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Fata e Teneri Automi

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“L’idea mi è venuta per la prima volta in ascensore, mentre mi separavo dalla mia amata ho desiderato portare le sue labbra via con me. Ecco come nascono le storie, negli ascensori!”
L’autore Téhy

STORIA

In un ipotetico futuro la Terra è devastata da guerre fratricide. Ai margini della civiltà umana decadente, tra le rovine di una fortezza-cattedrale arroccata sul bordo di una cascata, il misterioso Mister Sir Crumpett’s costruisce senza sosta automi. Dalle sue abili mani prende vita Jam, protagonista della vicenda: il povero fantoccio adolescente ha appena aperto gli occhi che già il severo padre lo relega tra le folte schiere delle altre bambole meccaniche, tutte giudicate non riuscite. Il creatore infatti non assembla questi raffinati giocattoli per crearsi una compagnia, egli in realtà è all’affannosa ricerca dello ‘sguardo fatato’, cioè quell’incanto, quella purezza assoluta capace di riportare la grazia nel mondo ormai allo sfascio.

Sebbene rifiutato così aspramente dal burbero genitore, il ‘ragazzo’ trova conforto nell’amicizia degli altri automi. Vagando annoiato tra le rovine della cattedrale, Jam scova tra i fantocci scartati una bellissima bambola-fata che il padrone lasciò incompiuta: è lei l’unica a possedere realmente lo sguardo fatato. I suoi meccanismi sono guasti, la poverina non può muoversi e neppure parlare dato che il padrone la lasciò priva della bocca, ma i suoi occhi profondi esprimono tutta la vita che si cela in lei.

Ravvedutosi del terribile errore commesso tanti anni prima, Mister Sir Crumpett’s si accinge a terminare la fata, ma proprio in quel momento la fortezza-cattedrale viene assaltata da una folla di uomini armati e rabbiosi. Mentre le sue povere marionette vengono bruciate senza pietà, Mister Sir Crumpett’s tenta di portare in salvo quell’unica creazione perfetta che aveva tanto cercato. Jam e la fata vengono nascosti all’interno di capsule frigorifere e assistono impotenti all’omicidio del loro creatore.

Trascorsi molti secoli, Jam riesce finalmente a liberarsi dalla sua prigione di ghiaccio e parte alla ricerca del suo eterno amore; davanti a lui si stende la decadente megalopoli Carlotta, governata con pugno di ferro dalla dinastia Miyaké. In un piccolo scrigno, il ragazzo custodisce ancora le labbra vermiglie di cui restò priva la sua compagna; baciare quella bocca è l’unica consolazione alla sua solitudine. Frugando negli archivi e nelle biblioteche egli ritrova le tracce dell’amata: la sventurata bambola venne a lungo utilizzata come trastullo sessuale durante l’Era dei Piaceri proprio dal clan Miyaké, per anni fu l’oggetto più ricercato e raffinato. Grazie alla sua avvenenza, fu poi classificata come opera d’arte e custodita nel principale museo della città. Jam tenta allora di intrufolarsi nel blindatissimo edificio, ma viene scoperto e affrontato dalle pattuglie di vigilanza; nel terribile scontro perde un braccio, prima di riuscire a fuggire.

La megalopoli Carlotta si sta avviando verso il declino assoluto: il governatore Wolfgang Miyaké, lungi dall’interessarsi ai suoi sudditi, ha come unico progetto quello di riportare in auge la passata Era dei Piaceri. Per soddisfare i propri appetiti desidera il meglio, la perla delle perle: la bambola-fata. Mentre la città è in rivolta, Jam torna al museo per tentare nuovamente di liberare l’amata, ma si scontra con la milizia venuta a requisire la preziosa marionetta.

Nel frattempo la fata viene sottoposta a una sorta di lavaggio del cervello che la induca a soddisfare ogni perversione del governatore. A causa di questa riprogrammazione, l’automa respinge Jam quando questi finalmente riesce a penetrare nell’alcova del dittatore; solo il dolce suono di un brano già udito in occasione del loro primo incontro le permette di ritrovare la memoria.

Mentre il palazzo di Miyaké crolla sotto le bombe della rivolta, Jam, ormai straziato dalle ferite riportate nella battaglia, si spegne tra le braccia della fata; tale è il dolore dell’infelice bambola che il suo volto si lacera nel gridare tutta la sua disperazione. Prima che l’ultima scintilla di vita abbandoni Jam, la compagna riesce a incorporare nei propri meccanismi il suo filo di vita, quel misterioso cavo che dona la coscienza a tutte le creazioni di Mister Sir Crumpett’s. L’alba si leva sulla città distrutta e sulla fata solitaria che si aggira tra le rovine. Rimasta sfregiata e priva della bocca, è però riuscita a salvare dentro di sé lo spirito del suo amato. E ora nessuno potrà mai più separarli.

