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Duma Key

L’impulso di tradurre ciò che vediamo in immagini, linee e colori, accompagna l’uomo fin dalla preistoria. Il disegno è l’arte di trasporre in due dimensioni ciò che bidimensionale non è, un processo di astrazione mentale più complesso e misterioso di quanto non si creda. Disegnando, o dipingendo, noi modifichiamo la realtà, estrapolandola da ciò che i nostri sensi ci comunicano e ricreandola nostra.

Non è la prima volta che STEPHEN KING si avvale di questo misterioso potere, questa corrente di energia tra mente e mano. Basti ricordare il dipinto attorno a cui ruotava l’intero romanzo Rose Madder, una vera e propria porta verso un mondo alternativo; oppure, e qui la citazione calza a pennello, il personaggio di Patrick nell’ultimo episodio della saga de La Torre Nera. Il ragazzo, muto, comunicava attraverso il disegno, ma non solo: la sua arte poteva creare − materialmente − con pochi tratti di matita ciò che prima non esisteva e distruggerlo con un colpo di gomma.

Il concetto deve aver affascinato il grande autore americano, e Duma Key è stato il terreno adatto per andare ancora più a fondo nelle possibilità intrinseche di questa potente e un tantino terrificante brama demiurgica.

Edgar, proprietario di una grossa impresa di costruzioni, rimane schiacciato da una gru durante un incidente in cantiere. Perde un braccio, riporta fratture multiple agli arti inferiori e il suo cranio subisce un trauma che si ripercuote sul cervello. Il risultato è un vuoto nella memoria, una voragine d’oscurità che compromette la capacità del linguaggio.

A fare da contrappunto, in Edgar si accende anche il rosso della rabbia, che viene a riempire i buchi della sua povera mente martoriata.

Il cambiamento drastico e la difficile riabilitazione spezzano il suo matrimonio e lo portano a pensare al suicidio, ma il suo psichiatra e l’affetto delle figlie lo convincono ad aspettare un miglioramento. Per restare a galla, si aggrappa a una passione ormai dimenticata: il disegno.

Edgar si trasferisce a Duma Key, una solitaria isoletta della Florida, avendo come unici vicini un simpatico ma misterioso ex-avvocato trasformato in badante e un’anziana signora affetta dall’Alzheimer, padrona di una buona fetta dell’isola. Lì Edgar guarda il tramonto. Vede una nave all’orizzonte. Prende fogli e matite colorate e inizia a dipingere.

È il principio di una produzione ampia e in costante crescendo, come se la casa − da lui ribattezzata Big Pink, quasi appollaiata su una costa in erosione e cullata dal suono di conchiglie sotto le fondamenta −, l’isola stessa nella sua quiete misteriosa, lo caricassero di ansia di fare e potere nel creare. Questa singolare facoltà, a cui si aggiunge la capacità di rimodellare la realtà, si traduce presto in un vero e proprio occhio magico sul mondo, guidato dal braccio fantasma che si fa redivivo durante l’atto creativo.

Così, Edgar scopre gli scomodi amanti della ex-moglie, il possibile tradimento del fidanzato di sua figlia minore, il pensiero suicida di un vecchio amico. Arriva perfino a cancellare la malattia che sta divorando Wireman, il suo nuovo amico sull’isola, salvandolo da morte certa.

Il dono imprevisto, però, può facilmente mutarsi in una maledizione.

Ci sono entità, nascoste a Duma Key, che già in passato hanno sfruttato talenti innati per tornare alla luce. Per fare del male. C’è una nave, che nasconde la sua apparenza di relitto nei raggi dell’ultimo sole. Il suo nome, o il nome di colei che la governa, è Perse. E ci sono fantasmi a Duma Key che non hanno alcuna intenzione di riposare in pace.

Edgar dovrà fare i conti con il proprio potere e con Perse, gareggiando in una lotta disperata per porre fine a un terribile pericolo che viene dal passato e garantire la sopravvivenza a coloro che ama.

Difficile come sempre classificare un libro di Stephen King. Thriller? Horror? Fantasy? Una miscela di tutti e tre i generi, probabilmente. Senza dubbio la morte vista “da vicino”, dopo il terribile incidente del 1999, ha lasciato il segno nell’immaginario creativo del Re, che mostra il desiderio di riprendere in mano le fila del suo passato biografico e letterario.

