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I Celti tra Storia e Leggenda

LE ORIGINI

Appiano (Anabasi, I, 4) racconta che Alessandro Magno, ancor prima di intraprendere la sua vittoriosa campagna in Asia, incontrò alcuni “Galati” e, alla sua domanda su quale fosse il loro più grande timore, essi gli risposero sfacciatamente che avevano paura soltanto che il cielo, cadendo, li schiacciasse. Questo aneddoto, vero o falso che sia, è una testimonianza palese del rispetto che le loro capacità guerriere incutevano tra le genti vicine.

Il percorso dei Galati inizierebbe, però, da lontano. Gerhard Herm, con una certa fantasia, li identifica con i Filistei di biblica memoria, sconfitti dal faraone Ramsete III attorno al 1165 a.C. (GERHARD HERM, Il mistero dei celti, 1975, p. 131).

L’ipotesi, assai intrigante, si fonda semplicemente sulla presunta corrispondenza tra i pittoreschi copricapi che essi sfoggiavano e le chiome irrigidite dai bagni di calce, abitudine nordica più volte descritta nelle fonti. Che il gigantismo di Golia fosse effettivo, dunque? Sta di fatto che la prestanza fisica di questi barbari dovette fare davvero grande impressione ai più minuti Greci, dal momento che questi ultimi li ritennero dei discendenti di Eracle e inventarono la leggenda della fondazione di Alesia da parte dell’eroe. Stando al mito, una principessa locale si sarebbe, quindi, invaghita del muscoloso semidio e il frutto della loro unione sarebbe stato un certo Galàtes. Da ciò deriverebbe, appunto, la denominazione di Galati.

Abbandoniamo per ora il campo delle ipotesi e dei miti e immergiamoci nella realtà storica. Per la prima età del ferro ci soccorrono soltanto le fonti archeologiche: sappiamo che essi erano diffusi nell’Europa del Nord e che praticavano l’inumazione a differenza delle popolazioni precedenti. Si definisce cultura di Hallstatt il periodo tra VIII secolo a.C. e all’incirca il 450 a.C, mentre per gli anni compresi tra il 450 a.C. e il 50 a.C., epoca in cui le fonti scritte ci offrono informazioni più complete, si parla di cultura di La Tène (località svizzera sede di un importante rinvenimento archeologico). Nulla di certo, invece, si può dire per la precedente età del bronzo. Le domande al vaglio degli studiosi sono, infatti, molteplici: da dove venivano i Galati? Erano una popolazione autoctona o arrivarono dall’esterno? È probabile che questi interrogativi rimarranno anche in futuro senza risposta.

Furono Greci e Romani ad alimentare la fama dei Galati, commerciando ma soprattutto scontrandosi in battaglia con questa popolazione. “Celti” era l’altra denominazione con cui erano conosciuti, come li chiamarono gli abitanti della greca Marsiglia, tra i primi a incontrarli e ad averli come vicini. Tale denominazione sarà poi quella che si affermerà anche nelle fonti antiche, arrivando a qualificare l’intero popolo nel suo complesso. Ma quante erano le tribù dei Celti? Non lo sappiamo con precisione: Greci e Romani, essendo entrambi l’espressione di una civiltà “cittadina”, avevano grosse difficoltà a comprendere le realtà a struttura tribale. Conosciamo, tuttavia, la loro area di espansione che è rappresentata all’incirca dall’Europa centro-settentrionale, dal territorio danubiano, dalla Spagna e dalle isole britanniche, con significative propaggini in Italia e nell’odierna Turchia. Gli studiosi moderni hanno, invece, individuato due aree linguistiche che si possono esemplificare con l’uso delle lettere “Q” e “P”. Per “cavallo”, ad esempio, coloro che parlavano il celtico-Q utilizzavano il termine equos; all’opposto nell’altra area era invece adoperato il termine epos. Il celtico-Q dovrebbe essere la forma più antica ed era parlato in Irlanda, Scozia e Spagna, mentre in Gallia e in Britannia prevaleva la forma “P”.

