I Cavalieri che fecero l'Impresa
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I Cavalieri che fecero l’Impresa

LA CERCA DEL SACRO LENZUOLO

Basilica di St. Denis, anno dopo il 1271. Proprio nel corso dell’inverno di quell’anno in Tunisia morì di peste il re Luigi IX e fallì la settima Crociata. Davanti al sarcofago di pietra che custodisce i resti del re, un anziano sacerdote, Giovanni da Cantalupo, racconta alle statue di pietra, o meglio a sé stesso, il ricordo dell’Impresa, ovvero la scoperta e il recupero della Sindone ad opera di alcuni Cavalieri. Immerso nella penombra dell’imponente coro illuminato da una lanterna, il religioso presta voce alla memoria e fa riviere i cinque valorosi, le cui voci ancora riecheggiano nel ricordo.

Si tratta di persone diversissime tra loro per storia personale, per carattere, aspirazioni e speranze. Uno è un ex fabbro che sa forgiare armi invincibili, con l’aiuto di forze diaboliche con cui avrebbe stretto un patto (all’inizio è un servo, ma verrà investito in seguito); un altro è uno dei testimoni della morte del re; uno è figlio di un ufficiale del seguito del re; ci sono poi un nobile dal bel blasone ma dalle tasche vuote, e un sicario mercenario che è poco più di un bandito da strada, vero pendaglio da forca. Di nobiltà di sangue, di condotta irreprensibile e ideali virtuosi, generosità, liberalità, coraggio, educazione e tutto quanto distingue un Cavaliere senza terra da un guerriero di ricca famiglia, almeno all’inizio, non vi è traccia evidente.

I cinque giovani si uniscono, mossi dal sogno di poter ritrovare il Sacro Lenzuolo, decisi a realizzare qualcosa di grande, tutti insieme, a non far naufragare del tutto le attese della fallita Crociata. Appreso da un documento segreto che la Sindone è custodita senza permesso in Grecia, intraprendono un lungo viaggio, che li porta dall’Appennino Tosco Emiliano fino ad Otranto, e dalla Puglia fino a Tebe, in Grecia. Là un gruppo di traditori ha nascosto la preziosa reliquia, conservandola appesa a rovescio e usandola per riti innominabili.

Il cammino è lungo, pieno di pericoli e di avventure; esse vengono narrate con realismo a volte crudo, che non risparmia descrizioni esplicite di violenza, ferite atroci e usi molto distanti dalla sensibilità dell’uomo del terzo millennio. Pure nel rispetto di una certa verosimiglianza, gli aspetti più ripugnanti sono sempre alleviati da atmosfere liriche e a tratti mistiche. Non a caso i cavalieri stanno compiendo una Cerca, proprio come i personaggi del ciclo di Re Artù che vagavano per il mondo sognando di raggiungere il Sacro Graal; e la Cerca, per essere tale, deve unire una missione religiosa e guerresca a un cammino di scoperta interiore del senso stesso della vita.

I cavalieri, prima d’intraprendere la missione, non sono certo “stinchi di santo” e nemmeno “senza macchia e paura”. Tutti nascondono pecche, problemi, a volte drammi ed esperienze sconvolgenti alle spalle; ma nel corso del viaggio superano le loro meschinità, i loro vizi, le debolezze – uno di loro addirittura verrà esorcizzato! Le fatiche e i pericoli portano i protagonisti ad una maturazione spirituale, almeno secondo i canoni di un uomo medioevale pio e devoto. Si distaccano sempre più dalla rozza materialità, per diventare davvero Cavalieri secondo i dettami guerreschi e spirituali, tanto da credersi invincibili eroi protetti da forze divine.

Proprio per evidenziare il senso della trasformazione interiore e del pellegrinaggio, s’insiste più sulle disavventure del percorso che sull’atto del ritrovamento. L’avventura a Tebe in verità farebbe sorridere qualsiasi giocatore di ruolo o qualsiasi lettore incallito di romanzi d’avventura. Può essere una delusione: lo spettatore attende un aumento del coinvolgimento emotivo nella seconda parte dell’opera, provocato da eventi più spettacolari, invece si trova un episodio avventuroso narrato con toni più sommessi di quanto forse fosse logico attendersi. Poco sappiamo degli avversari dei nostri eroi, e manca un villain ben caratterizzato che si contrapponga alle loro intenzioni.

