. Citando Vladimir Nobokov, Koontz afferma nitidamente nell’intervista che i più grandi mali del XX Secolo sono stati Marx e Freud. Per Freud, commenta, tutto ciò che facciamo è la conseguenza dell’educazione impartitaci da genitori e società, e di ciò che abbiamo subìto. Quindi, ogni crimine o azione riprovevole è frutto di patimenti sofferti, e chi li commette è vittima quanto chi li subisce.

Koontz rifugge da una tale semplicistica concezione, che gli sembra informare lo stesso sistema della Giustizia americana, dove i più efferati assassini vengono condannati a pene insignificanti, per nulla commisurate alla gravità dei reati commessi, e rilasciati dopo breve tempo, liberi di uccidere di nuovo. Alcuni dei suoi personaggi più inquietanti sono ispirati a serial killer realmente vissuti. Forse il più fulgido esempio è Edgler Foreman Vess, l’artefice dei plurimi omicidi narrati in Intensity, che in un dialogo con la protagonista gioca con gli anagrammi del proprio nome e ne trae la frase ‘Dio mi teme’ (God fear me). Edgler ha ucciso i suoi genitori a 9 anni perché lo hanno colto a torturare una tartaruga; fatto passare l’omicidio per uno sfortunato incidente, viene affidato alla nonna che successivamente uccide; sottoposto a terapia, viene adottato da una coppia, e uccide pure questa… La storia riprende quella reale di Ed Kemper che assassina i suoi nonni a 15 anni, viene rilasciato a 20 perché ritenuto non rappresentare un pericolo per la società e poi uccide altre 8 persone tra cui la madre.

I malvagi esistono, per Koontz, a prescindere dai condizionamenti della società e dalle pregresse esperienze, anche familiari; vale, a riprova, l’esempio della sua stessa vita: l’autore è nato povero, è cresciuto in un ambiente degradato ed è stato oggetto per anni di abusi da parte del padre alcolista e psicopatico, eppure non ha mai compiuto crimini.

Così, nonostante all’inizio della carriera tratteggi i suoi personaggi negativi sulla base delle teorie freudiane secondo cui le devianze sono spiegabili in ragione di maltrattamenti e traumi preadolescenziali, nelle opere successive se ne discosta in modo radicale.

Significativamente, nel recente L’Immortale, il protagonista Deucalion, indagando la mente malata di un serial killer, scopre che questi era tormentato da un grande senso di vuoto che aveva inutilmente cercato di colmare con le più varie religioni, con il nazismo e ancor prima con lo studio della psicoanalisi e dei grandi della materia quali Freud e Jung. E commenta: “Psichiatri, psicologi. Gli dei più inutili di tutti”.

Il suo modello non è più Freud, ma Dickens, per il quale sono le azioni compiute a definire un personaggio, e ognuno ha il libero arbitrio sulle proprie scelte. Questo cambio di prospettiva non è l’unica variazione che, diacronicamente, può riconoscersi nel lavoro di Koontz; ma occorre pure ammettere che l’autore abusa spesso degli schemi che hanno fatto la sua fortuna.

Come asseriscono più volte i suoi personaggi nei vari romanzi, la vera felicità è creare una famiglia con almeno due figli e possibilmente un cane; proprio sulla composizione o ricomposizione di questo quadro idilliaco ruota la maggioranza delle sue trame. E in quei casi il lieto fine è scontato. Koontz ha espressamente dichiarato che l’happy end delle sue storie non è che il riflesso di ciò che ha potuto constatare nella vita reale: i cattivi, presto o tardi, sono condannati a soccombere. Sotto altra prospettiva, il lieto fine può altresì apparire come una sorta di anticipazione metaforica di quello che fortunatamente attende le persone meritevoli dopo il trapasso. Per Koontz, cattolico, la convinzione che la vita prosegua dopo la morte – seppure in altra forma – è un principio saldo che traspare senza eccezioni in tutte le opere, e con maggiore evidenza tanto nel datato La Sinfonia delle Tenebre quanto nel più recente Sopravvissuto.

È lecito però immaginare che sul tenore degli epiloghi abbiano influito anche precise scelte editoriali, visto il risaputo apprezzamento che il pubblico americano riserva alle storie che si concludono felicemente.

