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Hiroshima e Nagasaki: l’alba del nucleare

Il 6 agosto 1945, poco prima dell’alba, il quadrimotore B-29 americano “Enola Gay” decolla dall’isola di Tinian (arcipelago delle Marianne) e si dirige verso il Giappone. Alle 8.15 ora locale raggiunge la città di Hiroshima, sulla quale sgancia una bomba atomica all’uranio chiamata “Little Boy”, che esplode a 580 metri da terra sviluppando una potenza stimata di circa 15 kiloton, pari a 15 mila tonnellate di tritolo.

Il 9 agosto, alle 11.02 ora locale, un altro bombardiere americano, il “Bockscar”, colpisce la città di Nagasaki con una bomba al plutonio soprannominata “Fat Man”, la cui esplosione libera una potenza di circa 21 kiloton.

Il giorno successivo, l’Imperatore Hirohito ordina ai propri vertici militari di accettare una resa praticamente senza condizioni.

Antefatti

Lo scenario bellico

Dopo la caduta delle Isole Marianne nel luglio del 1944, la sconfitta del Giappone appare imminente. L’impero nipponico è stato ripetutamente battuto dalle forze aeree alleate e pesantemente bombardato: il solo raid su Tokyo nel marzo del ‘44 ha ucciso circa 90 mila persone e ne ha ferito più di 160 mila; un secondo attacco aereo nel maggio dello stesso anno ha provocato 83 mila vittime. Inoltre, un blocco navale impedisce l’importazione di materie prime e quindi la possibilità di produrre materiale bellico. Per di più, nel maggio 1945, la resa della Germania consentirà agli alleati di concentrare truppe e risorse sul fronte del Pacifico.

Lo scenario politico

Il 12 aprile 1945 muore Franklin D. Roosvelt, e il suo vice Harry S. Truman gli subentra nella carica di presidente degli Stati Uniti. Truman viene informato nei dettagli sul Progetto Manhattan e prende immediatamente in considerazione l’utilizzo della bomba atomica contro i Giapponesi, asserendo di aver ben compreso l’importanza degli ordigni nucleari per le iniziative diplomatiche e militari presenti e future.

L’Operazione Downfall, ovvero l’invasione delle isole Kyushu e Honshu progettata in precedenza, viene definitivamente messa da parte. È infatti opinione comune che il fanatismo dei Giapponesi costerebbe agli Stati Uniti un enorme tributo in vite umane nel caso di uno sbarco terrestre, mentre una o più atomiche sarebbero decisive nello stroncare ulteriori ostilità.

In effetti, la casta militare e un’esaltazione collettiva di tipo razziale spingono i nipponici a continuare la resistenza: giovani piloti suicidi, i kamikaze, si gettano con i loro aerei sulle navi nemiche per affondarle.

Tra le alte cariche americane esistono tuttavia opinioni contrastanti: il generale MacArthur sottolinea la situazione critica in cui versa il nemico su tutti i fronti; il Capo di Stato Maggiore americano Leahy afferma che non c’è necessità di usare la “bomba”; dello stesso parere è il generale Eisenhower, che ritiene i Giapponesi pronti comunque alla resa. Byrnes, il consigliere più influente di Truman, è invece favorevole all’ipotesi di attacco atomico.

Esiste inoltre un elemento di analisi che prescinde dalla “situazione giapponese”: un bombardamento nucleare sul Giappone costituirebbe in realtà un messaggio “laterale” per l’Unione Sovietica (in procinto anch’essa di dichiarare guerra all’Impero del Sol Levante). Un ingresso attivo russo nello scacchiere del Pacifico è assolutamente da evitare, per scongiurare future dispute territoriali e strategiche. Il lancio delle bombe su Hiroshima e Nagasaki potrebbe quindi essere considerato il primo atto della futura Guerra Fredda.

La Dichiarazione di Potsdam

(ovvero Proclamation Defining Terms for Japanese Surrender)

Durante la Conferenza di Potsdam (Germania, dal 17 luglio al 2 agosto 1945), indetta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica per esaminare le questioni concernenti il quadro politico europeo dopo la vittoria sulla Germania, si discute anche della guerra sul Pacifico: Harry Truman, Winston Churchill e il presidente cinese Chiang Kai-Shek firmano un documento che delinea i termini di un ultimatum al Giappone.