COMMENTO

Nel leggere Fata e teneri automi (Fée et Tendres Automates) ci troviamo di fronte a un piccolo capolavoro visivo. La disegnatrice Béatrice Tillier sembra possedere lei stessa lo sguardo fatato, e le sue tavole riverberano un’aura incantata. I disegni sono di qualità eccelsa: i personaggi sono definiti con estrema cura mentre le ambientazioni suggeriscono una realtà assolutamente onirica e poetica. La bravura e l’attenzione rivolta a ogni minimo dettaglio permettono all’artista di trasmettere al lettore i sentimenti che si agitano nel petto della bambola-fata, sebbene il volto di quest’ultima sia privo di un importante mezzo espressivo come le labbra. Le tavole sono sontuose e sapientemente calibrate, il taglio delle vignette è pura arte, tutto appare sospeso e rarefatto in un perfetto incantesimo.

Il passaggio tra le vicende del presente e i flashback del passato è fluido e limpido come l’acqua. La scelta della tavolozza si fonda sul netto binomio tra il mondo delle bambole e il mondo degli umani: mentre gli automi sembrano galleggiare in un ambiente cristallino fatto di sfumature pastello, azzurre e opaline, la realtà degli uomini esprime tutta la sua carnalità e ferocia nelle violente tonalità calde del rosso. L’unica critica che si può muovere riguarda l’estrema classicità dello stile: rigoroso certo, ma poco sperimentale.

Data la perfezione e la raffinatezza con cui Béatrice Tillier si accosta alla storia, la scelta di cambiare disegnatore nell’ultimo dei tre volumi che compongono l’opera risulta davvero incomprensibile. Il linguaggio più dinamico di Franck Leclercq si adatta forse meglio alla piega avventurosa che la vicenda assume sul finale, ma in qualche modo l’incantesimo è irreparabilmente spezzato. Sia Jam che la fata perdono quella poesia che Tillier aveva saputo infondergli. Leclercq non riesce a utilizzare la stessa tavolozza di sfumature, e i colori risultano troppo saturi; la sua colorazione digitale stride terribilmente a confronto con le nuance acquarello usate dalla prima disegnatrice. Anche l’impaginazione ne risente: in molte vignette i personaggi appaiono troppo piccoli o mal definiti, intaccando così la leggibilità generale delle tavole. Nel complesso, uno stile sicuramente più rapido, energico e privo di fronzoli, ma anche più grezzo, maschile e grossolano. Non si può non pensare che la mano femminile di Tillier avrebbe saputo disegnare in modo molto più toccante e delicato l’addio tra i due sfortunati amanti.

L’apparato visivo e artistico è ineccepibile, tanto perfetto che la storia in sé stenta a tenere il passo. L’autore Téhy non ha goduto della stessa costante ispirazione della sua collaboratrice. Nonostante il romanticismo, al lettore resta l’amara impressione di trovarsi di fronte a un quadro meraviglioso ma meramente decorativo e scarso di contenuti. Inizialmente il ritmo è dilatato al massimo, ondeggia tra lunghi flashback e azioni al rallentatore nel tempo presente. Una scelta narrativa curiosa ma comprensibile dal momento che i primi due capitoli della storia non illustrano tanto la realtà, quanto piuttosto un flusso di coscienza dello stesso Jam. Per questo essere semi-immortale, lo scorrere del tempo non ha alcuna importanza, e il lettore vive attraverso i suoi occhi un eterno presente in cui tutto appare sospeso e cristallizzato. Un perfetto incantesimo che s’infrange brusco nell’ultimo sincopato capitolo, dove la narrazione si fa sbrigativa tra gravi omissioni e dettagli superflui. Benché molto lineare, la trama prende qua e là una piega piuttosto forzosa e poco convincente che ne appiattisce lo spessore. Le due bambole hanno incrociato i loro sguardi per pochi secondi, ma è già eterno amore, o piuttosto è amore per Jam in quanto la bambola non annuisce né rifiuta. Troppi sono gli argomenti mal sviluppati, a cominciare dal misterioso filo di vita presente nelle bambole di Mister Crumpett’s; questo punto nodale viene a malapena accennato, salvo essere ripescato al termine della vicenda per permetterne la conclusione. Il fulcro stesso della storia, la bocca separata dal proprietario, poteva essere interessante ma non viene sfruttato sino in fondo restando un mero espediente iconografico. A un certo punto della storia, la fata, benché priva delle labbra, prende addirittura a parlare senza spiegazione apparente. Anche la sua momentanea amnesia, forse inserita per creare della tensione, viene risolta troppo in fretta: ecco quindi che l’istante drammatico si trasforma in un passaggio superfluo e risibile.

