Gli schiavi del Klau (Slaves of the Klau, di Jack Vance)
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Gli schiavi del Klau

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CAPITOLO PRIMO

Markel, il Lekthuano, abitava una strana e magnifica residenza sulla cima più alta del Monte Whitney, composta di sei cupole, tre minareti ed una grande terrazza. Le cupole erano di cristallo quasi perfettamente trasparente, i minareti di materiale bianco simile a porcellana, la terrazza che li circondava era di vetro azzurro, ed a sua volta era circondata da una balaustra rococò, con azzurri e bianchi pilastri a spirale.

Per la mentalità terrestre, Markel era come la sua abitazione: bello, incomprensibile, inquietante. La sua pelle splendeva come oro lucente, i suoi lineamenti erano fini, netti, stranamente spaziati. Portava soffici vestiti neri, stretti calzoni, sandali poggianti su cinque centimetri d’aria, un mantello che ricadeva in pieghe spettacolose secondo la volontà di chi l’indossava.

Markel non accoglieva stranieri, non dava appuntamenti, ma riusciva a concludere una notevole quantità di affari con poca fatica. Impiegava una dozzina di agenti, con cui conferiva giornalmente per mezzo della televisione tridimensionale Lekthuana, che dava l’illusione di una conversazione faccia a faccia. Ogni tanto volava via sulla sua astronave, ogni tanto riceveva visitatori dalle altre cupole Lekthuane.

I suoi due assistenti terrestri, Claude Darran e Roy Barch, lo trovavano formale, cortese, forzatamente paziente. Alcuni dei loro compiti erano familiari, simili ad altri di cui avevano esperienza: lavare la terrazza, lucidare l’astronave: altri consistevano in operazioni apparentemente irrazionali. Quando si sbagliavano, Markel ripeteva le sue istruzioni, ed essi reagivano ciascuno secondo il suo temperamento: Darran scusandosi umilmente, Barch ascoltando con cupa attenzione.

L’atteggiamento di Markel era forse dovuto più a preoccupazione che ad un innato senso di superiorità. In certe occasioni riusciva perfino ad essere gentile. Notando un segno sul mento di Barch, chiese: “Come si è questo?”

“Mi sono tagliato facendomi la barba,” disse Barch.

Le sopracciglia di Markel si alzarono, per la sorpresa. Entrò nella cupola, e ne usci pochi minuti dopo, con un flacone di liquido chiaro. “Se lo strofini sulla faccia e non avrà mai più bisogno di farsi la barba.”

Barch guardò dubbiosamente la bottiglia. “Ho sentito parlare di roba simile, che porta via la pelle insieme alla barba.”

Markel scosse la testa cortesemente. “Non si preoccupi, in questo caso.” Si volse per andarsene, poi si fermò: “Oggi arriverà una nave, con la mia famiglia a bordo. Li riceveremo formalmente alle undici. È chiaro? “

“Benissimo,” disse Barch.

“Lei è al corrente delle operazioni di attracco? “

“Perfettamente,” disse Barch.

Entrò Darran. “Oggi ci sarà un ribaltamento generale. Arriva la famiglia del grand’uomo: una moglie e due figlie. Ognuno deve filare dritto, incluso Markel.”

Barch annui. “Lo so. Mi ha chiesto se mi ricordavo come si ripiega la balaustra. Ha anche detto ‘formale’, il che significa vestiti da cerimonia.” Guardò acidamente la propria aderente tuta verde con la giacchetta blu. “Con quel vestito mi sembra di essere un ballerino.” Porse la bottiglia a Darran. “Prenda, si faccia bello. È un depilatore, che porta via la barba: regalo di Markel. Se ne avessimo cinquanta litri, saremmo milionari.”

Darran soppesò il flacone nella mano. “Ha accennato a qualcosa? Forse gli sembriamo sudici.”

“Lo penserei se fosse un deodorante.”

