Firefight (di Brandon Sanderson)
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Firefight

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Anteprima testo

Prologo

Ho visto Calamity sorgere.

Avevo sei anni allora. Era notte e me ne stavo sul balcone del nostro appartamento. Riesco ancora a ricordare come il vecchio condizionatore d’aria sbatacchiava sulla finestra accanto a me, coprendo il suono del pianto di mio padre. Quella macchina sovraffaticata era sospesa su un precipizio di molti piani, colando acqua come sudore dalla fronte di un suicida pronto a saltare. L’apparecchio era rotto: soffiava aria ma non raffreddava nulla. Spesso mia madre l’aveva tenuto spento.

Dopo che era morta, mio padre lo lasciava acceso; diceva che gli sembrava che facesse più fresco quando era in funzione.

Abbassai il ghiacciolo e strinsi gli occhi per guardare la strana luce rossa che si levava come una nuova stella sopra l’orizzonte. Solo che nessuna stella era mai stata così luminosa o così rossa. Cremisi. Sembrava una ferita di proiettile nella volta stessa del cielo.

Quella notte, Calamity aveva ammantato l’intera città in uno strano bagliore caldo. Io rimasi lì, col ghiacciolo che si scioglieva e colava un liquido appiccicoso attorno alle mie dita, mentre guardavo l’intera ascesa.

Poi cominciarono le urla.

Parte prima

1

«David?» La voce proveniva dal mio auricolare.

Mi riscossi dal mio sogno a occhi aperti. Ero di nuovo lì a fissare Calamity, ma erano passati tredici anni dal suo arrivo. Non ero più un bambino a casa con suo padre; non ero più nemmeno un orfano che lavorava alla fabbrica di munizioni nelle sottovie.

Ero un Eliminatore.

«Ci sono» risposi, mettendo in spalla il fucile e attraversando il tetto. Era notte e giuravo di poter vedere una sfumatura rossa su ogni cosa per la luce di Calamity, anche se non era mai apparsa brillante come quella prima sera.

Il centro di Newcago si estendeva davanti a me, con le superfici che riflettevano la luce delle stelle. Tutto qui era acciaio. Come un cyborg venuto dal futuro a cui avessero strappato via la pelle. Solo non omicida. E nemmeno vivo.

Cacchio, pensai. Faccio proprio schifo con le metafore.

Ora Steelheart era morto e avevamo rivendicato le strade superiori di Newcago, inclusi molti comfort che i maggiorenti avevano riservato per sé stessi. Potevo farmi la doccia ogni giorno nel mio bagno personale. Quasi non sapevo cosa fare con tutto quel lusso. A parte non puzzare, intendo.

Finalmente Newcago era libera.

Assicurarsi che rimanesse tale era compito mio.

«Non vedo nulla» sussurrai inginocchiandomi accanto al bordo del tetto. Portavo un auricolare che si connetteva via wi-fi al cellulare. Montava una piccola telecamera che permetteva a Tia di vedere quello che vedevo io, e l’auricolare era abbastanza sensibile da cogliere quello che dicevo anche quando parlavo molto piano.

«Continua a osservare» mi disse Tia sulla linea. «Cody riferisce che Prof e il bersaglio sono andati nella tua direzione.»

«Qui è tutto tranquillo» sussurrai. «Sei sicura…»

Il tetto esplose proprio accanto a me. Strillai, rotolando all’indietro mentre l’intero edificio tremava e lo scoppio mi schizzava addosso pezzi di metallo rotto. Calamity! Quelli sì che facevano male.

«Scintille!» urlò Cody sulla linea. «Mi ha aggirato, ragazzino. Sta arrivando sul tuo lato nord…»

La sua voce fu sovrastata quando un’altra brillante scarica di energia schizzò su dal terreno sottostante e strappò via il lato del tetto dov’ero nascosto.

«Scappa!» urlò Tia.

Come se ci fosse bisogno di dirmelo. Mi misi in moto. Alla mia destra, una figura si materializzò dalla luce. Vestita con una tuta nera e scarpe da ginnastica rosse, Sourcefield indossava una maschera completa – come quella di un ninja – e un lungo mantello nero. Alcuni Epici prendevano tutta questa faccenda dei ‘poteri disumani’ più sul serio di altri. Sinceramente, lei aveva un aspetto ridicolo, anche se in effetti era avvolta da un debole chiarore azzurro e tutto il corpo era circondato da energia crepitante.

