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Haselwurm

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L’Haselwurm è un mostro tipico del folklore trentino. Secondo i racconti popolari, ricorda per aspetto un verme o un serpente. Vive nascosto nelle foreste che coprono le cime dei monti, e lascia di rado la sua tana. Divorare le sue carni donerebbe poteri straordinari.

La mitica creatura è protagonista dell’omonimo cortometraggio realizzato da Eugenio Villani. In esso viene uccisa da due avventati cacciatori, un uomo e una donna. Le sparano, mossi probabilmente dal desiderio di assaggiarne la carne ritenuta miracolosa. Il mostro riesce però a ferire l’uomo, che a poco a poco si trasforma… L’indomani, il cadavere della creatura è scomparso, e l’uomo è divenuto un nuovo Haselwurm.

La sceneggiatura di David C. Fragale rivisita la tradizione popolare e omaggia i vecchi film sui mostri. La vicenda potrebbe risultare prevedibile, almeno nella sua prima parte; il cinema di genere abbonda di personaggi aggrediti che si trasformano: licantropi, gelatine aliene, vampiri, zombi…

Come avviene nei racconti di H.P. Lovecraft, anche in questo caso esseri inquietanti popolano il mondo da tempo immemore, nascosti in località poco frequentate. Nelle pagine dello scrittore di Providence le creature sono quasi sempre maligne, e sono descritte con aggettivi che oltre al loro aspetto esprimono la reazione terrorizzata del malcapitato osservatore. In Haselwurm il regista innesca un meccanismo analogo: la bella fotografia virata in tinte cupe sceglie inquadrature insolite, più che descrivere suggerisce all’immaginazione.

La creatura si intravede per un istante all’inizio, nelle sequenze della mutazione, nell’epilogo. Gli effetti speciali sono artigianali, ma è difficile accorgersene perché la fotografia è studiata fino all’ultimo fotogramma, il montaggio è accurato e la postproduzione compie un vero miracolo a costo contenuto. La scelta di limitare il colore minimizza l’artificiosità della creatura, oltre a rendere opprimente il paesaggio del Trentino, altrimenti idilliaco. E, a proposito di ambiente, le atmosfere horror si fondono con un chiaro messaggio ambientalista.

Lovecraft ci aveva dichiarato gli intenti malvagi di progenie mostruose; Eugenio Villani invece

interpreta il folclore in chiave ecologica e antropologica. Ovviamente rappresenta un mondo fantasy, poiché ammette l’esistenza di creature straordinarie e immagina che la gente creda ai prodigi. Oltre la facciata horror fantasy, c’è una riflessione profonda sulla maestosità della Natura, e sull’arroganza umana. In passato, la gente nutriva un sacro rispetto verso l’Haselwurm, lo considerava parte della Natura, forza da temere e celebrare. L’uomo del terzo millennio è invece avido, pronto a tradire i suoi simili in nome del potere, irresponsabile nel ricorrere ad armi micidiali, poco propenso a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni.

Il regista non ci spiega perché i due protagonisti , interpretati dai capaci Valentina Viecca e Raffaele Palazzo, abbiano ucciso l’Haselwurm, ma ce ne fa intuire le ragioni. Non sono due poveri valligiani aggrediti mentre volevano sparare a un animale del bosco per sfamarsi, o dei turisti troppo curiosi. Sono invece due cacciatori dal grilletto facile, che vogliono divorare la creatura per poter diventare invisibili, parlare la lingua di piante e animali, trovare tesori nascosti nella terra. Nel delirio febbrile dell’uomo contagiato, nella disperazione della veglia della donna, ricorre l’egoismo, la brama di ricchezza e potere.

L’Haselwurm invece vive nascosto, di rado scende a valle, e quando si muove cerca cibo o suoi simili, come farebbe un orso o un altro animale selvatico. Viene cacciato a causa di sue presunte proprietà magiche, come accade nella realtà con specie ormai quasi estinte: rinoceronti, narvali, tigri…

Eugenio Villani ci narra un tentativo di violare la sacralità ancestrale della Terra. La lotta tra Bene e Male viene sostituita dal conflitto tra Natura e Artificio. La conclusione ristabilisce l’Equilibrio, a caro prezzo, e l’Haselwurm torna a incarnarsi, eterno e maestoso come le montagne in cui dimora.