Fuga a Opar (Flight to Opar, 1976) di Philip José Farmer
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Fuga a Opar

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Fuga a Opar (Flight to Opar, 1976), Philip José Farmer

INTRODUZIONE

Opar, la città immortale, sorge «in una stretta valle africana. Giungendo dai monti occidentali il viaggiatore potrà scorgere elevate muraglie, vasti mausolei, minareti e cupole purpurei o gialli, rilucenti sotto i raggi del sole. Le mura sono praticamente invalicabili, ma esiste una fenditura, larga circa venti pollici, in cui ci si può insinuare. All’interno, una scala dai gradini consunti dai secoli conduce in uno stretto cortile e da qui a una seconda cinta. Superato un passaggio praticato nella parete, il visitatore si troverà dinanzi a una buia confusione di edifici crollanti e sinistri, al di sopra dei quali spicca il Tempio del Sole. Vi si entra percorrendo un altissimo colonnato, sormontato dalla statua gigantesca di un uccello.

«Le pareti sono adorne di bassorilievi rappresentanti strane figure di uomini e di bestie. Tavolette d’oro coperte di geroglifici sono inserite fra i mattoni; le stanze interne sono invece tutte d’oro. Nei recessi dell’edificio si trova un piccolo locale, detto la Camera del Morto, dove si dice che i defunti ritornino uno per volta ad adorare il dio Sole. Gli abitanti di Opar credono che chiunque entri costì venga afferrato dal morto di turno e sacrificato ai suoi inimmaginabili dèi…

«Si dice che Opar sia una colonia abbandonata di Atlantide e che gli abitanti abbiano dimenticato il loro glorioso passato, di cui parlano invece i geroglifici e le strane decorazioni murali; ma non c’è alcuna prova che confermi questa teoria» (Gianni Guadalupi e Alberto Manguel, in Manuale dei luoghi fantastici, Rizzoli 1982).

Opar, il cui «mito» è qui ben riassunto nelle sue linee generali, fa la sua prima comparsa in un romanzo di Edgar Rice Burroughs, e precisamente Il ritorno di Tarzan (è il secondo della serie). Ne sentiremo riparlare in Tarzan e i gioielli di Opar e Tarzan l’invincibile. Burroughs è stato un grande creatore di città immaginarie e luoghi inaccessibili, modernizzando in chiave avventurosa i racconti di civiltà perdute che erano fioccati a fine Ottocento, ma la sua è una narrativa d’azione e d’impulso e l’aspetto fantastico non è sempre quello predominante.

La morte del famoso romanziere avviene nel 1951, cioè nello stesso periodo in cui un giovane scrittore di nome Philip José Farmer sta facendosi le ossa con i primi racconti di fantascienza. Col passare del tempo l’aspetto mitico della sua produzione e di quella degli autori che ammira diventerà il centro dell’universo di Farmer, inducendolo a creare una vera e propria intelaiatura fantastica che racchiuda tutte le principali creazioni dell’immaginario popolare. Alcune opere di Farmer sono, così, dei veri e propri meta-romanzi o meta-racconti che sviluppano e arricchiscono concetti tolti dai libri di Burroughs, dal mondo dei pulp magazines, dei fumetti e via discorrendo, attribuendo loro una pseudoesistenza anche sul piano intellettuale.

Al più noto personaggio burroughsiano, l’uomo-scimmia Tarzan, Farmer ha dedicato alcuni romanzi e una vera e propria biografia, trattandolo alla stregua di un personaggio reale.

Con il ciclo di Opar, costituito dal presente romanzo e dal precedente, Opar, la città immortale, Farmer si rifa all’invenzione del maestro Burroughs (naturalmente con il permesso del figlio, Hulbert) per immaginare ciò che l’autore originario aveva soltanto accennato. Nasce così la saga di Hadon, legittimo pretendente al trono di Opar, in un’epoca in cui la città non è in rovina come ai giorni di Tarzan ma è anzi al culmine del suo splendore, dieci o dodicimila anni fa.

Come l’èra Iboriana di Robert E. Howard, l’antichissima Africa immaginata da Farmer è un mondo autonomo e descritto realisticamente; si parla dei suoi costumi, della sua economia, si accenna alla sua storia e a una tradizione ancora più vecchia, quella che la vorrebbe colonia di Atlantide. Su questo sfondo la gesta di Hadon acquistano una credibilità che in poche opere di genere fantasy è dato riscontrare.

