Deep Impact
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Deep Impact

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Periodicamente, i media scoprono “qualcosa”. Può essere la precessione degli equinozi, che renderebbe ancor più discutibili le previsioni degli oroscopi, e che è stata già “scoperta” almeno quattro volte negli ultimi trent’anni (in realtà fu scoperta circa 2.000 anni fa).

Può essere l’ubicazione dell’Arca dell’Alleanza o di quella di Noè. O può essere qualche oscura minaccia che grava sul nostro pianeta: in questo caso, la possibilità che una cometa (o un asteroide) finisca per collidere con la Terra, causando un’estinzione di massa simile a quella che potrebbe aver chiuso l’epoca dei dinosauri.

Tutto comincia a metà degli anni ‘90, quando l’utilizzo sempre più massiccio del computer in campo astronomico migliora sensibilmente le nostre conoscenze sugli asteroidi e le relative orbite: calcoli complessi, un tempo riservati ai corpi celesti di grandi dimensioni, vengono ora facilmente estesi a quelli più piccoli, e con una precisione infinitamente maggiore. Si scopre così l’esistenza di alcuni asteroidi la cui orbita incrocia quella della Terra, e che in un futuro estremamente remoto potrebbero, forse, chissà (l’orbita di un asteroide, a causa delle perturbazioni cui questi oggetti sono sottoposti, può essere calcolata con precisione solo per pochi anni nel futuro prossimo), avvicinarsi pericolosamente al nostro pianeta.

Come dicevamo prima, i media “scoprono” ben presto questo stato di cose. Da allora, ma soprattutto nella seconda metà degli anni ‘90, non passa mese (e talvolta settimana) senza che qualche giornale non annunci come “prossima” la fine del mondo: ogni qualvolta viene scoperto un nuovo asteroide “earth-crossing”, i titoli sulla catastrofe imminente si sprecano. E la psicosi è tuttora viva e vegeta: basti cercare con Google “asteroid”, “earth” e “crossing” per rendersene conto.

Naturalmente, Hollywood non può farsi sfuggire l’occasione di rinfrescare il già sempreverde filone dei film catastrofici: e nel 1998, a distanza di soli due mesi, escono dapprima Deep Impact e poi Armageddon, due film molto simili come trama, ricchi di effetti speciali e di attori famosi. Entrambi incassano parecchio, ma non abbastanza da convincere i produttori a insistere con altre pellicole sullo stesso tema. Per una volta lo spettatore, già esausto dai troppi film al limite dell’idiozia sfornati dai produttori d’oltreoceano, ci guadagna ampiamente: se Armageddon, infatti, è considerato da molti come il film più assurdo nella storia del cinema, Deep Impact, nonostante si presenti come la versione “seria” del tema in questione, non è veramente da meno.

I fuochi d’artificio cominciano fin dai primi fotogrammi: un gruppo di ragazzi, membri di un imprecisato “astronomy club”, stanno osservando il cielo da Richmond, Virginia (come la sovraimpressione non manca di precisare), tutti muniti di telescopi più o meno potenti. Uno di loro, tale Frodo, pardon Leo Lieberman (interpretato dall’allora sconosciuto e giovanissimo Elijah Wood), sta facendo sfoggio della sua bravura nel riconoscere le stelle dell’Orsa Maggiore (sorvoliamo sul fatto che un astrofilo degno di questo nome dovrebbe occuparsi di ben altro), quando una di queste causa un’accesa discussione con Sarah, la sua amichetta: i due giovani non riescono a mettersi d’accordo sul nome della stella. Detto fatto: si scatta una foto dell’oggetto in questione, che anche un neonato riconoscerebbe all’istante come una cometa – ha già la caratteristica chioma! – e la si manda al “cervello” locale, tale dottor Wolf, per l’identificazione. Costui sta sonnecchiando nel proprio osservatorio quando riceve il plico con la foto; incurante del fatto che, come qualsiasi studente delle superiori dovrebbe sapere, servono tre punti per determinare l’orbita di un corpo celeste, lui ne calcola all’istante la traiettoria, dopo di che sbianca e, senza curarsi di aspettare altri dati o almeno verificare più seriamente quelli di cui dispone (un lavoro di molte settimane!), cerca di avvertire qualcun altro. Ma il server di posta non funziona (toh: un dato realistico!), e allora ecco il nostro dottor Wolf salvare i dati su un floppy disk, balzare in macchina e correre verso una destinazione ignota.

Che avrà mai scoperto?