I CELTI E IL MONDO GRECO-ELLENISTICO

Come dicevo, già Alessandro Magno ebbe a che fare con i Celti: attorno al 335 a.C. li troviamo alleati dei Macedoni contro gli Illiri. Strabone ci riporta la formula del loro giuramento che si presenta straordinariamente simile a quello dei Gaeli irlandesi, più di mille anni dopo:

“Vogliamo mantenere fede al giuramento, o possa il cielo abbatterci e annientarci, la terra aprirsi sotto di noi, il mare sollevarsi e sommergerci” (Strabone, VII, 3, 8). In epoca ellenistica (III-I sec. a.C.), un periodo in cui il mondo greco era profondamente turbato e privo di una guida unitaria, i Celti arrivarono come una burrasca. Tra i primi a cadere sotto il loro giogo furono i Traci, abitanti dell’odierna Bulgaria, barbari e ubriaconi agli occhi dei civili Elleni, ma anche valenti combattenti, che pure rimasero sottomessi per più di cinquant’anni. A Tylys, l’odierna località bulgara di Tulowo, i Celti costruirono un vero e proprio regno che crollò definitivamente nel 212 a.C. per mano degli stessi Traci.

Anche Greci e Macedoni vennero gettati nel panico di fronte a questo inedito pericolo, e neppure la tanto celebrata falange parve in grado di arrestare la violenza delle cariche celtiche. Il re macedone Tolemeo Cerauno morì addirittura in battaglia contro di loro nel 279 a.C.; li guidava un certo Brenno, nome che accomuna questo condottiero a un altro grande capo celta di cui vedremo in seguito le imprese.

In quei tumultuosi anni, anche il celeberrimo oracolo di Delfi venne messo a sacco e parte dell’immenso bottino venne poi ritrovato a Tolosa dai Romani nel 106 a.C. I Celti, infine, passarono in Asia Minore (l’odierna Turchia) e lì rimasero partecipando come mercenari alle varie lotte che opposero i sovrani ellenistici di Siria ed Egitto. Quando Pergamo si rese indipendente dai Seleucidi di Siria, i Celti, che intanto si erano insediati nella regione che verrà poi chiamata Galazia, divennero vicini scomodi di questo regno costringendolo a pagare tributi. Attalo I, nel 235 a.C. rifiutò di fornire ai Galati, come erano di solito identificati i Celti di Galazia, il consueto pagamento: ne seguì una guerra che i Pergameni riuscirono a vincere. In seguito a questo successo, Attalo I dedicherà ad Atena “Portatrice di vittoria” a Pergamo un gruppo scultoreo in bronzo, il così detto “Grande donario”, di cui noi conosciamo le copie marmoree di età romana. Ne fanno parte il “Galata morente” che ora si trova ai Musei Capitolini e il “Galata che uccide la moglie e se stesso” conservato a palazzo Altemps a Roma. Un analogo monumento celebrativo, eretto nel 160 a.C. ad Atene e definito “Piccolo donario” mette a confronto due eventi mitici: la vittoria degli Ateniesi sulle Amazzoni e la vittoria degli dei sui giganti, rispettivamente con il successo di Maratona sui Persiani e la vittoria dei Pergameni sui Celti. Insomma una celebrazione della civiltà che prevale sui barbari.

I Galati furono, infine, alleati di Antioco III di Siria contro i Romani, ma vennero sconfitti con le truppe siriache a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C. Da questo momento essi entreranno nell’orbita di Roma partecipando a molte delle principali vicende politiche che la interessarono. Il re di Galazia Deiotaro nel 48 a.C. combatté, ad esempio, al fianco di Pompeo contro Cesare, il quale, una volta sconfitto il rivale, utilizzò i Galati come alleati nella guerra contro Fornace re del Ponto. Cesare fu clemente, dunque, con l’antico nemico, ma tolse a Deiotaro alcuni territori e quest’ultimo, per vendicarsi, ordì nel 45 a.C. una congiura fallita ai danni del condottiero romano. Egli venne difeso da Cicerone nella così detta Pro Deiotaro e si salvò, ma, ancora una volta, nella battaglia di Filippi del 42 a.C. si trovò dalla parte sbagliata, quella dei cesaricidi. Dopo la morte di Cassio, però, passò dalla parte di Augusto e conservò per questo l’indipendenza per il suo regno sotto forma di stato cliente. Quando la sua dinastia si estinse, nel 25 a.C. la Galazia divenne una provincia romana.

