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Echi mortali

Tom Witzky (Kevin Bacon) è un operaio addetto alla manutenzione delle linee telefoniche di Chicago, dove vive insieme alla moglie Maggie (Kathryn Erbe) e al figlioletto Jake (Zachary David Cope). La sua è una vita tranquilla, venata solo dall’insoddisfazione personale per non essere ancora emerso, per essere un ‘mediocre’. Ma il destino ha in serbo qualcosa di inaspettato. Durante un party a casa di alcuni vicini, sua cognata Lisa (Illeana Douglas), una single impicciona fissata con il paranormale, la parapsicologia et similia, lo ipnotizza con esiti del tutto imprevisti. L’imposizione di un ‘innocuo’ comando post-ipnotico, volto a rendere Tom di mentalità un po’ più aperta di quella che la cognata gli rimprovera, avrà un effetto inatteso, amplificando e distorcendo le sue percezioni, e insinuando misteriosi echi e visioni nella sua mente, fino a renderlo cosciente dello spettro di una giovane donna che infesta la loro casa. Uno spettro che, invece, suo figlio Jake conosce tanto bene da chiamarlo persino per nome: Samantha.

Ispirato al romanzo Io sono Helen Driscoll (Stir of Echoes) di Richard Matheson, Echi mortali traspone l’opera senza troppe pretese di fedeltà e ne proietta le tematiche in chiave contemporanea, rispettandone tuttavia lo spirito di fondo con una certa eleganza e un’insolita cura per i dettagli.

La presenza di divergenze dal testo originale è messa in chiaro fin da subito: il film si apre con una scena in cui Jake, il figlio di Tom, parla con lo spettro, e gli chiede se faccia “tanto male essere morti”. Scena che getta le basi per un legame che nella trasposizione cinematografica è di vitale importanza, mentre nel romanzo di Matheson, focalizzato sullo sviluppo interiore di Tom e sul suo rapporto con la moglie, tale tematica è a malapena abbozzata.

Molte altre variazioni, salienti e non, saltano all’occhio fin dai primi fotogrammi: l’anno è il 1999, mentre il romanzo è ambientato negli anni Cinquanta; i nomi dei personaggi sono cambiati, Tom Wallace è ora Tom Witzky, sua moglie Anne è diventata Maggie, il figlio Richard è diventato Jake, il cognato Phil è diventato la cognata Lisa, la moglie di Frank, Elizabeth, vittima delle angherie del marito fin dal primo capitolo del testo, è adesso Sheila, una donna cinica e disillusa, frustrata dagli atteggiamenti sciovinisti del partner; la festicciola tra pochi intimi, in una delle case di un classico comprensorio della California, è diventata un party di quartiere a Chicago, pieno di sconosciuti e di musica ad alto volume. Tuttavia, si tratta soltanto di adattamenti e il film, nella prima metà, segue abbastanza fedelmente lo sviluppo del romanzo, ricalcandone gli snodi principali e rielaborandoli, con appena qualche strizzata d’occhio al ‘gore’ e qualche concessione alle logiche della macchina da presa. Quantomeno, fino alla scena in cui la baby-sitter rapisce il figlio di Tom.

Da quel momento in poi la pellicola diverge nettamente e si anima di vita propria, innestandosi su un binario alternativo a quello del romanzo, tanto che il finale risulta stravolto, prendendo una piega diversa e mirando a un differente colpo di scena. E questa è forse la vera sorpresa per chi assiste al film avendo letto il libro: non c’è nulla di prevedibile, è una storia nuova, ma lo spirito del romanzo è lì, presente, in alcune scene e tematiche riproposte abbastanza fedelmente (come la preveggenza di Tom, oppure la scena della telefonata per la morte della nonna) e nel suo messaggio di fondo: il mostro si annida in ciascuno di noi, anche nelle persone più impensate.

Perché, così come nel romanzo, anche in questa trasposizione cinematografica i personaggi sono dei pretesti per mettere in scena l’inquietudine della normalità e criticare il modello americano; ma se nel testo di Matheson la critica era rivolta verso l’ideale di famiglia perfetta, velato da una patina di perbenismo e tipico dell’America conservatrice degli anni Cinquanta, nel film viene invece criticato il modello moderno di società, dove il sogno americano si è tramutato in un disperato desiderio di fama, nella necessità di essere qualcuno per emergere dalla mediocrità. E così nei personaggi si possono identificare molti mali del nostro tempo: Tom è un insoddisfatto, Frank idolatra le abilità atletiche di suo figlio che potrebbero farlo uscire dall’anonimato, Lisa è un’immagine perfetta di quella concentrazione di ignoranza e verità pseudo-scientifiche che affligge molti Americani. Ancor più emblematico è l’esempio di Sheila, la moglie di Frank, che tanto appare remissiva e docile, soggiogata e repressa nel romanzo, sempre sul punto di esplodere, rivelando un malessere tipico delle casalinghe degli anni Cinquanta, tanto nel film risulta cinica e sprezzante, pronta a condannare, decisamente una figlia dei nostri tempi. Il finale poi, nel colpo di scena che rivela l’identità dell’assassino della giovane Samantha, è un altro deciso e preciso affondo verso la deriva sociale.

In questo, Echi mortali abbraccia a piene mani il messaggio e lo spirito del romanzo da cui è tratto, forse ben più di molti altri film, e lo fa senz’altro con maggior coerenza ed eleganza rispetto alla ben nota e recente trasposizione di un’altra famosa opera di Matheson: Io sono Leggenda.