Processi creativi e traumi: questo il nocciolo di Duma Key. Ancora una volta, l’autore del Maine cerca di analizzare il lato oscuro (la “Zona Morta”?) dell’ispirazione artistica, sia essa letteraria o figurativa, e in sostanza racconta sé stesso: la lotta contro il dolore fisico e l’abisso depressivo conseguenti l’episodio più difficile della sua esistenza.

Come nel precedente La Storia di Lisey, l’ispirazione narrativa è cambiata. L’atmosfera nostalgica e autobiografica de Il Corpo o di Cuori in Atlantide si fonde con il tipico horror kinghiano, ma entrambi perdono quella spinta di speranza verso un futuro migliore e assumono i colori del tramonto. La morte esiste davvero e falcia impietosamente anche gli eroi. E le vittorie sui mostri lasciano comunque l’amaro in bocca.

Volendo giocare un po’ con i personaggi, in questo romanzo troviamo degli easter egg stuzzicanti per gli appassionati: Edgar forse in un mondo parallelo si chiamava Eddie, e in un altro ancora aveva una certa Mother Abigail per antenata. Jack è il giovane del gruppo, Wireman il saggio con la pistola, mentre l’unica vera protagonista femminile è su una sedia a rotelle. Tutto questo porta a intrecciarsi fra loro una serie infinita di collegamenti in cui alcune figure classiche di King appaiono cresciute, o meglio, invecchiate.

Edgar Freemantle arriva a Duma Key, un’isoletta sulle coste della Florida, per leccarsi le ferite e guarire nel corpo e nell’anima. Ma la via d’uscita che gli si apre è una lama a doppio taglio, perché in quel piccolo e inquietante paradiso, dove le conchiglie sembrano ossa nella risacca notturna e strane navi appaiono al tramonto, c’è qualcosa di terribilmente sbagliato. Il mostro di It, gli alieni de Le Creature del Buio e L’Acchiappasogni, il “variolato” de La Storia di Lisey indossano qui la veste di una divinità in stile Lovecraft, un vampiro della mente che infesta i prescelti, tutti segnati da una caratteristica comune: un incidente quasi mortale, imprevisto o provocato, ha conferito loro poteri psichici. Se il fedele Wireman possiede tracce di telepatia, Edgar e Elizabeth hanno un dono particolare: l’abilità creativa. Tramite loro, questa antica Lilith delle profondità marine cerca di raggiungere il suo scopo: il potere per il potere e il male per il male. Chi tenta di ribellarsi viene ferocemente privato degli affetti più cari, destinati a ingrandire la ciurma della nave fantasma che infesta la baia, in viaggio eterno tra la vita e la morte.

Un gotico americano quindi, che riprende il tema della “Casa” come tramite e punto focale del contatto con altre dimensioni: Sara Laugh, l’inquietante chalet sul lago in Mucchio d’Ossa, La Casa nel Buio nel romanzo omonimo e Big Pink in Duma Key, deliziosa villetta sul mare, sepolta in una natura primordiale fatta di spiagge sterminate, vegetazione soffocante e splendidi tramonti. Tutti luoghi collegati a strane presenze, a volte benigne, più spesso malvagie. Come in questo caso.

Sebbene i classici cliché horror abbondino (l’entità diabolica, i dipinti dotati di capacità magiche, i cadaveri che emergono dall’acqua), il romanzo non incute un vero senso di paura, semmai genera inquietudine: la trama mantiene – grazie a un indubbio mestiere − la suspense del thriller, creando un livello di alta tensione… quasi fino alla fine.

L’impressione circa il finale è che sia stato scritto con lo scopo di accontentare quei lettori che si aspettano “la lotta col mostro”; mentre, nel corpo del romanzo, l’autore ha avuto principalmente interesse a scandagliare il rapporto tra l’artista e le sue creature, capaci di glorificarlo come distruggerlo, di redimerlo come perderlo.

Non a caso la storia in flashback di Elizabeth, l’anziana gentildonna padrona dell’isola e dei suoi fantasmi, contiene una frase significativa: “sappi quando hai finito e a quel punto metti giù la matita o il pennello”.

Tutto il resto è solo vita.