Gli Invisibili, di C.J. Cherryh
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Gli Invisibili

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Anteprima testo

1.

L’uomo è il metro d’ogni cosa. — Protagora —

Grazioso pianeta di una graziosa stella, Freedom era uno di quei posti che le navi oneste evitavano: non solo mancava di una stazione alla quale poter attraccare, ma la sua ubicazione ai desolati margini di quel ramo della galassia lo rendeva scomodo per le navi che viaggiavano con una rigida tabella di marcia.

Erano pochi gli Stranieri che vi sbarcavano, soprattutto pirati ai quali veniva consentito di traghettare a terra: essi si astenevano dunque dalle proprie abituali devastazioni, preferendo lucrare guadagni esorbitanti sulla vendita di quelle che per Freedom erano merci rare. Ogni tanto si faceva vivo qualche Libero Mercante animato dalle stesse intenzioni, ma la non trascurabile possibilità di imbattersi in uno dei pirati habitué di Freedom bastava a dissuadere gran parte dei mercanti d’ogni tipo e categoria.

Come se ciò non bastasse, Freedom era anche un mondo povero: almeno agli occhi degli Stranieri. Su Freedom non c’erano che cereali e conserve di carne e di verdura, tutte cose che attiravano i pirati, gente senza patria che di esse aveva bisogno, ma che non invogliavano nessun altro commercio d’altro genere.

Inevitabilmente, c’erano anche le navi da guerra lanciate alle calcagna dei pirati quando era in corso una delle periodiche campagne per la legge e l’ordine o perché i pirati si erano fatti troppo audaci e avevano esagerato, oppure perché gli alti papaveri dell’Alleanza avevano deciso che era ora di tenere delle manovre militari.

Freedom non possedeva navi. La sua prima e unica nave era stata desti-nata a essere una stazione orbitale, ma lasciata in disuso e priva di manu-tenzione, alla fine si era spettacolarmente disintegrata sopra il Mare del Tramonto. Di positivo Freedom aveva i deli sereni e le grandi massee di terre emerse, su cui viveva una fitta popolazione sia indigena che umana, in dispregio a tutte le raccomandazioni dell’Ufficio Scientifico, dato che le due popolazioni si mescolavano senza alcuna precauzione.

Anzi, su Freedom, non c’era alcun posto in cui Umani e Ahnit non potessero incontrarsi senza (almeno teoricamente) alcuna supervisione e alcun rischio di violenza: sotto questo profilo, Freedom si trovava decisamente meglio di certi pianeti invece rigidamente controllati dall’Ufficio Scientifico.
Su Freedom c’erano vasti oceani moderatamente salati, clima moderato con precipitazioni sui posti che più ne avevano bisogno, un’atmosfera di ossigeno, azoto e biossido di carbonio rinnovata dalla vegetazione, e una flora che procurava alla popolazione quel tanto inevitabile di fastidi con i propri allergeni e veleni naturali. Sotto la benigna influenza di un’unica grande luna, le maree bagnavano spiagge di sabbia bianca e s’infrangevano maestosamente contro scogliere di basalto ricoperte di giungla, tali da ispirare pensieri poetici alla più ottusa delle anime.

Su Freedom l’umanità prosperava e si moltiplicava a un ritmo tale che la zona di più fitta colonizzazione, il continente ricurvo e ricco di penisole denominato Sartre, disponeva di una notevole città come Kierkegaard, terminal dei traghetti, nonché di un’industria sufficiente a sopperire ai bisogni dei coloni che coltivavano le fertili pianure di Sartre. Nella sua abbondanza virginale, Freedom era un pianeta quasi totalmente agricolo e i-deale sia per l’uomo che per gli Ahnit, e la sua mancanza di scambi com-merciali non era un handicap per la sua economia.

Tuttavia, persino i pirati rifiutavano di spingersi oltre l’area portuale di Kierkegaard, e i militari di passaggio in visita ufficiale alla Residenza o al Primo Cittadino, si fermavano il meno possibile, soggiornando nella mo-derna Port Street, celata dal resto della città dalle alte siepi di piroarbusti.