Ma il triste destino è in agguato… Siamo su una strada piena di curve e burroni: bastano pochi minuti perché il dottor Wolf incroci un camionista che guarda dappertutto fuorché sulla strada e finisca arrosto insieme al suo floppy disk. È la fine dell’umanità? Questo incidente impedirà che la minaccia sia rivelata in tempo? Altrimenti, perché gli sceneggiatori lo avrebbero inserito nel film? Perché non avevano nulla da fare, probabilmente: infatti si scopre ben presto che, un anno dopo gli eventi di cui sopra, tutti sono stati informati e hanno persino potuto predisporre le adeguate contromisure. Wolf dev’essere riuscito, dall’aldilà, a far funzionare il server di posta.

Ma andiamo con ordine. Dicevamo che un anno è passato, e l’umanità è regredita alla preistoria: almeno, non può essere diversamente, dal momento che nessun altro, tra i milioni di astrofili sparsi per il mondo, e tra gli innumerevoli astronomi professionisti, ha più notato questo misterioso corpo celeste, che pure era luminoso quanto le stelle dell’Orsa Maggiore (e nel frattempo sarà diventato luminoso quanto Venere, se non di più). Finalmente, qualcuno intuisce qualcosa: la solita giornalista ficcanaso, tale Jenny Lerner (Tea Leoni). Forse un’astrofila? Assolutamente no! È solo una che sta cercando di scoprire se il ministro del Tesoro si è dimesso perché ha un’amante: siccome la verità è un’altra (si è dimesso perchè “sa”, e temendo la fine imminente vuole stare vicino alla sua famiglia) viene immediatamente sequestrata dagli Uomini in Nero e portata al cospetto del presidente, l’immancabile Morgan “Prezzemolo” Freeman, che ne ottiene il silenzio in cambio di una posizione in seconda fila alla conferenza stampa prossima ventura.

Infine, la verità viene annunciata: una cometa sta per schiantarsi contro la Terra, l’umanità si estinguerà etc… etc… Per fortuna i nostri, sotto forma di un’astronave appositamente costruita e chiamata “Messia”, stanno andando a piazzare otto bombe atomiche nel suo nucleo. La cometa verrà distrutta, e noi potremo continuare a dormire sonni tranquilli. O no? Gli astronauti, tutti professionisti, a differenza di quanto accade in Armageddon, portano a termine la loro missione senza particolari problemi: un morto e un ferito grave sono ben poca cosa rispetto agli inconvenienti che accadono nell’altro film. Certo, che dire del fatto che le otto bombe atomiche, invece di distruggere la cometa, la spaccano in due pezzi, entrambi ugualmente distruttivi? Lo spettatore accorto potrebbe chiedersi come mai, visto che a bordo del “Messia” ce ne sono altre quattro, non le abbiano usate tutte. O potrebbe chiedersi perchè non ne hanno portate ottanta, invece di otto; ma queste sono quisquilie, come direbbe Totò, di fronte alla cronica mancanza di carburante che impedisce agli astronauti qualsiasi manovra di emergenza per rimediare ai problemi che si presentano di volta in volta. E sì che non si tratta di una missione qualunque, ma “solo” di quella che dovrebbe salvare l’umanità dall’estinzione! E, a quanto ricordo, il costo del petrolio, all’epoca, non era ancora proibitivo.

Ma la riscossa arriva rapidamente: mentre sulla Terra un sempre più rassegnato Morgan Freeman annuncia il peggio, e il panico si diffonde a macchia d’olio, il gruppo di astronauti, imbeccato dal grande Puffo, pardon, dal più anziano di loro, un Robert Duvall icona-vivente-saggio-colto-buono-mentre-i-colleghi-sono-solo-dei-ragazzini-scemi, decide di lanciarsi sul frammento più grosso della cometa con le altre quattro bombe pronte a esplodere, in modo da sbriciolarlo una volta per tutte. La possibilità che quattro bombe non la spuntino dove otto hanno già fallito non sfiora la mente di nessuno, meno che mai degli spettatori. O no?

Sulla Terra, intanto, le vicende di alcuni protagonisti si complicano: un milione di persone, di cui ottocentomila estratte a sorte, si dirigono verso il mega-rifugio costruito dal governo nel Missouri. Tra loro Frodo, pardon Leo, e la sua famiglia, compresa la sua amichetta Sarah, da lui sposata al solo scopo di poterla portare con sé (ma in fondo i due si amano, e anche se dimostrano una quindicina di anni a testa, cosa importa? All’epoca, non c’era ancora l’ossessione per la pedofilia figlia della diffusione di Internet). Invece Jenny, la giornalista, visto che nessuno – incredibile ma vero – se l’è cuccata per tutto il film, decide che è ora di suicidarsi, e così raggiunge il padre giusto in tempo per farsi travolgere con lui dall’enorme ondata generata dall’impatto in mare del frammento di cometa più piccolo. Conclusione strana, ma non priva di una sua logica contorta: dal momento che, fin dall’inizio del film, non aveva fatto altro che rompere le scatole al padre perché si “rimangiasse” il divorzio dalla madre e tornasse con lei, e poiché quest’ultima aveva già provveduto a suicidarsi a sua volta all’annuncio del fallimento del “Messia”, quale modo migliore per riunire la famiglia e rispettare i Sacri Valori dei Buoni Film Made in Hollywood?