La bomba atomica è stata collaudata con successo il 16 luglio attraverso il Trinity Test, effettuato nel campo di tiro di Alamogordo (New Mexico), conosciuto come “Jornada del Muerto” (viaggio del morto), 340 km a sud di Los Alamos dove l’ordigno è stato prodotto.

La sera del 26 luglio 1945 (mattino del 27 luglio a Tokyo) l’ultimatum – noto come Dichiarazione di Potsdam – viene trasmesso al governo giapponese: si chiede la resa incondizionata, pena un’immediata e completa distruzione.

L’assenza di qualsiasi garanzia circa il destino dell’Imperatore (considerato una divinità, nonché il cuore del popolo e della cultura nipponica) costituisce l’ostacolo principale alla capitolazione. Il giorno seguente i giornali giapponesi riportano la dichiarazione, il cui testo viene diffuso anche radiofonicamente. Ma il governo militare la respinge.

Già nel maggio 1945 erano stati indicati i possibili obiettivi di un bombardamento atomico: Kyoto, Hiroshima, Yokohama e Nagasaki. La scelta era determinata da tre criteri: il luogo da colpire avrebbe dovuto essere un centro importante e misurare un diametro maggiore di tre miglia (circa 5 km); l’esplosione avrebbe dovuto creare un danno effettivo; nel caso di un obiettivo strettamente militare, la collocazione avrebbe dovuto trovarsi comunque all’interno di una vasta area urbana. Tutto ciò per evitare il rischio di mancare il bersaglio e quindi “sprecare” la bomba, e per esaltare al massimo gli effetti psicologici e “spettacolari” sulla popolazione, sul governo giapponese e sul mondo intero. Alla fine, Kyoto viene risparmiata per la sua importanza culturale, e sostituita con Kokura.

Il bombardamento di Hiroshima

Nel settembre 1944, il comandante del 340º Squadrone Bombardiere in Europa, Paul Tibbets, è richiamato a Colorado Springs per una missione top secret: organizzare una squadra di bombardamento con ordigni nucleari, progetto che gli viene illustrato dal fisico Norman Ramsey alla presenza del generale Uzal Ent. La dotazione di Tibbets – il 509º Gruppo Composito con base nello Utah – comprende 15 B-29 e 1.800 uomini.  

L’intera organizzazione è completata nel dicembre 1944.

Otto mesi più tardi, alla guida dell’Enola Gay con a bordo Little Boy, c’è proprio Tibbets.

Assieme all’Enola Gay volano altri due B-29: “The Great Artiste” pilotato dal maggiore Charles W. Sweeney che trasporta le strumentazioni per misurare gli effetti dell’esplosione, e l’aereo per le rilevazioni fotografiche chiamato in seguito “Necessary Evil”.

Il bersaglio è deciso dalle condizioni meteorologiche. Il bollettino arriva mentre l’aereo sta già sorvolando il Giappone, e comunica: “A Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto totalmente; a Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia”.

Viene scelta la città di Hiroshima, situata sulla costa sud-occidentale dell’isola di Honshu. Hiroshima conta una popolazione civile di circa 300 mila persone, ospita un’importante base militare con 43 mila soldati ed è al centro di una grossa area industriale; inoltre si trova in pianura, una collocazione utile ad amplificare l’effetto dell’esplosione.

Il cuore della città contiene edifici antisismici in cemento armato e strutture più leggere, a cui seguono zone urbane densamente edificate con piccole botteghe in legno incassate fra tipiche case giapponesi, costruite sempre in legno con tetti di tegole. Anche molti edifici dei grandi impianti industriali con sede nella periferia hanno strutture in legno, quindi la città nel suo insieme presenta un rischio molto alto di danni da fuoco.

Durante il volo, il capitano William Parsons termina la procedura di armamento della bomba, e il suo assistente, il tenente Morris Jeppson, rimuove i dispositivi di sicurezza.  

Little Boy – lunghezza 3 metri, diametro 71 cm, peso 4 tonnellate – viene sganciata alle 8.15.

Il B-29, dopo la picchiata, guadagna velocità, vira di 180 gradi e si allontana; 43 secondi più tardi, avviene l’esplosione.