Stranamente, a differenza di Gehenna II e di altri posti sinistri di quel braccio della galassia, Freedom non era un pianeta malfamato, né un terreno dove allignassero le leggende. Chi aveva visitato Freedom non aveva voglia di parlarne, e anzi ne evitava la menzione con la stessa meticolosità con cui le navi lo escludevano dalle proprie rotte.

Non che si trattasse di un posto in cui l’umanità era stata sconfitta, né di un posto in cui la bizzarria degli alieni aveva sconcertato gli uomini.

Freedom era un doppio fallimento.

2.

Istruttore Harfeld: Cos’è la verità?

Herrin: Tutto ciò che è reale, Signore.

Istruttore Harfeld: Che cos’è la realtà?

Herrin:Tutto ciò che il più forte definisce così, Signore.

Istruttore Harfeld: E cioè chi, Herrin?

Herrin: Qui? In questa stanza?

Istruttore Harfeld: Di noi due, chi è il più forte?

Herrin: Lei è più anziano.

Istruttore Harfeld: E questo fa di me il più forte?

Herrin: Per ora, sì.

Giovane, favorito dalla sua natura, dalla fortuna e dalle autorità che go-vernavano il pianeta, Herrin Law su Freedom stava benone. «È dotato», aveva detto il Supervisore Didattico che si era presentato una sera a casa dei Law.

Dopo tutti quegli anni, Herrin ricordava ancora perfettamente quella se-ra, la visita inattesa di un uomo che era venuto addirittura dalla città di Camus fino alla spoglia fattoria della valle di Law. Lui, suo padre, sua madre e sua sorella, si erano messi i vestiti buoni per accogliere quel visitato-re che aveva fatto tutta quella strada per riferire loro il risultato dei primi test. «Andrà all’Università», aveva detto ai suoi genitori l’uomo, il cittadino di Harfeld.

Dopo la sua visita i suoi genitori avevano pianto un po’, come se si trattasse di una specie di calamità, ma in precedenza il cittadino Harfeld si era complimentato con lui per quel talento così raro che Camus non poteva as-solutamente essere in grado di nutrire adeguatamente. «Naturalmente, fino a un certo punto seguirà i corsi incisi», aveva detto Harfeld, «e avrà una borsa di studio del governo: a uno studente così particolare verrà fornito il meglio. Un educatore passa l’intera vita alla ricerca di un simile talento… e raramente lo scopre.»

E così Herrin si era sentito pervadere dall’orgoglio fragile di un bambino di sette anni, e si era reso conto di essere in qualche modo diverso dagli altri membri della famiglia — tanto diverso da poter già osservare dall’alto della propria superiorità le reazioni dei genitori. Dopo quella sera fatidica, sua sorella maggiore aveva cominciato a perdere d’importanza: gli lanciava occhiate furtive cariche…

Gli Invisibili - Copertina

Tit. originale: Wave Without a Shore

Anno: 1981

Autore: C.J. Cherryh pseudonimo di Carolyn Janice Cherry

Ciclo: Universo della Lega e della Confederazione (Alliance-Union universe)

Edizione: Compagnia del Fantastico (Newton, anno 1994), collana “Il Fantastico Economico Classico” #39

Traduttore: Stefano Negrini

Pagine: 130

ISBN-13: 9788879839662

Dalla copertina | All’estremo confine della Galassia conosciuta esiste un pianeta misterioso, di nome Freedom, di cui si hanno solo scarse e spesso inattendibili notizie. In questo mondo vivono esseri alieni e strani personaggi, mentre è in atto un conflitto tra il Primo Cittadino e i Maestri dell’Università. Ma come è possibile che la realtà di Freedorn sia negata allo stesso tempo dal Maestro Harrin e dal Primo Cittadino Waden? Forse non si tratta affatto di una realtà? E qual è il ruolo degli enigmatici Ahtin?…