Altro elemento d’interesse, Opar, la città immortale e il suo seguito Fuga a Opar (scritti rispettivamente nel 1974 e 1976) sono i soli contributi, sia pur peculiari, dati da Philip J. Farmer al genere fantasy. È la ricreazione di un mondo perduto, fatta in uno stile che ricorda quello eroico dei racconti d’avventura ma che conserva, ben in vista, la traccia di una sapienza e di uno humour tipicamente farmeriani.

Giuseppe Lippi

PREFAZIONE

Coloro che non hanno dimestichezza con Opar, la città immortale, il primo volume della serie riguardante Opar, dovrebbe fare riferimento alla mappa qui a fronte, a pag. 2. Essa mostra i due mari africani che esistevano nel 10.000 a.C. circa.

A quell’epoca il clima era molto più umido (pluviale) di ora. Le regioni attualmente corrispondenti al bacino del fiume Ciad e al bacino del Congo erano coperte di acque sorgive e avevano un’estensione equivalente o forse maggiore di quella dell’odierno Mediterraneo. L’era Glaciale stava volgendo alla fine, anche se grandi parti delle isole Britanniche e dell’Europa settentrionale erano ancora coperte da ghiacci. Il Mediterraneo era tra i trenta e i sessanta metri più basso del suo livello attuale. Il deserto del Sahara di oggi era allora una vasta pianura erbosa, con fiumi e laghi, e ospitava milioni di elefanti, antilopi, leoni, coccodrilli e molti altri animali, alcuni dei quali ora estinti.

La mappa mostra anche l’isola di Khokarsa, che diede i natali alla prima civiltà della Terra, nonché le maggiori città che sorgevano attorno alla “Grande Acqua” il Kemu, e alla “Grande Acqua di Opar”, il Kemuwopar. La preistoria e la storia delle popolazioni dei due mari sono delineate nella Cronologia di Khokarsa, consultabile nel primo volume.

La mappa è il frutto di una modifica operata su quella riportata nel volume Opar, la città immortale. Quella, a sua volta, era l’elaborazione di una carta geografica presentata da Frank Brueckel e John Harwood nel loro articolo: Heritage of the Flaming God, an Essay on the History of Opar and Its Relationship to Other Ancient Cultures. Esso apparve su «The Burroughs Bulletin», Vernell Coriell ed., House of Greystoke, 6657 Locust, Kansas City, Missouri 64131.

Questa serie di racconti deriva sostanzialmente dai libri di Opar ispirati all’epopea di Tarzan, e l’autore desidera ringraziare nuovamente Hulbert Burroughs per il permesso da lui concessogli di scrivere tali racconti.

C’è chi dice che le storie narrate da Farmer siano basate sulla traduzione di alcune delle tavolette d’oro descritte da Edgar Rice Burroughs in Il ritorno di Tarzan. Tale ipotesi verrà seriamente vagliata in un’appendice a un successivo volume di questa stessa serie di romanzi.

Anteprima testo

1

Hadon si appoggiò alla spada e attese la morte.

Guardò giù verso il pendio montuoso, dall’imbocco del passo. Scosse di nuovo la testa. Forse non si sarebbero trovati in quella situazione disperata se Lalila non si fosse slogata la caviglia.

Il pendio che conduceva al valico era ripido e, negli ultimi cinquanta metri, lo si doveva percorrere servendosi di mani e ginocchia. Per un centinaio di metri era protetto da bastioni rocciosi alti almeno trecento e larghi una settantina di metri. Questi torrioni formavano una sorta di accesso dall’esterno. Da quel punto le pareti di roccia rientravano bruscamente a mo’ di freccia. Pendio e pareti si incontravano proprio sulla punta della freccia. Hadon ora si trovava nella stretta apertura all’inizio del passo. Lì il sentiero iniziava da una cengia rocciosa alta una trentina di centimetri e correva per una trentina di metri a una pendenza di poco meno di quarantacinque gradi; le pareti rocciose che lo ingabbiavano si abbassavano bruscamente.

Il passaggio sbucava in cima agli spalti dove il terreno era piuttosto piatto; più oltre c’era una grande foresta di querce.

