Giant Robot
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Giant Robot

Giant Robot è una serie OVA – Original Video Animation – liberamente tratta (o, per meglio dire, ispirata) dal fumetto “Jaianto Robo” (già portato sullo schermo, nel 1967, da un omonimo telefilm) disegnato dal compianto Mitsuteru Yokoyama, diretta da Yasuhiro Imagawa e sceneggiata dallo stesso Imagawa e da Eiichi Matsuyama. Si compone di 7 episodi, il primo dei quali uscì in Giappone nel luglio del 1992.

Ci troviamo in un prossimo futuro nel quale le applicazioni di una nuova forma di energia, pulita, versatile e totalmente riciclabile, hanno determinato nell’arco di un solo decennio l’obsolescenza e l’abbandono di ogni altra risorsa energetica. Il dispositivo universale che imbriglia ed eroga questa energia, denominato Sisma-drive e messo a punto da un’equipe di cinque premi Nobel guidati dal professor Sisma (Shizuma nella versione originale), prodotto in svariate versioni, alimenta ormai ogni genere di macchinario, dagli orologi da polso ai motori degli aerei.

Abbattuti, grazie a questa scoperta, i monopoli relativi all’estrazione e alla distribuzione delle risorse energetiche, eliminate pertanto alcune delle maggiori cause di disparità economica, e risolti i problemi d’inquinamento, il mondo sembra avviato a concepire una società ideale, priva di conflitti. Rimane tuttavia la criminalità, un fenomeno il cui apice è rappresentato da un organismo paramilitare estremamente potente, la società segreta Big Fire (BF), che persegue l’eterno proposito di dominare il mondo. Ad essa si oppone l’altrettanto composita Organizzazione di Polizia Internazionale (OPI).

Ambedue le fazioni dispongono di ampie risorse (mezzi, uomini e infrastrutture), e includono nelle rispetttive fila agenti dalle capacità sovrumane. L’OPI, inoltre, può far conto su un’arma formidabile, un robot che, nella presentazione iniziale, viene definito come il “più grande di tutti”: il suo nome è, non a caso, Giant Robot.

Queste le premesse di un’opera che riunisce in sé almeno tre fortunati filoni storici dell’arte fumettistica (e conseguentemente dell’animazione) giapponese, quello robotico (iniziato proprio con un’altra opera di Yokoyama, Super robot 28, perpetuatosi poi all’insegna dei robot di Go Nagai), quello d’arti marziali e combattimento (si pensi a Ken il guerriero, o ai Cavalieri dello Zodiaco), e quello derivante dai romanzi epici, dalle leggende e dall’antica mitologia cinesi (ricordiamo, per esempio, Hakujaden, il primo lungometraggio a colori prodotto in Giappone, o le infinite trasposizioni del Sayuki), contenuti tuttavia in un’ambientazione inusuale rispetto ai generi, direttamente plasmata sui contesti cari a Yokoyama, da cui la sceneggiatura attinge a piene mani. A questo proposito occorre avvisare che Giant Robot, proprio per il singolare utilizzo e la disomogenea distribuzione degli elementi (in particolare i personaggi) prelevati dalle varie opere di Yokoyama, non costituisce una composizione uniforme, né dal punto di vista della trama né per ritmo narrativo, ma segue anzi una cadenza che accelera improvvisa nei due episodi conclusivi. Per certi versi questo effetto è sicuramente riconducibile a sopravvenute revisioni e ampliamenti della trama, compiuti durante la lavorazione, che hanno determinato un inserimento compresso nel finale di nomi ed eventi probabilmente non del tutto comtemplati da principio. Forse è più facile spiegare questo concetto in termini allegorici… Conviene allora pensare alla trama dell’opera come allo scorrere di un grosso fiume a monte di una cascata. Vedere Giant Robot significa imbarcarsi per navigare lungo questo corso d’acqua immaginario, che ci sembrerà placido all’inizio (non in quanto a colpi di scena, ma per la “pazienza” narrativa con cui vengono introdotte le varie componenti dell’intreccio), e che quieto resterà per un sostanzioso tratto del suo corso. Ma più avanti sappiamo esserci le rapide, pronte senza preavviso a renderci parossistico il pur breve tratto terminale che culmina col salto. Ebbene, per Giant Robot le rapide iniziano all’episodio numero 6. Non si tratta necessariamente di un difetto, potremmo definirla semmai una… peculiarità, una di quelle caratteristiche che contribuiscono a rendere questa serie animata un’opera assolutamente fuori del comune.

Di seguito verrà presentata e commentata la trama dei 7 episodi. La scelta di trattarli singolarmente è volta a permettere al lettore (che, nel corso dell’articolo, si sentisse magari interessato a intraprendere la visione della serie senza intermediari, o che, avendo già visionato parte dell’opera, fosse desideroso di non precludersi le sorprese per la parte restante) d’interrompere la cronaca in ogni momento, saltando direttamente alle “considerazioni finali” di fine lettura, più generali e pertanto a minimo rischio-spoiler.