I CELTI IN OCCIDENTE: L’EUROPA E L’ITALIA

A partire dal VI-V sec. a.C. le fonti letterarie integrano le scarse informazioni provenienti dai rinvenimenti archeologici; questi ultimi, però, già ci testimoniano lo stanziamento dei Celti in Spagna, in Francia e nelle isole britanniche. Tito Livio (Historiae V, 33 e seguenti), a proposito del loro arrivo in Italia, ci racconta che al tempo del re Tarquinio Prisco la tribù dei Biturigi aveva il predominio in Gallia (l’odierna Francia) e per risolvere il problema dell’eccesso della popolazione il loro re inviò i figli Segoveso e Belloveso a colonizzare nuove terre. Il primo si stabilì nella selva Ercinia (Germania Centrale) il secondo ebbe la ben più ricca Italia. La cosa strana è che, nella storia che Livio ci riferisce, Belloveso si sarebbe stabilito in Nord-Italia, nel territorio della locale tribù degli Insubri, proprio a causa della somiglianza tra il nome di questa popolazione e quella di un’analoga “ripartizione” della tribù degli Edui. I moderni studiosi si sono, dunque, chiesti se esistessero già dei Celti autoctoni in Italia prima del VI secolo a.C. e hanno trovato nella così detta Cultura di Golasecca (IX-V sec. a.C.) la conferma dell’ipotesi, essendo stata chiaramente definita come “celtica” la lingua di un’iscrizione appartenente a tale cultura. Diversa la versione dell’arrivo dei Celti da parte dello storico Giustino, che si rifà alla monumentale opera del gallo-romano Pompeo Trogo (Storia universale, XXIV, 4, 1). Egli racconta che 300.000 Celti, spinti dalla fame e seguendo il volo degli uccelli, migrarono, alcuni diretti in Pannonia (Ungheria), altri verso le Alpi stabilendosi in Italia. Il trasferimento verso la penisola trova riscontri nei rinvenimenti archeologici della zona prealpina, dove si osserva da un lato un incremento significativo delle tombe di donne che non potevano seguire gli uomini e sopportare i rigori di un trasferimento, dall’altro un aumento notevole delle zone devastate da incendi: Cesare ci racconta, infatti, che gli Elvezi, prima di iniziare la loro migrazione bruciarono le proprie case (Cesare I, 5). Una volta stabilitisi nella pianura padana, essa assunse il nome di Gallia Cisalpina in contrapposizione con la Gallia Transalpina (cioè al di là delle Alpi). L’Italia conobbe altri movimenti migratori celtici attorno al V secolo a.C., data solo presumibile dal momento che Livio non ci fornisce dati sicuri a riguardo. All’incirca attorno a questo periodo, dunque, i Galli (latinizzazione di Galati) terminarono l’occupazione dell’Italia del nord sottomettendone i precedenti abitanti e scacciando gli Etruschi dalle loro propaggini più settentrionali. Livio ci parla delle tribù dei Libui e dei Salluvii, che si stabilirono in Piemonte, e dei Boi e dei Lingoni che si stanziarono nella pianura padana meridionale. Una stele trovata a Bologna testimonia la resistenza esercitata dagli abitanti di Felsina contro gli invasori, ma fu una opposizione vana se la città arrivò, in età romana, a chiamarsi Bononia, chiaro legame con i suoi precedenti conquistatori, la tribù dei Boi.

I Celti non si fermarono certo all’Italia centro settentrionale, arrivando a toccare anche le odierne Campania e Puglia, mettendo dunque in crisi l’assetto di varie popolazioni italiche come i Piceni, abitanti delle Marche, che dovettero lasciare il posto alla tribù gallica dei Senoni. La migrazione dei Senoni, avvenuta nel IV sec. a.C. fu l’ultima e segnò il momento di massima espansione dei Celti in Italia.

