Dr. Adder, di Kevin Wyne Jeter
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Dr. Adder

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PROLOGO

C’è solo una cosa che ricordo molto bene di quand’ero bambino, forse a causa di tutto il trambusto che provocò all’epoca. Mi trovavo davanti alla porta d’ingresso dell’asilo, tutto intento ad aprire dei lombrichi con un paio di forbici così grandi che per impugnarle dovevo usare entrambe le mani. Come al solito, c’era un gran caldo, secco e nebbioso, me lo ricordo ancora adesso.

Era da un bel po’ che la maestra mi stava cercando, aveva un’aria decisamente esasperata. Mi sollevò di peso e mi tolse le forbici. Mi portò in una stanza che aveva una targhetta sulla porta con sopra scritto 4 ANNI.

Mi mise a sedere davanti a un grosso televisore, assieme a tantissimi altri bambini completamente assorti nella visione con la bocca spalancata. Non si accorse che la guardavo mentre usciva dalla stanza e si allontanava con le forbici in mano, come armi catturate al nemico.

Nello sgabuzzino aprì il cassetto in cui venivano custodite le forbici. Me la ricordo abbastanza giovane, e raffreddata. Probabilmente stava pensando: Come avrà fatto a entrare qui? E poi: che strano, dovrebbe esserci un altro paio di forbici qui dentro. Ma proprio in quell’istante ero riuscito ad afferrarla da dietro, e a ficcarle l’attrezzo in questione nel polpaccio, attraverso le calze a rete, nella carne morbida, dentro il muscolo irrigidito, fin quasi a scorgere l’osso, mentre guardavo il sangue che scorreva dalla metà sporgente delle forbici fino alle mie manine. Ce l’ho ancora davanti agli occhi. Lei che cadeva di fronte a me sulle ginocchia, con gli occhi e la bocca spalancati in silenziose O di sorpresa e di dolore.

A venticinque anni di distanza, giacevo moribondo in quel vicolo sporco di merda. Un quarto di secolo esatto. Sembrava che il sangue, appiccicoso e caldo, non avesse mai cessato di scorrere: ero completamente fradicio.

Rosso e denso, raccolto sotto di me in una piccola pozzanghera, con granuli di frammenti d’ossa e brandelli di carne attaccati ai vestiti e al corpo.

Con l’avambraccio che ronzava e ticchettava, e tracciava traiettorie letali verso nemici per i quali rimanevo pressoché inviolato, irraggiungibile.

CARNE ORGOGLIOSA

«Me ne vado» disse il giovane. Nella Fattoria delle Uova di Phoenix era conosciuto come E. Allen Limmit. Dirigeva il bordello aziendale.

«Stai scherzando» disse Bonna Cummins, direttrice del personale della fattoria. Gli lanciò un’occhiata minacciosa attraverso la scrivania, da sotto le sopracciglia alte un dito. Le si poteva leggere negli occhi quello che pensava: guarda un po’ lo stronzetto.

Limmit annuì, tentando di non farsi intimidire, di non farsi sovrastare psicologicamente dalla mole opprimente della donna. «Proprio così» disse lui. «Mi sono già messo d’accordo perun passaggio sulla spedizione d’uova di stanotte per Los Angeles. Ho già pagato e fatto tutto il resto.»

«Che succede?» lo schernì la Cummins. «Come mai il frocetto della GPC non ti dà un passaggio sul suo jet personale? Ha paura che gli sporchi la tappezzeria con le piume di gallina?» Si appoggiò allo schienale, e con un’unghia a spatola tentò di estrarre qualcosa tra gli incisivi.

Per un istante, Limmit si guardò in giro distratto nell’ufficio angusto. Su una parete erano appese le fotografie ingiallite e polverose delle migliori ovaiole della fattoria, oltre ad alcune istantanee più piccole delle loro uova, con a fianco un uomo per farne risaltare le dimensioni. Gli occhi, pensò Limmit guardando quegli animali stupidi e piumati, mi hanno sempre fatto venire in mente quelli dei cavalli.

Dalla finestra di fianco alla porta vedeva il pavimento del capannone principale della fattoria, e si mise a osservare le ovaiole bianche e le pianificatrici tecniche affaccendate nei vari cubicoli. Attraverso il vetro penetrò un suono acuto e lamentoso. Limmit sobbalzò: sapeva di cosa si trattava. A poca distanza, al di là dei muri del capannone, oltre gli altri cubicoli e i dormitori, si trovavano i sobborghi della città di Phoenix. La sabbia dell’Arizona ricopriva le strade e le autostrade. Me ne vado da tutto questo, disse a se stesso.

«Fa parte del piano,» disse infine, ancora consapevole dello sguardo indagatore di Bonna. «È necessario che arrivi a Los Angeles in quel modo.»

«Ma perché sto ad ascoltarti?» chiese la Cummins aggrottando le spesse sopracciglia. «Che vadano a farsi fottere le tue stupide macchinazioni, qualunque esse siano. A me interessa sapere chi dovrò mettere al tuo posto per mandare avanti il maledetto bordello.»

Limmit scrollò le spalle e disse: «Sono affari tuoi.»