(episodi: vedi PDF)

Considerazioni Finali

Sono numerose le caratteristiche che fanno di Giant Robot un’opera insolita e di qualità decisamente superiore alla media delle produzioni OVA (e non solo quelle dell’epoca). La cura e la scioltezza dell’animazione, la tenacia nel mantenere lineare un filo narrativo che mille volte avrebbe potuto sfuggire di mano, la spettacolarità e l’impatto visivo di molte scene, i begli effetti cinematici, la storia avvincente…

La stessa ambientazione contribuisce a renderlo particolare. Caratteristica comune a molte produzioni degli anni ’90 e 2000 è quella di riproporre, modernizzandole, versioni (quasi sempre OVA) di vecchie serie animate o manga, riportando in auge personaggi gloriosi che hanno fatto la storia dell’animazione e del fumetto giapponesi. A puro titolo di esempio è possibile citare i noti remake delle serie storiche della Tatsunoko, quali Kyashan, Polymar, Gatchaman… Ma la “modernizzazione”, l’aggiornamento inteso a rendere la storia più contemporanea e più rispondente ai costumi, alla mentalità, e alle abitudine tecnologiche dello spettatore di oggi, è sempre la chiave, il punto di partenza di queste riproposizioni. Va invece controcorrente una sottocategoria di anime la cui ambientazione cerca al contrario di recuperare il gusto romantico e retrò (agli occhi moderni) degli anni d’oro della Fantascienza, e Giant Robot rappresenta il capostipite di questo piccolo filone. In Giant Robot si è scelto di preservare le atmosfere delle opere originali di Yokoyama, tant’è che potremmo definire lo stile dei disegni retrofuturista, ossia rappresentativo di un “futuro” come lo si sarebbe potuto immaginare nel passato. In effetti, se un “Sisma-drive” fosse stato davvero scoperto nella prima metà del secolo, quegli anni li avremmo probabilmente vissuti con meccanismi dalle capacità portentose, ma pur sempre manovrati da leve e stantuffi, ben lontani dalle forme stilistiche che delineano oggi le nostre case, i nostri oggetti e in genereale l’ambiente che ci circonda, dominato dal digitale e dalle nanotecnologie.

Questo design “datato” lo si riscontra nell’abbigliamento dei personaggi e in quasi tutti i macchinari presenti nella serie, dalle automobili ai giganteschi robot della BF (dei quali si riconosce subito la fedele somiglianza con quelli che appaiono in Tetsujin 28 gou). Esemplificativa, in tal senso, la scena dell’arrivo a Pechino di Lord Albert, nel primo episodio, dove le vetrate dell’aeroporto e le forme arrotondate delle auto e dei bus ci riportano a una splendida atmosfera Art-Deco da film anni ’40.

Le ambientazioni che si rincorrono nella serie sono varie, e seguono funzionalmente le atmosfere (create quindi non solo dai luoghi, ma dall’insieme con eventi e personaggi) originali, cercando di conciliare aspetti molto diversi e quasi opposti della realtà: la tecnologia e la spiritualità. Si mostra una sorta di dualismo inteso a accomunare progesso con tradizione, tanto che ci troviamo tranquillamente proiettati da contesti ipertecnologici, come la base OPI di Pechino, ad altri rurali, come il quartier generale di Ryu Zampaku (trasposizione di Liang Shan Po già presente in Suikoden), sperduto tra le vette himalayane, e fatto di tende e templi. Gli stessi protagonisti rispecchiano questa duplicità: si passa da Lord Albert, in giacca, cravatta e occhio bionico, a Yoshi impellicciata, che pare uscita da un villaggio agreste della Cina Imperiale. Nell’episodio finale c’è l’esemplio più eclatante di questa eterogenea miscela, laddove vediamo il fratelli Ken (anch’essi ripresi da Suikoden, così come Koshin e Kaei) convogliare l’energia della barriera tramite il mistico rintocco dei loro tamburi rituali, e contemporaneamente dietro di loro il sontuoso e futuribile mega-Drive di Saint Arbarel.

Della trama abbiamo parlato in dettaglio a proposito dei singoli episodi. Possiamo aggiungere che, a dispetto del nome della serie, il ruolo di Giant Robot è abbastanza marginale (quantunque la sua presenza, ogniqualvolta compaia, catalizzi su sé l’intera scena), e i protagonisti sono piuttosto i vari personaggi dell’OPI e della BF, con le loro storie parallele, in primis naturalmente quella della famiglia Von Vogler. Parte dell’intreccio è anche costruito sulla crescita morale e caratteriale di un protagonista-bambino (Daisaku), che è un elemento molto comune nelle produzioni giapponesi, specie quelle destinate a un pubblico preadoloscente. Come in vari contesti in cui il comando del robot è “ereditato” da un primattore giovane (Mazinga Z, Trider G7, Zambot 3, Daltanious… gli esempi sono molti) anche in questo caso viene introdotta una relazione di esclusività che impedisca in modo verosimile la sostituzione del pilota con uno ragionevolmente più qualificato (in sostanza, un adulto).