Certo, nel passaggio dalla carta alla pellicola si perde molto dell’introspezione psicologica che nel romanzo è il cardine della storia, e non bastano alcune interessanti scelte di regia che tentano di emulare la narrazione in prima persona, e un Kevin Bacon in discreta forma, a restituire la complessità del personaggio di Tom; né è sufficiente un’ora e mezza di film a dipingere la difficoltà crescente nel mantenere stabile il rapporto di coppia, senza che, in alcuni passaggi, più che una moglie preoccupata e un marito alle prese con poteri inusuali, Maggie e Tom appaiano come degli schizofrenici irrazionali.

Eppure, alla fine dei conti, non si può non considerare questo film come un vero e proprio omaggio, non solo al romanzo da cui è tratto, ma anche a molti altri film del genere: Echi mortali è infatti denso di citazioni e riferimenti incrociati, veri e propri omaggi al testo di Matheson, a Matheson stesso e ad altri film. Alcuni esempi di questa meticolosa cura per i dettagli: un cartello di ‘missing person’, con la foto di Samantha, si intravede già mentre i protagonisti stanno andando al party; durante la scena della festa vi sono molti dialoghi anticipatori, proprio come nel romanzo; la seduta di ipnosi (basata su tecniche reali) mostra un teatro nero, dalle pareti e dalle sedie nere, più avanti nel film passerà il brano ‘Paint it Black’ dei Rolling Stones; quando Maggie scende in cantina, prende un colpo alla testa, scena che omaggia un omologo passaggio del libro; ancora, la baby-sitter, seduta sul divano, sta leggendo The Shrinking Man (Tre millimetri al giorno) di Matheson; la televisione trasmette Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi) di George A. Romero – film che per aperta ammissione del regista è una rielaborazione di tematiche presenti in Io Sono Leggenda di Matheson – e The Mummy’s Shroud (Il sudario della Mummia) di John Gilling. Altre scene, come la visione della morte di Samantha, sono state addirittura girate sulla falsariga di intere scene di altri film, ma lasciamo ai cinefili più incalliti il gusto di scoprirle.

Ulteriori note interessanti: l’effetto del movimento dello spettro di Samantha (interpretato da Jennifer Morrison) è stato ottenuto filmando l’attrice alla velocità di sei fotogrammi per secondo, mentre lei si muoveva a circa un quarto della velocità normale. Il film contiene inoltre una delle frasi con forse più errori e meta-errori della storia del cinema: quando all’inizio del film Lisa scopre che Maggie è incinta, nella sua ignoranza esclama che il nascituro sarà un gemelli, un ottimo segno visto che Einstein era dei gemelli e anche “quel cantate scozzese dei Garbage”. Ora, non solo Einstein era dei pesci, ma la cantante scozzese dei Garbage (Shirley Manson) è leone, oltre che donna. Tre errori in una sola frase non sono niente male, a discolpa di Lisa possiamo però dire che l’identità sessuale confusa è tutta merito del doppiaggio italiano che ha tradotto ‘gal’ (ragazza) con ‘quel’.

In conclusione, Echi mortali non sarà un capolavoro, ma è una ghost-story interessante e ben curata, accompagnata da una buona selezione di brani alternata a una colonna sonora composta da John Newton Howard che ben si amalgama alle sequenze. Sicuramente il film farà storcere il naso per la sua semplicità e ingenuità a molti amanti del genere, eppure, nonostante il basso budget, riesce a creare tensione con pochi effetti speciali, strizza l’occhio e omaggia molti capisaldi del cinema horror e, pur piegandosi alle logiche dello schermo, riesce a onorare con eleganza il romanzo da cui è tratto, rispettandone lo spirito e il messaggio. Forse ha solo avuto la sfortuna di essere uscito nelle sala nel 1999, lo stesso anno di The sixth sense – Il sesto senso, Stigmate e The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair. Il primo, in particolare, complice una notevole e inquietante affinità di tematiche e punto di vista, ne ha infatti del tutto oscurato i pregi (oltre che gli incassi al botteghino). Poi per carità, i gusti sono gusti, e alcuni potrebbero trovare debole la struttura del finale, che perde molta della carica di inquietudine che il film aveva invece costruito fino a quel momento, oppure speciose le argomentazioni alla base delle capacità medianiche di Tom e Jake, ma almeno la conclusione non è del tutto scontata.

A chi aveva indovinato il finale de Il Sesto Senso dopo meno di dieci minuti, ritrovarsi in Echi mortali un colpo di scena diverso da quello del romanzo che ha letto, pur nel rispetto del testo, potrebbe rivelarsi infatti una piacevole soddisfazione.

Stir of Echoes - Locandina

Tit. originale: Stir of Echoes

Anno: 1999

Nazionalità: USA

Regia: David Koepp

Autore: Richard Matheson (romanzo “A Stir of Echoes”) | David Koepp (sceneggiatura)

Cast: Zachary David Cope (Jake Witzky), Kevin Bacon (Tom Witzky), Kathryn Erbe (Maggie Witzky), Illeana Douglas (Lisa Weil), Kevin Dunn (Frank McCarthy), Conor O’Farrell (Harry Damon), Lusia Strus (Sheila McCarthy), Stephen Eugene Walker (Bobby), Mary Kay Cook (Vanessa Damon), Larry Neumann Jr. (Lenny), Jennifer Morrison (Samantha Kozac), Richard Cotovsky (Vicino di casa), Steve Rifkin (Kurt Damon), Chalon Williams (Adam McCarthy), Liza Weil (Debbie Kozac)

Fotografia: Fred Murphy

Montaggio: Jill Savitt

Musiche: James Newton Howard,

Rep. Scenografico: Nelson Coates (Production Design) | David W. Krummel (Art Direction) | Susie Goulder (Set Decoration)

Costumi: Leesa Evans

Produttore: Judy Hofflund, Gavin Polone | Michele Weisler (esecutivo)

Produzione: Artisan Entertainment