Highlander - Vendetta Immortale
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Highlander – Vendetta Immortale

Yoshiaki Kawajiri è un affermato regista di anime che, negli anni, ha saputo proporre opere di pregevole livello, prodotti di qualità dal punto di vista dell’animazione e di trovate registiche. Sua, ad esempio, l’intuizione del bullet time nell’OVA Demon City Shinjuku, poi ripresa e portata al successo dai fratelli Wachowski con Matrix, mentre altre sue produzioni degne di rilievo sono Cyber City Oedo 808, Ninja Scroll, Vampire Hunter D – Bloodlust, senza scordare la regia di alcuni episodi della serie X, ideata dalle Clamp, la sceneggiatura di opere quali Il Vento dell’Amnesia o il cortometraggio Program inserito nella raccolta Animatrix.

Highlander – Vendetta Immortale (Hairandaa) rappresenta, a oggi, la sua ultima opera: si tratta di un dichiarato omaggio alla saga degli immortali proposta su grande schermo nel 1986 dal film Highlander – L’ultimo Immortale per la regia di Russell Mulcahy e con Christopher Lambert protagonista. Questo OVA, uscito a vent’anni dal film, è frutto di una collaborazione tra Imagi Animation Studios e Madhouse Studios, prodotto da Davis-Panzer Productions. Distribuita negli Stati Uniti nel 2007 con il titolo Highlander: the Search for Vengeance, e un anno più tardi in Giappone in versione ‘director’s cut’, l’opera ricalca le orme di quanto già proposto da Mulcahy, offrendo allo spettatore una narrazione ricca di flashback che ripercorrono la storia del protagonista, Colin MacLeod.

Analogamente al Connor MacLeod dell’originale, anche Colin ha vissuto alcuni anni della sua esistenza presso le Highlands scozzesi, è stato allontanato dal proprio villaggio dopo esser morto e tornato in vita, e ha perso la propria sposa Moya per mano di un altro immortale, il generale romano Marco Octavius. A differenza del personaggio impersonato da Lambert, però, Colin sceglie di dedicare la propria personale eternità alla vendetta, perseguendo quindi in modo maniacale e ossessivo il fine di uccidere Ocatavius. Nel corso dei secoli i due hanno avuto occasione di incrociare le spade innumerevoli volte nei contesti più disparati, cimentandosi in duelli che quasi sempre hanno visto trionfare il romano, il quale tuttavia non è mai riuscito a spiccare la testa di Colin.

Il presente della storia si svolge invece nel 2187, in una New York derelitta. I pochi superstiti che la abitano vivono nei bassifondi, in un contesto post-apocalittico fatto di povertà e abbandono, o sono addirittura rintanati sottoterra. Al centro della Grande Mela sorge anche un imponente palazzo; lì dimorano Marcus (despota della città), la sua letale amante Kyala (anch’essa immortale) e un ristretto gruppo di individui che rispondono direttamente al tiranno producendo per lui armamenti e virus con cui infettare gli esseri umani. Scopo di Marcus è quello di distruggere la civiltà per poi farne nascere una nuova, una società di stampo ‘romano’, un progetto ambizioso che, nei secoli, ha più volte cercato di realizzare e che verrà ostacolato proprio da Colin MacLeod.

Il nostro eroe, giunto a New York in cerca degli ultimi immortali, dopo l’incontro fortuito con una ragazza combattiva e dalla discutibile professione, di nome Dahlia, che ricorda in modo singolare la perduta Moya, finirà infatti per allearsi con i ribelli che contrastano il malvagio oppressore.

Malgrado l’interessante intuizione di tradurre un soggetto cinematografico in un prodotto d’animazione, l’opera di Kawajiri non riesce a convincere fino in fondo. Non si tratta però di un problema dettato da imprecisioni o da una grafica poco adeguata, tutt’altro…

L’aspetto visivo si assesta in effetti su ottimi livelli, con una qualità decisamente buona ed effetti di luce azzeccati e mai pacchiani. Un marchio di fabbrica per la Madhouse, che non esagera mai con la computer graphic, limitandola alla definizione di dettagli quali, ad esempio, la linea di taglio della katana di Colin o le macchine belliche utilizzate dalle truppe di Marcus.