Se toccava qualcosa, poteva trasformarsi in energia e viaggiarci attraverso. Non era vero teletrasporto, ma ci andava abbastanza vicino, e quanto più la sostanza era conduttrice, tanto più lontano poteva viaggiare, perciò una città fatta d’acciaio per lei era una specie di paradiso. Era sorprendente che ci avesse messo così tanto a venirci.

Come se il teletrasporto non bastasse, c’erano anche le sue abilità elettriche che la rendevano resistente alla maggior parte delle armi. Erano famosi gli spettacoli luminosi che emetteva; non l’avevo mai vista di persona prima, ma avevo sempre voluto vederla all’opera.

Solo non così da vicino.

«Cambio di programma!» ordinò Tia. «Prof? Jon! Rapporto! Abraham?»

Ascoltai solo con mezzo orecchio quando un globo di energia sfrigolante mi sfrecciò accanto. Slittai fino a fermarmi e schizzai dall’altra parte mentre un secondo globo passava proprio dove mi ero trovato un attimo prima. Quello colpì il tetto, provocando un’altra esplosione e facendomi barcollare. Frammenti di metallo mi bersagliarono la schiena mentre mi precipitavo verso il lato dell’edificio.

Poi balzai giù.

Non fu una lunga caduta: colpii il balcone di un attico. Col cuore che mi martellava in petto, schizzai dentro. Un frigorifero in plastica attendeva dall’altro lato, accanto alla porta. Spalancai lo sportello e frugai dentro, cercando di restare calmo.

Sourcefield era arrivata a Newcago all’inizio di quella settimana. Aveva iniziato a uccidere immediatamente: persone a casaccio, senza uno scopo chiaro dietro quelle uccisioni. Proprio come aveva fatto Steelheart all’inizio. Quindi aveva iniziato a sfidare i cittadini a consegnare gli Eliminatori, affinché lei potesse fare giustizia.

Un tipo distorto di giustizia, quella degli Epici. Loro uccidevano chiunque volevano, ma controbattere era un’offesa talmente grande che riuscivano a malapena a concepirla. Be’, lei l’avrebbe vista presto. Finora il nostro piano per ammazzarla non stava andando molto bene, ma eravamo gli Eliminatori. Eravamo preparati agli imprevisti.

Dal frigorifero tirai fuori un palloncino pieno di liquido.

Sarà meglio che funzioni, pensai.

Tia e io avevamo discusso per giorni del punto debole di Sourcefield. Ogni Epico ne aveva almeno uno e spesso erano casuali. Dovevi fare ricerche sulla storia dell’Epico, sulle cose che evitava, per provare a capire quale sostanza o quale situazione poteva negare i suoi poteri.

Questo palloncino conteneva la nostra ipotesi migliore sul punto debole di Sourcefield. Mi voltai, soppesandolo in una mano, il fucile nell’altra, osservando la porta e aspettando che mi seguisse.

«David?» chiese Tia nell’auricolare.

«Sì?» risposi, in preda all’ansia e con il palloncino pronto a essere lanciato.

«Perché stai guardando il balcone?»

Perché stavo…

Oh, giusto. Sourcefield poteva viaggiare attraverso i muri.

Sentendomi un idiota, saltai all’indietro proprio mentre Sourcefield spuntava cadendo dal soffitto, circondata da elettricità ronzante. Colpì il pavimento su un ginocchio, la mano all’infuori dentro la quale cresceva una palla di elettricità, proiettando ombre frenetiche per tutta la stanza.

Sentendo soltanto un picco di adrenalina, tirai il palloncino. Colpì Sourcefield in pieno petto e la sua palla di energia sfrigolò e si estinse. Il liquido rosso dentro il palloncino schizzò sulle pareti e sul pavimento attorno a lei. Troppo acquoso per essere sangue, era una vecchia bibita alla frutta in polvere che si mischiava con acqua e zucchero. Me la ricordavo dall’infanzia.

Ed era il suo punto debole.

Con il cuore che palpitava, mi tolsi di spalla il fucile. Sourcefield fissò il torace che gocciolava come sconcertata, anche se la maschera nera che indossava mi impediva di vedere la sua espressione. Delle piccole scariche elettriche si muovevano ancora lungo il suo corpo come minuscoli vermi scintillanti.

Spianai il fucile e premetti il grilletto. Il crac di uno sparo all’interno mi assordò, ma scagliai un proiettile dritto verso la faccia di Sourcefield.

Quel proiettile esplose mentre passava attraverso il suo campo energetico. Anche se erano inzuppate di Kool-Aid, le sue protezioni funzionarono.

Mi guardò mentre la sua elettricità avvampava a nuova vita, diventando più violenta e pericolosa e illuminando la stanza come un calzone imbottito di dinamite.