Furono i Romani i più acerrimi avversari dei Galli, contro i quali entrarono in guerra in varie occasioni. Il primo scontro fu tragico per Roma, che si vide sconfitta da un’orda di Senoni sul fiume Allia nel 390 a.C. Livio, a questo proposito, racconta tante belle storie, pregne di patriottismo ed eroismo: ci descrive la resistenza romana nel Campidoglio, le oche che avvertirono i difensori di un tentativo di attacco a sorpresa, il pagamento di un tributo di 1000 libre d’oro con la famosa frase del condottiero senone Brenno “Vae victis”(Guai ai vinti) e il tempestivo arrivo di Furio Camillo che con un esercito raccogliticcio scacciò i Galli da Roma. C’è ben poco di vero in tutto questo, a parte il pagamento del tributo, cosa credibile dal momento che i Senoni erano scesi nel Lazio come razziatori. Certo non si può escludere che i Romani di Furio Camillo abbiano sconfitto i Galli, ignari di un’eventuale reazione e carichi di bottino, ma è anche possibile che questi episodi siano serviti per annacquare nella memoria dei cittadini di Roma quella che fu una delle loro più umilianti sconfitte.

Gli avvenimenti successivi, che portarono i Romani alla conquista dell’intera penisola, videro invece questi ultimi sempre vincenti sui Galli. Come impareranno alcuni secoli dopo anche i Cartaginesi, Roma era, però, una città vendicativa e, dopo aver prevalso a Sentino nel 295 a.C. su un’ampia coalizione di cui facevano parte anche i Senoni, perpetrò un vero e proprio eccidio, massacrando la popolazione celtica del Piceno e fondando la colonia di Senigallia. Alcuni anni dopo, i Galli, bistrattati e battuti ripetutamente anche nella pianura Padana, si allearono con Annibale dopo che, invasa l’Italia in occasione della seconda guerra Punica, il condottiero cartaginese aveva dato prova di poter battere i Romani con le sue vittorie al Ticino e al Trebbia.

A questo proposito esiste una vulgata secondo la quale il condottiero punico sarebbe rimasto impressionato non solo dalle loro qualità belliche, ma anche da certe cosce di maiale salato con le quali si rimpinzò (http://www.finestreaperte.it/festival2005/cennistorici.html). L’episodio, assai pittoresco, non ha a quanto mi consta alcun riscontro preciso nelle fonti antiche; oltretutto si fa riferimento alla battaglia del Trebbia (218 a.C.) e alla città di Parma che doveva ancora essere fondata (183 a.C.), ma è certo che nella pianura Padana l’allevamento del suino e la conservazione delle sue carni fosse una attività importante.

La sconfitta di Annibale portò alla definitiva sottomissione dei Galli del Norditalia: Insubri e Cenomani vennero a patti con Roma, mentre i Boi vennero sterminati e allontanati (si parla addirittura di una loro migrazione in Boemia). Con Silla, infine, la Gallia Cisalpina divenne provincia romana. In Spagna i Romani entrarono in contatto con i Celti locali (noti come Celtiberi) proprio in conseguenza della seconda guerra punica, terminata la quale sostituirono i Cartaginesi nel dominio di quel territorio. La spietata politica coloniale da loro condotta creò, tuttavia, un moto di rivolta guidato dal capo locale Viriato che scatenò contro i Romani una durissima guerriglia. Viriato venne poi ucciso per mano di un membro del suo stesso esercito nel 139 a.C. Il centro della resistenza celtiberica contro Roma fu Numanzia, che, dopo ripetuti fallimenti, venne infine espugnata nel 133 a.C. La Spagna, comunque, fu completamente sottomessa solo sotto Augusto, nel 26 a.C.

LA CAMPAGNA GALLICA DI CESARE

L’impresa legata ai Celti sicuramente più nota, loro malgrado si potrebbe dire, è la campagna che Cesare condusse in Gallia tra il 58 e il 52 a.C. Qui le tribù non erano affatto coese e unite e il condottiero romano, introducendo un concetto cardine della futura politica di Roma, quello del “divide et impera”, approfittò di queste loro divisioni per sottometterle.

Dopo il consolato del 59 a.C., Cesare ottenne per decreto del Senato il governo della Gallia Cisalpina, dell’Illirico e, dopo la morte improvvisa del suo governatore, anche quello della Gallia Narbonese (Provenza). Le sue intenzioni erano di mantenere una stretta tutela sull’Italia, centro del potere di Roma, ma queste tre province rappresentavano anche una piattaforma ideale per la sua conquista della Gallia. Non potendo, però, dichiarare guerra ad alcuno senza il consenso del Senato, dovette aspettare l’occasione buona, che gli venne fornita dalla migrazione degli Elvezi (tribù celtica residente in Svizzera) nel territorio degli Edui.