Darran guardò l’orologio da polso: “Sono le dieci e trenta, è meglio metterci le uniformi.”

Quando giunsero sulla piattaforma d’atterraggio, Markel stava già alla balaustra. Li ispezionò brevemente, poi, abbassando la visiera del suo berretto sugli occhi, si volse a guardare il panorama verso sud.

Passarono alcuni momenti, poi dal cielo discese una sfera brillante, a strisce rosse, oro, azzurre e argento. Ingrandì rapidamente, mentre le strisce splendevano. Barch e Darran si chinarono sulla balaustra, cercarono i chiavistelli. La balaustra scomparve entro il vetro azzurro, e un soffio di aria fredda spazzò la terrazza.

La sfera spaziale torreggiava su di essi come una montagna, e le sue strisce variavano e si fondevano come i colori di una bolla di sapone. Si avvicinò, si arrestò sulla terrazza.

Nello scafo si aprì un portale ad arco. Markel stava fermo come una statua, Barch e Darran fissavano stupiti.

Cinque Lekthuani ne uscirono: due donne, due uomini, e una ragazzina che si mise a correre allegramente per la terrazza. Markel gridò un saluto, alzò la bambina leggermente con una delle sue braccia dorate, con l’altra abbracciò le due donne. Vi furono alcuni istanti di conversazione Lekthuana, a frasi staccate, poi Markel depose la bambina, e condusse la compagnia alla vicina rotonda.

Dal portale scivolarono fuori una dozzina di casse, sostenute da cinque centimetri di aria, come i sandali di Markel. Barch e Darran le guidarono una per una fino alla cupola di servizio.

Il portale si chiuse, i colori della sfera si agitarono furiosamente. La sfera spaziale si sollevò dalla piattaforma di atterraggio, si diresse verso l’est.

Darran e Barch, lasciati soli sul terrazzo, la videro diminuire fino a non essere che un punto colorato.

“Ecco fatto,” disse Darran. “Ora abbiamo visto la famiglia del grand’uomo.” Attese, ma Barch non fece commenti. Rimisero a posto la balaustra. “La donna più anziana deve essere sua moglie,” continuò Darran, riflettendo, “le due ragazze le figlie.”

“Simpatica la ragazzina,” disse Barch.

Darran gli rivolse uno sguardo interrogativo. “E l’altra? “

Barch si chinò su una cassa. “Che c’è da discutere? È bella,” e guardò un istante verso la rotonda. “Ma è sempre una creatura di un altro pianeta, strana come un pesce.”

Darran si strinse nelle spalle. “Noi facciamo dei buoni affari con questi ‘pesci’. Pagano senza discutere ogni cosa che gli vendiamo. Ci hanno fatto progredire di cento anni. Costruiamo navi spaziali secondo principii scientifici che non ci saremmo mai sognati. Abbiamo dimezzato il tasso di mortalità, con la loro medicina.”

“Non è la nostra scienza, né la nostra medicina.”

“Però funziona, non è vero? “

“Non è nata sulla Terra, e non è mai consigliabile trapiantare le cose straniere.”

Darran lo guardò curiosamente. “Se non le piacciono i Lekthuani, come mai lavora per Markel? “

Barch gli rivolse uno sguardo sospettoso. “Potrei chiederle la stessa cosa,”

“Io sono qui per imparare qualcosa.”

Barch si voltò bruscamente. “Tipi come lei sono troppo faciloni. Le piace essere gentile.”

“Certo. È bello essere gentili.”

“Ma i Lekthuani, sono gentili con lei? Può darsi che vengano a visitare la sua casa, o che le offrano una birra? ” March sbuffò. “Nemmeno per sogno. Essi sono i Lekthuani: noi siamo i contadini.”

“Gli dia tempo,” disse Darran. “Sono molto più avanti di noi, noi siamo stranieri l’un l’altro. Sono abbastanza perbene: forse un po’ superbi.”