Anche la regia funziona bene, mantenendo un buon ritmo e adottando soluzioni talvolta particolari con cui proporre situazioni e inquadrature: personaggi che entrano in scena poiché riflessi sulla lama di una spada, duellanti ripresi dal basso per farli apparire ancora più titanici, flashback ben cadenzati e alternati alla narrazione presente, auto-censura e continui stacchi tra i corpi degli amanti e arredamenti sacri, a testimoniare la purezza di un amore che vive nei secoli… Anche la resa dei personaggi, di aspetto decisamente occidentale, e le proporzioni anatomiche dei corpi sono efficaci, al pari della caratterizzazione di abiti e ambientazioni appartenenti a epoche e zone geografiche differenti: troviamo infatti scenari che rimandano all’Europa nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, ai territori bretoni durante l’occupazione romana, al Giappone feudale…

Non sono questi gli elementi che non convincono, è semmai la storia in sé a risultare poco avvincente: la sceneggiatura definita da David Abramowitz, già autore per la serie tv Highlander, risulta infatti meccanica, con tappe già segnate e situazioni che si avvicendano in modo molto immediato ma che sanno di già visto. E non solo perché liberamente ispirata a un’opera cinematografica.

Ecco allora che, come un novello Kenshiro, il nostro eroe giungerà in una città distrutta per aiutare la povera gente e ribellarsi al despota di turno che, al pari di Shin, sta costruendo imponenti palazzi e vive nell’opulenza. L’analogia con Hokuto No Ken di Testuo Hara si può completare considerando che, similmente al maestro di Nanto, Marcus ha ‘sottratto’ per sempre la donna amata a Colin MacLeod: Moya come Julia diviene il motivo per cui combattere, in cerca di vendetta, rafforzando la sensazione di déjà-vu che lo spettatore avverte.

Un altro aspetto negativo è il poco pathos insito nei dialoghi, molto diretti, schietti, ma privi di enfasi. E se questo può forse essere accettabile in un contesto di personaggi immortali che hanno poco interesse nel presente, o di soldati rozzi pronti alla battaglia, lo è molto meno quando si verifica nel mezzo di incontri amorosi.

I personaggi, fondamentalmente, si contano sulla punta delle dita – Colin, Marcus, Moya, Dahlia, Amergan e Kyala – e che per certi versi si ricollegano con quelli presenti nel film di Mulcahy mentre per altri se ne discostano. Il druido Amergan, ad esempio, dovrebbe richiamare alla memoria la figura di Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez impersonato da Sean Connery, una sorta di guida il cui ricordo, di tanto in tanto, torna a parlare a Colin. Diversamente, Marcus è ben distante dal Kurgan, Victor Kruger: non possiede la medesima barbarica ferocia, è anzi un aristocratico, posato, calcolatore, sicuro della propria forza ed evolutosi di pari passo con i tempi. Se quindi il Kurgan risultava una sorta di criminale calato in un contesto metropolitano che forse nemmeno comprendeva appieno, l’antagonista proposto da Kawajiri è un esteta, un dittatore che coltiva grandi ambizioni e che al contempo sa apprezzare l’arte, rispetta i luoghi di culto e conosce scienza e tecnologia. Per quanto riguarda il versante femminile, a Kyala viene relegato un ruolo molto marginale: veste abiti molto discinti e ama tutto ciò che riguarda il sangue e il combattimento. La rossa Dahlia è un personaggio più caratterizzato e drammatico, acceso di passione e capace di scatenare alcuni cambiamenti nell’apatico Colin, apparentemente insensibile al presente e unicamente interessato alla propria missione di vendetta.

La reminiscenza è infine un altro aspetto che l’opera di Kawajiri ha mantenuto e che diviene la manifestazione del potere acquisito, nei secoli, dagli stessi Highlander, liberato poi al momento della decapitazione. È un flusso di energia elettrica o similare che, come avveniva nel secondo capitolo della serie – Highlander II: il ritorno, autentico flop del 1991 – sembra possedere anche la capacità di interagire con l’ambiente circostante: ecco allora che si tramuta in una sorta di tempesta in grado di depurare l’aria contaminata dal virus prodotto dagli scienziati di Marcus o di distruggere tutte e sole le macchine da combattimento dell’esercito. Un escamotage da lieto fine che sa di forzatura per risolvere il problema della diffusione di un patogeno capace di annichilire ogni forma vita.

In definitiva, sebbene probabilmente risulti uno dei migliori prodotti realizzati su questo soggetto, e pur assestandosi su un livello qualitativo medio alto ispirando anche qua e là alcune riflessioni positive (in particolare sull’immortalità dell’amore nell’animo umano), Highlander – Vendetta Immortale non riesce purtroppo a ottenere un giudizio pienamente positivo, lasciando quindi disattese le aspettative di tutti quei fan che speravano, con quest’opera, in un rilancio della saga degli Highlander.