L’apparecchio è distante 18 km quando è investito in pieno dalla forza della deflagrazione, tanto che Tibbets inizialmente pensa di essere stato colpito dalla contraerea; dopo pochi istanti, arriva l’impatto della seconda onda d’urto (quella riflessa dal suolo) e l’equipaggio si volta a guardare Hiroshima. “Se Dante fosse stato con noi sull’aereo”, commenterà in seguito Tibbets “sarebbe rimasto atterrito: la città che soltanto qualche minuto prima avevamo visto così chiaramente nella luce del sole era nascosta da quella nuvola rovente, a forma di fungo, terribile e incredibilmente alta. Hiroshima era letteralmente sparita sotto una coltre di fumo e di fuoco”.

Dai racconti dei sopravvissuti, ciò che viene percepito a terra è una luce improvvisa e accecante, mescolata a un’onda travolgente di calore. Le persone più vicine all’esplosione vengono istantaneamente carbonizzate (le sagome di alcuni corpi rimangono letteralmente stampate come ombre nere sui muri); gli uccelli prendono fuoco in volo e i materiali combustibili si incendiano in un raggio di 6 km. L’enorme lampo bianco agisce come un gigantesco flash incandescente e imprime ustioni simili ai vecchi negativi delle foto, lungo il contorno degli abiti.

Quasi immediatamente segue l’onda d’urto, che raggiunge anche chi si trova all’interno degli edifici: le finestre esplodono, si scatena una tempesta di schegge di vetro che volano fino alla periferia della città, a 19 km di distanza; le strutture, tranne quelle eccezionalmente resistenti, crollano. Nel raggio di 800 m dal ground zero periscono nove persone su dieci.

Complessivamente, circa la metà della popolazione è morta o ferita.

Quasi ogni edificio è distrutto entro un raggio di 2 km, e lesionato entro un raggio di 6 km: nel complesso, più del 90%, rendendo difficilissimo organizzare i soccorsi.

I numerosi piccoli incendi scoppiati simultanei in tutta la città confluiscono velocemente in un’unica grande tempesta di fuoco, che solleva un vento fortissimo, inghiotte 11 km2 e uccide chiunque non possa mettersi in salvo, come i moltissimi feriti (uno studio del dopoguerra ha rilevato che meno del 4,5% dei sopravvissuti subì fratture alle gambe, non perché tali lesioni fossero state rare, ma semplicemente perché chi non poté camminare non sopravvisse).

Qualche giorno dopo, il personale medico inizierà a riscontrare tra gli scampati i primi sintomi di una terribile e nuova malattia: la sindrome da radiazioni.

Quella mattina, intanto, ogni comunicazione radio e telegrafica risulta interrotta, e per diverse ore al governo giapponese non possono giungere notizie precise di ciò che è accaduto a Hiroshima. Filtrano rapporti nebulosi che parlano di una grande esplosione, ma agli alti comandi non risulta alcun attacco aereo su vasta scala, né la presenza in città di magazzini di esplosivi. Nel pomeriggio, il pilota di un aereo mandato in ricognizione riferisce – già a 150 km di distanza da Hiroshima – di un’enorme cicatrice in fiamme, su cui incombe una pesante nuvola di fumo: è tutto quello che resta. La prima conferma ufficiale arriva sedici ore dopo lo scoppio, con l’annuncio del bombardamento da parte degli Stati Uniti. Lo stesso giorno, Radio Tokyo trasmette che “tutti gli esseri viventi, umani e animali, sono stati letteralmente bruciati a morte”.

L’8 agosto l’U.R.S.S. dichiara guerra al Giappone e attacca la Manciuria: si assottigliano le speranze alleate di evitare l’ingresso dei sovietici nel Pacifico, anche perché il gruppo dirigente dell’esercito giapponese ha avviato i preparativi per imporre la legge marziale sulla nazione, al fine di arrestare chiunque tenti accordi di pace. Occorre quindi stringere i tempi, il Giappone viene coperto da volantini lanciati dagli Americani che proclamano: “Siamo in possesso dell’ordigno più distruttivo mai concepito dall’uomo. Una sola delle nostre bombe atomiche di nuova concezione è pari come potenza esplosiva a 2.000 dei nostri B-29. Abbiamo appena iniziato a utilizzare questa arma contro la vostra patria. Se avete ancora dubbi, verificate quanto è accaduto a Hiroshima, con una sola bomba caduta sulla città”.