Dietro richiesta di questi ultimi, egli entrò in azione sgominando gli Elvezi e costringendo i sopravvissuti a tornare in Svizzera. Fu poi la volta degli Svevi, popolazione germanica che si era stanziata nel territorio della tribù dei Sequani. Li guidava l’astuto capo Ariovisto, un nemico temibile e anche diplomaticamente scomodo, visto che in passato il senato gli aveva conferito la qualifica di “amico del popolo romano”. Cesare occupò l’avamposto sequano di Vesontio (Besançon) e sconfisse gli Svevi respingendoli sul Reno. Con un’abile politica di alleanze e una serie di scontri militari, riuscì poi a sottomettere le popolazioni barbariche dei Belgi, dei Veneti, dei Menapi, dei Treviri e degli Eburoni, successi a cui vanno aggiunti quelli ottenuti contro i germanici Usipeti e Tencterii, tra il 55 e il 56 a.C., e la breve ma vittoriosa campagna in Britannia contro il re Cassivellauno, monarca del territorio attorno al Tamigi nel 55 a.C.

Alla scadenza del mandato, nel 54 a.C., Cesare se lo fece rinnovare per altri cinque anni dal senato romano, ma nel frattempo un nuovo personaggio si affermò per riunire le tribù galliche insofferenti verso il dominio romano: il giovanissimo e coraggioso re arverno Vercingetorige. Lo scoppio della guerra gallica colse Cesare a Roma, dove si trovava per “controllare” la situazione venutasi a creare con la morte del tribuno della plebe Clodio. Il condottiero romano tornò in Gallia a marce forzate e si ricongiunse con le sue undici legioni, circa 70.000 uomini, riprendendo possesso delle città di Gergobina e Avarico (l’odierna Bourges), quest’ultima difesa ad oltranza nonostante il parere contrario di Vercingetorige.

Tra i rivoltosi l’episodio fece paradossalmente ottenere notevole credito al capo barbaro, che aveva più volte avvertito dell’impossibilità di sconfiggere i Romani in campo aperto. La campagna militare prese una piega inaspettata, e negativa per i legionari di Cesare, a Gergovia (riguardo i dubbi sulla posizione di Gergovia, rimando a questo link http://kidslink.bo.cnr.it/irrsaeer/lat/oppida/frameset9.html) la capitale degli Arverni, dove il condottiero romano subì la prima sconfitta in cinque anni, ad opera della furiosa carica di cavalleria guidata da Vercingetorige, lasciando sul campo 46 centurioni e 700 legionari (molti riportano questa stima perché Cesare (7, 50-51) parla di poco meno di 700 uomini morti avendo in separata sede parlato di 46 caduti tra i centurioni, ma non è chiaro se con “uomini” intendesse solo i legionari o l’insieme dei caduti).

L’insuccesso determinò la defezione degli Edui, tradizionalmente amici di Roma, che passarono dalla parte dei rivoltosi lasciando i Romani privi in pratica di alleati in Gallia. Compresa la gravità della situazione, Cesare decise di attuare una finta ritirata verso sud, nella Narbonese, con la speranza che i rivoltosi, lanciandosi all’inseguimento, cadessero in trappola. A tale scopo richiamò il generale Labieno dal nord, impegnato contro i Parisii, e assoldò la cavalleria mercenaria germanica, molto temuta dai Galli.

Vercingetorige, come si diceva, era consapevole della superiorità militare dei Romani e perciò riluttante a impegnarsi in uno scontro decisivo. Pensò, quindi, di attuare una tattica di guerriglia, colpendo le linee di rifornimento, i carriaggi e le pattuglie di esploratori. Questa scelta, però, non fu approvata dai suoi alleati e sottoposti, che spinsero per una battaglia in campo aperto, mossi anche dalla brama di ottenere bottino. Vercingetorige non poté sottrarsi all’entusiasmo dei suoi guerrieri, e cadde nella trappola di Cesare.