«Dovrei usare la tua faccia come zerbino. Lo sai chi dovrà mandarlo avanti? Io, ecco chi!» Con grande sforzo si calmò. «Ma sarò gentile con te.

Dopo che a Los Angeles ti avranno rotto il culo, potrai anche ritornare qui strisciando, e ti ridarò il tuo vecchio lavoro. Ti farò persino trovare le tue stanze pronte, non devi neppure preoccuparti di portare via le cose.»

«Grazie.» Si diresse verso la porta. «Ma non tornerò indietro,» disse aci-do.

«Sicuro. Vedremo.»

Prima di chiudere la porta dell’ufficio, lo raggiunse la voce rauca di lei.

«Guarda che fino alla tua partenza quei letti sono ancora sotto la tua responsabilità, mi hai sentito? Tira fuori Larry 4B, il mio preferito. Dopo una giornata di merda come questa ho proprio bisogno di rilassarmi un po’.»

Attraversando il capannone principale evitò i carrelli elevatori, ognuno dei quali trasportava un uovo verso i ponti di carico o i congelatori della fattoria. Limmit si fermò a un cubicolo: sotto il codice di identificazione c’era scarabocchiato col gesso il nome LEONA. Dentro, la gallina era sdraiata su un fianco, come se fosse stata ferita. Parecchie operaie e piani-ficatrici tecniche la circondavano oziose, inattesa. Una pianificatrice tecnica ispezionò con freddezza l’enorme apertura fecale dilatata. La paglia sotto i suoi piedi era impregnata del sangue di Leona: evidentemente era stato deciso che sostituirla sarebbe stata una perdita di tempo. «Attenta, Cal» sentì dire a una delle operaie rivolta alla tecnica. «Ricordati di quella volta che hai ficcato la testa troppo in là e sei stata risucchiata dentro una di quelle cose. Quasi ci rimanevi soffocata, prima che riuscissimo a tirarti fuori.»

Limmit si inginocchiò di fianco alla testa della gallina. Gli occhi rossi ed equini tremolarono, riconoscendolo, poi si offuscarono. «Meghda,» ansimò la bestia con una voce gutturale soffocata nel becco. «Meghda de va mannle.»

«Lo so che fa male,» la consolò Limmit accarezzando la lanugine attorno al becco. «Non ti preoccupare, andrà tutto bene.» Sollevando lo sguardo vide un’operaia divertita alla scena di cui erano protagonisti. Gli occhi di Leona si erano chiusi come quelli di un bimbo prima di addormentarsi.

Limmit si alzò, e il suo sguardo incrociò quello dell’operaia che stava appoggiata al fianco dell’animale. «Come sta?» chiese lui con voce pacata.

«Chi? Intende dire la gallina?» disse l’operaia perplessa. «Sta morendo.

L’uovo è diventato blastomico, non ne uscirà viva. Anche se riuscissimo a tirare fuori tutti i pezzi, all’interno è troppo lacerata. E poi,» disse freddamente, «è troppo vecchia, non ne vale la pena. Le rimarrebbe ancora qualche mese di produzione.» L’operaia scrollò le spalle larghe e si girò.

Lui le fissò la schiena in silenzio. Stupida troia, disse senza emettere suono. Alzando gli occhi vide una delle operaie che lo guardava. La riconobbe e lasciò in fretta il cubicolo, con il viso che scottava dalla rabbia.

«Aspetta, Limmit!» lo chiamò l’operaia. Lui accelerò il passo. Leona si lamentò nel cubicolo, poi gridò stridula mentre un’altra contrazione le scuoteva il corpo massiccio.

L’operaia lo raggiunse nel suo alloggio di fianco al bordello. «Ciao Joan.» disse Limmit senza guardarla.

«Ho sentito che te ne vai,» disse lei mentre l’altro apriva una piccola valigia sul letto.

«Esatto.» fece Limmit. Studiò la valigia vuota. Non c’era nulla che avrebbe voluto portare con sé. Guardò gli scaffali sopra il letto: erano colmi di libri tascabili ingialliti che aveva estratto dalle dune cresciute in una…

Dr. Adder - Copertina

Tit. originale: Dr. Adder

Anno: 1984

Autore: Kevin Wayne Jeter

Edizione: Fanucci (anno 1995) Collana “Il Libro d’Oro”

Traduttore: Fabio Zucchella

Pagine: 212

ISBN-13: 9788834705162

Dalla copertina | Ambientato in una Los Angeles del vicino futuro vagamente simile a quella di “Bladerunner”, una città degradata, patria di freak e di puttane, di venditori di droga e di assassini, “Dr. Adder” propone una serie di personaggi odiosi e aberranti, a partire dal protagonista da cui prende il titolo. Dr. Adder regna supremo in questo mondo di depravati e diseredati: è lui l’uomo che può sonda- re la psiche dei suoi clienti fin nelle più segrete profondità, e tirarne fuori i desideri più osceni e trasformarli infine in realtà. In contrapposi- zione a Dr. Adder si erge John Mox, capo della Video Chiesa delle Forze Morali, che controlla Orange County, all’opposto culturale di Los Angeles. Ma Max non è un personaggio migliore del Dr. Adder…