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Gilgamesh

Gilgamesh (Gilgamesh the King | 1984 | aka Gilgamesh) di Robert Silverberg

ROBERT SILVERBERG E LA HYSTORICAL FANTASY

Silverberg non finisce mai di stupirci. Dopo anni e anni passati a scrivere fantascienza classica, tutto ad un tratto si è proiettato nel settore della Heroic Fantasy, dove ha dato prova di sé in diversi volumi e cicli di mole non certo indifferente. Non contento, ora si è cimentato in un altro settore della narrativa di fantasy, per essere esatti quell’Hystorical Fantasy che negli Stati Uniti tanto successo riscuote presso gli appassionati di ogni età.

In quest’ottica eccolo affrontare quella che è senza dubbio alcuno la leggenda di maggior respiro e più antica che sia dato di conoscere sul nostro pianeta: la leggenda di Gilgamesh e della ‘sua ricerca dell’immortalità.

Storia, Leggenda e Mito, si fondono inestricabilmente in quest’epopea che affonda le sue origini nell’alba della storia dell’Uomo: non dobbiamo infatti dimenticare che il poema epico che narra delle avventure di Gilgamesh risale addirittura ad un migliaio d’anni prima della Bibbia.

Quest’opera di letteratura è sicuramente la più antica che sia sopravvissuta sino ai nostri giorni e, se viene dato per certo che è di mille anni antecedente ai poemi omerici dell’Iliade e dell’Odissea, molte sono le tesi che tendono a farla risalire ad un periodo ancora più antico. Il testo che ci è pervenuto è incompleto, ma comprende la storia nelle sue linee essenziali.

Varie versioni della stesura originale sono giunte sino a noi, e il fatto che siano oggi a nostre mani, è dovuto solo a pura fortuna. Comunque, la versione più lunga tra tutte quelle oggi note, fu trovata nel Diciannovesimo Secolo da alcuni archeologi nella grande biblioteca del famoso Re assiro, Assurbanipal e, a questo proposito, non dobbiamo dimenticare che gli Assiri furono gli ultimi eredi della grande cultura mesopotamica, molto tempo dopo che i Sumeri — i quali erano stati appunto i fondatori di questa cultura — erano stati assorbiti da razze più giovani e vigorose.

È opinione comune tra gli studiosi che il poema di Gilgamesh fosse stato inciso su tavolette d’argilla intorno al 700 a.C., comunque ne abbiamo anche una versione successiva — purtroppo in frammenti — scritta in babilonese, ossia la lingua di quel popolo che dominò le terre tra il Tigri e l’Eufrate dopo i Sumeri e prima degli Assiri. A titolo di cronaca, va annotato che del poema di Gilgamesh esiste anche una versione in lingua ittita (Siria), e questo ci dimostra come questa storia fosse diffusa in pratica in tutto l’Oriente. Comunque, sia le versioni che ho ora citate, sia diverse altre coeve e successive, risalgono tutte ad un testo sumerico originale che è andato perso.

Per tornare a Silverberg, due sono le cose che colpiscono di più in questo romanzo. La prima è appunto la scelta di una branca particolare della Fantasy quale è appunto la Hystorical e di cui ho fatto cenno in apertura di questa breve presentazione; la seconda invece, che tendo a rimarcare, è che, contrariamente a tutti gli stilemi tipici dei narratori di Fantasy, questa volta Silverberg, partendo da una premessa assolutamente fantastica qual è appunto la Saga di Gilgamesh, cerca di renderla il più realistica possibile, ossia cerca di attribuirle una patente di verosimiglianza e — vorrei dire — perfino di storicità.

A questo scopo ha adottato il metodo di far narrare a Gilgamesh in prima persona le avventure descritte in questo libro, come se lo stesso avesse steso un diario o qualcosa di simile. Inoltre si è volutamente dilungato in particolari attinenti la vita degli antichi Sumeri, a volte addirittura in modo pignolo, si da dare un’impressione di «quotidianeità» che fornisca una patina di assoluta verosimiglianza alle avventure vissute dal nostro Eroe.

Che Gilgamesh sia vissuto realmente non abbiamo alcun motivo di dubitarlo. Scorrendo gli elenchi dei Re della Mesopotamia al tempo dei Sumeri, troviamo il suo nome citato più volte e, con sufficiente approssimazione, possiamo situare il periodo in cui entrò nella Storia, attorno al 2500 a.C. Parimenti gli va dato atto che deve essere stato un Re sempre vittorioso — al punto da essere praticamente invincibile — tant’è che, sino al 500 a.C, periodo in cui ebbe fine la potenza mesopotamica, il suo nome fu sinonimo di Grande Re per eccellenza, di guerriero ineguagliabile e di sommo statista.