Oltre a risolversi in poche sequenze, il recupero della reliquia mostra ingenuità impensabili soprattutto dopo un’ora e mezza di ricostruzione curatissima e credibile. Probabilmente è stato realizzato in quella maniera per evidenziare la maggiore importanza del cammino rispetto al giubilo dell’aver raggiunto la meta. Forse per questa ragione i protagonisti se ne vanno tranquilli in giro per cunicoli in armatura e con torce, e nessuno li scopre! Il fatto in sé è improbabile; sottratto al contesto basterebbe a rendere ridicolo qualsiasi film o romanzo, ma in questo caso serve a rafforzare il senso di santità che avvolge i cinque eroi, e prepara indirettamente alla conclusione, assai amara.

Nell’animo, i nostri prodi divengono davvero Cavalieri perfetti, tanto che il misticismo e la fede incondizionata nel soprannaturale prendono in loro il sopravvento portandoli a confrontarsi con intrighi e nemici più grandi di loro. Tornano in patria, si recano dal signore di Cherny per restituire la reliquia, ma vengono attaccati.

La Sindone scomparirà dalla storia e verrà esposta solo dopo molti anni dal tragico epilogo.

SCELTE DI ÉLITE?

La narrazione ha un incipit da brivido, con la presentazione del narratore e la descrizione della morte del Re. Pupi Avati fa davvero sognare quell’epoca lontana, tra la meraviglia per quel mondo e il raccapriccio per il diverso rapporto dell’uomo con la vita e con la morte. Dà subito vita a un universo ove le distanze geografiche paiono misurate da intenti e il tempo pare scandito da eventi spirituali. Sulle prime ogni dettaglio parrebbe ricordare da vicino l’altra bella opera del regista, Magnificat. L’ atmosfera estatica tuttavia dura poco, si passa assai presto a un clima avventuroso e fantasy.

Si potrebbe gioire, assistendo ad una delle rarissime pellicole di genere italiane che non replicano modelli d’oltreoceano. Il fantastico entra a far parte della vita delle persone, sotto forma di miracoli piccoli e grandi, dei pericoli del Maligno, del senso di attesa dell’inaspettato che violi le leggi della natura. Si sottintende che quanto oggi etichettiamo come ‘fantasia’ poteva avere in quei secoli lontani ben altro senso: a parte alcuni scettici, la gente credeva ai prodigi, ai miracoli e alle reliquie, il cui potere sconfinava nella magia. Una concezione del mondo che viene presentata introducendo elementi sovrannaturali sotto tono, più suggeriti che mostrati, e mai esibiti.

Il viaggio si dipana in una galleria di episodi, non sempre omogenei per stile e tono, che ricordano (con altro sapore) L’armata Brancaleone. Si ride, ci si emoziona, ci si disgusta, ci si commuove, seguendo i nostri nell’Avventura, in questo “on the road” sui generis. Fino al dolorosissimo finale, che personalmente ho trovato bello e coerente con una delle chiavi di lettura del film, ma insopportabile se considerato da tutti gli altri punti di vista. La tragica battaglia, peraltro ricca di pathos e filmata con tecnica notevole, funziona alla perfezione se tutta la vicenda viene letta come una metafora del percorso di vita del vero Cavaliere. L’estasi spirituale guida il cammino dell’uomo, pone uno scopo che si può riassumere anche come “Cerca”. Perseguire uno scopo trasforma il cavaliere, lo sublima, proprio come avviene alle sostanze immesse nell’alambicco dell’alchimista.

Dall’amore per quanto è terreno, attraverso un’esperienza di fede e prove materiali, l’uomo abbandona la concretezza. Va a staccarsi da essa e finisce per trovare una dimensione tutta spirituale. In questa prospettiva l’epilogo è amaro, e necessario compimento di un percorso di iniziazione che vede convivere sbudellamenti e trascendenza, e che eleva la persona.