Nonostante le belle prospettive, il luogo della vicenda resta alquanto bidimensionale. La megalopoli Carlotta dovrebbe rappresentare la follia che affligge il genere umano, ma risulta essere un mix piuttosto artificioso di una dinastia nippo-germanica, con costumi elisabettiani su scenari allo stesso tempo barocchi e fantascientifici. Quando non deve fuggire alle violenze dei soldati, Jam non ha alcuno scambio con gli altri diseredati che condividono il suo rifugio. In generale, il mondo degli uomini resta una accurata ma grottesca quinta teatrale: sbrigativamente definito come rozzo e violento, non viene minimamente sondato.

Mister Sir Crumpett’s e l’imperatore Wolfgang Miyaké sono i soli protagonisti umani della vicenda e come tali restano sullo sfondo. Non si sa perché Sir Crumpett’s sia tanto ossessionato dal proprio progetto e neppure cosa abbia portato l’imperatore Wolfgang a dei propositi così autodistruttivi. Di loro si sa poco o nulla, salvo che entrambi sono totalmente avulsi dalla realtà esterna, troppo concentrati nei loro egoistici progetti personali. Certo Mister Sir Crumpett’s resta un personaggio più gradevole, e il rapporto di celato ma profondo affetto paterno che lo lega a Jam lascia il segno anche se appena accennato; proseguire il progetto del genitore eleverà il burattino al ruolo di figlio legittimo. Nonostante fosse burbero e scontroso, l’uomo possedeva sicuramente quella stessa umanità che aveva saputo infondere nelle sue creazioni.

Jam e la fata sono i reali protagonisti: due esseri sintetici, ma con sentimenti reali e molto più umani delle bieche creature viventi che li circondano. Jam attraversa i secoli trovando dentro di sé il coraggio e la grinta per affrontare ogni ostacolo senza mai perdere la sua profonda purezza. Osservandoli, sorge però il dubbio che l’ideale di perfezione proposto dalla storia non possa che limitarsi a qualcosa di artificiale e pertanto fittizio. Forse l’amore di Jam è così platonico perché lo stesso ragazzo non è altro che un bambolotto asessuato. Curioso come invece la fata sia evidentemente in possesso di un qualche pertugio utile a trastullare i suoi padroni.

La fata è sicuramente perfetta nella sua bellezza, ma allo stesso tempo non appare altro che un’eroina imbelle, un’inerte bambola di pezza perennemente vittima degli eventi; sebbene venga riparata, resta immobile a farsi violentare da generazioni di dittatori, in eterna attesa del suo salvatore. Incapace di qualsiasi azione tranne l’exploit finale in cui incorpora lo spirito di Jam dentro di sé. Priva della bocca e forse allo stesso tempo di una vera passionalità umana. Più che un contenuto, è un vacuo contenitore atto ad accogliere le emozioni che suscita negli altri. È più facile provare simpatia o almeno compassione per il povero Jam, vero fulcro della vicenda, un robot umanissimo, troppo sensibile e bisognoso di affetto. Costantemente prigioniero dei propri ricordi, egli vaga alla ricerca dell’amore perché è l’unica cosa che può fare, anche se ciò dovesse portarlo all’annientamento; la rigidità dei suoi meccanismi fisici e mentali sembra infatti impedirgli qualsiasi percorso alternativo. Il povero pupazzo a molla sarà destinato a ripetere gli stessi movimenti sino al termine della carica, ma forse è proprio lui e non la bambola a possedere realmente lo sguardo fatato, perché alla fine dell’albo è Jam a restare veramente nel cuore del lettore.

La conclusione della storia è poco soddisfacente. Sebbene la bambola-fata dovesse rappresentare la grazia e la nuova speranza per il mondo, essa sopravvive sì alla caduta della dittatura e alla distruzione della città ma solo per ripiegarsi nel suo dolore e sulla sua solitudine. I due innamorati continueranno ad amarsi incrociando i loro sguardi attraverso uno specchio, ma intorno c’è solo il vuoto. Con lo spirito di Jam, così carico di umanità, messo al sicuro nei propri circuiti, la fata avrebbe potuto ergersi quale paladina di un nuovo regno, diventare una guida per tutti quegli esseri umani rimasti senza un leader e senza speranza. Invece preferisce restarsene in un angolo a rappresentare la grazia assoluta ma priva di qualsiasi scopo, un feticcio fine a se stesso.

Nel complesso, Fata e teneri automi è un’opera sontuosa e raffinata, ma conclusa molto malamente, quasi abortita, forse per mancanza di tempo, fondi o passione. Lasciata incompiuta proprio come la bambola-fata. Peccato.