Fu proprio nell’arco di questi duemila anni che intorno alla sua figura ed al suo nome vennero a crearsi tutta una serie di miti e di leggende che lo volevano un Semidio (per due parti Dio e per una parte essere umano) il quale accentrava in sé le caratteristiche di altri Eroi e Semidei altrettanto leggendari quali Ercole, Ulisse e Prometeo.

È indubbio, come ho già detto e come vi accorgerete nel corso della lettura, che Silverberg abbia tentato di interpretare in chiave quanto più possibile realistica o «storicistica» gli avvenimenti fantasiosi e leggendari che appaiono nei poemi originali che trattano di Gilgamesh e della sua Leggenda. D’altro canto però, va pure detto che, chi ha potuto prendere visione dei testi originali, tutto può trovarvi salvo che fatti «normali e quotidiani» come invece cerca in qualche modo di prospettarci Silverberg. Come mai, allora, Silverberg ha tanto calcato la mano sulla parte «storica» della vicenda?

È semplice. Una volta addentratosi nell’esame di testi attinenti la notissima Leggenda sumerica, testi scritti da autorevoli critici e saggisti sia contemporanei che del secolo scorso come ad esempio Alexander’ Heidel, Samuel Noah Kramer e E.A. Speiser, ha ad un certo momento abdicato al suo ruolo di romanziere per immedesimarsi in quello di ricercatore e storico.

In questo modo, il romanzo che prendeva via via forma sotto le sue dita si è proiettato a fondo nei vari aspetti del sociale e del quotidiano della antica civiltà sumerico, aspetti questi che lo avevano affascinato quando aveva avuto modo di leggerli nei testi degli studiosi che ho sopra elencato.

D’altro canto, non dobbiamo mai dimenticare il fascino irresistibile che esercita sugli americani tutto ciò che sa di antico, di epoche perdute, di civiltà scomparse, e che va attribuito alla mancanza in questo popolo di un retroterra di miti e leggende, mancanza derivante dalla sua recente costituzione in nazione appena duecento anni fa.

Che dire del poema di Gilgamesh? È un ‘opera profonda e commovente, un vero poema meditativo sulla necessità della morte. Gilgamesh vi è si descritto come un Semidio, dotato di poteri soprannaturali, sicuro di sé e invincibile, ma è anche perseguitato da una sorta di paralisi derivantegli dalla paura di morire che lo spinge ad intraprendere una ricerca piena di avventure e pericoli per raggiungere l’immortale Utnapitshim (nel testo di Silverberg, Ziusudra) il quale, essendo sopravvissuto al Diluvio Universale, potrà donare anche a lui l’immortalità tanto agognata.

Qui Silverberg si discosta totalmente dal poema originale, ed inventa per Utnapitshim una spiegazione che vuol essere una sorta di messaggio per l’uomo circa l’ineluttabilità e la necessità della morte. Permettetemi però di dissentire da questa concezione pessimistica e rassegnata di Silverberg, tanto più che esiste una leggenda che vuole Gilgamesh ancora vivo che cerca invece di scoprire il modo in cui poter mettere fine ai suoi giorni dato che è stanco della sua acquisita immortalità…

Un’ultima cosa che va doverosamente detta. L’anno scorso, con la Saga dì Gilgamesh appunto, Silverberg ha vinto il Premio Hugo, a dimostrazione del favore che questo genere della Fantasy riscuote presso gli appassionati americani.

Gianni Pilo

Anteprima testo

Nella città di Uruk c’è una grande piattaforma di mattoni cotti che fu il campo da gioco degli Dei, molto tempo prima del Diluvio, in quell’epoca in cui il genere umano non era stato ancora creato e solo gli Dei abitavano la Terra. Da diecimila anni, ad intervalli di sette anni, dipingiamo di bianco i mattoni della piattaforma con un intonaco di gesso fine, cosicché la piattaforma lampeggia come uno specchio enorme sotto l’occhio del sole.

La Piattaforma Bianca è il dominio della Dea Inanna, a cui è consacrata la nostra città. Molti Re di Uruk hanno erette Templi sulla piattaforma per adorare la Dea. Ma nessuno di tutti quei santuari ha superato quello costruito dal mio regale nonno, l’Eroe Enmerkar.