Uh-oh…

2

Mi precipitai nel corridoio mentre la porta esplodeva dietro di me. Lo scoppio mi mandò a sbattere con la faccia contro il muro e udii un crunch.

Da un lato ero sollevato. Quel suono scrocchiante significava che Prof era ancora vivo: le sue capacità da Epico mi fornivano un campo protettivo. D’altra parte ero inseguito da una macchina per uccidere malvagia e arrabbiata.

Mi spinsi via dalla parete e scattai lungo il corridoio di metallo, illuminato dal cellulare che tenevo fissato al braccio. La teleferica, pensai in preda all’agitazione. Da che parte? A destra, credo.

«Ho trovato Prof» disse la voce di Abraham nel mio orecchio. «È rinchiuso in una specie di bolla di energia. Sembra frustrato.»

«Gettaci sopra del Kool-Aid» dissi ansimando, scartando per un passaggio laterale mentre esplosioni elettriche facevano a pezzi il corridoio alle mie spalle. Scintille. Era furiosa.

«Io annullo la missione» disse Tia. «Cody, abbassati e tira fuori David.»

«Roger» disse Cody. Sulla sua linea di comunicazione risuonava un debole tonfo: il suono dei rotori dell’elicottero.

«Tia, no!» dissi entrando in una stanza. Mi gettai il fucile in spalla e afferrai uno zaino pieno di palloncini.

«Il piano sta andando in malora» disse Tia. «Dovrebbe essere Prof a fare quello che stai facendo tu, David. Inoltre hai appena dimostrato che i palloncini non funzionano.»

Tirai fuori un palloncino e mi voltai, poi attesi un istante finché dell’elettricità non si formò su una delle pareti, annunciando Sourcefield. Lei comparve un attimo dopo e le scagliai contro il palloncino. Sourcefield imprecò e balzò di lato; del liquido rosso schizzò lungo il muro.

Mi voltai e corsi, varcando di gran carriera la porta di una camera da letto e dirigendomi verso il balcone. «Ha paura del Kool-Aid, Tia» dissi. «Il primo palloncino ha annullato una scarica di energia. Abbiamo trovato il punto debole giusto.»

«Ha comunque fermato il tuo proiettile.»

Vero. Balzai fuori sul balcone, alzando lo sguardo in cerca della teleferica.

Non c’era.

Tia imprecò nel mio orecchio. «È lì che stavi correndo? La teleferica è a due appartamenti di distanza, slontze.»

Scintille. A mia discolpa, corridoi e stanze sembrano molto simili quando tutto è fatto d’acciaio.

Il rumoroso elicottero adesso era vicino: Cody era quasi arrivato. Stringendo i denti, balzai sulla ringhiera, poi mi gettai verso il balcone successivo. Mi aggrappai all’altra ringhiera, con il fucile che mi dondolava su una spalla e lo zaino sull’altra, poi mi issai su.

«David…» disse Tia.

«Il punto della trappola primaria è ancora operativo?» domandai, arrampicandomi su alcune sedie da giardino tramutate in acciaio. Raggiunsi l’altro lato del…

Firefight - Copertina

Tit. originale: Firefight

Anno: 2015

Autore: Brandon Sanderson

Ciclo: Eliminatori (The Reckoners) #2

Edizione: Fanucci (anno 2015), collana “Collezione Immaginario Fantasy” #00

Traduttore: Gabriele Giorgi

Pagine: 381

ISBN: 8834730046

ISBN-13: 9788834730041

Dalla copertina | Nessuno credeva che un Eliminatore potesse sconfiggere un Epico, eppure l’indomabile Steelheart è morto per mano di David Charleston. Nonostante la vendetta di David sia compiuta e suo padre sia stato vendicato, la scomparsa di Steelheart non ha aiutato la causa di chi, come gli Eliminatori, si batte per sottrarsi alla crudele egemonia degli Epici, esseri che si servono dei loro poteri straordinari per tenere sotto il proprio giogo l’umanità intera. David sa che la battaglia per restituire agli uomini il diritto di uscire dal buio in cui si sono rintanati sarà ancora lunga e sfiancante, e dovrà superare i confini della città di Newcago, ormai libera. Adesso l’obiettivo degli Eliminatori è Regalia, l’Epico despota di Babilonia Rinata, la città che un tempo fu Manhattan. La via che conduce a Firefight, colui che ora tiene le redini del potere, passa da qui, ma l’impresa è rischiosa e lasciarsi guidare dalla sola sete di vendetta può essere molto pericoloso…