Gli occhi nocciola di Barch brillavano come carboni: “E tra qualche armo, allora? Come terrestri, andavamo bene, facevamo progressi ogni anno. Progressi naturali, nostri, fatti ‘ in casa. Sa che cosa ci accadrà? In quei pochi anni di cui parla, saremo finiti. Non saremo all’altezza dei Lekthuani, essi non lo permetteranno e, come Terrestri, staremo assai peggio.”

“Lei non vincerà mai un premio per ottimismo,” disse Darran. Si chinò su una cassa, la spinse verso la porta. “Siamo realistici: i Lekthuani ci sono. Non possiamo portare indietro l’orologio. E perché dovremmo farlo? Abbiamo molto da guadagnare.”

“Per noi va bene solo quello che decidono loro.”

Darran scosse la testa. “I terrestri nelle scuole Lekthuane imparano tutto quello che vogliono.”

“Ma prima debbono imparare la lingua.”

Darran scosse la testa: “Pretenderebbe che essi usassero l’inglese nelle loro scuole? ” Si mise a ridere: “Lei guarda nel telescopio dalla parte sbagliata. Forse dovrebbe andare a visitare il loro pianeta. Potrebbe darle un diverso punto di vista.”

“Se andrò su Lekthua, ci andrò per imparare qualcosa di fondamentale e cioè come cacciare dalla Terra questi snob placcati oro.”

Tkz Marrkl-Elaksd, o Markel, come i terrestri lo chiamavano, stava attendendo sua moglie Tcher, le sue figlie Komeitk Lelianr e Sia Spedz, e guardava, attraverso la parete del salone meridionale, i grandi deserti della California. Non portava il mantello: la luce del sole di pomeriggio colorava di rame la sua pelle d’oro.

Dietro di lui s’udì uno svelto calpestio di piedi, e Sia Spedz venne correndo a piedi nudi, vestita solo di una mutandina trasparente con fiocchi bianchi alle anche. I suoi capelli erano finissima seta di platino, lucenti e cerati, divisi nel mezzo, gaiamente espansi sulle orecchie. Stette in punta di piedi presso la parete, guardando il panorama. “Dove sono le altre cupole? Siamo qui soli? “

Markel le accarezzò il capo. “No, ci sono stazioni su tutta la Terra.”

“E sempre sulla cima delle montagne? “

“Sì, così siamo sicuri di essere isolati e non disturbati.” Si volse quando apparvero sua moglie e l’altra sua figlia, che portavano semplici gonne bianche. Tcher, la madre aveva i capelli lisci sul capo come un cappuccio d’argento. Komeitk Lelianr, la figlia, aveva pettinato i suoi in un alto ‘ciuffo, come una fiamma d’argento.

Markel procurò quattro sedili di bianca schiuma semiviva. ” È stato piacevole il viaggio? “

Komeitk Lelianr fece una smorfia. “Dovunque, salvo nella Grande Nube Nera: una rete di Klau ci ha obbligato a fermarci.”

Markel si agitò inquieto sul sedile: “E allora? “

“Una scialuppa si attraccò alla nave, volendo mandare a bordo una squadra d’ispezione.”

“Ma perché? perché? “

“Ci dissero che una dozzina di Lenape erano fuggiti da Magarak, e che i Lalu non volevano che riuscissero a tornare a Lenau.”

“Sarebbe stata una grossa disfatta per i Klau,” mormorò Markel. “E allora? “

“Il nostro comandante si comportò con la massima dignità. Iniziò una diffusione visiva e sonora dell’ansietà dei Klau, e dopo cinque minuti essi si ritirarono.”

Markel espresse la sua comprensione mediante il complesso linguaggio espressivo Lekthuano, di sopracciglia, occhi e ciglia: e con lo stesso sistema indicò di voler cambiare soggetto. Si volse a Sia Spedz. “Dimmi, come va la tua raccolta di esperienze di vita? “

La ragazza mosse le dita dei piedi. “Tutti lodano la mia abilità. Ho imparato undici atteggiamenti, e tre facoltativi, che sono Aurora sorridente, Gattino scherzoso e il Solitario.”