Mille artigiani lavorarono venti anni per costruirlo, e la cerimonia della consacrazione durò senza sosta undici giorni e undici notti, e durante quel periodo la luna fu avvolta ogni notte da un profondo manto di luce blu in segno di omaggio ad Inanna.

«Noi siamo i figli di Inanna», cantava la gente, «Enmerkar è suo fratello, e lei regnerà in eterno».

Nulla resta adesso di quel Tempio, perché io lo feci abbattere dopo la salita al trono, e ne feci erigere uno ancora più splendido al suo posto. Ma nella sua epoca fu una delle meraviglie del mondo. È un luogo che avrà sempre un significato particolare per me: all’interno dei suoi sacri recinti, un giorno della mia infanzia, fui illuminato dalla saggezza, la linea della mia vita fu formata, e io presi una strada da cui non c’è ritorno.

Fu il giorno in cui i servi del Palazzo interruppero i miei giochi e mi portarono a vedere mio padre il Re, il Divino Lugalbanda, partire per l’ultimo viaggio.

«Lugalbanda va nel grembo degli Dei», mi dissero, «vivrà per sempre nella gioia, berrà il loro vino, e mangerà il loro pane».

Credo e spero che avessero ragione, ma potrebbe anche essere che l’ultimo viaggio abbia invece portato mio padre nel Paese del Non Ritorno, nella Casa della Polvere e delle Tenebre, dove il suo fantasma si trascina tristemente come un uccello dalle ali mutilate, nutrendosi di argilla secca.

Non lo so.

Io sono colui che chiamate Gilgamesh. Sono il pellegrino che ha visto tutto all’interno dei confini del Paese, e all’esterno. Sono l’uomo a cui furono fatte conoscere tutte le cose, le cose segrete, le verità della vita e della morte, particolarmente quelle della morte. Mi sono accoppiato con Inanna nel Ietto del Matrimonio Sacro. Ho ucciso Demoni e parlato con Dei. Io stesso sono per due terzi divino, e solo per un terzo mortale.

Qui ad Uruk sono Re e, quando cammino per le strade, cammino solo, perché nessuno osa avvicinarsi troppo a me. Non avrei voluto che fosse così, ma è troppo tardi per cambiare le cose ormai. Sono un uomo isolato, un uomo solo, e così sarà fino alla fine dei miei giorni. Una volta ebbi un amico che era sangue del mio sangue, anima della mia anima, ma gli Dei me lo tolsero ed egli non tornerà mai più.

Mio padre Lugalbanda deve aver conosciuto una solitudine molto simile alla mia, perché anche lui era un Re e un Dio, e un grande Eroe del suo tempo. Certamente queste cose lo separarono dagli uomini normali, così come sono stato separato io.

Dopo tutti questi anni, nella mia mente è ancora nitido il ricordo di mio padre: un uomo dalle grandi spalle e dall’ampio torace, che girava a torso nudo in tutte le stagioni, coperto solo dalle pieghe del lungo panno di lana, dai fianchi alle caviglie. La sua pelle era liscia e scurita dal sole, simile a cuoio raffinato, e aveva una barba folta, nera e riccioluta, alla maniera del popolo del deserto sebbene, diversamente da loro, si rasasse il capo. Più di tutto ricordo i suoi occhi scuri, vivi ed enormi, che sembravano riempirgli tutta la fronte. Quando mi sollevava da terra e mi avvicinava al suo volto, a volte pensavo che sarei precipitato nel grande lago di quegli occhi e che mi sarei perso per sempre nell’anima di mio padre.

Lo vedevo di rado. C’erano troppe guerre da combattere. Un anno dopo l’altro, partiva con i carri per domare qualche rivolta nel nostro stato vassallo di Aratta, lontano ad oriente, o per scacciare le tribù selvagge e predatrici delle terre deserte, che si avvicinavano furtive ad Uruk per rubarci il grano e il bestiame. Oppure partiva per dispiegare la nostra potenza al cospetto delle nostre grandi città rivali, Kish o Ur.

Quando non era lontano per combattere, c’erano i pellegrinaggi che doveva compiere nei santuari, in primavera a Nippur, in autunno ad Eridu.

Anche quando era a casa, aveva poco tempo da dedicarmi, impegnato com’era nelle celebrazioni e cerimonie annuali, nelle riunioni dell’assemblea della città, nelle sedute della corte di giustizia, o nella supervisione dell’interminabile lavoro di manutenzione delle dighe e dei canali. Ma mi prometteva che sarebbe arrivato il giorno in cui mi avrebbe insegnato che cosa significa essere uomini, e saremmo andati insieme a caccia di leoni nelle terre paludose.