Spesso si tratta di un particolare legame d’imprinting che si stabilisce tra robot e pilota nel momento della prima attivazione (succede in varie serie famose che presentano analoghe situazioni, per esempio Metal Armour Dragonar, o il celeberrimo Neon Genesis Evangelion). È ciò che avviene anche nel nostro caso, la voce di Daisaku, impartendo ordini tramite il comunicatore del suo orologio da polso, è l’unica in grado di guidare il robot. A giustificare ancor più questo legame speciale, viene spesso richiamato nella serie il fondato sospetto che Giant Robot sia animato da una sorta di coscienza propria (e in questo può dirsi autentico precursore di Evangelion), e che quindi, più che reagire meccanicamente agli ordini dettatigli da un pilota, obbedisca a un padrone al quale è affezionato. È il legame emotivo, il suo accorato appello, che permette a Daisaku di risvegliare Giant a Shanghai, dopo che il semplice comando vocale non aveva sortito effetti.

In Giant Robot c’è tutto: azione, riflessione, combattimenti, mistero, pathos, divertimento, commozione. Manca forse il romanticismo riferito all’amore, poiché non è stato introdotto nella trama l’elemento della “coppia”. Solo nel finale si rivela un legame tra Murasame e Ginrei, mentre quello esistente tra Taiso e Yoshi s’intuisce (nel quarto episodio) ma non viene approfondito. Per il resto la varietà abbonda: scene divertenti, e drammatiche, comicità al limite del demenziale, tragigità al limite del raccapriccio (ricordiamo la scena in cui Murasame si spara un colpo di pistola alla tempia, per dimostrare davanti allo sbigottito Daisaku il proprio potere di resuscitare). Una commistione di generi e di situazione che ne fanno un’opera caleidoscopica, vorticosa, a volte caotica, in alcuni attimi troppo magniloquente (forse infatti eccede – ma questo probabilmente in rapporto al nostro gusto occidentale – nel melodramma, in certe sequenze e nella profusione di monologhi drammatici che regolarmente delineano i personaggi chiarificando la storia ma rendendo alcuni momenti un po’ stucchevoli), eppure avvincente, epica, straordinaria.

Il tutto sottolineato da una colonna sonora che rappresenta un inestimabile valore aggiunto. Composta da Masamichi Amano ed eseguita dalla filarmonica di Varsavia (vale a dire l’Orchestra di Stato Polacca), è poderosa e solenne, intensa, struggente, e di qualità assoluta. È sorprendente constatare come, in ogni episodio, nonostante i tre minuti di schermo nero che fa da sfondo ai titoli di coda, non ci si riesca ad alzare finché non si estingue anche l’eco dell’ultima nota!

Dello spessore e cura dell’animazione abbiamo già accennato, e ad essa si unisce un’ottima colorazione dei fondali, che rende luminosi i mattini, suggestivi i tramonti, inquietanti le notti. La regia di Imagawa è naturalemente ottima, l’uso dei flashback è magistrale, le inquadrature sono superbe, peccato solo per i tempi dilatati di lavorazione (2 anni fra la sesta e la settima uscita) e i contemporanei altri impegni dello staff di produzione che hanno condizionato la struttura degli ultimi episodi.

Curiose anche aclune citazioni cinematografiche, che compaiono nella scelta di certi nomi, primo fra tutti l’evidente “Greta Garbo”, ma anche il nome di Von Vogler, ossia “Franken”, che richiama il Frank-N-Furter (interpretato da Tim Curry, e a sua volta ispirato a Frankenstein) di The Rocky Horror Picture Show (1975), o il suo stesso cognome, abbinato poi al nome del figlio (Albert Emanuel Vogler fu il protagonista, interpretato da Max Von Sydow, del film Ansiktet, Il volto in Italia, girato da Ingmar Bergman nel 1958).

L’edizione italiana è più che buona; verrebbe da dire perfetta, se non fosse per alcune imprecisioni nell’adattamento, che comunque non inficiano l’eccellente lavoro globale. La serie in Italia è stata edita per la prima volta (i primi 3 episodi) dalla defunta Granata Press, e successivamente riedita dalla Dynamic Italia in una serie di 7 VHS. Attualmente i diritti sono stati acquisiti dalla Shin Vision, ed è prevista un’edizione in dvd per il 2006, che tutti noi attendiamo con impazienza.

Giant Robo ha prodotto anche 3 spin-off OVA di circa 30 minuti l’uno dedicati a Ginrei, inediti in Italia: Suashi no GinRei, 1993; Tetsuwan GinRei, 1994, che si compone di due episodi; Aoi hitomi no GinRei, 1995.

In conclusione, ricordiamo la sovrimpressione che conclude i titoli di coda: “Dedico quest’opera a tutti i padri e a tutti i figli”. È una frase che, oltre a condensare i sentimenti ispiratori della serie, ne evidenzia anche una lodevole caratteristica, quella di riuscire ad appassionare lo spettatore di qualunque età. Questa è un’opera a cui genitori e figli potrebbero tranquillamente (o forse anzi dovrebbero) assistere insieme.