“Eccellente.”

Tcher disse con bizzarro orgoglio: “Può camminare con i sandali alti sette metri da terra, ed è andata sola in una barca diurna, attorno alla Luna Mirska.”

“Sulla Terra deve essere più prudente,” disse Markel. “I Lekthuani non sono ben visti da tutti.”

Sia Spedz chiese, meravigliata: “Come mai? Non li aiutiamo, non li educhiamo nelle nostre scuole Lekthuane? “

Markel sorrise con calma. ‘I Terrestri si sono considerati, per molto tempo, unici nell’Universo, e l’arrivo dei Lekthuani è stato un colpo per il loro orgoglio.”

Sia Spedz continuò, esitando. “Conosco anche tutti i regni Lekthuani, le dinastie e i reami, a cominciare dal Re Phalder, nella protostoria.”

“Nelle pianure della Terra troverai indigeni pressapoco allo stesso stato di civiltà.”

“Questo interessa di più a Lelianr.”

Markel si volse all’altra figlia. “Il tempo vola come una meteora: non posso credere che tu abbia finito i tuoi primi corsi di studi. Ed ora? “

Komeitk Lelianr parlò nell’atteggiamento di Calma Considerazione: “Penso in diverse direzioni. Mi interessa l’antropologia primitiva, e anche le ricerche nutrizionali. Il mese passato ho progettato uno zucchero molto piacevole, di cui sono state prodotte e distribuite diverse tonnellate.”

Markel rise: “Se vuoi scoprire sapori nuovi ed esotici, assaggia qualche cibo terrestre.”

Komeitk Lelianr fece della sua faccia una smorfia di disgusto: “Tessuti animali.”

“Consumano anche molta materia vegetale.”

” È sempre vita che divora vita.”

“Credo che di questa immoralità intrinseca non si rendano conto. D’altra parte, la razza non sa sintetizzare che i più semplici idrati di carbonio.”

“In qualche modo devono pure cibarsi.”

“I Terrestri non sono completamente selvaggi: anzi, se decidi di coltivare i tuoi interessi nelle culture primitive, troverai qualche risultato sorprendente.”

Komeitk Lelianr si strinse nelle…

Gli schiavi del Klau - Copertina

Tit. originale: Slaves of the Klau (Planet of the Damned)

Anno: 1958

Autore: Jack Vance

Edizione: Solaris Editrice (anno 1978), collana “I Libri di Solaris” #2

Traduttore: non indicato

Pagine: 158

Dalla copertina | Gli extraterrestri sono giunti sulla terra, rivelando l’esistenza di innumerevoli mondi abitati. Ray Barch non vede di buon occhio le ingerenze di un’altra razza, sebbene più evoluta, nella vita della Terra, ma sa riconoscere e apprezzare la bellezza. Komeitk Lelianr, la Lectaviana dalla pelle d’oro, lo attrae propotentemente. Sembrerebbe l’inizio ideale per una tenera e dolce storia d’amore, ma non sempre tutto procede come si vorrebbe. I due giovani vengono catturati dai terribili e feroci Klau e trasportati su un pianeta di schiavi. La lotta per la libertà e la sopravvivenza, per la conquista di un amore impossibile e per l’affermazione dei diritti umani è ardua e cruenta, e Roy Barch deve sopportare angherie e delusioni, disperando continuamente nel buon fine dei propri sforzi. La freddezza di Komeitk Lelianr, la sua repulsione, il suo rifiuto, rendono ancora più gravoso il peso della solitaria battaglia, ma il Terrestre dimostrerà che una volontà indomabile e ferrea è in grado di trionfare non solo sulla prigionia e l’esilio, ma anche dulla dorata insensibilità della bella aliena. Un tipico romanzo di sf dell’autore più volte vincitore del premio Hugo.