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Harlock Saga – L’Anello dei Nibelunghi

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Dare una valutazione non del tutto negativa a quel pasticcio noto come Harlock Saga – L’anello dei Nibelunghi (Harlock Saga Niiberungu no Yubiwa) è francamente un compito difficile; d’altra parte, è anche giusto riconoscere al leggendario LEIJI MATSUMOTO la volontà di non fossilizzarsi nella produzione di seguiti via via più scadenti, come quasi tutti i fumettisti avrebbero certamente fatto dopo aver realizzato un’opera di indubbio valore come Uchuu Kaizoku Kyaputen Haarokku (1978, da noi conosciuta semplicemente col titolo di Capitan Harlock).

Uno dei motivi per cui la produzione di manga e anime è tanto vasta e diversificata è proprio la riluttanza degli autori giapponesi a ripercorrere strade già battute: anche se l’originalità non basta da sola a garantire un’elevata qualità, la continua produzione di seguiti, “mania” tipicamente occidentale, è il modo più sicuro per non garantirla.

Matsumoto esplora allora, col suo personaggio, una terza via, la più difficile: quella di reinventare ogni volta la storia originale, cambiando luoghi, scenari, ruolo dei personaggi e così via. Lo fa una prima volta con la serie Captain Harlock SSX – Rotta verso l’Infinito (Waga Seishun no Arukadeia – Mugenkidou SSX), realizzata nel 1982, quindi una seconda, dopo anni di quasi oblio, appunto con la “Harlock Saga” (1999), infine una terza con Space Pirate Captain Herlock – The Endless Odyssey (2002), ad oggi la più simile a un seguito vero e proprio.

Purtroppo la serie originale era così pregevole che ben difficilmente ogni tentativo di mischiare le carte in tavola avrebbe potuto migliorarne i risultati: il peggio viene raggiunto – non a caso – proprio con la “Harlock Saga”, che stravolge l’ambientazione al punto di far dubitare al lettore/spettatore di avere davvero a che fare con lo stesso personaggio che venti anni prima aveva combattuto contro le Mazoniane.

D’altronde, l’idea di prendere “L’Anello dei Nibelunghi” di RICHARD WAGNER e farlo diventare un fumetto prima e una serie animata poi, sia pure riveduti e corretti, appare eccessiva anche per un autore geniale come il maestro giapponese: il mondo di Wagner è governato dal destino, in un’ottica quasi pagana del cosmo, quello di Harlock è in decadenza, terra di conquista e di gloria per i pochi eroi rimasti. Ma, soprattutto, Harlock non è Sigfrido: cosa ha in comune l’eroe wagneriano, ottimista, solare, impulsivo, col pirata di Matsumoto, cupo, indecifrabile, riflessivo e calcolatore?

La trama dell’opera viene stravolta e adattata alla “visione cosmologica” di Matsumoto: Mime, che nella serie classica era una profuga aliena accolta da Harlock a bordo dell’astronave Arcadia come amica devota, nella “Saga” diventa un’esponente dell’antica stirpe dei Nibelunghi, sorella del folle e ambizioso Alberich, nonché navigatrice nel vascello del Capitano e suonatrice di uno dei due organi – l’altro è suonato dalla dea Freia sul Walhalla, un pianeta al centro dell’universo – che mantengono ordine ed equilibrio nel cosmo e consentono agli Dei stessi di restare immortali. Come faccia Mime – la quale, a differenza dell’originale del 1978, ha adesso un normale aspetto umano – a essere contemporaneamente navigatrice sull’Arcadia e suonatrice di un organo che si trova sul remoto pianeta Reno, non è chiaro.

Il cattivo di turno è Alberich, che, deciso a vendicarsi di Wotan, Signore degli Dei e reo di aver ridotto in schiavitù la stirpe dei Nibelunghi, si reca su Reno e ruba l’oro custodito da tre fanciulle, una grossa pepita dotata di misteriosi poteri. Portato sulla Terra e modellato in forma di anello da Tadashi, figlio del dottor Daiba (un astronomo nella serie originale, un ex pirata dell’equipaggio di Harlock nella “Saga”), l’oro dovrebbe fornire ad Alberich il potere necessario a sconfiggere gli Dei.

Ma a guastargli i piani interviene Harlock, deciso a impedire la distruzione dell’universo – che sarebbe conseguente a quella del Walhalla. Spalleggiato dai giganti Fafner e Fasolt, innamorati di Freia, il Capitano riesce ad avere la meglio sul Nibelungo e a recuperare l’anello…

Dopo di che, con grande sorpresa e delusione dello spettatore, la “Saga” s’interrompe proprio nel momento in cui una nuova insidia, “l’umore del drago” fuoriuscito dalla fortezza dei giganti durante la lotta finale con Alberich, si spande per l’universo minacciando di causare guai ancora peggiori.

Il lettore della versione manga, invece, può “gioire” ancora a lungo, grazie a viaggi nel passato che coinvolgono un nuovo personaggio (Brunhilde) e il padre di Harlock, ad altre battaglie titaniche, alla minaccia dei “Metanoidi”… ma alla fine, anche in questo caso, l’autore conclude l’opera lasciando la storia in sospeso.

Probabilmente, resosi conto che il suo ginepraio non lo avrebbe portato da nessuna parte, Matsumoto ha deciso di buttare tutto alle ortiche per dedicarsi a una storia più tradizionale e più simile a un seguito classico: la successiva – e senz’altro migliore – “Endless Odyssey”.