Per fortuna le quattro bombe nucleari tenute di riserva sul “Messia” fanno il loro dovere (tra le lacrime dei parenti degli eroici astronauti), e il frammento più grosso della cometa si dissolve in una pioggia di stelle cadenti, mentre il maremoto causato dall’altro provoca solo danni trascurabili e tutti i superstiti vivranno felici e contenti. Oddio, forse il fatto che mezza America sia finita distrutta non sarebbe così trascurabile, ma, se ce lo dice Morgan Freeman in persona, come fare a non credergli? E quando Frodo e Sam, pardon Leo e Sarah, riescono a salvarsi semplicemente correndo sulla prima collina che si trovano davanti, nonostante alle loro spalle un’onda alta centinaia di metri li incalzi senza mai riuscire a raggiungerli, possiamo dubitarne?

In fondo, si dirà, abbiamo visto di peggio. Armageddon è raccapricciante, e, solo due anni prima, parlare male di Indipendence Day era un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Eppure non è detto che Deep Impact sia davvero una spanna al di sopra dei suoi colleghi: vuole darne l’impressione, questo è innegabile, ma la serietà di base e la plausibilità delle vicende narrate sono sempre quelle, vale a dire a livello del vuoto cosmico dal quale arrivano comete e asteroidi che nella realtà non faranno mai alcun danno.

Deep Impact, in sostanza, si presenta bene; e forse potrebbe anche guadagnarsi la sufficienza, dal momento che, nel confronto con l’inguardabile, Armageddon esce comunque vincitore. Ma i danni che una pellicola simile, sottilmente ma profondamente ipocrita, causa al cinema di fantascienza, non sono affatto trascurabili. Purtroppo, la strada sembra ormai segnata: lo spettatore, che una volta avrebbe notato subito il mare di assurdità propinate dagli sceneggiatori, oggi sembra come lobotomizzato: qualunque cosa, purché condita da esplosioni, viene subito digerita. E magari dimenticata il giorno dopo: ma intanto il danno è fatto.

Anche se nessuna cometa ha colpito la Terra, il Medioevo sembra già tornato (non solo nel cinema, a dire il vero): dovremo aspettare altri mille anni per un nuovo Rinascimento?

Deep Impact - Locandina

Tit. originale: Deep Impact

Anno: 1998

Nazionalità: USA

Regia: Mimi Leder

Autore: Bruce Joel Rubin, Michael Tolkin (scritto da)

Cast: Robert Duvall (Spurgeon Tanner), Téa Leoni (Jenny Lerner), Elijah Wood (Leo Biederman), Vanessa Redgrave (Robin Lerner), Morgan Freeman (President Beck), Maximilian Schell (Jason Lerner), James Cromwell (Alan Rittenhouse), Ron Eldard (Oren Monash), Jon Favreau (Gus Partenza), Laura Innes (Beth Stanley), Mary McCormack (Andrea Baker), Richard Schiff (Don Biederman), Leelee Sobieski (Sarah Hotchner), Blair Underwood (Mark Simon), Dougray Scott (Eric Vennekor), Gary Werntz (Chuck Hotchner), Bruce Weitz (Stuart Caley), Denise Crosby (Vicky Hotchner), Jason Dohring (Jason), Kurtwood Smith (Otis Hefter)

Fotografia: Dietrich Lohmann

Montaggio: Paul Cichocki, David Rosenbloom

Musiche: James Horner

Rep. Scenografico: Leslie Dilley (production design) | Dennis Bradford, Gary Kosko, Andrew Neskoromny, Thomas Valentine (art direction) | Peg Cummings (set decoration)

Costumi: Ruth Myers

Produttore: David Brown, Richard D. Zanuck | Joan Bradshaw, Walter F. Parkes, Steven Spielberg (esecutivi) | D. Scott Easton (associato)

Produzione: Paramount Pictures, DreamWorks SKG, Zanuck/Brown Productions, Manhattan Project