In uno scontro diretto venne sconfitto dai Romani e costretto a rifugiarsi all’interno della città fortificata di Alesia. Corrispondente all’odierno Mont Auxois (ad est del centro francese di Alise-Sainte-Reine, vicino Digione, nella Côte d’Or) e situata sulla sommità di un altipiano, lambita da due corsi d’acqua, con tre colline di eguale altezza a nord, est, sud e una larga pianura (Plan des Laumes) ad ovest, la città di Alesia era tutt’altro che imprendibile, soprattutto per un esercito come quello romano, perfettamente organizzato e all’avanguardia nell’arte della poliorcetica.

Non potendola conquistare con un assalto diretto, Cesare decise di assediare la città approntando una serie di fortificazioni imponenti, costituite da un doppio anello di trincee con 23 fortini e 8 accampamenti di cavalleria e fanteria. Era un sistema già realizzato dai Romani per l’assedio di Lilibeo, Capua e Numanzia, e quindi non si può attribuire al condottiero romano il merito di averlo inventato, ma noi conosciamo così bene questa strategia di assedio perché è lo stesso Cesare a descrivercela.

Egli, dunque, fece scavare fossati, terrapieni, palizzate con merli e camminamenti, e lungo di esse torri che ospitavano macchine da guerra leggere (scorpioni e catapulte). Per proteggersi le spalle dall’eventuale arrivo di rinforzi barbari eresse due palizzate specularmente opposte, una rivolta verso l’esterno e l’altra verso l’interno; di fronte alle fortificazioni fece collocare ostacoli e trabocchetti: file di tronchi con i rami intrecciati e pungenti (cippi), schiere di pali aguzzi nascosti da cespugli (gigli), una fascia di pioli muniti di punte di ferro (stimuli). Al termine dei lavori, dopo cinque settimane, il vallo interno si estendeva per 16,5 km, mentre la circonvallazione ne misurava 21. Cesare, a questo punto, era pronto a dare battaglia.

Vergingetorige nel frattempo, trovandosi a corto di viveri, fu costretto a prendere la terribile decisione di far uscire dalla città donne e bambini. L’alternativa, come qualcuno dei suoi propose, era quella di nutrirsi di tutti coloro che fossero stati inabili alla guerra. Cesare, comprendendo che in città donne e bambini avrebbero consumato il cibo dei difensori (così come quello degli assedianti se invece fossero usciti dalla città), non acconsentì a che oltrepassassero il vallo romano, condannandoli a una tragica morte.

Il giorno dopo si affacciò sulle colline di sud-ovest l’esercito barbaro di soccorso. I Galli erano riusciti a raccogliere 240.000 fanti e 8.000 cavalieri (in gran parte Edui, Arverni e i loro alleati e vassalli). Li guidava l’atrebade Commio, coadiuvato dagli edui Viridomaro ed Eporedorige e dal cugino di Vercingetorige, Vercassivellauno. Il contingente, per quanto numeroso, era meno consistente di quello che il capo ribelle assediato ad Alesia sperava. Per ragioni legate alla difficoltà di rifornimento e all’indisciplina tipica dei Celti venne deciso, infatti, di non reclutare tutti i guerrieri validi ma solo una parte. La battaglia di Alesia durò tre giorni, con assalti e contrattacchi furiosi, che costrinsero i Romani a presidiare con piccoli distaccamenti di coorti le torri, con la speranza che le trappole bastassero a contenere gli assalitori e le riserve fossero sufficienti a tamponare i punti più a rischio. I Galli, però, non riuscirono mai a coordinare gli attacchi né a utilizzare tutta la forza del numero: questa fu la debolezza che significò la loro sconfitta.

Decisivo fu l’apporto in aiuto di Cesare della cavalleria germanica. Al termine del secondo giorno di battaglia, Vercassivellauno venne fatto prigioniero e Commio ordinò la ritirata generale sciogliendo definitivamente l’esercito di soccorso. Il giorno dopo, Vercingetorige comprese che non era più in grado di dare battaglia e decise di arrendersi. Uscì solitario da Alesia, a cavallo, nella sua armatura più splendida e fece un giro attorno al seggio di Cesare, dove il condottiero romano lo aspettava, poco fuori il suo accampamento; si tolse, infine, l’armatura e la gettò ai suoi piedi. Vercingetorige morirà prigioniero nel 46 a.C., dopo aver sfilato a Roma in onore dei quattro trionfi di Cesare, tra i quali quello per la vittoria in Gallia

I CELTI IN ETÀ ROMANA E ALTOMEDIEVALE

Dopo la morte di Cesare, Augusto, una volta liberatosi dei suoi contendenti, portò a termine la conquista del popoli celtici ancora indipendenti: li vinse in Dalmazia, nelle Alpi Occidentali e sottomise le popolazioni celtiche della Rezia e del Norico.