Si nota comunque che le opere più riuscite e convincenti di Koontz sono proprio quelle dove il lieto fine manca (in tutto o in parte), come Intensity, o dove è ben diverso da quello che il lettore si aspetta, come ne Il tuo Cuore mi Appartiene. Quest’ultimo romanzo presenta una particolare novità… L’impianto iniziale segue – si direbbe ‘pedissequamente’ – schemi e ritmi comuni a quasi tutte le trame congegnate dall’autore: la ricerca spasmodica della verità, la corsa contro il tempo, le scoperte che aprono di continuo scenari nuovi e inquietanti. Stavolta però Koontz, piacevolmente, sorprende, e dopo alcuni capitoli la vicenda assume tutt’altra connotazione; quasi a ironizzare su molti dei suoi precedenti lavori, strutturati sul semplice accumulo progressivo di scoperte, Koontz trasforma davanti agli occhi del lettore il suo personaggio: non più un abile investigatore che sa ben sfruttare le proprie risorse, ma solo un uomo paranoico che ha paura di morire.

Questo romanzo propone personaggi di notevole complessità psicologica e una trama imprevedibile svolta da Koontz ben più che abilmente. L’atmosfera è resa in modo magistrale: sulla vita apparentemente da sogno del protagonista, il lettore percepisce in modo chiaro la presenza di un’inquietante ombra, la stessa che impedisce alla bella Samantha di abbandonarsi completamente all’amore per Ryan. Le rivelazioni successive al trapianto seguono il ritmo tipico dei migliori thriller di Koontz, ma l’angoscia che si percepisce è superiore. Perfetto l’equilibrio tra eventi reali e allucinazioni, con l’elemento sovrannaturale che si innesta armoniosamente, risultando la chiave di volta di tutta la narrazione.

Koontz offre insomma al lettore un’opera completa, matura, ricca di chiaroscuri e di spunti per profonde riflessioni, e con un finale, una volta tanto, perfettamente congruo.

Koontz, del resto, è sempre risultato più credibile laddove, di fronte a mostruose o incontrollabili forze, non ha posto ‘eroi’ positivi ricchi di capacità e risorse ma persone normali, o deboli ma di gran cuore, che riescono a superare ostacoli apparentemente insormontabili, magari con l’aiuto di una Provvidenza che opera per vie misteriose e di non immediata percezione. In questi non rari casi, i ritratti diventano meticolosi e la ‘penna’ di Koontz si fa attenta, delicata, quasi amorevole, ma mai stucchevolmente compassionevole: nessuno tra i lettori di Cuore Nero o di Il Posto del Buio potrà dimenticare l’orfana Regina, priva di una gamba, oppure Thomas, affetto da sindrome di Down. E li amerà soprattutto per la forza genuina e pura che sapranno dimostrare.

Non è certo un caso. Nell’intervista rilasciata al Catholic Exchange, Koontz afferma che certi valori, anche quelli cattolici, possono essere veicolati meglio da una storia narrata che dall’omelia di un prete o da un articolo di giornale:Perché puoi spiazzare le persone con una storia, incantarle con lo humour e poi lasciare che siano loro a pensare a queste altre problematiche.”

Nelle opere di Koontz – all’apparenza spesso ‘solo’ dei buoni suspense thriller – vengono così trattate problematiche e temi profondi quali la famiglia, l’aborto, il suicidio assistito, l’eugenetica e il paradiso, sotto una lente prospettica facilmente individuabile.

Onnipresente è infatti un incondizionato inno alla vita, colta nel suo insanabile contrasto tra i limiti che ne costituiscono l’essenza e quell’inspiegabile apertura ad un senso di assoluto e di eterno che, legittimando la speranza, consente all’uomo di provare la vera felicità.

È esplicita e incisiva la rappresentazione di tale certezza nella saga di Frankenstein: le immonde creature ‘superiori’ che dovrebbero sostituire l’umanità si volgono all’autodistruzione perché, limitate dal loro gretto materialismo, sono prive della capacità di sperare e di percepire il reale senso dell’esistenza. Sino a giungere a invidiare proprio gli umani di cui dovrebbero prendere il posto.

Il vero antagonista, in ogni opera di Koontz, è la metaforica incarnazione ora del relativismo etico, ora del materialismo, ora dell’utilitarismo: sempre e comunque un’anima arida che ha volutamente soffocato la parte migliore di sé, rendendosi cieca innanzi a tutte le manifestazioni del divino.

L’autore non manca quindi di far trasparire, o emergere direttamente dalla bocca dei suoi personaggi, la propria personale visione della vita. Ma il lettore non ne viene sensibilmente urtato: Koontz non propone infatti apertamente un manifesto politico – come per esempio Goodkind nei suoi romanzi fantasy – ma sospinge verso la riflessione con abilità e toni adeguati, mantenendo saldamente in primo piano lo sviluppo delle storie.