Quel giorno non arrivò mai. I Demoni malevoli che incombono sempre sulle nostre vite, in attesa di un nostro momento di debolezza, sono instancabili. E, quando avevo sei anni, una di queste creature riuscì a penetrare le alte mura del Palazzo, per ghermire l’anima del Re Lugalbanda e portarla via dal mondo.

Non avevo idea di quello che stava accadendo. In quei giorni, la vita era solo un gioco per me. Il Palazzo, quel formidabile palazzo dalle torrette fortificate, dalle facciate intagliate di nicchie e dalle alte colonne, era la mia casa dei giochi. Tutto il giorno correvo con un’energia che non si esauriva mai, gridando, ridendo e saltellando sulle mani. Anche allora ero molto più alto dei bambini della mia età, ed avevo una forza corrispondente; di conseguenza sceglievo sempre bambini più grandi di me come compagni di gioco, e sempre i più rozzi, i figli degli stallieri e dei coppieri, perché non avevo fratelli.

Giocavo ai carri e ai guerrieri, facevo la lotta o combattevo con la clava.

Poi, un giorno, un’orda di Sacerdoti, Esorcisti e Maghi, cominciò ad andare e venire dal Palazzo. Fu foggiata nell’argilla una statua del Demone Namtaru e fu messa accanto alla testa malata del Re. Poi si riempì un braciere di cenere e all’interno fu messo un pugnale. Il terzo giorno, al calar delle tenebre, il pugnale fu tolto dal braciere e fu conficcato nella statua di Namtaru. La statua fu murata in un angolo, e si fecero libagioni di birra. Un giovane maiale fu ucciso e il suo cuore fu immolato per placare il Demone.

Si spruzzò acqua e si cantarono costantemente preghiere.

Ogni giorno Lugalbanda lottava per la sua vita e perdeva una piccola parte della lotta. Di tutto questo non mi si disse nemmeno una parola. I miei compagni di gioco si intristirono e sembravano aver paura di correre, urlare e combattere con la clava. Non sapevo perché. Non mi dissero che mio padre stava morendo, sebbene lo sapessero e sapessero anche quali sarebbero state le conseguenze della sua morte, ne sono certo.

Poi, una mattina, un maggiordomo del palazzo venne da me e disse:

«Metti da parte la clava, bambino! Niente più giochi! Hai da fare una faccenda da uomini!» Mi ordinò di lavarmi e indossare la mia bella tunica di broccato, di mettermi intorno alla fronte la benda di foglie d’oro e di lapislazzuli, e di andare nell’appartamento di mia madre, la Regina Ninsun.

Dovevo accompagnarla al Tempio di Enmerkar, disse il maggiordomo.

Andai da lei, senza capire il perché, visto che quello non era un giorno sacro a me noto. Trovai mia madre vestita con magnificenza, con un mantello di lana cremisi, un’acconciatura splendente di cornaline, topazi e calcedonie, e pettorali d’oro da cui pendevano amuleti a forma di pesce o di gazzella. Aveva gli occhi anneriti dal kajahl e le guance dipinte di verde-scuro, cosicché sembrava una creatura emersa dal mare. Non mi disse niente, ma mi legò al collo una statuetta in pietra rossa che raffigurava il Demone del Vento, Pazuzu, come se temesse per me. Mi sfiorò la guancia con una mano. La sua pelle era fredda.

Poi uscimmo nella lunga sala delle fontane, dove ci attendevano molte persone. E dalla sala ci recammo in processione, la più grande processione che avessi mai visto, al Tempio di Enmerkar.

Una decina di Sacerdoti apriva il corteo, nudi così come i Sacerdoti lo devono essere quando si presentano ad un Dio, e una decina di Sacerdotesse, anch’esse nude. Dietro di loro, incedeva una ventina di alti guerrieri che avevano combattuto nelle guerre di Lugalbanda. Erano appesantiti dall’armatura completa, elmetti di rame e tutto il resto, e portavano l’ascia e lo scudo. Li compiangevo, poiché era il mese di Abu, in cui il flagello dell’estate colpisce con più violenza il Paese, la pioggia non cade, e il caldo non è un peso che non è possibile sopportare.

