I Fuochi di Azeroth, di C.J. Cherryh
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I Fuochi di Azeroth

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Anteprima libro

PROLOGO

I qhal trovarono la prima Porta su un mondo morto del loro stesso sole.

Chi l’avesse costruita, o cosa fosse accaduto a quei costruttori, i qhal di quell’epoca non lo seppero né allora né poi. Il loro maggiore interesse an-dò comunque alle straordinarie prospettive che la Porta loro offriva, un mezzo per ottenere un potere e una libertà senza limiti, per accorciare lo spazio e balzare da un mondo all’altro, da una stella all’altra, di effettuare viaggi istantanei… Le navi dei qhal attraversarono lo spazio nel tempo normale per trasportare in siti sempre nuovi la tecnologia delle Porte e stabilire ulteriori collegamenti. Le Porte furono edificate su ciascuno dei mondi dei qhal, una rete di trasporti che nel pulsare d’un attimo univano un immenso impero attraverso il cosmo.

E questa fu la loro rovina… poiché le Porte non conducevano soltanto al DOVE ma anche al QUANDO, sia avanti che indietro lungo il corso dei pianeti e dei soli.

I qhal conquistarono un potere che andava al di là della loro più sfrena-ta immaginazione: si erano liberati dei vincoli del tempo. Inseminarono mondi coi raccolti delle più lontane distese dello spazio abbracciato dalle Porte… piante e animali, perfino specie simili a loro stessi. Crearono cose belle e capricciose, e balzarono avanti nel tempo per veder fiorire le civiltà che avevano progettato… mentre i loro sudditi vivevano gli anni reali e morivano nell’arco d’una vita normale, esclusi dalla libertà consentita dalle Porte. Per i qhal il tempo normale divenne troppo tedioso. Il familiare presente, quello comune, ordinario, assunse la consistenza d’un confino che nessun qhal poté più sopportare… il futuro prometteva un’evasione.

Però, una volta effettuato il viaggio in avanti nel tempo, non poteva esserci nessun ritorno. Era troppo pericoloso, troppo carico della spaventosa possibilità di lacerare e sconvolgere il passato: c’era il mortale pericolo di cambiare quello che era stato. Soltanto il futuro era accessibile… e i qhal vi andarono.

Per un po’, i primi temerari trovarono il piacere, impararono a conoscere a fondo l’epoca… e se ne stancarono; inquieti, migrarono un’altra volta, e ancora, tappa dopo tappa, raggiunti dai figli dei loro figli, sconcertando le leggi e le società. In numero sempre maggiore si spostarono avanti nel tempo, sfuggendo al tedio, eternamente scontenti, cercando il piacere e non fermandosi mai troppo a lungo in nessun luogo, fino a quando non si affollarono in un futuro dove il tempo si evolveva strano e instabile.

Alcuni andarono più oltre, inseguendo la speranza di trovare delle Porte che avrebbero, o non avrebbero potuto trovarsi ancora dov’era previsto che fossero. Molti altri persero completamente il coraggio e smisero di credere in ulteriori futuri, attardandosi fino a quando non furono sopraffatti dall’orrore, in un presente affollato di antenati viventi in numero sempre maggiore. La realtà cominciò ad incresparsi di possibilità instabili.

Forse qualche anima disperata scappò a ritroso nel tempo; o forse il pe-so stesso del tempo troppo allungato crebbe eccessivamente. Gli avrebbero-potuto-essere e gli erano-stati si confusero. I qhal impazzirono, perce-pendo cose non più vere, ricordando cose che non erano mai state.

Il tempo si sfilacciava intorno a loro, dalle increspature si passò a più vaste perturbazioni, il tessuto dello spazio e del tempo, troppo teso, prese a disfarsi, fu scosso da convulsioni, scagliando via a pezzi tutta la loro realtà. Allora tutti i mondi dei qhal finirono in rovina. Rimasero soltanto frammenti della loro gloria passata… in alcuni luoghi c’erano pietre stranamente immuni dal tempo, e in altri, invece, ne rimanevano vittime in modo innaturale e repentino… c’erano terre in cui la civiltà riuscì a rico-struirsi, e altre dove ogni forma di vita aveva fallito ed erano rimaste soltanto le rovine.

Le Porte, che erano fuori da ogni tempo e da ogni spazio… durarono.

Pochi qhal sopravvissero, ricordando un passato che era stato/avrebbe potuto essere.

Per ultimi giunsero gli umani, che esplorarono quel vasto e buio deserto dei mondi dei qhal… e trovarono le Porte.

Gli uomini erano già stati lì, altre volte… vittime dei qhal e perciò coinvolti nella rovina; gli uomini guardarono dentro le Porte e temettero ciò che videro, il potere e la desolazione. In cento uscirono da quelle Porte, sia maschi che femmine, una truppa che, ben lo sapeva, non sarebbe mai più ritornata a casa. Per loro poteva esserci soltanto un continuo avanzare: dovevano sigillare le Porte dall’estremità più remota del tempo, procedendo poi dall’una all’altra, distruggendole, disfacendo la micidiale ra-gnatela che i qhal avevano intessuto… fino all’ultimissima Porta alla fine del tempo.

