Hollow
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Hollow

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Tempo: futuro prossimo. Sulla Terra regna la desolazione. Le megalopoli che ne ricoprono la superficie sono deserte; grattacieli e case vanno in rovina sotto un cielo cupo. Ignoriamo le cause di tale sfacelo. Un uomo si aggira tra edifici fatiscenti, capannoni industriali, corridoi deserti. In uno di essi trova mucchi di spazzatura collegati con cavi al soffitto, connessi a chissà quale apparecchiatura. Dalle ombre polverose emerge un uomo con la maschera antigas; è armato, ferma e rapina il visitatore, però gli lascia intravedere qualcosa del mondo del passato. Il ladro sa ricreare i ricordi della civiltà e li custodisce come cosa sacra, siano essi reali, oppure immaginari come un unicorno. Davanti a essi il protagonista resta incantato…

Fabio D’Orta mescola diverse tecniche per realizzare il suo cortometraggio Hollow: recitazione di stampo tradizionale, interventi di grafica digitale, uso di modellini. La fotografia di Matteo Fontana li inquadra in modo impeccabile; ogni fotogramma è virato su tonalità grigio-verdi, per suggerire l’ambiente malsano che circonda i protagonisti. Il ritocco aggiunto in postproduzione rende uniformi le immagini e amalgama le sequenze create grazie alla grafica digitale. Non si abusa degli effetti speciali: ci sono, e così deve essere, per ricostruire con verosimiglianza un ipotetico mondo del domani, tra tecnologie avveniristiche, decadenza estrema e bisogno di riappropriarsi del passato. I prodigi della tecnica per fortuna si fanno notare poco e, soprattutto, sono sempre funzionali all’intimismo della vicenda. Il regista ci parla del recupero del ricordo, ci invita a riflettere sul valore della memoria in un mondo che ha smarrito il senso profondo della propria esistenza e vive la precarietà del presente.

Il montaggio, opera dello stesso regista, è elegante, quasi da videoclip musicale. Ovviamente i tempi ristretti del video lasciano aperti tanti interrogativi nello spettatore, che ignora il destino dell’umanità, rimane incerto riguardo il ruolo del rapinatore, non conosce le regole che governano la misteriosa tecnologia che dà vita agli oggetti del passato. Il dialogo è molto essenziale, si limita a poche battute, peraltro recitate in inglese. La suggestione domina il cortometraggio, e alla fine ci ritroviamo a occhi sgranati, proprio come il protagonista.