Seguiva i guerrieri la servitù della casa di Lugalbanda: camerieri, cameriere, coppieri, giullari e acrobati, stallieri, auriga, giardinieri, musici, danzatrici, barbieri, addetti al bagno, e tutti gli altri. Ciascuno di loro era vestito con una tunica elegante, più elegante di tutte quelle che avevo visto loro indosso, e tutti avevano con sé gli attrezzi della loro professione, come se si stessero recando a servire Lugalbanda. Conoscevo la maggior parte di quelle persone. Servivano nel Palazzo prima che io nascessi. I loro figli erano miei compagni di gioco e talvolta avevo mangiato nelle loro case. Ma quando sorrisi e feci loro dei cenni, distolsero lo sguardo, conservando l’espressione solenne sul volto.

L’ultima persona di questo gruppo mi era particolarmente cara. Mi allontanai saltellando dal mio posto, che era in fondo alla processione, per camminare al suo fianco. Era il vecchio Urkununna, l’Arpista di Corte: un uomo alto e dalla barba bianca, dall’aspetto molto serio, ma con occhi gentili e allegri, che avevano vissuto in tutte le città del Paese e conosceva tutti gli inni sacri e tutte le leggende.

Ogni pomeriggio cantava nel cortile Ninhursag del Palazzo, e io sedevo ai suoi piedi un’ora dopo l’altra, mentre il vecchio sfiorava la sua arpa e cantava la storia del matrimonio di Inanna e Dumuzi, la discesa di Inanna negli Inferi, la storia di Enlil e Ninlil, e il viaggio del Dio-Luna Nanna nella città di Nippur. Cantava di Ziusudra, che costruì la grande nave con cui il genere umano sopravvisse al Diluvio, e che fu ricompensato dagli Dei con la vita eterna nel Paradiso Terrestre che si chiama Dilmun. Ci cantava anche le ballate sulle guerre del mio nonno Enmerkar contro Aratta, e la più famosa delle avventure di Lugalbanda prima di diventare Re, quando nei suoi vagabondaggi entrò in un luogo dove l’aria era velenosa, e per poco non perse la vita, ma fu salvato dalla Dea.

Urkununna mi aveva insegnato alcune di queste canzoni, e mi aveva fatto vedere come si suonava l’arpa. Le sue maniere erano sempre affettuose e tenere nei miei confronti, senza mai un moto di impazienza. Ma allora, quando gli corsi accanto, restò stranamente freddo e distaccato: come tutti gli altri, non disse niente. Quando gli feci cenno che avrei voluto portare l’arpa, scosse la testa in modo brusco. Poi mia madre mi richiamò al posto occupato da lei e da cinque cameriere alla fine della processione.

Scendemmo le infinite rampe dei gradini del Palazzo, percorremmo la Strada degli Dei e raggiungemmo il Sentiero degli Dei che porta ai Recinti Sacri di Eanna dove sorgono i Templi. Salimmo la moltitudine di gradini che arrivano alla…

Gilgamesh the King - Locandina

Tit. originale: Gilgamesh the King

Anno: 1984

Autore: Robert Silverberg

Ciclo: Gilgamesh, vol. #1

Edizione: Fanucci Editore (anno 1988), collana “Il Libro d’Oro della Fantascienza” #16

Traduttore: Daniela Galdo

Pagine: 332

ISBN: 8834700511

ISBN-13: 9788834700518

Dalla copertina | Per due terzi Dio e per un terzo uomo, Gilgamesh è un vero gigante tra gli altri uomini oltre ad essere un formidabile guerriero. Quando suo padre, il Re di Urik, muore, Gilgamesh è costretto all’esilio dal nuovo Re Dumuzi. geloso del suo valore e preoccupato per quelli che possono essere i suoi propositi relativamente al trono. Nel vicino territorio di Kish, le sue capacità di combattente vengono affinate sino alla perfezione e, quando dopo un certo periodo di tempo Dumuzi muore a sua volta, Gilgamesh ritorna per essere proclamato Re dall’astuta Sacerdotessa Inanna. Insieme governano Uruk, e il territorio gode di un periodo di grande prosperità.
Tuttavia il regnare non è abbastanza per soddisfare l’insaziabile desiderio dì Gilgamesh di avventure, e la sua noia è mitigata solo dall’apparire di Enkidu, uno strano barbaro che dimostra di essere alla pari in combattimento con il Re. I due diventano uniti come e più di due fratelli, ma quando Gilgamesh incorre nell’ira di Inanna, gli Dei decidono di separarli, e per Gilgamesh l’unica cosa che rimane è la ricerca dell’immortalità.
Nel trattare la famosa leggenda del grande Re sumero, Robert Silverberg fa assurgere le sue superbe qualità di narratore a vertici mai toccati prima, dove sentimenti come l’ambizione, il potere e l’ossessione si scontrano tra di loro nel contesto di un mondo antico e stregato.