La Britannia, a parte una piccola puntata da parte di Cesare, rimase immune dalla conquista romana fino all’avvento dell’imperatore Claudio, tra il 43 d.C. e il 48 d.C., quando, con grosse difficoltà, si riuscì a sottomettere parte dell’isola nella speranza di ottenere straordinarie ricchezze che, a eccezione di gradi giacimenti di stagno, risultarono solo un miraggio. Nel 61 d.C., però, scoppiò una rivolta orchestrata da Budicca, vedova dei re degli Iceni, ai quali si aggiunse la tribù dei Trinovanti. Vengnero date alle fiamme le colonie romane di Camalodunum e Verulamio, ma la reazione romana, guidata dal generale Svetonio Paolino, fu tremenda e portò alla sconfitta dei rivoltosi e al suicidio della coraggiosa regina. Sotto l’imperatore flavio Domiziano, nell’80 d.C., il generale Agricola arrivò fino alla Scozia, ma l’imperatore non permise che la conquista fosse portata a termine.

Nel II sec. d.C. Adriano e poi Antonino stabilizzarono e misero in sicurezza il territorio britannico, costruendo due “valli” nei quali stanziarono numerose unità militari. Particolarmente monumentale è il Vallo di Adriano, che rimarrà la vera e propria frontiera tra la “civiltà” e i feroci Pitti scozzesi. Questi ultimi non vanno confusi con quella popolazione che Robert E. Howard descrive nei suoi romanzi, benché egli abbia testimoniato in maniera abbastanza verosimile il loro coraggio e il loro sprezzo del pericolo. Alcuni resti umani trovati ai piedi delle fortificazioni adrianee, infatti, ci testimoniano che essi non esitavano ad affrontare le poderose macchine belliche di cui i Romani erano dotati.

Gli abitanti della Gallia e, in genere, tutte le popolazioni celtiche sottomesse da Roma conobbero soprattutto nel I e nel II sec. d.C. un grande fulgore: i vitigni della Provenza iniziarono a fare concorrenza a quelli italiani, e l’odierna Francia, la Spagna e altre province “celtiche” si riempirono di città, nate per imitare le strutture urbane dei conquistatori o sorte da antiche installazioni militari. Il Celti, peraltro, introdussero a Roma il sapone, la cotta di maglia. Importante fu l’integrazione e la civilizzazione di queste popolazioni, considerate selvagge ma ora accluse con merito nella romanità.

Già Cesare aveva arruolato molti soldati dell’Italia del Nord, e questo processo d’integrazione e di civilizzazione continuò in età imperiale, soprattutto a partire da Claudio, che nel 48 d.C. accolse in senato membri della tribù celtica degli Edui. Ben presto anche il sommo consesso di Roma, simbolo della sua élite politico-economica, si riempì di membri di origine gallica. Il III secolo d.C., caratterizzato da momenti di seria crisi da parte dei Romani, vide la Gallia e la zona danubiana al centro di invasioni e di secessioni (a questo periodo risale la fondazione di un effimero Imperium Galliarum), fenomeni bellici che impoverirono oltremodo queste regioni portandole alla decadenza. La povertà causò anche la diffusione del brigantaggio: i briganti, noti come bagaudi (dalla parola celtica guerriero), erano ex soldati o contadini esasperati dalle tasse che crearono seri grattacapi al governo di Roma in Gallia.

Tale processo di decadenza e le sue conseguenze si protrassero anche nel secolo successivo, e solo la Britannia ne rimase pressoché immune, sebbene fosse continuamente molestata dai barbari Pitti e dai pirati Scoti e Sassoni, questi ultimi di origine germanica. L’isola, di solito a margine degli avvenimenti del mondo romano, divenne protagonista con il fallito tentativo di Magno Massimo di assurgere al trono imperiale. Egli si era messo in luce in una campagna militare contro i Pitti, alleati con gli Scoti e i Sassoni, e venne ricordato per questo nelle leggende britanniche paradossalmente proprio come eroe celtico, pur essendo gli stessi Pitti e Scoti di quella schiatta.