Il bombardamento di Nagasaki

La responsabilità di coordinare i tempi del secondo bombardamento viene delegata al colonnello Tibbets. Il raid è programmato per l’11 agosto, obiettivo Kokura, ma viene anticipato a causa di previsioni meteo non favorevoli. Alla missione è assegnato il maggiore Charles Sweeney, al comando del Bockscar.

Vicino alla città di Kokura si trova una concentrazione massiccia di industrie belliche, il Kokura Arsenal, che viene raggiunto dal bombardiere americano alle 3.47 a.m. del 9 Agosto. Questa volta le cose non vanno secondo i piani: il maltempo insiste su tutto il Giappone, la bomba viene armata dopo soli dieci minuti dal decollo per permettere la pressurizzazione dell’aereo e il sorvolo della tempesta. Il giornalista William L. Laurence del New York Times, da un velivolo di scorta, riporta di aver visto alcuni “fuochi di Sant’Elmo” sulla carlinga del B-29, con il rischio che l’elettricità statica potesse innescare una detonazione.

I problemi non finiscono qui: Sweeney viene informato circa l’impossibilità di accedere al combustibile di riserva a causa di un malfunzionamento; inoltre, quando il B-29 finalmente giunge sulla zona stabilita, l’obiettivo è oscurato dalla nebbia e la contraerea giapponese inizia a reagire in modo pesante. Kokura non è più un obiettivo ottimale, e il carburante rimasto è appena sufficiente per raggiungere Okinawa includendo un passaggio veloce su Nagasaki. Come fu detto in seguito, “non aveva senso riportarsi la bomba a casa”, quindi alle 11.02 Fat Man – lunghezza 3,30 metri, diametro 1,52 metri, peso 4,6 tonnellate – viene sganciata su Nagasaki.

Nagasaki è il porto principale sulla costa occidentale dell’isola di Kyushu. In parte evacuata dopo un bombardamento convenzionale il primo agosto, conta ancora circa 200 mila abitanti. L’ordigno atomico esplode quasi esattamente fra la Mitsubishi Steel and Arm Works e la Mitsubishi-Urakami Torpedo Works; poco più a sud, e sarebbe stato colpito in pieno il cuore commerciale e residenziale della città, con conseguenze assai peggiori.

Sebbene Fat Man abbia potenza superiore rispetto a Little Boy, il danno che produce non è così ingente come a Hiroshima: la disposizione geografica e la detonazione in una zona industriale riparano in parte la città dal calore, dall’onda d’urto e dagli effetti delle radiazioni.
La distruzione di Nagasaki ha generalmente ricevuto meno attenzione rispetto a quella di Hiroshima, ma ha interessato comunque un’area di 110 km2.

Secondo un rapporto della Prefettura, uomini e animali sono morti quasi immediatamente entro il raggio di 1 km dal ground zero, 14 mila abitazioni su 52 mila sono state distrutte, e altre 5.400 seriamente lesionate. Sebbene non si sia verificata una tempesta di fuoco come a Hiroshima, sono divampati numerosi incendi in tutta la città, aggravati da una grave penuria d’acqua.

Anche in questo caso, gli effetti psicologici dell’attacco sono notevoli.

I morti

È impossibile stabilire con certezza l’ammontare delle vittime causate dai due attacchi atomici. Relativamente a Hiroshima, si può stimare siano morte circa 70 mila persone per lo scoppio iniziale, per gli incendi e per gli effetti a breve termine delle radiazioni. Entro la fine del 1945, a causa del fallout e altre concause, il bilancio oltrepassa le 100 mila unità; dopo cinque anni supera le 200 mila, per gli effetti a lungo temine delle radiazioni (come lo sviluppo di neoplasie) nei soggetti contaminati.

Anche per Nagasaki le cifre sono indicative: la stima più probabile è di 40 mila decessi iniziali e 60 mila feriti, 70 mila morti entro il 1946 e il doppio entro i cinque anni successivi: un tasso di mortalità paragonabile a quello di Hiroshima.