Toccati dall’esperienza al limite del sovrannaturale (ed uno degli eroi è già morto e risorto), i nostri non possono più tornare indietro, e affrontano lo scontro finale quasi con gioia estatica, benché dal punto di vista razionale di un uomo di oggi sia pura follia battersi in cinque contro un esercito. Dal punto di vista artistico il finale è giustificato, ma conferma un’ambiguità che perdura fin dal primo tempo, e che nuoce poiché non si risolve mai del tutto. Cosa deve attendersi lo spettatore, un film di intrattenimento avventuroso e fantastico, un film storico, o storia recitata? Non solo: si crea un equivoco sulla fruizione del film stesso, ovvero: a quale tipo di spettatore piace, o vorrebbe piacere?

L’impatto emotivo della tragedia finale è presentato non in un previo contesto dichiaratamente cupo e pieno di presagi, ma gettato davanti agli occhi dopo l’innesco di meccanismi narrativi degni di un film di avventura e l’uso di modelli importati dall’epica: il tema della cerca, le peregrinazioni, la spada e la magia (di Satana o di Dio…).

A peggiorare la reazione, va considerato che, a parte i cinefili che s’interessano al titolo perché conoscono l’autore o perché cercano film anticonvenzionali, lo spettatore medio in un film come questo è probabilmente alla ricerca di un paio d’ore di avventura seguite da un finale liberatorio. Potrebbe allora non apprezzare il miscuglio di generi e sottotrame – che pure oggi pare di moda (Il Gladiatore) – o deridere alcuni dettagli, come il voler mettere in piedi un’imboscata arrivando con torce accese e bagagli, o appunto pretendere di battersi in cinque contro un esercito.

L’amante della storia “seria” sorride vedendo il misticismo da racconto popolare, la sottotrama fantasy che va a contaminare il tono della narrazione e forse riesce a guastare un continuo tra l’inizio e il finale.

Chi ama il buon cinema senza predilezioni di genere si trova un film quasi sempre meraviglioso e fuori dagli schemi, purché sia disposto ad accettare momenti ‘forti’.

Lo spettatore che ama il genere fantasy, si gode ottimi duelli verosimili, magia poco appariscente ma tenebrosa, una sana dose di avventura; però, abituato a questo tipo di atmosfera con i suoi clichè, troverà assurdo e orribile il finale.

A poco serve ricordare l’idea di se stessi che i cinque protagonisti avevano: credersi direttamente alle dipendenze di Dio. È rara eccezione che un fantasy termini con la morte di tutti gli eroi: e quando pure dovesse accadere, l’autore ha preparato da subito il terreno alla tragedia finale.

Più spesso, per fornire realismo, un paio di personaggi fanno una brutta fine, ma non tutti. Rimane sempre qualcuno. Anche nel mito di Artù, alla fine del Regno di Camelot sopravvivono alcuni cavalieri e lo stesso Lancillotto (che muore anni dopo, trascorrendo una vecchiaia come monaco) e resta la speranza che un giorno Artù possa tornare dalle Isole dell’Occidente. Nel film di Pupi Avati, niente di tutto ciò. Si chiude con un dramma che la Storia non ha documentato, anzi. E al patito del genere fantasy, può non piacere!

LUCI E OMBRE

Tratto dal romanzo scritto dallo stesso Pupi Avati, nonostante i punti deboli e le discontinuità, il film merita la visione, fosse anche solo per premiare un titolo italiano (italo-francese, a dire il vero) prodotto con gusto diverso da quello che sta dietro alla solita leggera comicità o alla consueta argomentazione sociale o d’attualità. Senza niente togliere alle opere che interpretano fatti del nostro secolo o della storia recente, è triste che esse rappresentino spesso l’unica alternativa (a parte film d’arte o poche altre eccezioni) a un panorama di pellicole prodotte a misura di passaggio televisivo. I Cavalieri che fecero l’Impresa è uno dei rari esempi di cinema in costume che mette in scena il Medioevo occidentale rivisitandolo a modo proprio, lontano da schematismi di Hollywood o toni seriosi da documentario. È stato realizzato con mezzi abbondanti, tanto da poter dare libertà al regista di esprimere un quadro insolito del periodo, senza dover ripiegare su attrezzature ed utensili riciclati da produzioni più ricche e amalgamati alla meno peggio, o lesinare sui necessari effetti speciali o sulle location.