La vitalità del mondo gallico e il legame ormai indissolubile con i Romani è testimoniato, ancora nel V secolo d C., dall’effimera presenza di un regno romano-gallico guidato da un certo Siagrio, e, perché no, dalla resistenza esercitata dai Gallo- romani in Britannia (che sfociò forse nella figura del mitico Artù) e poi dalla pacifica invasione della Bretagna alla fine del V secolo d.C. Su Artù molto si è detto e scritto: la nostra principale fonte storica è Nennio, che ci ricorda nella sua Historia Brittonum della sfolgorante vittoria di questo capo britannico nella non ben definita località del Mons Bedonicus. Goffredo di Monmouth, attorno al 1136-1138, raccoglie queste tradizioni storiche e mette in connessione vari miti e personaggi che nulla hanno a che fare l’uno con l’altro, come la figura di Merlino e dello stesso Artù.

Come si diceva, non è affatto inverosimile che l’elemento romanizzato della Britannia si sia opposto ai feroci Pitti e ai barbari germani (Sassoni, Angli, Juti), anzi sappiamo da un’altra fonte, lo storico Beda, che questi ultimi originariamente servivano ai Britanni come mercenari per far fronte alle violenze dei loro feroci conterranei del nord. Ben presto, tuttavia, i mercenari scalzarono gli antichi “padroni”, con la collaborazione di un capo celtico, un certo Vortigerno. Costantinopoli inviò, allora, attorno al 417 d.C., un comandante romano, Ambrogio Aureliano, che ottenne alla guida del suo esercito una schiacciante vittoria sui barbari, nota come battaglia dell’Alleluia.

Egli avrebbe, poi, governato la Britannia nel ruolo di vicarius e viene dunque da chiedersi, ammesso che la tradizione di Beda sia corretta, se Artù non possa essere un successore di questo condottiero romano. Beda parla di un imperatore Costanzio, ma l’Oriente era retto all’epoca da Teodosio II, quindi mi viene da ipotizzare che questo fantomatico Costanzio sia in realtà il generale Flavio Costanzo, marito di Galla Placidia e associato per breve tempo all’imperatore d’occidente Onorio. I Britanni, comunque, dovettero alla fine cedere di fronte alla pressione di Angli e Sassoni: alcuni di loro si rifugiarono nell’odierna Bretagna, come si è detto, ma anche in Galles; mentre i Pitti vennero definitivamente sottomessi dagli Scoti di origine irlandese (da qui il nome Scozia).

L’Irlanda rimase immune dall’influenza e dal dominio di Roma, ma gli si attribuisce un merito straordinario: dai monasteri irlandesi, in epoca medievale, partì un fenomeno di evangelizzazione di ritorno che coinvolse molte località europee. In Italia è famoso il monastero di Bobbio; qui, insieme al lavoro e alla preghiera, si copiavano le antiche opere dei classici. È questo il meraviglioso paradosso che la storia ci restituisce: i barbari, coloro che si erano opposti secoli fa alle civili popolazioni mediterranee, divennero essi stessi paladini e divulgatori della cultura latina.


Bibliografia consigliata

(per facilitare la consultazione dei testi si è inserita soltanto la bibliografia edita o tradotta in Italia):

AA.VV., I Celti d’Italia, a cura di E. Campanile, Pisa 1981
I Celti, Catalogo della mostra, Palazzo Grassi, Venezia, Ed. Bompiani, 1991
A Demandt, I Celti, Ed. Mulino, 2003
J Filip, I Celti alle origini dell’Europa, Roma, 1980
M. T. Grassi, I Celti in Italia, ed. Longanesi, 1991
G Herm, Il mistero dei Celti, Milano 1981
V.Kruta-W Forman, I Celti Occidentali, Novara, 1986
U. Maiorca, Battaglia di Alesia, in Storiadelmondo n. 9, 19 maggio 2003
http://www.storiadelmondo.com/9/maiorca.alesia.pdf
M. Szabò, I Celti, in Storia d’Europa, vol. II (preistoria e antichità, tomo II ) Einaudi, 1994, pp. 755- 803
V. Kruta, La “grande” storia dei Celti, Newton Compton, 2003