I sopravvissuti

Alcuni dei più importanti edifici di Hiroshima erano costruiti in cemento armato a causa del rischio terremoti e le loro strutture, sebbene vicine all’ipocentro esplosivo, hanno resistito. Inoltre, la deflagrazione è avvenuta in aria e la sua forza si è diretta più verso il basso che lateralmente.

Le rovine della città sono state battezzate Hiroshima Peace Memorial e dichiarate patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1996, nonostante le obiezioni di Stati Uniti e Cina.

Esistono casi di sopravvivenza che hanno del miracoloso. Eizo Nomura era, tra i superstiti, il più vicino al ground zero – appena 170 metri – trovandosi nello scantinato della Fuel Hall (adibita al deposito e al razionamento di carburante, la cui struttura regge anche se gli interni bruciano completamente), divenuta la Rest House dopo la guerra.

Akiko Takakura al momento dell’attacco si trovava nella solidissima Banca di Hiroshima, a 300 metri, ed è sopravvissuta.

Tsumoto Yamaguchi, ingegnere alla Mitsubishi, è l’unico Giapponese (riconosciuto ufficialmente) scampato a entrambe le atomiche: è a Hiroshima per lavoro quando esplode la prima, dopo tre giorni torna a casa a Nagasaki dove scoppia la seconda.

Degna di nota è la testimonianza di Seiko Ikeda, rilasciata quest’anno in videoconferenza nell’ambito di un progetto organizzato dall’Hiroshima Peace Memorial Museum.

È una studentessa di Hiroshima, e la mattina del 6 agosto sta lavorando a meno di 2 km dall’ipocentro esplosivo, assieme a circa 1500 alunni delle scuole medie mobilitati per la costruzione di barriere frangifiamme. Ciò che ricorda è un lampo mille volte più luminoso dell’alba, un boato tremendo e poi il buio totale. L’esplosione la scaglia a 15 metri di distanza e, quando rinviene, si rende conto di avere i capelli carbonizzati, i vestiti fusi sulla pelle, la pelle stessa staccata dal corpo in lembi bruciati. Urla per chiamare aiuto ma nessuno arriva. Raggiunge un gruppo di scampati “simili a fantasmi e demoni” che vagano fra le rovine, vede ovunque pile di cadaveri con bruciature così profonde da non poter distinguere il sesso o l’età, e moltissime persone ancora vive che non riescono a muoversi e si lamentano. “Ho cercato di non camminarci sopra”, racconta, “all’inizio ho provato pena, ma poi più niente”.

Quando la processione dei sopravvissuti raggiunge il fiume, adulti e bambini – capaci o meno di nuotare – si tuffano per trovare sollievo dalle bruciature. Molti annegano o muoiono in acqua, e nei giorni seguenti sono migliaia i cadaveri che tornano a galla con la marea.

“Abbiamo camminato fra case distrutte, dove c’era gente intrappolata che chiedeva aiuto”, continua la testimone, “Io ero una ragazzina, mi sono chiusa le orecchie e ho iniziato a ripetere ‘mi dispiace, mi dispiace’. Non potevo fare niente. Un vecchio mi ha afferrato la gamba chiedendo dell’acqua. Io mi sono liberata e sono corsa via. Ancora vedo quell’uomo nel sonno e nella veglia e sento tutte quelle voci”.

Seiko e il suo gruppo riescono a raggiungere la cima di una collina, da cui vedono il centro della città distrutto e le case rimaste in piedi prendere fuoco come carta: nel giro di due o tre ore tutto è in fiamme. Ferita e in preda a dolori atroci, la giovane riesce a trascinarsi fino a una strada principale, dove trova un mezzo di soccorso: deve discutere col soldato alla guida per convincerlo a caricare anche le donne, oltre ai maschi. Finalmente, viene trasportata in ospedale e comincia per lei il doloroso calvario della sopravvivenza.

Il luogo è pieno di superstiti ammassati uno all’altro, che piangono, cercano i familiari, chiedono acqua. Le mosche volano ovunque e depositano le loro uova nelle piaghe. La ragazza viene medicata, e dopo qualche ora è trovata dal padre che riesce a riportarla a casa solo verso sera perché gli aerei statunitensi bombardano ancora la zona.