Si può approvare o discutere la rappresentazione fatta da Pupi Avati: forse è corretta dal punto di vista storico, e forse è un’interpretazione piena di estro poetico. In ogni caso, quello che vediamo in scena è quanto il regista ha deciso di mostrarci. Ha cercato di ricreare l’ambiente attraverso armi ed oggetti ricostruiti da abili artigiani umbri, ha scelto adeguate compagnie di rievocazione storica per metter a punto le varie battaglie, ha stabilito le location adatte alla vicenda, ma soprattutto ha voluto trasmetter l’idea di come gli uomini medioevali concepissero il loro vivere quotidiano e la prospettiva dell’aldilà. Ne emerge un Medioevo sospeso tra luce spirituale e barbarie materiale.

Non a caso, il film è vietato ai minori di quattordici anni: è adatto ad uno spettatore adulto o comunque guidato nella comprensione da una buona conoscenza del periodo, o almeno da una curiosità matura che non conosca pregiudizi. Ci sono infatti scene di guerra cruente – o, piuttosto, realistiche, dato che i personaggi brandiscono grosse spade e asce! – che possono apparire splatter gratuito se si estrapolano dal contesto del film stesso. Ci sono sequenze raccapriccianti: gente arsa viva, sventrata, amputazioni… Possono essere accettate appieno solo da chi ama la Storia ed è preparato a esaminare abitudini e usi delle varie epoche e società, senza pretendere di ritrovarvi i propri, peggio ancora, di dare un giudizio affidandosi ai valori del terzo millennio. Come se non bastasse, il film può essere letto a vari livelli, e per un giovanissimo potrebbe risultare un’accozzaglia di fatti ributtanti o spettacolari paragonabili a quelli propri di un film dell’orrore..

Gli attori se la cavano decorosamente, anche Raul Bova: temevo che il suo ruolo fosse quello di uno specchietto per richiamare nel cinema signore e signorine, invece dà vita a un personaggio interessante, taciturno e “maledetto”. I protagonisti hanno una buona introspezione, anche se in certi momenti sembrano meno convincenti, forse per colpa del montaggio un po’ affrettato. I comprimari appaiono più bravi dei protagonisti, sono attori dalla lunga carriera.

D’altra parte, non è facile trovare attori conosciuti e adatti a parti che richiedano anche prestazioni “fisiche”. Ovvero che possano cavalcare, saltare, combattere con armi in metallo senza dover ricorrere continuamente a controfigure, che sappiano fare fronte a parti recitate, siano piacevoli di aspetto e siano a quel punto della loro carriera in cui non si disdice un film d’autore – anche se forse sarà un flop al botteghino. Il compromesso pare quasi inevitabile, e l’abilità del regista sta anche nel costruire personaggi adatti al materiale umano che ha tra le mani.

A parte il discutibile finale, forse il più grande problema del film è il montaggio: a tratti sembra presentare alcune incertezze – anche se modeste – che penalizzano la narrazione, forse escludendone alcuni passaggi utili a comprenderla meglio. Nel passaggio tra un “episodio” e l’altro, si ha quasi l’impressione che qualcosa non venga spiegato.

È difficile mescolare storia e invenzione, dare atmosfere sognanti in cui la vita di ogni giorno pare sospesa e rivista in luce fantastica, senza scivolare in episodi di gusto fantasy. Anche perché di solito la realtà non è spettacolare né mistica.

In Magnificat, Avati ci aveva narrato i fatti della settimana Santa in un feudo dell’Appennino. In quella pellicola sul Medioevo, il regista era stato assai lontano dal poter portare avanti cliché di genere avventuroso o “storico” in senso tradizionale: ottenne un film coerente e mistico per un pubblico forse non vasto, ma consapevole e maturo. I Cavalieri che fecero l’Impresa ha il difetto di partire con lo stesso tono di Magnificat, proseguire come un fantasy moderato negli effetti speciali e senza grosse magie, e finire come un dramma di Shakespeare.

Nonostante i difetti, è un tentativo di dare vita a una narrazione di genere nuovo, rivisitato all’italiana. Non è un capolavoro, è un esperimento riuscito a metà, ma almeno dimostra che il cinema italiano può cimentarsi in qualsiasi genere e non è condannato a sfornare solo innocue volgarità o serie storie di indagine sociale. Siamo solo partiti in ritardo, c’è da augurarsi che s’intraprendano ancora Imprese coraggiose come questa.