La distanza tra le pareti del valico interno era appena sufficiente perché un uomo riuscisse a brandire la spada. Hadon era avvantaggiato dal fatto che, chiunque avesse tentato di aggredirlo, avrebbe dovuto mettersi in piedi prima di raggiungere una china meno ripida e non avrebbe avuto un punto d’appoggio solido. Mentre lui, lassù, poteva stare abbastanza saldo sulle gambe.

Le pareti salivano in verticale per circa settemila metri su entrambi i lati e quindi gli inseguitori non dovevano tentare un attacco frontale. Potevano procedere lungo la base delle rocce fino a raggiungere un punto in cui fosse possibile arrampicarsi, e quindi tornare indietro lungo la sommità; ma, per farlo, ci avrebbero impiegato otto o nove ore. Su quel terreno aspro e ripido non era possibile avanzare a più di ottocento metri all’ora.

I soldati avevano il loro orgoglio. Non potevano permettere a un solo uomo di terrorizzarne quaranta. In ogni caso, avrebbero dato ad Awineth, Abeth, Hinokly, Kebiwabes e Paga il tempo di addentrarsi nella foresta. Non sapevano che Lalila aveva la caviglia slogata e avrebbero presunto che lui si fosse fermato solo per dare ai fuggitivi tutto il tempo di scomparire nei boschi. Non ci avrebbero messo molto comunque a capire che si trovavano a fronteggiare il vincitore dei Grandi Giochi, al quale il più grande spadaccino dell’impero di Khokarsa aveva insegnato a maneggiare le armi.

I soldati continuavano ad arrampicarsi per il pendio, a una ventina di minuti di distanza. In testa a loro c’erano cinque cani che tendevano i guinzagli, affondando con le zampe nella terra coperta di erba rada, scivolando di tanto in tanto. Erano dei segugi dall’ottimo olfatto; annusavano le tracce dell’uomo che inseguivano in un tintinnio di sonagli. Due di essi erano animali da guerra; discendevano dal cane selvatico delle pianure ed erano il frutto di oculati incroci che gli avevano finalmente fatto raggiungere le dimensioni del leopardo maschio; non avevano la resistenza dei loro antenati, ma non temevano l’uomo. Parte del loro addestramento consisteva nell’attaccare degli schiavi armati: se lo schiavo uccideva i tre cani che gli venivano lanciati contro, veniva liberato. Ma ciò accadeva raramente.

A una certa distanza, più sotto e dietro i cani e gli uomini che li tenevano ai guinzagli, c’era un ufficiale solitario. Era un uomo possente, con in testa un elmo conico di bronzo sul quale svettava una lunga penna di corvo. La spada, ancora nel fodero di cuoio, era l’arma lunga e lievemente ricurva con la punta tronca dei numatenu, la stessa arma alla quale stava ora appoggiato Hadon, e questo significava che l’ufficiale sarebbe stato il suo primo avversario. Lo imponeva il codice dei numatenu. Se l’ufficiale avesse mandato al proprio posto un uomo di minor prestigio ad affrontare un altro numatenu, sarebbe caduto in disgrazia.

Ma non sempre le cose andavano come ai vecchi tempi. Adesso c’erano uomini che portavano la tenu pur senza averne il diritto, uomini che spesso non venivano messi alla prova. I codici morali si stavano corrompendo, insieme a molte altre cose, in quei tempi difficili.

Trenta soldati seguivano l’ufficiale in uno schieramento disordinato. Portavano elmi di bronzo arrotondati con paraorecchie e paranaso di cuoio, corazze e gonnellini pure di cuoio. Sulla schiena avevano piccoli scudi rotondi di bronzo e stringevano lunghe lance che affondavano nel terreno per aiutarsi a salire. Nei foderi c’erano corte lame per pugnalare. Sulla schiena, sotto gli scudi, portavano delle sacche con le provviste.

Seguivano quattro contadini con gonnellini di fibra di papiro. Sulla schiena avevano scudi rotondi di legno e dai larghi cinturoni di cuoio pendevano corte spade infilate nei foderi. Tenevano in mano lance da caccia e dai cinturoni pendevano anche fionde e sacchetti con i proiettili.

