Heartless: The Story of the Tinman
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Heartless: The Story of the Tinman

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Heartless: The Story of the Tin Man è uno struggente cortometraggio ambientato nel reame incantato di Oz. Realizzato dalla Whitestone Motion Pictures, si tratta di un prequel degli eventi narrati nel film Il Mago di Oz. ‘Heartless’, ovvero ‘senza cuore’, è l’Uomo di Latta, un automa che desidera disperatamente un cuore.

Lo stesso L. Frank Baum scrisse a suo tempo la storia del taglialegna meccanico, in uno dei tanti libri dedicati al reame incantato di Oz. Baum e i suoi seguaci hanno dato alle stampe quaranta romanzi ambientati in quel mondo, c’è un lungo elenco di apocrifi e ogni tanto si aggiungono nuovi titoli. Sono romanzi pressoché sconosciuti nel nostro Paese. In Italia ha avuto invece enorme successo la pellicola di Victor Fleming, e il testo originale da cui è stata tratta la sceneggiatura. Le innumerevoli trasposizioni teatrali, circensi, con burattini oppure in forma di musical, senza contare le goffe riduzioni letterarie destinate ai giovanissimi, sono quasi sempre ispirate all’unico testo conosciuto, Il Meraviglioso Mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz, 1900). Il film di Hollywood, un classico del 1939, capace ancora oggi di emozionare, ha lasciato nell’immaginario collettivo un’idea ben definita di Oz e dei suoi bizzarri abitanti. Questo modello ha condizionato le produzioni successive, e i tentativi di raccontare altre storie legate a quel mondo sono naufragati in tipografia, ancora prima di arrivare nelle mani degli sceneggiatori.

Il cinema fantastico attuale sta riscoprendo i grandi classici del passato e ad essi si ispira, anche se in gran parte i remake sono pellicole banali, con sceneggiature di vecchio stampo farcite di effetti speciali all’avanguardia. Nel caso di Heartless, invece, la narrazione di Baum viene rielaborata e resa attuale mantenendone intatto lo spirito.

In una ventina di minuti lo spettatore apprende la triste storia dell’infelice Uomo di Latta. Sembrerebbe un futile capriccio, per una specie di robot senziente, desiderare di avere un cuore, ma il desiderio è frutto di un episodio doloroso. L’Uomo di Latta è stato un tempo un uomo in carne ed ossa, era un boscaiolo innamorato della figlia di un ricco commerciante. I genitori della ragazza sognavano per lei un consorte altolocato e ricco, e, pur di impedire le nozze con un uomo tanto umile, la madre chiese aiuto alla potente Strega dell’Est. La crudele fattucchiera maledisse l’ascia del taglialegna: ogni volta fosse stata usata, avrebbe colpito il proprietario. Il boscaiolo era consapevole del disprezzo dei parenti dell’amata, ma ingenuamente credeva di potersi sollevare da un’esistenza modesta, arricchirsi lavorando e superare così le differenze sociali. Appena poteva, si recava nella foresta e tagliava alberi per costruire una graziosa baita, dono di nozze per l’innamorata. Spesso si feriva gravemente, a causa dell’incantesimo, di cui era all’oscuro. Nel villaggio non c’erano medici o guaritori, solo un fabbro abilissimo. Poco a poco l’artigiano sostituì le parti del corpo ferite con protesi in metallo, resistenti e forti. Purtroppo la trasformazione modificava però anche l’interiorità del taglialegna. A poco a poco il il nostro buon boscaiolo smarrì i ricordi dell’amata e divenne un automa, ossessionato dal lavoro. Continuò ad abbattere alberi, senza più sapere a cosa dovesse servire il legname, fino al giorno in cui un temporale fece arrugginire le sue giunture. Rimase immobile tra i ciocchi, ed è lì che fu trovato da Dorothy e dai suoi amici.

La realizzazione del cortometraggio lascia a bocca aperta, sia per il soggetto, romantico e dark al punto giusto, sia per la dimostrazione di un uso compiuto del linguaggio cinematografico. La vicenda è anche una storia d’amore tragica; il dramma umano convive con profonde riflessioni sul profitto: pur di raggiungere il benessere, il taglialegna si costringe a ritmi di lavoro massacranti, si trasforma in un cyborg sempre più forte e abile, una macchina nel corpo e nello spirito. La legna si accumula attorno alle fondamenta della baita e il povero automa non sa più cosa fare di quel materiale. Neppure l’amore incondizionato della ragazza può salvarlo, ormai. Ha messo da parte i sentimenti e non può tornare alla condizione umana. La scienza e la tecnologia possono riparare corpi, eppure sono impotenti davanti alle profonde esigenze dell’animo umano.

L. Frank Baum in diverse occasioni nelle sue opere evidenzia il prezzo del benessere, il valore del progresso, e nutre dubbi sullo stesso sogno americano. Gli Yankee dell’epoca della Grande Crisi sono persone che hanno peccato di ingenuità e si sono abbandonate a improbabili sogni, proprio come il tagliaboschi. L’uomo che partendo dal nulla raggiunge il successo, contando sulle proprie forze e sul destino favorevole, può finire schiavizzato dagli stessi meccanismi che reggono quel modello di società. Riflessioni attuali dopo il crollo di Wall Street del 1929, tornate dolorosamente alla ribalta all’indomani della Grande Recessione. L’analisi sociale viene esposta col tono giusto, rimane presente dalla prima all’ultima sequenza ma senza mai sopraffare la narrazione fantastica. Il cortometraggio evita toni da dibattito stile talk show; le atmosfere evocate ammiccano alle fiabe gotiche di Tim Burton, anche visivamente.

Le sequenze alternano inquadrature tradizionali ad altre più innovative: le prime vengono usate per raccontare la vita del protagonista quando ancora è un giovane innamorato pieno di speranza. Quando muta in automa, le inquadrature si fanno meno convenzionali e vengono montate con maggiore velocità. Le parti meccaniche si guadagnano i primi piani, i contrasti tra luce e ombra dominano le scenografie del laboratorio del fabbro, i colori si fanno metallici. La fotografia è davvero all’altezza delle aspettative, sfrutta filtri e ritocchi digitali senza strafare con irritanti virtuosismi. Gli effetti speciali sono molto curati e vengono usati con il giusto equilibrio. Heartless: The Story of the Tin Man è ben interpretato e si avvale anche di una bella colonna sonora, con un delicato brano cantato e buone parti strumentali.

Il grande fascino del cortometraggio nasce dalla riuscita combinazione di intrattenimento e riflessione, sentimenti universali e suggestioni postmoderne. La bella confezione è la ciliegina sulla torta, ed è frutto della collaborazione di molti specialisti. La grande professionalità è testimoniata da vari filmati, disponibili sul sito della casa cinematografica Whitestone, da anni attiva nel panorama dei cortometraggi. Il risultato di questi sforzi merita sinceri applausi, e se credete che il mondo di Oz sia roba per giovanissimi, “Ecco una storia che credete di conoscere, ma non conoscete”.