Per diversi mesi Seiko soffre dolori continui, ha febbre alta, vomito e diarrea; quando riesce ad alzarsi e camminare, esce all’aperto e, alla sua vista, un gruppo di bambini scappa via urlando “Diavolo Rosso! Orco!”. Si rende conto che a casa sua tutti gli specchi sono stati coperti, ma riesce a trovarne uno in un cassetto: il suo volto è mostruosamente irriconoscibile. Torna a scuola, ma il peso degli sguardi che la bersagliano è insopportabile; decide quindi di suicidarsi – cosa che le altre giovani donne sopravvissute stanno facendo in proporzioni epidemiche – ma l’affetto del padre le fa scegliere la via della vita. È una hibakusha.

Hibakusha

Hibakusha significa letteralmente “persona colpita dall’esplosione”: la parola “superstite” non viene usata perché, secondo la sensibilità giapponese, potrebbe essere offensiva per i morti. Hibakusha sono i sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, che hanno impresse nel corpo e nella psiche le conseguenze della tragedia: coloro che si trovavano entro pochi chilometri dalle esplosioni, o che sono stati esposti al fallout, o le cui madri hanno subito queste situazioni durante la gravidanza.

Al 31 marzo 2010, il governo giapponese ne ha censiti 227.565 ancora in vita, mentre sono 420 mila quelli deceduti dal giorno del bombardamento. Gli hibakusha sia di prima che di seconda generazione sono stati e sono tuttora vittime di una forte discriminazione – anche sul lavoro –, dovuta sia alla scarsa conoscenza circa le conseguenze della sindrome da radiazioni (che inizialmente era sospettata di generare contagio), sia a una tendenza di rifiuto nei loro confronti da parte degli stessi connazionali.

Ma essere hibakusha significa molto più di questo: non solo una condizione fisica o sociale, ma uno stato d’animo. C’è un libro che spiega la situazione complessa di “coloro che furono colpiti dalla bomba”, fatta di umiliazione, disperazione ma anche di impegno e speranza: Note su Hiroshima di Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994. Oe si è recato più volte a Hiroshima tra il 1963 e il 1965, e gli appunti di viaggio sono stati poi raccolti in un saggio che ripercorre il cammino della moderna apocalisse e riflette l’immagine di una città sconvolta nei suoi normali cicli della vita; attraverso la lettura si scopre il senso di concetti quali testimonianza, sofferenza e speranza, paura e coraggio, vergogna e dignità: la vergogna di essere sopravvissuti mentre tanti sono morti e la dignità di sopportare tale fardello, fatto di cicatrici, malattia e memorie incancellabili. Per dirla con le parole del premio Nobel giapponese, gli hibakusha sono “coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall’umanità”.

Conclusioni

C’è una specificità che fa dell’olocausto giapponese un unicum nella storia, perché con esso si è arrivati a compromettere la struttura biologica dell’uomo e pregiudicare la sua eredità alle generazioni future: una prova generale della fine del mondo e dell’estinzione della razza umana.

Il 6 agosto di quest’anno, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno partecipato assieme a Francia e Gran Bretagna alla cerimonia presso il Memoriale della Pace a Tokyo. L’ambasciatore americano John Roos ha affermato: “Mai più un conflitto del genere”. Presente, anche in questo caso per la prima volta, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, concorde sul principio che l’unica via per un mondo più sicuro è l’abolizione delle armi nucleari.

Ma per arrivare a capire questo – se veramente è stato capito – era necessario pagare un prezzo così alto? La risposta è ancora nelle parole di Seiko Ikeda, rivolte alle autorità politiche e al mondo intero, come conclusione della sua testimonianza: “Spero che anche voi vi domandiate con me ‘Perché è necessario che le persone soffrano così in una guerra?’ La guerra rende pazzi, e non è solo la gente a soffrire, tutte le creature hanno diritto di vivere. Hiroshima è un appello al rispetto di ogni vita. È dovere di ogni persona sopravvissuta a Hiroshima e Nagasaki utilizzare ogni respiro concesso per liberarci di queste armi. Io credo in tutti voi. Ascoltate le grida dei sopravvissuti, gli hibakusha, e lavorate per portare la pace”.