Adesso erano abbastanza vicini perché Hadon potesse riconoscerli. Si trattava dei figli del contadino nella cui casa il gruppo di Hadon si era fermato per chiedere cibo. Dopo un breve accenno di resistenza, i contadini erano scappati ma Awineth, furibonda perché le era stata rifiutata l’ospitalità, aveva scioccamente rivelato loro la propria identità. Quelli dovevano essersi recati subito alla più vicina postazione militare ad avvertire il comandante, che aveva subito mandato quel piccolo contingente a inseguire la figlia di Minruth, l’imperatore di Khokarsa. E anche Hadon e gli altri. Ovviamente Awineth sarebbe stata riportata indietro viva, ma quali erano gli ordini riguardo agli altri? Li avrebbero catturati e riportati da Minruth perché fossero giudicati? Probabilmente gli uomini sarebbero stati torturati pubblicamente e poi giustiziati. Minruth, che a quanto sembrava aveva una passione per Lalila, l’avrebbe tenuta come amante, forse. O forse avrebbe fatto torturare o uccidere anche lei. Ed era abbastanza folle per scatenare il proprio odio su Abeth, la figlia di Lalila.

Gli uomini che tenevano i cani al guinzaglio non avevano armi, a parte i pugnali e le fionde. Quindi, in tutto, c’erano nove uomini armati di fionda. Erano quelle le armi più micidiali che Hadon avrebbe dovuto affrontare. Non aveva spazio per scansare un proiettile di piombo che viaggiasse a oltre cento chilometri all’ora; ma, se fosse riuscito a fare ciò che aveva in mente, gli inseguitori avrebbero avuto molta difficoltà a mettersi nella posizione ideale per effettuare i loro lanci.

Hadon si girò, sul ripido valico in cui si trovava, per guardare Lalila che sedeva all’altra estremità, a circa sessanta metri da lui. La luce del sole brillava sulla sua pelle bianca e sui lunghi capelli d’oro. Da lontano i grandi occhi viola di lei sembravano neri. Era china a massaggiarsi la caviglia sinistra. Cercò di sorridergli, ma non ci riuscì.

Hadon le si avvicinò e, mentre avanzava, provava una fitta di desiderio e di rimpianto. Lei era così bella, e lui ne era così innamorato! Ed entrambi sarebbero morti di lì a poco!

«Vorrei che tu lo facessi, Hadon» gli disse Lalila, indicandogli il lungo e stretto pugnale per terra al suo fianco. «Preferirei che mi uccidessi adesso e ti accertassi che sono morta. Non credo che al momento opportuno avrò la forza di cacciarmi la lama nel cuore. Non voglio cadere nelle mani di Minruth ma… continuo a pensare che forse riuscirei a scappare di nuovo. Non voglio morire!»

«Puoi stare certa che non riusciresti mai più a sfuggirgli» le disse Hadon.

«E allora uccidimi subito. Perché aspettare fino all’ultimissimo momento?»

E chinò il capo, quasi a invitarlo a calarvi sopra la spada.

Lui invece si mise in ginocchio e la baciò sulla sommità della testa. Al contatto delle sue labbra, Lalila fremette.

«Avevamo tante cose per cui vivere» mormorò la donna.

«Ne abbiamo ancora» le rispose dopo essersi rialzato. «Sono stato uno stupido, Lalila. Avevo pensato di opporre resistenza secondo i dettami della tradizione; un solo uomo su un valico che si batte valorosamente fino ad avere davanti a sé un cumulo di guerrieri uccisi, e poi muore allorché una lancia supera la barriera del braccio troppo…

Fuga da Opar - Copertina

Tit. originale: Flight to Opar

Anno: 1976

Autore: Philip José Farmer

Ciclo: Ciclo di Opar

Edizione: Mondadori (anno 1990), collana “Oscar – Fantasy” #8

Traduttore: Lidia Lax, Diana Georgiacodis

Pagine: 282

ISBN: 8804331593

ISBN-13: 9788804331599

Dalla copertina | Diecimila anni fa, nel cuore dell’Africa, sorgeva la mitica città di Opar, sede di uno dei regni piu fantastici del continente. Così racconta Edgar Rice Burroughs l’inventore di Tarzan. Farmer prende in mano la sua magica penna per raccontarci le cronache di Opar all’apice del suo splendore e le gesta di Hadon, legittimo successore del re Minruth sul trono di Khokarsa, che in questo secondo volume cerca scampo nella propria città natale…