E le sigillarono, mondo dopo mondo… ma il loro numero diminuì, e la loro vita divenne indicibilmente strana, estesa com’era lungo millenni di tempo normale. Furono ben pochi quelli che sopravvissero, della seconda e terza generazione, e alcuni di questi impazzirono.

Poi cominciarono ad esser colti dalla disperazione, tormentati dall’idea che tutta la loro lotta fosse inutile, giacché una sola Porta saltata avrebbe fatto ricominciare tutto daccapo: una sola Porta, in qualunque altroquan-do mal usata, poteva mandare in rovina tutto quello che avevano fatto finora.

In preda a questo timore crearono un’arma indistruttibile salvo per le Porte che l’alimentavano: una cosa concepita per proteggerli, che conteneva tutto lo scibile relativo alle Porte, tutto ciò che avevano imparato: una forza da giorno del giudizio universale da impiegare contro quell’Ultimissima, paradossale Porta oltre la quale non c’era più nessun passaggio… o peggio.

Quando quell’Arma fu creata erano in cinque.

Uno soltanto sopravvìsse per impugnarla.

«Le documentazioni sono inutili. Nel redigerle quando siamo gli ultimi si manifesta una strana presunzione… ma una razza deve pur lasciare qualcosa. Il mondo se ne va… e la fine del mondo sta arrivando, non per noi, forse, ma è imminente. E abbiamo sempre amato i monumenti.

«Sappiate che è stata Morgaine kri Chya a causare questa rovina. Gli uomini la chiamarono Morgen-Angharan: la Regina Bianca, lei, dalla piuma del candido gabbiano, la quale fu la morte che si abbatté su di noi.

Fu Morgaine a estinguere l’ultimo bagliore a nord, che ridusse in rovina Ohtij-in, che spogliò la landa dei suoi abitanti.

«Persino prima dell’epoca presente, ella era stata la maledizione della nostra terra, giacché condusse gli Uomini della Tenebra mille anni prima di noi; essi l’avevano seguita fin qui, trascinandosi addosso la loro stessa rovina; e l’Uomo che cavalca con lei e l’Uomo che cavalca davanti a lei hanno la stessa faccia e le identiche sembianze, giacché l’adesso e l’allora sono pari, per lei.

«Sognamo sogni, la mia regina ed io, ciascuno a suo modo. Tutti gli altri andarono con Morgaine. »

Una pietra, su un’isola spoglia di Shiuan.

CAPITOLO PRIMO

La pianura lasciò il posto alla foresta, e la foresta si rinchiuse tutt’intorno, ma non ci fu nessuna fermata, non fino a quando l’ombra verde s’infittì e il tramonto del sole fece raggelare l’aria.

Allora Vanye cessò per qualche tempo di guardarsi alle spalle, e respirò più tranquillamente per la propria sicurezza… la propria e quella della sua liege. Cavalcarono ancora fino a quando la luce non venne davvero a man-care, e infine Morgaine tirò le redini del grigio Siptah per farlo fermare, in una radura accanto a un ruscello, sotto un arco di vecchi alberi. Era un luogo tranquillo e piacevole, se non fosse stato per la paura che li persegui-tava.

— Non troveremo di meglio — disse Vanye, e Morgaine annuì, lasciandosi scivolare stancamente giù dal grigio.

— Mi occuperò di Siptah — disse la donna mentre Vanye smontava a sua volta. Era suo compito accudire ai cavalli, accendere il fuoco, fare qualunque cosa necessaria al conforto di Morgaine. Era quella la natura d’un ilin che fosse stato rivendicato per servire un liege. Ma quel giorno la cavalcata era stata più lunga del solito e più faticosa, e le ferite lo tormenta-vano… così fu lieto dell’offerta di lei. Tolse la bardatura della sua baia fino alla cavezza e alla pastoia, e la strigliò e si prese cura a regola d’arte di lei, poiché aveva faticato molto per resistere al tragitto che avevano fatto di corsa in quegli ultimi giorni. Non era neppure pensabile un confronto tra il grigio stallone di Morgaine e la cavalla, ma questa aveva un grande cuore, e inoltre era stata un dono. Aveva perso la ragazza che gliel’aveva data; e lui non dimenticava quel dono, né l’avrebbe mai dimenticato. Per quel motivo si era preso cura della piccola baia di Shiuan… ma anche perché lui era Kurshin, d’una terra dove i bambini imparavano a montare in sella prima ancora che i loro piccoli piedini fossero saldi sul terreno, e si sentiva male per aver spremuto un cavallo come aveva fatto con quello.

Terminò il suo lavoro e andò a raccogliere una bracciata di legna, compito non arduo in quella folta foresta. La portò da Morgaine, che aveva già acceso un focherello con la stoppa, e quello non era un compito difficile per lei, grazie a mezzi che lui preferiva non usare. Non erano affatto simili, lei e lui: armati allo stesso modo, alla maniera di Andur-Kursh, cuoio e cotta, lui in marrone, lei in nero; la sua cotta era fatta di grossi anelli; quella di Morgaine di anelli a maglie fittissime che splendevano come argento, e nessun armaiolo sarebbe stato…