È proprio la trama, dunque, il punto debole di questa “Saga”; al di là delle ovvie considerazioni sull’inopportunità di forzare l’opera di Wagner nell’universo di Capitan Harlock, la storia avrebbe potuto reggere soltanto se coerente, serrata e ricca di veri colpi di scena. Viceversa, la confusione regna sovrana, e rimangono solo la fatica che deve compiere lo spettatore per capire cosa stia succedendo, lo spreco di certi personaggi buttati nel calderone e poi fatti sparire (Emeraldas e Maetel – la Maisha di Galaxy Express 999 – su tutti), il continuo ripetersi d’interminabili resoconti su vicende remote e incomprensibili – nel tentativo di spiegare allo spettatore almeno i punti essenziali della “Saga” – e per finire una mancanza di azione quasi imbarazzante, con Harlock che rimane spettatore passivo per quasi tutto il tempo.

Gli altri protagonisti sono reinventati e mescolati senza attenzione né rispetto per i ruoli ricoperti sino alla serie precedente: Mime, fascinosa e indecifrabile nella serie classica, ridotta a fanciulla piagnucolante e tremebonda; Tadashi, avventato ma indomito nel 1978, diventato un ragazzino stupido e sostanzialmente inutile; Yattaran, l’intraprendente timoniere dell’Arcadia, trasformato in semplice esecutore di ordini.

Quasi ridicoli i personaggi creati appositamente per la “Saga”: da Alberich, cattivo così stereotipato da non sapere far altro che ripetere “adesso mi vendicherò grazie al potere dell’anello”, a Wotan, altro malvagio la cui frase preferita è “come osano sfidarmi Alberich e questi miseri umani?”, a Freia, brutta copia di Mime.

Ma, come accennato, è soprattutto Harlock a deludere. Harlock, personaggio tra i più complessi e affascinanti dell’intera produzione giapponese, qui appare totalmente inerte di fronte agli eventi. Solo quando la situazione sta precipitando e la “Saga” volge al suo termine, il pirata, in un estremo sussulto, sembra uscire dal suo torpore per passare finalmente all’azione. Ma è questione di un attimo: un solo colpo di pistola contro Alberich dopo l’ennesima discussione (“Dammi l’anello!”, “No!”, “Ho detto: dammi l’anello!”, “No”), e il pirata rientra alla base vittorioso. Missione compiuta.

Paradossalmente, ben più interessante è il personaggio di Tochiro, la cui precoce eliminazione dalla serie classica dev’essere fonte di grandi rimpianti per Matsumoto; per tale motivo l’autore non perde occasione per riproporcelo, a costo di snaturarne la malinconica, suggestiva immagine originale. Nella “Saga” Tochiro diventa il vero protagonista, uomo di azione, di scienza e, se necessario, fine umorista e buffone di corte. Che importa se il “vero” Tochiro è solo un pallido ricordo e se tutti quelli che lo accompagnano in missione, a partire da Emeraldas, sono ridotti al ruolo di comparse?

Sarebbe stato interessante assistere finalmente allo svilupparsi della relazione tra Emeraldas e Tochiro, come pure esplorare le differenze tra la “nuova” Mime e quella classica. Ma l’aliena dai capelli non più azzurri ha un solo momento di gloria, quando, in assenza di Harlock, pilota personalmente l’Arcadia per sfuggire all’attacco dell’astronave di Alberich.

Anche le musiche di Wagner, ridotte a mero accompagnamento di eventi francamente noiosi, finiscono per risultare svuotate di ogni tono epico. Una sola, formidabile eccezione ce la offre la sequenza dell’attacco di Alberich alle fortezze di Wotan, unica scena (oltre a quella dell’apparizione di Maetel e del suo Galaxy Express – e stavolta è la vera “Maisha”, figura enigmatica quanto materna e premurosa) in tutta la “Saga” che vale la pena di salvare e che, accompagnata dalla mitica “Cavalcata delle Valchirie”, riesce, per pochi istanti, a illudere lo spettatore e a donargli una fugace immagine di ciò che Matsumoto avrebbe voluto realizzare: uno spettacolo coinvolgente, contornato da una musica grandiosa, con i destini dell’universo nelle mani di pochi eroi decisi a tutto.

Il disegno, abile nel cambiare i piani sequenza al momento giusto e nel proporci inquadrature suggestive delle astronavi che manovrano e si combattono sullo sfondo dell’universo, accentua la delusione dello spettatore invece di mitigarla.

Il fallimento di Matsumoto lascia insomma l’amaro in bocca; il suo progetto, probabilmente, era troppo audace non solo per il maestro giapponese, ma per qualsiasi altro autore. Harlock verrà ricordato dai suoi fan per la prima, ineguagliabile serie, e per la lotta senza tregua contro le Mazoniane. Tadashi, Yuki, Yattaran, lo stesso fantasma di Tochiro sono personaggi unici, tanto vivi e presenti allora, quanto spenti o assenti nella “Saga”. Perché, viene da chiedersi, Matsumoto non si convince a scrivere un seguito tradizionale?

Neppure l’Harlock del successivo “Endless Odyssey” – che, come già ricordato, è quanto di più simile a un vero seguito abbia realizzato Matsumoto – assomiglia a quello “autentico”; non più di quanto lo sia quello della “Saga”.

Tanto vale, allora, cancellare tutto. E lasciare che l’ultimo ricordo dell’eroe immortale sia l’immagine dell’Arcadia, a pezzi e con Mime al timone, che si allontana nel tramonto. Per non tornare mai più.